Carlo Molari

(NPG 1995-08-05)

 

Avvento, dal latino adventus, significa venuta e indica l'azione con cui una persona si accosta ad un'altra. Nella liturgia, in cui ora la parola viene prevalentemente usata, avvento indica il periodo che precede il Natale, non solo come memoria di una stagione storica di straordinaria importanza, quale furono i secoli precedenti la nascita di Cristo, ma anche come celebrazione di una legge fondamentale della salvezza: Dio viene nella storia umana, e quando Dio viene la vita fiorisce e si rinnova.
Avvento, quindi, per i cristiani, è la metafora che descrive gli eventi di salvezza secondo il modello della venuta di Dio, o della discesa della sua Parola, o della irruzione del suo Spirito, secondo le varie formule bibliche. Anche nel prologo del Vangelo di Giovanni tutta la storia della salvezza viene descritta come l'azione della Parola eterna di Dio che alla fine si esprime compiutamente nella umanità di Gesù. Gesù quindi viene presentato come rivelazione o epifania di Dio, perché nella sua morte e risurrezione è stato costituito «icona del Dio invisibile» (Col 1,15) , «irradiazione della sua gloria, impronta della sua sostanza» (Eb 1,3). Attendere la sua venuta significa rinnovare la sua speranza di Dio. I cristiani, quindi, utilizzano il modello dell'avvento per vivere e interpretare tutti gli eventi salvifici, come venute storiche di Dio, espressione della sua presenza attiva.
L'avvento di Dio nella storia umana, tuttavia, avviene sempre per mezzo di creature ed è necessariamente sempre limitato, frammentario e quindi progressivo. Il dono della vita, infatti, è troppo ricco e grande per poter essere accolto dalle creature in un solo istante. L'umanità può raggiungere nuovi traguardi solo passo dopo passo e, analogamente, ogni persona può interiorizzare le acquisizioni vitali solo a frammenti, attraverso eventi successivi. Alla creatura, che a fatica emerge dal vuoto originario, la vita può offrirsi solo in modo limitato; il Bene può presentarsi solo nella successione; il Vero può concretizzarsi solo in progetti provvisori. Ogni giorno l'offerta creatrice di Dio, cioè le pressioni del Bene, del Vero, del Giusto sono necessarie perché l'uomo cresca e raggiunga la sua identità.
Celebrare l'avvento di Dio, perciò, non è solo ricordare un evento passato, ma è annunciare una legge, che vale per tutta la storia della salvezza: l'evoluzione procede solo per la continua azione di Dio, la creatura esiste solo in virtù della forza divina, che la attraversa e la costituisce. Concretamente, le parole che ci stimolano alla ricerca traggono la loro luce da una Verità eterna; i beni che ci attraggono hanno radice in un Amore sommo; l'armonia che ci affascina nelle cose riflette una Bellezza suprema; l'onestà che esprime coerenza e condivisione deriva da una Giustizia rigorosa; la misericordia, che offre perdono, si alimenta ad una Tenerezza senza limiti. Tutto questo nel mondo è Dio che viene.
La storia, secondo questa prospettiva, appare come il luogo della offerta continua di cui l'umanità ha bisogno per svilupparsi e di cui ogni persona necessita per diventare se stessa. Le sfide attuali della società esigono altre rivelazioni, impongono invenzioni nuove di solidarietà, inediti livelli di umanità. Le novità della storia sono le emergenze del Vero, del Bello, del Buono, del Giusto, del Vivente. L'avvento di Dio, perciò, deve continuamente rinnovarsi nel tempo e sempre attraverso creature, cioè attraverso testimoni della sua presenza. L'avvento è l'infinita via del cammino di Dio in mezzo a noi.

Stagione della speranza

Ciò significa che l'uomo sviluppandosi nel tempo può pervenire alla sua pienezza solo a condizione che si apra continuamente a un dono nuovo. Le offerte vitali, cioè, potranno essere accolte in modo sempre più perfetto a condizione che la persona assuma un adeguato atteggiamento di attesa. La necessità di fronte alla quale l'uomo si trova come creatura, che può accogliere il bene solo in modo provvisorio e frammentario, è appunto scoprire che il Bene è prima dei suoi amori, che la Vita è prima della sua piccola esistenza, che la Verità è prima delle sue ricerche.
Ogni dono che riceviamo, perciò, rimanda ad una offerta ulteriore. Ogni tensione che noi avvertiamo, verso il bene, la verità, la gioia e la vita, riceve sempre risposte provvisorie e mai definitive. Ogni esercizio di speranza quindi ha un orizzonte infinito, ma riceve risposte contingenti e deve essere, perciò, costantemente rinnovato. Per questo motivo l'avvento è stagione dell'attesa di Dio, è il periodo di allenamento alla speranza teologale, componente strutturale di una autentica spiritualità umana.
La speranza teologale è appunto l'attesa e l'accoglienza del dono che ci costituisce figli, ci consente di diventare ciò che ancora non siamo, di acquisire quella identità, indicata, come diceva Gesù, da «un nome scritto nei cieli» (Lc 10,20). Tale acquisizione si realizza nel tempo per le potenzialità che, pian piano, sono state costruite dentro di noi dalla forza creatrice, pervenutaci, a frammenti, attraverso l'amore degli altri. Questa è appunto la scoperta di Dio che consente alle attese vitali di svolgersi in speranza teologale. Ma questa scoperta richiede spazi di silenzio, momenti, cioè in cui viene consentito al nuovo di irrompere. Altrimenti riempiamo le nostre giornate sempre e solo del nostro passato, e anche i nostri desideri e le nostre attese, pur riguardando il futuro, in realtà sono proiezioni del passato. Non è il futuro che irrompe, ma è il passato, declinato secondo le modalità del futuro: sono le esperienze dell'infanzia, i desideri indotti dagli altri, la pubblicità che risuona dentro a presentarsi come avvenire. Non è il futuro che irrompe, non è avvento di Dio. Per la speranza autentica, invece, è necessario che sia la vita a svelarsi in modo inedito, che sia il non detto a formularsi in parole mai pronunciate. Ora, perché questo avvenga nella nostra vita, è necessario che ci siano spazi di silenzio, momenti nei quali ci liberiamo da ogni nostro pensiero, da ogni nostra attesa, e consentiamo alla vita di pronunciare le sue nuove parole, di formulare le sue promesse, di aprire i suoi nuovi sentieri attraverso i quali l'avvento possa ancora realizzarsi.
L'avvento perciò è tempo di attesa che, in silenziosi passi, Dio si accosti alla sua creatura, per rinnovarle il dono della sua presenza.