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La felicità possibile

Francesco Occhetta

«Tutti [...] vogliono vivere felici, ma hanno l'occhio confuso quando devono discernere ciò che rende felice la vita. Giungere a una vita felice è impresa difficile a tal punto che ciascuno, se ap­pena esce di strada, se ne allontana tanto più, quanto più in fret­ta cammina». Il noto passo di Lucio Anneo Seneca (La vita felice, 1,1) è stato scelto come epigrafe da Zygmunt Bauman per aprire l'ultimo suo volume, L'arte della vita [1].
L'intento dell'Autore, tra i più noti sociologi viventi, è quello di aiutare a «discernere ciò che rende felice la vita», che dal latino cer­nere significa vagliare, setacciare o distinguere. L'arte della vita, dunque, è la capacità di comprendere «chi» diventare per poter vi­vere felice. Ogni uomo si chiede dove andare e quali scelte fare per essere felice. Bauman avverte però di non lasciarsi ingannare: la ric­chezza di un Paese non produce felicità, anzi «il Pnl misura tutto, tranne quello che rende la vita degna di essere vissuta» (p. 7)[2]. Co­me fare dunque nella «società liquida», caratterizzata da «relazioni a tempo» e da ritmi frenetici, per poter vivere felici?

L’identità moderna

L'uomo contemporaneo è inquieto per il rischio di non riusci­re a costruirsi la propria identità. Manca il tempo e, quando c'è, lo si insegue per fare altre cose. Attendere qualcosa o qualcuno è diventato un lusso. Tutto va vissuto su appuntamento, perché la cultura dell'«adesso» chiede di correre affannosamente «sempre più in fretta nel tentativo necessario a inseguire altre cose» (p. 10) fino a rinunciare ai tempi del riposo e del silenzio. Stiamo allontanando l'idea che la felicità sia possibile e la surroghiamo con l'«acquisto di prodotti da cui ci si attende felicità» (p. 13). «Eti­chette, marchi e loghi sono i termini del linguaggio del riconosci­mento»; certo, vengono imposti dal mercato, ma se non ci si omo­loga a comprare quel vestito o quella particolare auto, il gruppo a cui si appartiene rischia di escluderci dicendo, «non sei uno di noi», perché la propria «condizione sociale non significa nulla se non è socialmente riconosciuta» (p. 17).
Il messaggio sembra chiaro: «La via che porta alla felicità pas­sa per i negozi, e quanto più sono esclusivi, tanto maggiore è la fe­licità cui si arriva»; ma le ricerche dimostrano come le gioie del consumo «si dissolvono e svaniscono presto, lasciando dietro un'ansia durevole» (p. 31). Inoltre i messaggi della pubblicità ci impongono di ringiovanire e di cambiare la vita, a tal punto che quando un prodotto non ci piace più lo cambiamo rapidamente. Queste «relazioni a tempo» non si limitano solamente al possesso di oggetti, ma riguardano l'attuale cultura delle relazioni «a bas­so impegno». La conseguenza ha però risvolti seri. Secondo Bau­man l'uomo contemporaneo è disposto ad annullare il passato per «"rinascere", acquistare un io diverso e più attraente scartando quello invecchiato, logoro e indesiderato, "reincarnarsi" in una persona totalmente diversa, ricominciare da un "nuovo inizio"» (p. 19). Così la felicità rischia di trasformarsi in un sogno: «Fug­gire dal proprio io, e acquistarne un altro su ordinazione». Ma questa idea rimane una chimera e nega la felicità possibile. Sem­bra non esserci alternativa: «In una vita di shopping, siamo felici finché non perdiamo la speranza di essere felici in futuro» (p. 20).
È noto a tutti come il senso di precarietà delle relazioni sia fon­te di insicurezza e generi nostalgia per sentimenti di lunga dura­ta. Ma in quale modo si può apprendere l'arte della vita? Dob­biamo «tentare l'impossibile», dice Bauman, «dare le ali» a ciò che ci blocca a terra come un macigno. A questo rimandare e far­si condizionare da ciò che non dona la felicità Bauman ricorda co­me «la nostra vita è un'opera d'arte [...]. Per viverla come esige l'arte della vita dobbiamo - come ogni artista, quale che sia la sua arte - porci delle sfide difficili» (p. 27).

La felicità come cammino

Lungo la storia il significato di felicità è cambiato a seconda delle culture e del tempo. Aristotele nella Retorica (I A, 5,1360 b) definì la felicità come «buona condotta di vita congiunta alla virtù», «autosufficienza di vita», «prosperità dei beni e dei corpi con la facoltà di conservarli e di usarli». Per formare l'ateniese fe­lice c'erano però precise condizioni «interiori» ed «esteriori»: «nobili origini, amici numerosi e buoni, ricchezza, figli buoni e numerosi, salute, bellezza, forza, statura elevata, capacità atleti­che, fama, onore, fortuna, virtù» (p. 37).
Anche Marco Aurelio nel suo trattato, Pensieri, individua al­cuni princìpi per poter vivere felici: l'integrità, la dignità, il duro lavoro, l'abnegazione, l'appagamento, la frugalità, la gentilezza, l'indipendenza, la semplicità, la discrezione, la magnanimità. Scri­ve Marco Aurelio: «Ricordati che il tuo principio direttivo diven­ta invincibile [...]. La mente libera da passioni è un baluardo: l'uomo non ha niente di più forte dove rifugiarsi ed essere per sempre inespugnabile». Nella sua spiegazione, Bauman rimanda al carattere e alla coscienza come all'ultimo rifugio di chi cerca la felicità: «L'unico luogo dove i sogni di felicità, condannati a mo­rire senza figli né eredi, non rimarranno frustrati» (p. 46).
Ciò che il nostro tempo rifiuta, però, è proprio raggiungere questo «stato di felicità» capace di armonizzare il proprio passa­to con il futuro. Secondo Bauman, «agli albori dell'era moderna lo stato di felicità fu sostituito, nella prassi e nei sogni dei cerca­tori di felicità, dalla ricerca della felicità» (p. 39). Oggi la felicità più grande è quella di sfidare i pronostici, più che conseguire il premio del traguardo raggiunto. Prima l'idea di felicità era avere una mèta e cercare di raggiungere attraverso scelte particolari e coerenti il fine che una persona si dava. Adesso Bauman ritiene che i giovani, in lotta con le precedenti generazioni, «pensino che non sia realmente possibile giurare fedeltà all'itinerario che si è progettato prima di partire per il viaggio dell'esistenza, perché quell'itinerario potrebbe essere modificato dal fato e da incidenti di percorso casuali e imprevedibili» (p. 72). In questo mondo liquido-moderno, si è felici solamente a condizione di avere da­vanti a sé una serie di nuove occasioni e di nuovi inizi, la pro­spettiva di una catena infinita di partenze. «Lascio ai lettori - di­chiara Bauman - di decidere se la coercizione a cercare la feli­cità nella forma praticata nella nostra società dei consumatori liquido-moderna, renda felice chi vi è costretto» (p. 65).

Essere artisti della propria vita

A questa domanda l'Autore risponde nella seconda parte del volume. Il mondo e gli uomini possono cambiare se ci si trasfor­ma in artisti. Ecco allora come, secondo Bauman, l'arte della vita sia creare e ricreare sé e il mondo che ci circonda attraverso pas­saggi di sofferenza, di dolore, di ricerca, di rinuncia e di soddi­sfazioni. Nella critica che egli rivolge alle nuove generazioni, a volte perfino eccessiva, ritiene che si debba andare oltre il vivere solamente per sé. Ma non dice nulla sulla responsabilità della ge­nerazione precedente, che ha consegnato questo mondo a quella che sta esprimendo il suo disagio esistenziale.
Le generazioni anziane, infatti, si dividono da quelle nuove, nel dare significato «all'arte della vita». «Oggi il cammino di una vita e il significato di ogni episodio che la compone, ma anche [...] la "destinazione ultima" dell'esistenza, si considerano atti­vità "fai da te", anche se consistono nella scelta del giusto tipo di kit di montaggio» e aggiunge: «A ogni artista della vita si chiede di accettare, proprio come gli artisti, tutta la responsabilità del ri­sultato della sua opera, raccogliendone i meriti e le colpe» (p. 73). Per Bauman, oggi si è artisti della vita «non tanto per scelta quan­to, potremmo dire, per decreto del fato universale», (p. 73). Che cosa significa? La felicità può passare per caso, un momento di fortuna, una trasmissione televisiva, una vincita al lotto, creare un blog personale per farsi conoscere ecc. L'artista che costruisce la sua vita dunque non è più colui che muore al mondo e si costrui­sce con pazienza lungo il tempo, ma colui che cerca come il fato lo possa abbracciare e rifiuta le dimensioni della fatica, dell'abne­gazione, dell'ascetismo o del sacrificio di cui parlavano i classici. Rischiamo così di adattarci alle formule di felicità che premiano «le scorciatoie, i progetti che possono essere portati a termine in breve tempo, gli obiettivi raggiunti subito» (p. 97).
E per chi non ce la fa? Bauman inserisce nel suo volume un ex­cursus sull'anoressia e sulla bulimia che ritiene forme di protesta al sistema che ci siamo creati. Nell'anoressia si chiudono tutte le porte vitali a un mondo che non si riesce ad accettare; nella buli­mia invece, il mondo lo si vuole combattere con le stesse armi. Se­condo Bauman è il corpo l'elemento più consumato della società dei consumi: fitness, sessualità e lotta contro il grasso sono mani­festazioni dell'angoscia profonda dell'uomo contemporaneo. Un'angoscia che, ovviamente, si tramuta in domanda nei mercati consumistici e produce un'offerta diffusa. Essere artisti creativi è difficile. Così «l'urlo silenzio» delle nuove generazioni si esprime anche attraverso le incisioni, le bruciature, le escoriazioni e le la­cerazioni del proprio corpo che le persone della società liquida si autoinfliggono come forma di regolazione delle proprie tensioni. La pelle diventa la superficie d'iscrizione del malessere. Si cambia il proprio corpo perché non si può cambiare l'ambiente in cui si vive. Le ferite corporali non sono un indice di follia ma una par­ticolare forma di lotta contro il male di vivere, che segnala l'ina­deguatezza della parola e del pensiero. L'alterazione del corpo è una ridefinizione di sé in una situazione dolorosa, un andare al di là del socialmente consentito per sentire qualcosa di forte. Si sof­fre una società che ha creato meccanismi di esclusione - come quelli del «Grande fratello» in cui ogni settimana dev'essere eli­minato un concorrente -, che ha paura a integrare il diverso e protegge sempre meno coloro che si trovano nel bisogno. Il disa­gio profondo descritto ha per Bauman una causa chiara: «La mancanza di punti di riferimento solidi e affidabili e di guide de­gne di fiducia».

La cura dell'altro come fonte della felicità

Nella parte finale sono studiati alcuni filosofi dell'etica che han­no saputo gettare un ponte tra rive apparentemente incomunica­bili: «L'interesse per sé e la cura per gli altri» (p. 120). L'indivi­dualismo radicale si vince in una vita di comunione e di servizio, aprendosi alla speranza di cui è carico il futuro. In tempo di crisi Bauman propone di ritornare a un'etica planetaria e alla speranza di una moralità intesa come cura per l'altro o ancora meglio «del­l'essere per l'altro». Citando Lévinas ricorda che l'assenza della moralità tra gli uomini inizia con la domanda di Caino: «Sono for­se io il custode di mio fratello?». Caino intendeva la moralità co­me un obbligo imposto da Dio; invece l'atto morale inizia da una scelta libera consapevole e responsabile, «in quanto è espressione non calcolata, spontanea e perlopiù irriflessa di umanità» (p. 133).
Rimane una domanda: come scegliere tra le diverse strategie di ricerca della felicità? Per rispondere Bauman confronta il pensie­ro di Friedrich Nietzsche con quello di Emmanuel Lévinas. Pone a confronto i valori del «Superuomo» con quelli dell'uomo debole ma responsabile. Per Nietzsche è buono «tutto ciò che eleva il senso della potenza», mentre è più dannoso di qualsiasi vizio «agire pietosamente verso tutti i malriusciti e i deboli» (p. 146s). È felice il potente che, in quanto tale, è l'uomo perfetto; sono fuo­ri gioco e infelici i deboli, uomini «malriusciti». Scrive Nietzsche in Zarathustra: «L'egoismo dei grandi e dei potenti è sacrosanto perché la loro grandezza e forza è, per tutto il genere umano, un dono» (p. 150). In questo modello autoreferenziale la ricerca del­la felicità è data dalla propria autopromozione di sentirsi un «Su­peruomo», addirittura di «rendere superfluo Dio» (p. 153).
Il modello che propone invece E. Lévinas rientra in una pro­spettiva di cura e di interesse per l'Altro ed è «la felicità dell'es­sere per». Il grado della mia felicità dipende da una scelta, da quanto riesco ad essere per gli altri in quanto «"essere" ed "esse­re per gli altri" sono in pratica sinonimi» (p. 154). Altrimenti non essere responsabile dell'altro significa in termini concreti risve­gliare la possibilità del male. Queste sono le due strade che l'uo­mo contemporaneo può scegliere per progettarsi la vita.
Nelle ultime pagine del volume Bauman consiglia di riscoprire un nuovo codice etico, quello fondato sulla stima e la fiducia, sul­l'amicizia e su relazioni corrette, su una vita sobria e solidale. E aggiunge un elemento che ha la funzione del lievito: «I legami amicali sono [...] la nostra unica "scorta" (sociale) "nelle acque turbolente" del mondo liquido-moderno» (p. 166). L'Autore ci porta a domandarci: chi non vorrebbe la mano disponibile di una persona amica, affidabile, fedele, «che sia come l'isola per il nau­frago o l'oasi per chi si è perso nel deserto»? «Sono queste le ma­ni che ci occorrono, che vorremmo attorno a noi, tanto più nu­merose tanto meglio». In questo consiste l'arte della vita e la feli­cità possibile: costruirsi e accettare di farsi costruire.

Da: La Civiltà Cattolica, 2009 IV 162-167 (quaderno 3824 – 17 ottobre 2009)


NOTE

[1] Cfr Z. Bauman, L’arte della vita, Roma - Bari, Laterza, 2009, 179, € 15,00. Le pa­gine citate nel testo si riferiscono a questo volume.
[2] Cfr G. Salvini, «Felicità e denaro», in Civ. Catt. 2008 III 392-398.

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