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Q18 - IL CENTRO GIOVANILE NELLA CHIESA E NEL TERRITORIO

I QUADERNI DELL’ANIMATORE

Vito Orlando 

 

Il titolo del quaderno parla esplicitamente di centro giovanile nella chiesa e nel territorio.

Tuttavia è importante sottolineare che nella sua stesura si è pensato non solo agli oratori e centri giovanili, ma ad ogni struttura e comunità educativa presente nella chiesa e nel territorio. Tenendo conto di questo allargamento di prospettiva, continuiamo a parlare egualmente di centro giovanile.

  • Collochiamo anzitutto questo Q18 nel nostro progetto generale.

Il quaderno fa parte della quarta serie dal titolo «strumenti di animazione» e vuole portare l'attenzione sui problemi strutturali e organizzativi dell'animazione, non appena questa supera i limiti ristretti di un piccolo gruppo e viene a strutturarsi come centro giovanile.

I problemi strutturali sono di tre tipi:

- problemi relativi alla gestione e organizzazione del centro giovanile, una volta chiarita la sua identità di «servizio educativo e pastorale ai giovani»;

- i problemi relativi alla presenza del centro giovanile nel territorio e, più da vicino, ai suoi rapporti con la collettività civile;

- i problemi relativi al volto ecclesiale del centro giovanile e, più da vicino, ai suoi rapporti con la comunità ecclesiale più vasta.

Su questa triplice «traccia» corre tutto il quaderno.

  • §Al centro del quaderno sta dunque il rapporto tra centro giovanile e territorio. Una parola su come viene impostato tale rapporto.

Il quaderno presenta il centro giovanile come luogo di «mediazione» tra giovani e comunità civile e ecclesiale. E una sorta di «ponte» dove passa ciò che giovani e territorio si scambiano.

Tuttavia questo rapporto non è, per così dire, alla pari.

Si vuol dire che prendere contatto con il territorio è per i giovani «condizione indispensabile» per la costruzione della loro identità.

Non si può dare una risposta alla personale ricerca di identità se non si affondano le radici nella cultura del proprio ambiente. È una riflessione che è ritornata più volte nei due quaderni (Q5/6) di Mario Pollo sull'animazione culturale.

Dunque il territorio viene presentato non soltanto come luogo di «impegno» dei giovani, ma anche, e prima di tutto, come una condizione educativa essenziale per una loro maturazione umana e cristiana.

  • Il quaderno riflette, come si vede, sul rapporto tra centro giovanile e territorio in un'ottica di animazione.

Questo lo porta a sottolineare con forza l'identità educativa del centro giovanile: non è anzitutto luogo di partenza per l'impegno nel territorio, ma luogo

educativo centrato sulla crescita dei giovani.

Da questo principio vengono tratte alcune conseguenze.

La prima: il centro giovanile ha senso finché è davvero servizio ai giovani. Se non lo è, deve modificarsi.

La seconda: l'educazione non è solo un fatto di relazioni interpersonali ma anche un fatto di «ambiente» e di «strutture». Anche questi vanno modificati per un reale servizio ai giovani.

La terza: le strutture da sole non educano. Al massimo condizionano. Dunque il centro giovanile deve trovare una forza che gli dia vita, una mentalità nuova in grado di rivitalizzare le strutture. Questa forza e questa mentalità nuova è l'animazione.

  • Buona parte del quaderno è dedicata ai rapporti in senso stretto tra centro giovanile e comunità sociale e civile.

Il materiale offerto è di due tipi. Anzitutto viene offerta una tipologia negativa di rapporto, per sottolineare alcuni equivoci educativi a cui si corre spesso incontro: la chiusura interna, la   - identificazione totale...

Subito dopo viene descritto un modello positivo di integrazione territoriale del centro giovanile. In queste pagine la riflessione si fa densa e complessa, ma il lettore può trovare una seria traccia di verifica della situazione attuale e di impostazione nuova del rapporto tra centro giovanile e territorio.

  • Il quaderno va letto tenendo presente il progetto generale. In particolare vanno tenuti presenti:

- il QIS «Aggregazione giovanile e associazionismo ecclesiale» che presenta come i giovani si sono aggregati in questi anni e si aggregano oggi nel territorio; - il Q9 «Il gruppo giovanile come esperienza di chiesa» che riflette sul gruppo come luogo di mediazione tra giovani e chiesa, tra giovani e società civile nell'ottica della costruzione

del Regno di Dio. 

 

1. ANIMAZIONE E ISTITUZIONI 

 

Cercare nuove vie significa aprirsi alla speranza, far sorgere un'aurora serena di vita e vincere il minaccioso tramonto che spegne le attese e rende incerto il cammino. Non è un'immagine di romanticismo decadente né vuole essere una nuova fabbrica di illusioni. È invece un atteggiamento fondato di fiducia verso le prospettive aperte da una nuova strategia per la vita, quale vuole essere l'animazione.

 

1.1.  Animazione: una speranza che diventa realtà 

L'approfondimento teorico-pratico dell'animazione (nei precedenti quaderni) ci ha guidato a scoprirne il valore a livello pedagogico, religioso, culturale e sociale; l'animazione ci è apparsa come proposta globale per una formazione integrale, come via nuova per la scoperta e la realizzazione della pienezza della vita. Penso tuttavia che, leggendo i vari contributi, una domanda sia emersa: a quali condizioni è possibile rendere efficace e attuabile l'animazione? È il solito problema del «come», che porta spesso a ironizzare sulle pur valide riflessioni teoriche. Il piano operativo spesso ridimensiona le costruzioni teoriche e non elimina le diffidenze di fronte ad esse.

 

1.2.  Animazione e rinnovamento delle istituzioni 

L'animazione apparirà come orizzonte di speranza quanto più saranno chiarite le prospettive di riferimento alle istituzioni e superate le loro attuali difficoltà. Prima di qualunque ricomprensione, è necessario valutare gli atteggiamenti attuali dei giovani nei confronti delle istituzioni.

A ben considerare, il «come» rendere viva ed efficace l'animazione non può essere confinato nella domanda delle «ricette» prefabbricate.

II «come», in questo caso, coinvolge il funzionamento e il rinnovamento delle strutture e delle istituzioni educative e pastorali, superando concezioni radicate circa la loro impostazione, il funzionamento e la collocazione nell'ambiente. La difficoltà, inoltre, non è soltanto quella della resistenza al cambiamento, propria delle istituzioni, ma anche quella di cogliere il tipo di cambiamento da realizzare.

L'onda del rifiuto istituzionale sembra quasi riassorbita, ma la burrasca ha lasciato i suoi segni. Penso che sia ormai più chiaro per tutti che non possono esistere strutture se non in funzione delle persone. Resta tuttavia un ostacolo storico-culturale da superare: la diffidenza verso la struttura che

fagocita l'uomo strumentalizzandolo e impoverendolo. Lo sforzo di reinventarle, o almeno di rinnovarle, e di farle cogliere nella loro validità per la vita personale e sociale, non è che agli inizi. L'animazione, come proposta e metodo di personalizzazione e di umanizzazione, apre una nuova prospettiva di realizzazione istituzionale.

Una struttura, una istituzione educativa diventa funzionale all'animazione se diventa sempre più «spazio» di vita, di crescita, di socializzazione; «luogo» di mediazione tra proposte e bisogni, tra privato e pubblico; «organismo vivo», partecipato; «,contesto ermeneutico» in cui si coniugano visioni ideali e condizioni esistenziali, adeguando processi e metodi alle situazioni individuali e ambientali.

Una struttura, quindi, che non sia «isolata», «chiusa», «ghettizzante», ma aperta e integrata nell'ambiente e nel territorio; capace di riconciliare con essi per dare radici storico-culturali all'identità personale.

Abbiamo aperto soltanto delle prospettive di comprensione del rapporto animazione-istituzione. Perseguirle tutte, per valutarne la portata, ci porterebbe lontano. Dobbiamo pertanto precisare il campo in cui ci muoveremo e restringere l'attenzione ad una sola struttura educativo-pastorale: il centro giovanile.

Il punto di riferimento fondamentale del nostro discorso è il territorio, come contesto complessivo in cui deve acquistare specificità la strategia educativa dell'animazione e la stessa struttura del centro giovanile.

 

2. TERRITORIO: SPAZIO VITALE PER OGNI PERSONA 

Da qualche tempo l'attenzione al territorio è diventata di attualità. L'emergere quasi improvviso della dimensione «territorio» potrebbe suscitare meraviglia e forse perplessità, se non se ne coglie la lenta preparazione e il significato. Non si insisterà mai abbastanza sulle trasformazioni realizzatesi in Italia in questi ultimi decenni a livello socio-ambientale e culturale. Soprattutto diventerà sempre più difficile valutarne le conseguenze, sia perché le stiamo ancora vivendo, sia perché non abbiamo una chiara comprensione delle mete e dei punti di partenza. L vero che i ritmi di cambiamento e la mobilità innescata dalla civiltà scientifico-tecnica fanno vivere una smania di movimento, di trasferimento, di innovazione, che sono diventati abituali nel quotidiano di molte persone.

Queste caratteristiche appaiono ormai come inarrestabili; si realizzano con ritmi sempre più accelerati e ci preparano a nuove rivoluzioni tecnologiche, che avranno necessariamente conseguenze a livello sociale e culturale. L'uomo del futuro, insomma, dovrà sempre più educarsi a vivere nel cambiamento, per continuare ad essere un protagonista e non correre rischi di emarginazione.

 

2.1. Il significato del territorio per l'uomo 

La conseguenza più immediata di ciò è stato il progressivo estraniarsi dalla «terra che si calpesta» e la lenta presa di coscienza dell'impoverimento umano che ne conseguiva. Nell'avvio dello sviluppo industriale del nostro paese e soprattutto negli anni del «mitico boom», è stato funzionale contrapporre «modello urbano» e «modello rurale», far quasi vergognare di appartenere alla terra. Quando tuttavia nelle caotiche città si è cominciata ad avvertire la mancanza di punti di riferimento, la perdita di memoria storica e di radici culturali, la difficoltà di vivere rapporti umani significativi, allora la città ha invaso la campagna. Ci si è interessati di nuovo delle tradizioni, del folklore, del popolare.

Al di là dello sfruttamento consumistico di questa nuova attenzione al passato rurale (il folk imperante per un certo periodo della moda, nella musica, nel cinema...), la ricerca di radici, di memoria, ha significato e significa ricerca di continuità, di identità da costruire, apertura di nuove prospettive per il futuro.

Non è errato vedere l'accentuazione del territorio e delle strutture di partecipazione come traduzione sociale e politica delle esigenze emerse e della sensibilità acquisita.

Questi rapidi riferimenti servono a introdurre la nostra riflessione sul significato e la portata del territorio a livello personale e sociale.

 

2.1.1. Territorio e identità personale 

Il «territorio» è lo spazio ove prende consistenza la realtà personale, ove si piantano radici. Questa è un'affermazione che si ascolta sempre più facilmente e sembra ovvia e quasi scontata. L tuttavia una affermazione troppo sintetica e richiede una precisazione.

Se vogliamo evitare astrazioni e prestare attenzione al vissuto personale, dobbiamo cogliere lo stretto rapporto tra uomo-ambiente-cultura: «La vita è l'espressione di un equilibrio insieme sta-. bile e dinamico in continua interazione con l'ambiente».

Il termine ambiente indica perciò una realtà statico-dinamica che esprime il reciproco rapporto tra l'uomo e lo spazio geografico in cui si svolge la sua vita. Lo spazio fisico-geografico offre delle condizioni che fanno acquistare particolari caratteri alla vita, alla cultura, alle istituzioni.

Ambiente e cultura sono per la . persona fonte di identità e di dignità: il patrimonio culturale e istituzionale offre i valori di base e gli orizzonti globali di comprensione della propria realtà; i valori e gli ideali verso cui la vita viene orientata. Le offerte ambientali, quindi, diventano fattori insostituibili di sviluppo della persona; anche se, ovviamente, su di essi si esercita il giudizio critico a mano a mano che maturano le proprie capacità creative e di confronto con altre offerte. Non si deve però pensare questo rapporto con la cultura e con l'ambiente in prospettiva deterministica.

L'accoglienza delle offerte ambientali, l'approfondimento della loro portata per la propria identità, costituiscono un baluardo contro la disgregazione psicologica perché restano punti di riferimento costante della propria vita: lo stesso contesto viene vissuto come una specie di prolungamento del proprio essere ove si acquistano serenità e sicurezza.

A partire dall'ambiente a cui si sente di appartenere, si trova la propria collocazione nel mondo e nella storia e la prospettiva da cui guardare il resto dei mondo e interpretare il cammino della storia.

 

2.1.2. Territorio e vita sociale 

Ambiente e cultura sono anche supporto di coesione per la collettività, perché sono spazio di convivenza e orizzonte di comuni ideali e interessi.

Negli ambienti concreti si entra in rapporto con gli altri e si scopre il senso della vita. La significatività dei rapporti umani accresce il senso di appartenenza e di partecipazione ai momenti fondamentali della vita ambientale che, con i suoi ritmi e simboli, i suoi valori e le sue solidarietà, modella la vita dei singoli e resta sempre un fascinoso richiamo per coloro che, per diversi motivi, se ne allontanano. Oggi, in modo particolare, ogni ambiente e contesto di vita obbliga ciascuno a operare una scelta di realizzazione nelle varie alternative possibili: il territorio appare come spazio dove si è chiamati ad assumere le proprie responsabilità.

 

2.2. Educazione e territorio 

Dalle considerazioni fatte finora, è facile comprendere che «il territorio non è soltanto fuori, intorno all'uomo, ma è anche dentro l'uomo, passa attraverso di lui, è il luogo della sua storia: questa si svolge nel tempo, ma vive e si nutre in un territorio, in luoghi, in un ambiente, in un habitat». L'emergere dell'importanza della dimensione territoriale per la realtà personale, per la scoperta del rapporto umano, per l'esercizio della responsabilità, dà significato a «questo spazio vitale» e fa capire quanto sia stretto ìl legame tra educazione e territorio: ogni crescita non si misura in riferimento a principi astratti ma in rapporto a questo spazio vitale.

La crisi e lo smarrimento nel rapporto educativo, così diffusi, devono essere rapportati alle profonde trasformazioni dei contesti ambientali.

Venuto meno questo punto di riferimento si è smarrito lo spazio in cui avviare il cammino formativo capace di integrare nell'ambiente; oppure si è assistito alla parados

sale fuga dall'ambiente per occuparsi dei «massimi problemi» della convivenza umana, in cui forse si era meno chiamati ad un investimento delle proprie capacità e all'assunzione immediata di responsabilità.

La stessa difficoltà attuale del processo di socializzazione passa attraverso la disintegrazione di questo «spazio vitale» che rende problematica l'integrazione in una società vista sempre più lontana e ostile.

Mi preme sottolineare che l'integrazione territoriale non avviene in modo spontaneo e che diventa anzi sempre più complicata.

Si pensi, per esempio, alla difficoltà attuale di integrazione in un ambiente urbano a causa delle enormi difficoltà di spazi comuni, di esperienze identificanti, di rapporti umani significativi. Lo stesso pluralismo delle istituzioni e il prevalere dei rapporti funzionali, per finalità specifiche e settoriali, può rendere difficile il formarsi di disponibilità più vaste che superino lo stimolo dell'interesse privato.

 

2.2.1. Mediazioni necessarie per l'integrazione nel territorio

L'integrazione nel territorio richiede la presenza di mediazioni che educhino la disponibilità dei singoli sia in prospettiva comunitaria che in quella societaria.

Nella prospettiva comunitaria la mediazione più forte è realizzata dalla famiglia e da quelle strutture nelle quali, insieme alla interdipendenza dei membri, si cerca un alto livello di comprensione, dì reciprocità e di cooperazione.

Nella prospettiva societaria la mediazione è esercitata dalle istituzioni che consentono un confronto più vasto e un superamento di residui privatistici, alquanto presenti e favoriti all'interno delle famiglie soprattutto oggi.

Le istituzioni educative, in modo particolare quelle che favoriscono il protagonismo dei giovani, hanno una portata notevole, sia nella prospettiva societaria che in quella comunitaria, nella misura in cui acquistano carattere di totalità dinamica, in cui si valorizzano tutte le forze e si riesce anche a riversarle all'esterno come potenziale innovatore.

 

2.2.2.Superamento della visione burocratico-amministrativa                                                                                                                                                              

Il significato che oggi assume la «dimensione territorio» può essere sinteticamente riassunto nel modo seguente: «l'accezione attuale di “territorio” non solo è lontana da una concezione burocratico-amministrativa, ma ha superato anche il riferimento all'ambito geografico per estendersi ad una comprensione integrata della realtà geografica, sociale e umana. Esso è quindi luogo di convivenza e di interessi comuni; è caratterizzato dalla collettività che ci abita, dai suoi bisogni; indica complessivamente `una specifica modalità di organizzazione sociale caratterizzata da strutture di decentramento e di partecipazione, nelle quali i singoli e i gruppi possono essere riconosciuti nella loro dignità, attraverso "un protagonismo attivo, creativo, responsabile" Il territorio inteso come comunità umana portatrice di bisogni e ricca di potenzialità, è spazio di partecipazione come fatto umano, dinamico e creativo che dà un contenuto di valori al fatto organizzativo e burocratico. In quanto spazio di partecipazione, il territorio dovrebbe poter consentire a ciascuno di diventare `protagonista della sua storia e di dare il suo particolare contributo all'evolversi globale della storia umana». 

 

3 TERRITORIO: SPAZIO SALVIFICO, LUOGO TEOLOGICO-PASTORALE 

 

La riscoperta dei territorio per la vita dell'uomo è carica di conseguenze per l'azione pastorale. Bisogna anzitutto interpretare il rapporto uomo-territorio alla luce della rivelazione e saper riscoprire la missione della chiesa e del credente nell'attuale realtà territoriale. Non si può parlare in astratto di «incarnazione», di «evangelizzazione e promozione umana», di «liberazione», di «cammino di fede», di «testimonianza» e di «servizio»… Occorre coglierne la portata in riferimento allo spazio in cui si realizza la vita dell'uomo. Alla luce della comprensione attuale di «territorio», inoltre, va reinterpretato il rapporto chiesamondo, comunità cristiana-comunità civile, credenti-non credenti, e ricostruito il rapporto fede-vita, fede-cultura...

Bastano questi cenni per comprendere che la scelta della dimensione «territorio» obbliga a ripensare la vita e i compiti della comunità cristiana. Non potremo, ovviamente, approfondire queste implicazioni del discorso; ci soffermeremo solo su alcuni aspetti che consentano di cogliere la portata salvifica e pastorale del territorio.

 

3.1 Territorio e prassi salvifico-pastorale 

Le «modalità storiche» secondo cui Dio ha realizzato la rivelazione devono illuminare la ricomprensione del rapporto uomo-territorio.

La storia umana, l'evolversi degli avvenimenti che caratterizzano il progresso e le minacce per l'uomo, sono lo spazio in cui Dio realizza la salvezza dell'uomo, disseminando i «germi del Regno» che consentiranno di realizzare in pienezza la «nuova umanità».

Si è così inaugurata una prassi salvifica che porta la chiesa, in ogni tempo, ad aver cura dell'uomo in tutta la sua verità, nella sua piena dimensione. Non si tratta dell'uomo «astratto» ma reale, dell'uomo «concreto», «storico» (RH13). L'uomo «in situazione», con le sue possibilità e i rischi che corre, «nella piena verità della sua esistenza, del suo essere personale ed insieme del suo essere comunitario e sociale, (...) quest'uomo è la prima strada che la chiesa deve percorrere nel compimento della sua missione: egli è la prima e fondamentale via della chiesa, via tracciata da Cristo stesso, via che immutabilmente passa attraverso il mistero dell'Incarnazione e della Redenzione» (RH14).

Seguendo la logica dell'incarnazione nel territorio, la chiesa si fa carico dell'uomo, cerca di conoscerne la «situazione» e di condividerla, operando concretamente per la sua liberazione e piena realizzazione.

In questa prospettiva appare chiaramente la coestensione della chiesa locale alla comunità umana del territorio (popolo); esse vivono e costruiscono

insieme la loro storia, in cui si attua e si espande la salvezza.

Nel territorio acquista significato anche l'inscindibile rapporto tra «evangelizzazione e promozione

umana», senza riduzionismi ed esclusivismi, perché quivi possono trovarsi mediazioni storiche che facciano assumere contenuti reali alla fede.

 

3.2. TERRITORIO E CHIESA LOCALE

 Dobbiamo concretizzare il discorso per coglierne le implicanze a livello socio-pastorale.

I credenti e le loro comunità devono anzitutto conoscere il territorio, le sue strutture, comprenderne la portata e il significato; devono anche operare una scelta per il territorio per sentirsi coinvolti nella storia, condividendo le lotte per la liberazione da ogni forma di schiavitù.

Nella nostra società il cristiano e la comunità devono essere coscienza vigile, capace di assumere i valori presenti e di far crescere gli aspetti positivi, di denunciare la degenerazione e cercare di guarirla, di realizzare una solidarietà che sappia cogliere le ansie, le inquietudini e i bisogni, di essere portatori di un messaggio che non si sovrappone alle soluzioni umane ma che si incarna in esse per illuminarle, purificarle, potenziarle. Queste esigenze devono tradursi in azioni concrete a vari livelli, assumendo come «sacro dovere» il coinvolgimento nel sociale, partecipando attivamente alla gestione degli enti territoriali e dei servizi sociali, per far acquistare volto

umano alle comunità territoriali. «È urgente ricostruire, a misura della strada, del quartiere, o del grande agglomerato, il tessuto sociale in cui l'uomo possa soddisfare le esigenze della sua personalità. Centri di interesse e di cultura devono essere creati e sviluppati a livello di comunità e di parrocchie, in quelle diverse forme di associazione, circoli ricreativi, luoghi di riunione, incontri spirituali comunitari, in cui ciascuno, sottraendosi all'isolamento, ricreerà dei rapporti fraterni.

Costruire oggi la città, luogo di esistenza degli uomini e delle loro dilatate comunità, creare nuovi modi di contatto e di relazione, intravvedere un'applicazione originale della giustizia sociale, prendere la responsabilità di questo avvenire collettivo che si annuncia difficile, è un compito al quale i cristiani devono partecipare. Agli uomini ammassati in una promiscuità urbana che diviene intollerabile, occorre portare un messaggio di speranza, attraverso una fraternità vissuta e una giustizia concreta» (Octogesima Adveníens, 11-12).senza parallelismi ed estraneazioni, divenendo capaci di mediare valori umani autentici e di offrire spazi di verifica e di confronto sull'esistente.

Questo tuttavia non può apparire come un'operazione facile: le condizioni che le attraversano mostrano ancora il peso delle mentalità e della difficoltà del rinnovamento. Aprire le strutture ecclesialí ad una reale partecipazione, superare i parallelismi, smussare le conflittualità, far accettare il pluralismo non è semplice. La soluzione si potrà avere a mano a mano che si riuscirà a tradurre a livello operativo il nuovo rapporto con la società in una autentica prospettiva di servizio al «mondo». Occorre una lenta opera di ricomprensione e di ristrutturazione delle varie istituzioni, sforzandosi di conservare la loro identità specifica, ma attualizzando la loro funzione storica.

Ci occuperemo di una di queste istituzioni ecclesiali e cercheremo di delinearne la struttura interna, la fisionomia e le modalità di realizzazione del suo rapporto all'esterno, alla luce della prospettiva territoriale.

 

3.3. Territorio e istituzioni ecclesiali 

II territorio è il luogo sociale della crescita di ogni persona. Ogni progetto, iniziativa e struttura educativa e pastorale acquistano quindi consistenza e specificità inserendosi in esso.

La rivoluzione territoriale della società civile ha messo in questione le istituzioni ecclesiali nelle loro diverse articolazioni: logiche

di supplenza e di assistenza sono saltate, chiusure e isolamenti non hanno più senso, il confronto con le proposte civili rende incerte le strategie di gestione e sconvolge le mentalità.

Devono perciò trovare un nuovo modo di inserimento nel pluralismo delle istituzioni, senza conflittualità e contrapposizioni.

 

4. IL CENTRO GIOVANILE: ISTITUZIONE EDUCATIVO-PASTORALE 

Non si può parlare di centro giovanile in modo univoco e quasi scontato. Le esperienze storiche, istituzionali e territoriali sono diverse. È difficile quindi costruire un mo

 

4.1. Centro giovanile: una realtà diversificata 

Parlando di centro giovanile, il riferimento immediato è a istituzioni consolidate e in modo particolare agli «oratori» milanesi e a quelli dei Salesiani. Si immaginano quindi delle «mega-strutture» legate a esperienze storiche ecclesiali o a organizzazioni particolari.

In realtà esistono diverse forme di aggregazione giovanile, anche organizzate, accanto alle parrocchie e a istituzioni e organizzazioni religiose educative. Ogni movimento ecclesiale ha una sua attenzione ai giovani, spesso con l'offerta e la proposta di forme aggregative e associative varie.

Oggi si parla di centri giovanili anche al di fuori delle strutture ecclesiali e stanno sorgendo varie

dello unico di riferimento; bisogna piuttosto fare una rapida ricognizione della realtà e coglierne gli elementi che evidenzino il suo valore educativo-pastorale.

esperienze, soprattutto nelle grandi città, di organizzazioni polivalenti a favore di ragazzi e giovani. Preciseremo la natura e l'identità del centro giovanile; comunque nel discorso ci riferiremo a qualunque struttura ecclesiale che accoglie e cura la formazione di adolescenti e giovani.Ovviamente la dimensione delle strutture e il numero degli stessi giovani possono variare a seconda dei contesti. Quello che diremo non presuppone mega-strutture nè grandi masse giovanili. Non si applica però a qualunque forma di aggregazione giovanile, ma soltanto a quelle che rispondono ai requisiti che adesso preciseremo.

 

4.2. Natura del centro giovanile 

La natura e l'identità di un centro giovanile si precisano con la descrizione degli elementi costitutivi. Non si può infatti pretendere di racchiuderle in definizioni che, per quanto onnicomprensive, sono sempre riduttive.

 

4.2.1. Struttura e ambiente educativo 

Diciamo anzitutto che centro giovanile è uno spazio, un ambiente per i giovani. Sottolineiamo quindi la necessità di un minimo di strutture che consentano l'aggregazione, facilitino l'incontro con i giovani e avviino un dialogo che renda capaci di cogliere le loro attese e appelli.

Se la possibilità di aggregazione implica soprattutto un'apertura ai giovani, l'incontro e il dialogo sottolineano l'attenzione ai singoli e l'accoglienza delle persone, chiamate ad essere protagoniste nell'ambiente.

li centro giovanile è un ambiente educativo; la sua stessa struttura fisica ha un peso educativo notevole: è spazio di comunicazione e di proposte; è una presenza provocante nel contesto del territorio: può quindi suscitare atteggiamenti di curiosità, ma anche di attenzione e di domanda. La struttura fisica può acquistare connotazioni e creare clima educativo, riuscendo a comunicare idee e messaggi attraverso l'uso di tutto ciò che può essere educativamente utile (locali, messaggi murali, cartelloni, la stessa organizzazione complessiva...).

Non si può quindi immaginare il centro giovanile come ambiente «neutro» e «asettico»; per sua natura è propositivo ed educativo.

 

4.2.2. Struttura con funzione di mediazione 

L'attuale crisi delle mediazioni tradizionali all'inserimento sociale e alla crescita personale fa acquistare importanza alle diverse situazioni educative che si creano negli ambienti di aggregazione giovanile.

Ponendosi come spazio di aggregazione, il centro giovanile si apre al confronto con i modelli ordinari e con i modi alternativi di vita; media atteggiamenti diversi nei confronti della realtà sociale; crea attenzione ai contesti ambientali e consente la valorizzazione delle disponibilità sociali; rende possibili esperienze di partecipazione, anzi educa alla partecipazione.

La portata mediatrice del centro giovanile, ovviamente, non si arresta a queste dimensioni, ma si realizza anche a livello religioso ed ecclesiale. In esso la cultura giovanile può essere aperta a orizzonti di trascendenza e le esperienze vitali trovano giusta comprensione nella prospettiva della fede; l'esperienza di chiesa che esso consente apre ad un senso ecclesiale più vasto.

La mediazione più importante, tuttavia, riguarda la scoperta del senso della vita e della gioia di vivere. Esso deve essere considerato luogo di scoperta e di sperimentazione della vita, come via per la realizzazione di una qualità diversa della vita.

La essenziale funzione mediatrice del centro giovanile apparirà meglio nel modello di relazione all'esterno che proporremo in seguito.

4.2.3. Struttura al servizio dei giovani

Abbiamo individuato alcune caratteristiche del centro giovanile: spazio aggregativo, ambiente educativo, struttura di mediazione... Anche se abbiamo iniziato sottolineando la «struttura» e l'aspetto «istituzionale», è apparso evidente che l'attenzione fondamentale è riservata al giovane: tutto è orientato e finalizzato a lui. Il centro giovanile è al servizio dei giovani e questo esige che sia una struttura estremamente flessibile. II servizio dei giovani richiede la massima apertura a tutti gli interessi, senza discriminazioni nè emarginazioni, per offrire occasioni differenziate di crescita. L'offerta sarà necessariamente pluralistica e in un clima di libertà, che faciliti la maturazione della coscienza e responsabilità.

Il servizio ai giovani, tuttavia, non è tanto nella pluralità delle proposte a livello di interessi e di iniziative. L'esigenza prioritaria odierna è l'offerta di un «progetto educativo» e di un'adeguata modalità operativa di attuazione. Nell'attenzione agli interessi e ai bisogni dei giovani, il centro giovanile deve riuscire a darsi un «progetto educativo» capace di incontrare la libertà e la maturazione delle persone, di articolare retroterra culturale, condizioni di vita, aspirazioni, di rendere il giovane responsabile della propria realizzazione e della crescita degli altri.

È anche necessario sottolineare che il servizio ai giovani deve avere di mira l'integrazione territoriale e valorizzare quanto viene offerto dal patrimonio ambientale.

4.2.4. Il centro giovanile «istituzione ecclesiale»

Le caratteristiche finora delineate non rappresentano lo specifico della natura del centro giovanile, anche se sono costitutive ed essenziali.

Il suo specifico è quello di essere ambiente educativo ecclesiale, «espressione educativa della chiesa», «spazio salvifico privilegiato» nel quale il messaggio incontra le attese dei giovani e le apre a orizzonti di pienezza: guida alla scoperta e all'accoglienza della fede, aiuta a prendere coscienza del significato della adesione a Cristo, in un processo di educazione liberatrice e umanizzante.

L'educazione alla fede, che avviene all'interno di un processo di umanizzazione, richiede in maniera irrinunciabile il riferimento sia al territorio che alla comunità cristiana. II giovane infatti deve poter maturare una sua identità umana e cristiana all'interno di un territorio e dentro un'esperienza di chiesa.

Non si tratta quindi di una etichetta da riconoscere o da applicare; I'ecclesialità deve esprimersi attraverso modalità di costituirsi come chiesa nel territorio con i giovani e per i giovani. 11 centro giovanile diventa perciò uno spazio privilegiato della chiesa nella storia, che si qualifica per la sua funzione educativa nei confronti dei giovani.

Se il centro giovanile è una modalità specifica di chiesa, non è però una «chiesa parallela». In esso deve essere vissuta un'esperienza che apra ad un autentico «senso di chiesa», che porti ad un'accoglienza e ad un profetico inserimento nella chiesa locale e a vivere un'appartenenza alla chiesa universale.

 

4.3. Una nuova mentalità: L'animazione del centro giovanile 

Presentando la natura del centro giovanile abbiamo sottolineato sempre l'aspetto istituzionale, abbiamo fatto riferimento alla «struttura». Pur avendone ormai colto il significato riteniamo utile precisare la nuova mentalità che deve essere acquisita da coloro che operano al suo interno.

Introdurre innovazioni in una struttura tradizionale è sempre un fatto lungo, incerto e con rischi di involuzione. Le innovazioni non

sono riducibili a ristrutturazioni organizzative, ma affondano le loro radici nelle mentalità. Bisogna quindi acquistare una mentalità nuova che consenta di operare in modo nuovo.

Anche se a grandi linee, vogliamo individuare alcuni elementi costitutivi di questa nuova mentalità.

E' anzitutto necessario non esaurire le proprie attenzioni ai problemi interni al centro giovanile: non è più sufficiente che all'in terno tutto funzioni a meraviglia e che si cerchi di offrire il meglio in ogni campo. Significa illudersi che possano esistere delle «isole felici» in un mare piuttosto burrascoso e inquinato.

Diventa perciò irrinunciabile aprirsi al territorio; ma questo significa inventare linee operative che si inseriscano nei progetti territoriali, evitando però il rischio della dispersione e riuscendo a fare sintesi vitale delle varie esperienze.

Fare del centro giovanile ambiente sintesi di esperienze, essere capaci di accogliere senza discriminazione, sentirsi impegnati a risolvere i-problemi dei giovani, vivere la specifica missione di evangelizzazione e di educazione in aderenza al mondo dei giovani, diventano obiettivi possibili solamente a partire da strategie di animazione e di coinvolgimento di adulti e giovani.

La nuova mentalità, che faccia assumere ruoli di animazione e di coordinamento agli operatori dei centri giovanili, non può essere data per acquisita. 

 

4.4. Scelte necessarie per l'animazione del centro giovanile 

Una esatta comprensione della natura del centro giovanile e una sua adeguata realizzazione richiedono una nuova mentalità: quella dell'animazione, che, nella sua specificità di metodo, oltre che di contenuti educativi, ha già una dimensione operativa.

Bisogna tuttavia fare i conti con le situazioni concrete e giungere ad alcune scelte di fondo perchè l'animazione acquisti la sua efficacia. Ne indichiamo alcune, alla luce di quanto è stato detto nelle pagine precedenti.

  • Un'offerta qualificata e diversificata di gruppi, come spazio e condizione di crescita intorno a valori, potrà far acquistare efficacia alla proposta educativa. Non è sufficiente cioè che il centro sia spazio di aggregazione perchè passi la proposta educativa. Si richiede una diversità aggregativa perchè ciascuno possa trovare il suo percorso formativo.

La «scelta del gruppo» evidenzia altri problemi: il rapporto massaélites, l'attenzione ai «lontani», la formazione di chi non se la sente di impegnarsi in un cammino serio di gruppo. Tutti questi aspetti, nell'immediato, non trovano efficace soluzione; devono essere recuperati in una strategia di missionarietà degli stessi gruppi che maturano nell'attenzione agli altri. La pluralità di gruppi porrà l'accento su aspetti diversi che non dovranno apparire come alternativi: un gruppo centrato sul culturale, sul ricreativo, sullo sport, non si porrà in alternativa a un altro che privilegia la dimensione religiosa e prettamente formativa. Oltre all'integrazione dei aspetti nella prospettiva della «evangelizzazione umana», bisogna far maturare una strategia di complementarietà

  • Non sarà possibile inoltre stimolare le sintesi personali senza educare alla gerarchizzazione delle scelte, puntando anche sulla gerarchia delle offerte.

La sintesi vitale non si realizzerà nell'indistinta affermazione di importanza dell'insieme, si richiederà una gerarchizzazione che aiuti a cogliere i nuclei vitali intorno a cui può strutturarsi l'identità personale.

Gli elementi evidenziati danno l'idea della complessità di un centro giovanile. Proprio a partire da questa complessità, si impone l'esigenza della gestione partecipata. Non va intesa solo nella prospettiva dell'organizzazione e del funzionamento, ma anche della proposta educativa e di animazione.

La gestione partecipata troverà la concreta attuazione nella comunità degli animatori, che vedrà giovani e adulti sostenere, guidare e incoraggiare il cammino formativo dei singoli, suscitando il loro protagonismo e l'impegno autoformativo. Le modalità di coinvolgimento potranno essere diverse; ciò che conta è che si giunga a far partecipare giovani e adulti nell'impegno formativo e si abbia sufficiente cura di abilitarli a questo ruolo.

Sulla linea delle scelte operative si potrebbe continuare; però ognuna si inserisce in un più vasto discorso di strutturazione dell'istituzione e del suo progetto educativo che vedremo più avanti.

Le poche indicazioni offerte servono a far capire le esigenze di «nuova mentalità».

In realtà non si tratta di elementi del tutto nuovi; su queste dimensioni sono ormai molti anni che convergono le attenzioni; bisogna saperne cogliere l'irrinunciabilità all'interno di una visione complessiva di centro giovanile. 

 

5. GESTIONE E STRUTTURAZIONE DEL CENTRO GIOVANILE 

 

Aver individuato la natura e le caratteristiche del centro giovanile non basta perchè appaia la sua efficacia educativo-pastorale. Bisogna fare un'analisi più dettagliata sia della sua struttura interna che dell'apertura all'esterno, per cogliere le difficoltà e le condizioni di efficacia.

Non qualunque strutturazione interna, infatti, può rendere efficiente la sua specificità formativa; né è facile realizzare aperture all'esterno che portino ad una vera integrazione nel territorio.

Non bisogna dimenticare che il nostro discorso è fatto in prospettiva dell'animazione; l'intera realtà del centro giovanile, quindi, deve esprimere significative qualità umane ed offrirsi come spazio di scoperta e realizzazione di esperienze umane autentiche.

E anzitutto importante intenderci sui termini.

Qui parliamo di gestione, non certo in modo puramente funzionale e organizzativo. Non pensiamo alla semplice gestione aziendale, ma utilizziamo il termine perchè si colga anche l'importanza organizzativa in una strategia generale di funzionamento.

Una gestione comporta l'accostamento di molteplici aspetti.

Essa richiede una chiara idea e una adeguata comprensione della realtà: natura, finalità, identità del centro giovanile; una ferma convinzione circa la flessibilità della struttura per poterla adeguare alla realtà e condizione ambientale e alla situazione dei giovani.

Esige anche di valorizzare quello che si ha a disposizione: collaborazioni, strutture, mezzi... per il bene di coloro che frequentano e per la stessa significatività della struttura nel territorio.

Qualunque struttura, inoltre, che ha come suo obiettivo primario il servizio all'uomo, deve riuscire a cogliere le attese e a proporre un cammino formativo che integri le attese in una proposta globale di realizzazione.

La strategia di gestione punta su questi elementi e cerca di valorizzarli a1 massimo, sia a livello di progetti che di vissuto quotidiano.

 

5.1. Tipologie di strutturazione interna 

Per costruire delle tipologie corrette si richiederebbe lo studio di molti casi in contesti differenti. Quelle che offriamo non hanno un tale supporto.

Le nostre tipologie hanno soprattutto un valore esemplificativo. Presentiamo due esemplificazioni tra le tante possibili:

- tipologia a partire dalla gestione;

- tipologia a partire dall'offerta formativa.

 

5.1.1. Tipologia a partire dalla gestione 

Partendo dalla concezione della gestione, possiamo individuare la seguente tipologia.

Indichiamo tre casi, ovviamente molto in generale:

- spazio offerto alla spontaneità; - spazio rigidamente strutturato; - spazio pluralistico.

Centro giovanile come spazio offerto alla spontaneità

Parliamo anzitutto di centro giovanile come «spazio offerto alla spontaneità».

E uno spazio disponibile alle iniziative che maturano tra i giovani. Alcuni di essi giungono a formare gruppo, senza però adeguato sostegno e guida perchè non è presente, o lo è in modo molto embrionale, la figura dell'animatore; i più ruotano liberamente senza divenire protagonisti se non delle strutture ricreative.

L'attenzione maggiore dei responsabili è alla struttura, che si cerca di attrezzare il meglio possibile, accontentandosi che i giovani la usino, senza richiedere loro alcun particolare impegno.

L'offerta formativa è occasionale, sempre nella massima libertà di partecipazione; acquista poca significatività sia all'interno della struttura che nella vita del giovane.

Il rapporto con l'esterno non si pone: si accetta un ruolo di supplenza, nel caso che il territorio sia privo di strutture per i giovani, oppure si è nell'ambiente senza particolare rilevanza. La gestione, quando si è situati in quartieri urbani periferici e problematici, può anche essere basata sulla convinzione che in questo ambiente non si possa fare altro perchè i giovani non sono in grado di accogliere impostazioni più impegnative. Sembra che si voglia mascherare la difficoltà (certamente maggiore in questi contesti) di adeguare proposte significative all'ambiente e ai giovani e di diventare spazio di evangelizzazione e di promozione umana. 

Centro giovanile come spazio rigidamente strutturato

Prevale una importazione direttiva e piuttosto autoritaria, totalizzante e poco flessibile, che emargina chi non riesce ad entrarci.

Ciò che acquista importanza è la proposta, più che i giovani ai quali è rivolta. Prevale una specie di efficientismo che porta ad un coinvolgimento emotivo, con poca possibilità di valutare l'effetto formativo nella vita dei giovani. Possono essere presenti numerosi gruppi e forme diverse di aggregazione, ma hanno tutte la stessa caratteristica di essere costringenti. Più spesso, tuttavia, prevale la presenza di qualche «movimento» o «associazione» che detiene il monopolio delle proposte e delle strutture.

Prevalendo un movimento particolare, o imponendo dall'alto un progetto formativo globale, risulta alquanto facilitato anche il coordinamento interno.

Il rapporto all'esterno può presentarsi come parallelismo ed estraneità o come contrapposizione e conflittualità. L'estraneità esprime autosufficienza e disincarnazione, mentre la conflittualità è piuttosto nei confronti della mentalità e dei valori correnti. L'uno o l'altro atteggiamento sono ben lontani da una visione positiva dell'apertura al territorio e alla partecipazione.

Centro giovanile come spazio pluralistico

È uno spazio aperto alla diversità, capace di accoglienza e di dialogo, di confronto e di attenzione alle istanze dei giovani; non rigidamente totalizzante, ma chiaro negli obiettivi fondamentali, che cerca di tradurre in iniziative che consentano di sperimentarne la validità e l'importanza per la vita concreta.

Il centro giovanile è spazio pluralistico ma organizzato, con offerte e possibilità varie di aggregazione, sia rispondenti a interessi specifici

che a modelli associazionistici già convalidati: L'organizzazione lascia ampie possibilità di corresponsabilità ed è attento alla formazione degli animatori dei diversi gruppi.

La diversità delle presenze rende problematico il coordinamento e non è assente il rischio di una vita parallela dei gruppi. Anche quando si vivono esperienze comuni, in momenti particolari dell'anno, vi è una collaborazione che si risolve in apporti specifici dei singoli gruppi, senza un vero coinvolgimento. Ordinariamente, si realizzano momenti comuni a livello di incontri di preghiera e si cerca una base comune tra gli animatori dei diversi gruppi.

L'unica vera convergenza è sugli obiettivi di fondo e su un quadro comune di riferimento che diventa un po' la piattaforma a cui si ispirano gli orientamenti dei gruppi. Anche questo tipo di gestione non riesce a risolvere il problema dell'apertura al territorio. Vi è una maggiore attenzione ai giovani, ma si è piuttosto prigionieri del «formativo-individuale». L'apertura all'esterno è vissuta spesso come interesse di qualche gruppo, ma non diventa apertura adeguata all'ambiente, soprattutto perchè non sono coinvolti un po' tutti. Anche quando l'attenzione all'esterno è presente nei vari gruppi, questo avviene in modo occasionale.

5.1.2. Tipologia a partire dall'offerta formativa 

Possiamo anche costruire una tipologia dei centri giovanili a partire dalle scelte formative al suo interno. In questa prospettiva possiamo riconoscere le situazioni seguenti. 

Centro giovanile senza una precisa scelta formativa

È la situazione di una gestione

spontaneistica. Alcuni dei giovani sono coinvolti a livello organizzativo, per lo più gli stessi nei diversi settori, senza un vero ruolo educativo, anche perchè il riferimento agli altri giovani è superficiale. 

Centro giovanile con un'unica scelta formativa

L'offerta formativa è monopolizzata dal movimento o dall'associazione a cui aderisce il responsabile del centro giovanile.

I giovani possono essere organizzati al loro interno (divisi per fasce di età o per interessi, a seconda di ciò che è previsto dalle strutture centrali del movimento o dell'associazione); ci possono essere anche varie forme di coinvolgimento nell'animazione dei gruppi e nella conduzione delle attività. 

Centro giovanile con pluralità di offerte di itinerari formativi

Si parte da obiettivi comuni o da un progetto formativo. La diversificazione della realtà aggregativa può realizzarsi à partire dall'età o dagli interessi, ma l'intento è rispondere alle istanze dei giovani. II campo degli interessi e l'orizzonte formativo sono estesi e superano, in genere, lo stretto interesse formativo-religioso, anche se questo resta prevalente.

La pluralità di offerta può realizzarsi in un centro giovanile a gestione autoritaria o maggiormente partecipata e quindi assumere aspetti notevolmente diversi: tendenti all'isolamento dal contesto o ad una attenzione critica alla situazione. Anche la partecipazione dei giovani assume modalità che vanno dalla collaborazione alla vera assunzione di responsabilità nell'animazione di gruppi o di iniziative.

 

5.2. Nodi problematici 

La duplice tipologia presentata non deve essere interpretata rigidamente. Le situazioni sono molto diversificate.

Quali i nodi problematici emergenti dalla lettura della realtà? Non ci interessa tanto cogliere l'ingente numero di piccoli problemi, quanto piuttosto i nodi, ciò intorno a cui ruotano i problemi più gravi.

Analizzando questi problemi dovremo fare riferimento anche alla realtà esterna del centro giovanile. Abbiamo evidenziato che la gestione e la offerta formativa dipendono dalla mentalità di coloro che hanno la responsabilità del centro. Questo porta a riflettere su alcuni aspetti importanti.

• Oggi è diffusa una situazione di incertezza circa la linea organizzativa ed educativa da seguire. Questo può essere visto sia come conseguenza dello sconquasso istituzionale e del disorientamento nella gestione delle istituzioni educative, sia come difficoltà a realizzare una flessibilità rispetto alle domande dei giovani e a armonizzare natura specifica dell'istituzione, scelte pastorali e contesti ambientali.

In questa situazione non è semplice operare scelte pastorali che diano un volto all'istituzione:

- una pastorale di massa non farebbe che ignorare la crescente indifferenza e irrilevanza del religioso a livello personale e ambientale;

- l'offerta e la strutturazione anche associativa per interessi non porterebbe ad un pluralismo di esperienze aggregative perchè oggi non è rilevante la partecipazione e il protagonismo giovanile; - l'integrazione dell'esperienza religiosa con quella più tipicamente umana sarebbe ostacolata da prassi divergenti: i giovani stanno scoprendo la dimensione comunitaria dalla fede, ma vivono esperienze civili del tutto individualizzate.

L'insieme di questi nodi problematici fa chiaramente capire che occorrono nuove soluzioni per adeguare la struttura alle nuove situazioni, salvandone l'identità specifica.

• Un diverso tipo di problemi emerge dalla considerazione dell'articolazione interna, che tende ad essere sempre più differenziata per rispondere alla diversità dei bisogni dei giovani. II rischio che si corre è la settorializzazione delle proposte senza giungere a momenti di sintesi istituzionale. Facilmente possono realizzarsi vuoti di comunicazione tra i vari settori o si formano canali selettivi che creano contatti solo tra alcuni dei protagonisti all'interno dei settori. Si crea così un parallelismo tra le esperienze senza alcuna possibilità di integrazione.

• Una terza area problematica è riferita alla continuità della struttura, a partire dalla disponibilità di servizio ai giovani. Il problema è questo: il centro giovanile è capace di garantire la propria sopravvivenza?

Un dato comune nei vari contesti è il seguente: la continuità è legata,

in modo quasi esclusivo, alla permanenza del responsabile; a seconda della rapidità del suo «trasferimento» si verifica una ricostituzione della struttura (a volte addirittura una rifondazione).

AI di là di queste situazioni evidenti, bisogna tener conto anche di altri fattori.

Anzitutto non si deve enfatizzare la disponibilità dei giovani ad assumere impegni (sembra anzi piuttosto inconsistente) e occorre non dimenticare che alla iniziativa laicale si è aperto il vasto campo della società civile.

Il servizio laicale nella società civile viene colto come «alternativo» e quasi «concorrenziale» a quello all'interno del centro giovanile. È una visione errata, dovuta ad una non corretta concezione sia vocazionale che ministeriale; di fatto, però, ripropone all'interno della struttura il problema della sua continuità e della sua riproduzione.

Questi sembrano i nodi problematici più significativi in riferimento alla strutturazione interna del centro giovanile. Essi potranno essere più o meno accentuati a seconda delle situazioni, ma toccano in qualche modo le diverse realizzazioni.

 

5.3. Coordinamento e integrazione interna del centro giovanile 

L'analisi dei nodi problematici fa emergere la complessità di un efficace funzionamento di un centro giovanile. Senza alcuna pretesa di riuscire a offrire un modello perfetto, vogliamo tracciare alcune prospettive di coordinamento e di integrazione interna.

 

5.3.1. Presupposti essenziali 

Prima di qualunque indicazione è molto importante chiarire alcuni presupposti.

• Esigenza di accoglienza e di valorizzazione della diversità. Il centro giovanile è una struttura al servizio dei giovani nell'orizzonte ecclesiale: non può quindi essere selettivo né fare scelte tendenti alla conformità e all'annullamento delle differenze.

• Proposta educativa chiara e possibilità diverse di mediazioni. Perchè il centro abbia una funzione educativa e diventi anche spazio autoeducativo, non può puntare soltanto sulla spontaneità, ma dovrà offrire una sufficiente organizzazione e programmazione.

• La via aggregativa porta più facilmente la proposta ai singoli e consente a ciascuno di crescere, con gli altri, intorno ai valori. Questo presupposto diventa problematico in riferimento alle diverse forme aggregative. Mentre infatti la proposta formativa del centro sembra non far problema a coloro che fanno parte di gruppi spontanei, potrebbe entrare in conflitto con contenuti formativi tipici di movimenti e di associazioni.

• I presupposti precedenti si ricollegano ad una esigenza di conoscenza che acquista sempre maggiore importanza: proposte e strategie operative richiedono un'attenzione conoscitiva sia alla realtà giovanile che alle condizioni ambientali. La capacità conoscitiva consente di realizzare, senza eccessivi rischi, una flessibilizzazione delle strutture adeguandole al contesto.

5.3.2. Il coordinamento e sua realizzazione

Per rendere vitale e organica la strutturazione del centro giovanile si richiede anche un coordinamento che realizzi una integrazione e complementarietà delle strutture e delle presenze.

Il «coordinamento» non si riferisce soltanto alla dimensione «organizzativa». Esso è soprattutto una capacità culturale, pedagogica ed ecclesiale di unificazione e di integrazione. Comporta l'armonizzazione di «letture» diverse del centro giovanile: da quella sociologica a quella educativa e a quella ecclesiale, perché esso appaia come spazio storico di mediazione salvifica. II coordinamento quindi si riferisce a dimensioni vitali, a settori operativi, a strutture di animazione e ai singoli da stimolare perchè sviluppino carismi e vocazioni specifiche, da valorizzare per l'utilità comune.

II coordinamento comporta anche

l'armonizzazione tra progetto, mezzi e itinerari, ma questo è l'aspetto visibile di una strategia che va al di là della semplice organizzazione delle risorse del centro.

5.3.3. Un modello di integrazione interna 

Partiamo da una visione del centro giovanile come spazio pluralistico, aperto, organizzato. In esso la proposta aggregativa deve essere diversa ma complementare, evitando forme parallele e settoriali. La diversità complementare deve essere colta come ricchezza e come reciprocità di servizio, superando forme di conflittualità e di contrapposizione.

Bisogna precisare che «complementarietà» qui è intesa come esperienza di condivisione, di comunione e di servizio. Appare quindi come ciò a cui tende lo stesso coordinamento: far vivere la complementarietà in una prospettiva comunionale di servizio. A livello operativo la realizzazione della complementarietà è la seguente: ciò che è specifico di ogni forma aggregativa nel centro diventa anche un campo in cui essa esercita un servizio a tutto il centro, affinché sia assicurata la vitalità e lo stimolo formativo corrispondente.

Qualche esempio concreto può illuminare meglio la comprensione di quello che vogliamo dire: un gruppo biblico, per esempio, mentre persegue i suoi obiettivi di comprensione, di educazione all'ascolto, di verifica delle situazioni esistenziali alla luce della parola di Dio, si impegna anche a far crescere l'attenzione della bibbia all'interno del centro e offre iniziative in cui possono essere coinvolti tutti.

Gli esempi si potrebbero facilmente moltiplicare e apparirebbe chiaramente come ciascun gruppo potrebbe offrire un servizio specifico alla comunità giovanile. Quello che conta è che nessuno si senta estraneo a quanto avviene nel centro e ciò che ciascun gruppo organizza diventi anche uno stimolo per tutti. Questo esige integrazione e coordinamento di esperienze specifiche anche attraverso canali ufficiali di comunicazione: riunioni degli animatori di gruppo, assemblee comuni, collaborazioni tra gruppi, coinvolgimento allargato in iniziative di interesse generale, ecc.

Coordinare perchè ogni interesse e proposta diventi stimolo formativo per tutti, esige una progettualità comune in cui tutti possano riconoscersi e che garantisca convergenza e specificità, unità e diversità.

Una complementarietà comunionale e di servizio è possibile attraverso una lenta scoperta della vita personale come «vocazione» e con l'incremento della «ministerialità» che trova spazio di realizzazione nel centro.

In questa prospettiva tutto viene ricondotto alla specificità ecclesiale dell'istituzione e alla sua capacità di divenire «evento ecclesiale», «mediazione sacramentale di salvezza» per i giovani. 

 

6. INTEGRAZIONE TERRITORIALE E CENTRO GIOVANILE 

 

(Questa parte è stata redatta con la collaborazione della dott.sa Marianna Pacucci). 

La strutturazione interna del centro giovanile trova la sua migliore comprensione alla luce dell'apertura all'esterno. In realtà le due dimensioni vanno comprese insieme, perchè entrambi coessenziali.

Un'attenta considerazione fa apparIre in tutta la sua complessità il rapporto centro giovanile-territorio: è un rapporto che si riferisce alla totalità delle presenze nel territorio. Analizzare tutto significherebbe attardarsi in descrizioni e interpretazioni. Non potremo fare altro che accennare ai vari problemi; il nostro impegno sarà rivolto alla costruzione di un modello di integrazione, capace di valorizzare sia la dimensione territoriale ché la realtà istituzionale.

 

6.1. Complessità nel rapporto centro giovanile-territorio 

II centro giovanile che vuole superare lo stretto recinto delle sue strutture deve inventare modalità adeguate di relazione con la realtà locale, sia civile che ecclesiale.

Le relazioni che il centro giovanile deve realizzare si estendono a tutte le sue dimensioni costitutive e a tutti gli interlocutori esterni: in quanto struttura dovrà rapportarsi alla realtà strutturate territoriale; ma per il suo specifico educativo vivrà significative relazioni con quelle istituzioni impegnate a livello educativo (scuola, famiglia). La sua natura di struttura ecclesiale, aprirà il centro alla chiesa locale (diocesi, parrocchia, zona o vicaria) per la necessaria integrazione pastorale.

Le relazioni a livello organizzativo comprendono sia la partecipazione alle strutture del territorio che l'apertura e i collegamenti con le altre realtà presenti: associazioni, gruppi, movimenti, ecclesiali e non. Si tratta di trovare un giusto collegamento con la famiglia, la scuola e le strutture di partecipazione civile che consenta di entrare in dialogo con queste istituzioni e valorizzare le proprie strutture al servizio del territorio. Sul significato di questo rapporto e sulle modalità di realizzazione ci possono essere divergenze anche notevoli.

Sempre a livello organizzativo occorre considerare anche il versante ecclesiale. Il centro giovanile è una struttura ecclesiale; esso tuttavia può trovare difficoltà nella sua apertura alla parrocchia, alla vicaria, alla diocesi e alle altre istituzioni religiose. Anche nell'ambito ecclesiale possono essere difficili i collegamenti, il coordinamento, la stessa programmazione comune.

Le modalità di relazione all'esterno non possono essere lette prioritariamente o esclusivamente a livello organizzativo. Questa prospettiva falserebbe un po' tutto e ridurrebbe l'integrazione territoriale ad efficientismo organizzativo.

Il rapporto fa riferimento a quanto abbiamo detto all'inizio sul territorio come «spazio vitale» e «luogo salvifico». A questo livello, si possono trovare le motivazioni di fondo del rapporto centro giovanile-territorio, alla luce del rapporto chiesa-mondo. II centro giovanile si apre alle esigenze locali per farsi carico dei problemi, dei bisogni e offrire un servizio adeguato alle esigenze dei giovani nel territorio.

Alla luce di queste motivazioni acquista significato la presenza del cristiano nelle strutture ecclesiali nel territorio, ed emerge il valore di un'educazione all'impegno nel territorio.

Questa prospettiva accentua I'esigenza di una chiara identificazione della struttura e delle sue finalità educative, ma evidenzia anche la necessità di proposte adeguate ai singoli contesti.

L'apertura all'esterno pone anche il problema del rapporto con gli adulti: quale deve essere il loro ruolo sia in relazione alla realtà ecclesiale che a quella civile? L'integrazione territoriale dipenderà anche dall'interazione tra giovani e adulti. Questa integrazione non è facile. D'altra parte, i giovani interagendo con le strutture territoriali si confronteranno necessariamente con progetti, e realizzazioni che hanno come protagonisti gli adulti. Dovranno perciò anch'essi trovare un ruolo all'interno di questi progetti per. dare il loro apporto ed esercitare una spinta di rinnovamento.

 

6.2. Centro giovanile – territorio: tipologie di rapporto 

Per aiutare a leggere la situazione attuale, tenteremo di descrivere delle tipologie di rapporti. Per semplificare ci riferiremo a visioni complessive del possibile riferimento all'esterno del centro giovanile.

Ricorriamo a queste visioni complessive, perché anche il rapporto con «l'esterno» dipende molto sia dalla situazione di ogni centro giovanile che da quella della realtà civile ed ecclesiale.

Alla luce dell'attuale situazione ci sembra possibile individuare i seguenti modelli globali di rapporto del territorio.

6.2.1. Lettura separata del territorio e difficoltà di mediazione 

È ancora diffusa la concezione che accentua la separazione tra realtà ecclesiale e realtà civile, sia sul piano delle esperienze che delle strutture. In questa prospettiva anche il centro giovanile non riesce a proporsi come «mediazione» capace di offrire ai giovani una esperienza e una visione integrata del civile e dell'ecclesiale. Privilegia ordinariamente il rapporto con l'ecclesiale, perché visto come più connaturale.

-Si realizza così una situazione di diffusa estraneità tra centro giovanile e realtà territoriale in genere. Una estraneità che diventa a volte conflittuale, ma che si esprime per lo più come indifferenza. Praticamente la vita del centro si esaurisce al suo interno o al massimo ha come sbocco la parrocchia.

In questa situazione il centro giovanile non può svolgere una funzione mediatrice e quindi integratrice, perché non è facile individuare interlocutori sia nell'un versante che nell'altro, anche perché gli eventuali interlocutori, essendo specifici, non aprono all'orizzonte più ampio sia civile che ecclesiale,

e non facilitano visioni sintetiche e unificanti.

D'altra parte, anche quando si riesce a realizzare un rapporto con alcuni interlocutori intermedi, difficilmente questo si trasforma in canale di comunicazione più vasta; diventa piuttosto una modalità di selezione, una specie di «filtro» in riferimento alla realtà più ampia, sia civile che ecclesiale. Potrebbe, per esempio, capitare che un buon rapporto centro giovanile-parrocchia si trasformi in «blocco» nei confronti della realtà diocesana o vicariale; una significativa intesa con la famiglia diventi contrapposizione ad altre strutture educative nel territorio. Mancando una visione più ampia e aperta, qualunque reciprocità può diventare un problema per una relazionalità più allargata.

Si impone la contestazione della sottostante visione del rapporto chiesa/mondo. Il centro giovanile potrebbe recuperare una funzione mediatrice e promozionale dei rapporti fra territorio e realtà ecclesiale, superando sia logiche di supplenza che di concorrenza dell'ecclesiale rispetto al civile, e dare così un contributo alla ridefinizione di questi rapporti: è un campo aperto al «profetismo giovanile» nella comunità cristiana.

 

6.2.2. Privilegiamento della vita interna secondo la logica del «prima... poi» 

Oggi è anche molto diffusa una scelta strategica che punta sulla costruzione di una solida realtà interna come condizione irrinunciabile e prioritaria. Il riferimento all'esterno è ritenuto possibile solo in un secondo momento. Si pensa, cioè, che ciascuno potrà trovare da solo il modo di inserirsi all'esterno, o si prevede un interessamento a tale riguardo dello stesso centro giovanile, ma in un secondo momento.

Pretendere di separare del tutto preparazione e partecipazione attiva e corresponsabile, oltre che visione riduttiva e frammentata, è un enorme impoverimento del presente e del vivere quotidiano. La scelta della successione temporale, oltre che obbedire ad una concezione povera di educazione, può essere interpretata anche in riferimento alla situazione associativa ed ecclesiale.

Nonostante da più che affermata ripresa dell'associazionismo e del recupero religioso dei giovani (sempre da verificare), si vive una effettiva carenza di «risorse», anche per le tante cose che si devono fare... Si pone quindi il problema della loro destinazione e del tipo di formazione da dare.

La scelta dell'area interna orienta sia gli obiettivi che le mediazioni operative che mirano piuttosto alla conservazione e al rafforzamento dell'esistente. Ciò comporta, implicitamente, che si inneschi un processo di «selezione naturale»: la crisi delle risorse, soprattutto umane, pone spesso la necessità di incentivare alcune caratteristiche (quelle del servizio all'istituzione) che appaiono molto esigenti per i più, e che possono portare alla separazione e opposizione, fra massa ed élites, fra fruitori e protagonisti delle esperienze del centro.

 

6.2.3. Il gruppo via insufficiente per un rapporto con l'esterno

È pure comune l'idea che il rapporto con l'esterno possa trovare una mediazione sufficiente a partire dai singoli gruppi. Dobbiamo analizzare attentamente questa visione per coglierne sia la veridicità che la problematicità.

Anzitutto si deve verificare la reale attenzione al sociale nell'offerta' formativa del gruppo e la sua capacità di incarnazione della fede nell'impegno culturale-religioso. Non essendoci una cultura comunitaria integrata con la fede, non è poi così facile che il gruppo elabori una metodologia di analisi, di ricerca e di interscambio che porti i suoi membri a una valutazione comune della realtà ambientale.

In effetti, ci si trova spesso di fronte all'assenza di una visione comunitaria, per cui il singolo è chiamato a risolvere individualmente il rapporto al sociale, sperimentando, nell'isolamento, la propria debolezza; oppure si accettano ottiche calate dall'alto che fanno del gruppo o dell'intero centro giovanile una «cinghia di trasmissione culturale». Si è cioè protagonisti a livello operativo ma non progettuale.

Permanendo quindi le elaborazioni individuali del riferimento alla società, non è possibile che il gruppo divenga mediazione integratrice nell'ambiente: facilmente sorgerebbero conflittualità frutto delle divergenze di opinioni e di prassi.

Oggi sembra che i gruppi evitino di confrontarsi con questi problemi; una divergenza svelerebbe

ben presto la fragilità della coesione anche di fede. La condivisione della fede è spesso un punto minimale di coesione, molto fragile rispetto alla differenziazione culturale che ogni soggetto ricava dalla sua esperienza nell'ambiente quotidiano.

È opportuno chiarire il discorso facendo una breve digressione. Nella maggior parte dei gruppi ecclesiali si riscontra oggi una polarizzazione sul «formativo-religioso». Questa ha fatto forse anche enfatizzare il discorso dell'attenzione al religioso e del recupero di esso.

Credo che debbano essere prese in seria considerazione anche altre situazioni. Oggi si arriva al gruppo a partire da esperienze notevolmente diverse, quindi con divergenze anche nel riferimento alla realtà ambientale. Diventa perciò difficile creare orientamenti comuni: se nel gruppo si insistesse troppo su questo ne avrebbero danno le relazioni ed emergerebbero conflitti.

A meno di una visione integrista del rapporto fede-società, i riferimenti al territorio sono diversi. Il pluralismo culturale è più forte di qualunque offerta totalizzante. La stessa fede non riesce ad essere elemento determinante a livello di atteggiamenti e di comportamenti: se si presenta come criterio prevale il rischio della soggettivizzazione; se si presenta come scelta totalizzante si apre piuttosto all'integrismo.

Immediatamente la polarizzazione sul formativo risponde a esigenze esistenziali e a condizionamenti socio-ambientali, ma è soprattutto segno della difficile ricomposizione tra orizzonti culturali e orizzonti di fede. La fede è un po' un «massimo comune divisore» (quindi con molti scarti ed elementi indivisibili) che unifica fino a un certo punto. Il discorso formativo si basa su questo minimo che diventa stimolo comune di realizzazione personale nel clima rassicurante del gruppo. Forse anche per questo i gruppi oggi difficilmente riescono a far maturare scelte radicali, a produrre conversioni. Il peso dei condizionamenti sembra prevalere sul resto. Dall'insieme delle osservazioni, appare come il gruppo oggi non possa proporsi come mediazione all'integrazione del centro giovanile con il territorio.

 

6.2.4. Una problematica identiricazione

Vogliamo accennare brevemente ad un'altra situazione che, sebbene meno diffusa, non è meno problematica.

II centro giovanile si apre totalmente alla realtà ambientale, un po' perché si sente un tutt'uno con essa, un po' perché vuole vivere una disponibilità senza limitazioni. Ci si impegna in una proposta esterna senza però avere un sufficiente supporto e fondamento all'interno. Oltre al rischio di dequalificare la sua proposta (che attinge anche acriticamente dall'esterno), il centro può smarrire la sua identità.e non essere più presenza significativa, portatrice di idee, capace di confronto critico... Abbiamo indicato quelle che ci sembrano le modalità correnti di realizzazione del rapporto centro giovanile-territorio; ne abbiamo evidenziato i problemi e i rischi, Nessuna di esse soddisfa. Si impone quindi la necessità di elaborare un modello che possa consentire di operare un cambio di prospettiva e che sia capace di offrire modalità operative adeguate, tendenti a realizzare una vera integrazione delle strutture.

 

6.3. Un modello di integrazione territoriale 

Come superare l'attuale situazione problematica del riferimento esterno del centro giovanile? Proponiamo un'ipotesi di soluzione che denominiamo modello territorio.

Per comprendere il valore e la portata del «modello territorio», bisogna tener presente il discorso iniziale sul territorio; vederlo in riferimento ad un contesto e ad una collettività; rilevarne le esigenze di programmazione per collegare attese e risposte, problemi e bisogni, ecc., in una logica di integrazione dei molteplici apporti per una promozione umana integrale.

Nel «modello territorio» l'asse portante, il riferimento essenziale è alla comunità cristiana locale: nella misura in cui essa prende coscienza di essere comunità radicata in un ambiente, fa esperienza di essere coinvolta nelle sorti dell'uomo e matura disponibilità di servizio e di missionarietà per dare qualità umane autentiche alla vita nel territorio.

Nel «modello territorio `», società civile e comunità cristiana sono realtà in interazione. Ogni istituzione rappresenta una modalità di questa interazione e si inserisce nella logica di integrazione territoriale con il suo apparato profetico e operativo alla promozione umana.

Nel nostro caso, il centro giovanile deve diventare spazio di mediazione che non è soltanto strutturale ma anche culturale. Deve diventare sintesi innovativa di quanto è offerto ai giovani nella società civile e di quanto la comunità cristiana dovrebbe fare in attenzione profetica ad essi: questo è il senso della mediazione e dell'integrazione.

Essendo inoltre spazio di mediazione strutturale e culturale, deve acquistare una capacità operativa che superi lo spontaneismo, sia nell'attenzione ai giovani che nel rapporto al territorio. Ciò richiede la scelta di alcuni contenuti che specifichino la relazione con la collettività civile e con la comunità cristiana, la predisposizione di itinerari educativi che consentano di far vivere i contenuti e di animare le scelte.

Questa relazione all'esterno comporta anche una diversa articolazione interna, che è sempre più carica di esigenze di autenticità per una efficace animazione territoriale.

L'insieme di queste esigenze potrà apparire più evidente alla luce della presentazione schematica del modello e della sua interpretazione (cf schema n. 1, fuori testo).

6.3.1. Lettura del modello

II modello presenta il territorio come sistema integrato di relazioni e di interazioni. Esso quindi si riferisce ai soggetti nelle istituzioni e alla necessaria relazione e interazione delle istituzioni per integrare l'offerta alle esigenze dell'uomo. Nello schema le relazioni e le interazioni sono indicate dalle frecce: esse rappresentano le strategie per superare lo spontaneismo ed esprimono sempre «reciprocità», perchè nessuno nel territorio deve essere concepito come recettore

passivo: ci sono sempre effetti di ritorno che vengono a modificare in qualche modo i singoli agenti, in ogni campo.

11 centro giovanile è in relazione con il territorio e in esso svolge compito di «mediazione» tra comunità cristiana e collettività civile, le quali sono già in interazione reciproca.

Le relazioni che vive il centro giovanile si sviluppano sia lungo l'asse orizzontale che lungo quello verticale. Quelle in orizzontale esprimono la sua «mediazione» nella varie «dimensioni» (cf più avanti); mentre le relazioni verticali evidenziano l'interdipendenza delle relazioni e le prospettive di realizzazione.

  • La relazione del centro giovanile alla realtà civile non può esaurirsi alla semplice partecipazione progettuale, deve tradursi in assunzione di responsabilità e realizzarsi in una prospettiva di «integrazione di ruoli» dentro la società.
  • La relazione del centro giovanile alla comunità cristiana evidenzia, a sua volta, la necessità di una progettazione pastorale unitaria, che renda capaci di «fedeltà a Dio e all'uomo», attraverso la scoperta e la realizzazione della propria vocazione, in una rinnovata «comunione pastorale».

 

6.3.2. L'articolazione del modello e gli interventi 

Il modello si articola intorno a tre dimensioni fondamentali:

- organizzazione; - funzioni;

- aggregazioni.

In ogni dimensione si evidenziano le caratteristiche specifiche e il tipo di «mediazione» che cerca di realizzare. Ad ogni livello e per ciascuna dimensione offriremo alcune prospettive operative (cf schema n. 2, fuori testo) che aiutino a comprendere in che modo la struttura debba modificarsi per realizzare l'integrazione territoriale. 

 Organizzazione 

L'organizzazione del centro giovanile trova la sua specificità in prospettiva pastorale. Al di là di ogni spontaneismo o efficientismo, l'organizzazione deve tendere a garantire la piena realizzazione delle finalità pastorali.

Si tratta di individuare gli elementi strutturali «minimi» necessari a garantire la vita interna del centro e il rapporto con la comunità ecclesiale e la collettività civile. L'organizzazione potrà imperniarsi sulla comunità degli animatori (formata dagli animatori e responsabili di settori e di attività, sia giovani che adulti). Essa diventa organo interlocutore qualificato degli organi istituzionali ecclesiali (parrocchia, vicaria, diocesi...) e di quelli civili (comuni, circoscrizioni ed altri).

  • §Con gli organi istituzionali ecclesiali, la comunità degli animatori condivide responsabilità decisionali per integrare «progetti» e «interventi» di servizio nel territorio.
  • §La stessa comunità educativa dovrebbe realizzare, in riferimento agli organi istituzionali civili, una partecipazione per rendere operante il suo servizio all'uomo. La sua partecipazione progettuale è attenta a rendere le strutture territoriali capaci di migliorare la qualità della vita sul territorio.

La via operativa passa . anzitutto per una conoscenza e analisi del territorio e attraverso la capacità di lettura dei problemi del territorio alla luce della fede.

La mediazione del centro, a questo primo livello, si realizza nella partecipazione: tende a creare sensibilità e coinvolgimento dei giovani nelle progettazioni, per aiutarli a superare l'attuale senso di estraneità.

Funzioni 

La funzione specifica del centro giovanile è quella educativa-evangelizzatrice. La frammentazione può essere evitata attraverso la

convergenza formativa e operativa interno/esterno, a partire da una valutazione dei bisogni interni ed esterni al centro. Far scoprire il senso della vita alla luce del Vangelo e far maturare disponibilità di servizio e sensibilità missionaria, è un traguardo impegnativo, ma esprime anche una funzione altamente significativa.

  • La funzione educativa-evangelizzatrice del centro è in relazione con le funzioni della comunità cristiana: nell'impegno di «fedeltà a Dio e all'uomo», realizza una autentica mediazione culturale della salvezza. Il centro giovanile diviene uno spazio in cui prende consistenza «la passione per l'uomo», al quale si cerca di comunicare e far scoprire l'amore salvifico di Dio.

Centro giovanile e comunità cristiana potranno realizzare ciò prestando attenzione educativa ai temi legati alla storicità della fede e sviluppando un senso critico nei confronti degli atteggiamenti culturali correnti.

  • La funzione del territorio è per l'uomo: in esso deve poter soddisfare i comuni bisogni e avere condizioni di convivenza umana. Nel rendere più umane le condizioni di vita, la relazione del centro alla realtà civile diviene stimolo all'assunzione di responsabilità, segno e volontà di condivisione dei destini comuni. Nella relazione al territorio matura la coscienza della vocazione laicale.

La concretizzazione operativa di questa relazione parte dal confronto con le strutture sociali sui progetti educativi e tende a qualificare il ruolo educativo delle strutture esterne.

Si tratta in fondo di essere dentro, di assumere responsabilità, affinché le strutture sociali possano garantire al meglio il loro servizio all'uomo.

In sintesi, al livello delle funzioni il centro giovanile svolge una mediazione tra il «già esistente» e il «non ancora»: tra la realizzazione attuale del servizio all'uomo e l'impegno di piena fedeltà e di totale promozione. 

Aggregazioni 

Il centro giovanile favorisce al suo interno un pluralismo aggregativo e tende a realizzare un'integrazione che si esprime in una reciprocità di servizi. Perchè anche a questo livello il centro sia capace di relazione all'esterno, si richiede una incentivazione della circolarità tra interno ed esterno.

  • Le aggregazioni all'interno del centro giovanile devono favorire autentiche esperienze di chiesa. La relazione con la comunità cristiana tende alla costruzione di una vera identità ecclesiale: la coscienza della diversità delle esperienze deve far crescere l'apertura alle altre realizzazioni ecclesiali e il senso di appartenenza alla chiesa.

Per incentivare questa relazione occorre creare spazi di comunicazione sul rapporto chiesa/mondo, fede/società e occasioni di riflessione capaci di far maturare l'identità ecclesiale in funzione del servizio per il mondo.

  • Nel versante della collettività civile il centro giovanile deve portare un'istanza comunitaria che diventi stimolo per una diversa realizzazione della realtà aggregativa nel territorio.

II centro deve dare luogo a relazioni con quanti hanno una funzione importante nella vita dei giovani (famiglia, scuola, aggregazioni varie...), in modo da cogliere le modalità per la spinta alla compartecipazione.

Certo anche queste relazioni sono oggi problematiche.

La relazione con la famiglia, per esempio, diventa oltremodo difficile: per molti aspetti il centro giovanile si presenta come struttura integrativa della famiglia, ma spesso rischia di esserne un sostituto; non solo perchè sempre più si verifica un diverso orientamento religioso tra giovani e genitori: giovani sensibili ad una seria crescita religiosa in famiglie distanti e disinteressate.

In conclusione il centro giovanile nel territorio vuol essere luogo di nuove esperienze comunitarie, innescando in esso dinamismi capaci di far acquistare volto nuovo alle diverse forme di aggregazione sociale.

6.3.3. La circolarità delle relazioni nel modello 

Quanto detto potrebbe ingenerare una visione di dimensioni parallele, non integrate. Bisogna quindi illuminare meglio la circolarità delle relazioni nel modello.

Che cosa può garantire l'efficacia in rapporto alla dimensione organizzativa? In che modo l'istituzione può svolgere le sue funzioni attraverso una pluralità di proposte aggregative?

Bisogna cogliere la connessione tra organizzazione, funzioni e aggregazioni al livello di interdipendenza e di via operativa.

  • Ciò che può garantire la connessione tra partecipazione progettuale e assunzione di responsabilità nel rapporto centro giovanile e realtà civile è lo sviluppo delle competenze.

Questo comporta un recupero degli elementi di professionalità presenti nel territorio e una loro traduzione nel centro per attuare una formazione al servizio esterno. L'assunzione di responsabilità può essere realizzata in una prospettiva di apertura comunitaria attraverso l'integrazione dei ruoli e attraverso una sincronizzazione dei gruppi in base alle esigenze dell'animazione del territorio.

In conclusione, a livello di relazioni con la comunità civile passiamo quindi dalla partecipazione progettuale alla responsabilità incentivando competenze che consentano di assumere ruoli particolari. L'integrazione di questi stessi ruoli favorisce la prospettiva comunitaria nelle diverse aggregazioni territoriali.

  • Nel rapporto alla comunità cristiana la connessione tra partecipazione decisionale e impegno di «fedeltà a Dio e all'uomo» facilita ed è facilitata dall'incremento della ministerialità, intesa come chiamata personale al servizio nella comunità.

La ministerialità incrementa le mediazioni culturali del rapporto chiesa/mondo e favorisce la traduzione dei contenuti della fede. A sua volta lo sviluppo delle mediazioni culturali e delle traduzioni operative fa crescere la ministerialità.

La partecipazione decisionale e l'impegno di fedeltà porteranno ad una vera identità ecclesiale nella misura in cui la ministerialità sfocierà in una comunione pastorale; questa crescerà incentivando la ricerca dei punti comuni di impostazione degli impegni.

6.3.4. II problema dello «sbocco»

Uno dei problemi di difficile soluzione per i giovani che frequentano il centro giovanile è lo «sbocco».

Il centro giovanile e i gruppi non sono luoghi definitivi dell'impegno

dei giovani. Attualmente l'unica prospettiva sembra essere quella di continuare all'interno del centro assumendo responsabilità di animazione, oppure di aderire a esperienze associative di adulti. Si sa però che la maggior parte dei giovani non fa proprie queste possibilità; i più perdono i contatti.

II «modello territorio» sembra offrire prospettive adeguate per una soluzione significativa del problema.

II giovane che frequenta il centro giovanile e che fa parte di un gruppo al suo interno, dovrebbe poter maturare, in rapporto alla comunità cristiana, un'identità ecclesiale e un senso di appartenenza, e in relazione alla comunità civile, un'integrazione territoriale. La scoperta vocazionale e l'assunzione di responsabilità ministeriale dovrebbe portare dall'appartenenza al gruppo all'appartenenza alla comunità cristiana locale, all'interno della quale troverà spazi, meditazioni e condivisioni sempre più vaste per la realizzazione della sua vocazione.

Questa prospettiva dello sbocco, alla luce del «modello territorio» resta ovviamente una via all'interno del modello teorico. Bisognerà trovare quindi le modalità concrete di realizzazione. 

 

CONCLUSIONE

 

Il lungo cammino di questo quaderno ci ha fatto toccare molti problemi. Alcuni semplicemente sfiorati perchè collaterali al nostro obiettivo, altri affrontati con maggiore impegno.

La costante attenzione è stata rivolta alla prospettiva operativa. II «come fare», tuttavia, resta piuttosto fissato in modelli teorici. Era d'altra parte impensabile poter realizzare altro o proporsi altri obiettivi.

L'applicazione richiederà l'uso creativo di una capacità di mediazione e partire dalle singole situazioni.

Le mediazioni non sono però soltanto tecniche; sono mediazioni pastorali: comportano capacità di interpretare le situazioni alla luce del vangelo, in un atteggiamento di conversione e di costante apertura al futuro, alla realizzazione della novità del Regno.

Si tratta di dare consistenza alla «novità» trovando modalità significative di azione e di relazione all'interno e all'esterno delle istituzioni; incarnandosi nelle vicende umane perchè in esse si faccia esperienza di pienezza di vita, per aprire i giovani e restituire agli adulti la «gioia» di vivere, e aprire vie umane per la scoperta e l'accoglienza del Signore della vita.

Si tratta in fondo di capire quale dovrà essere l'impostazione delle istituzioni alla luce delle nuove prospettive religiose (incarnazione, evangelizzazione, promozione umana...) e civili (territorio) per conseguire con efficacia gli obiettivi dell'animazione.

 

 

Q18 - IL CANOVACCIO

Per una scuola di giovani animatori

 

 

Indichiamo alcuni ambiti di lavoro per una scuola di giovani animatori:

- qual è il problema o quali sono le attese di chi si accinge a riflettere su «centro giovanile nella chiesa e nel territorio»? In particolare, quali possono essere gli interrogativi dei giovani animatori? - come intendere il compito del centro giovanile verso i giovani? Qual è la sua identità, vista anche nel contesto della comunità ecclesiale e di quella civile?

- quali legami e rapporti stabilire tra centro giovanile e territorio? e, prima ancora, quale rapporto di fatto esiste?

- che rapporto infine stabilire tra centro giovanile e comunità ecclesiale più vasta?

I PROBLEMI DI PARTENZA

È importante chiarire il punto di partenza: l'animatore di gruppo viene sollecitato ad interessarsi non solo del suo gruppo ma anche, ed in particolare, del centro giovanile nel suo insieme.

Si tratta anzitutto di mettere a fuoco alcune domande che sollecitino l'animatore a fare riferimento, in termini riflessi e critici, alla sua esperienza «dentro» il centro giovanile.

Ecco alcune fasi possibili di lavoro.

1. Suscitare un confronto su cosa è centro giovanile.

Indichiamo due tecniche di lavoro. La prima: gioco della metafora con il mandato: «Per me il centro giovanile è come...». Sarà subito facile, nell'esaminarle, cogliere con

vergenze e divergenze, sfasature e impressioni. La discussione sarà immediata.

L'animatore introduca subito alcune suddivisioni tra:

- problemi riguardanti l'interno del centro giovanile: la sua organizzazione, le sue funzioni, le aggregazioni (cf. il quaderno a p. 21). Se si vuole, si può arrivare ad una prima classificazione dei problemi utilizzando un grande cartellone in cui, in forma molto generale, è riportato lo schema n. 1 (p. 20).

2. Si può proseguire il lavoro con tre sottogruppi e approfondire: - ciò che «è» e ciò che «deve essere» un centro giovanile, facendo riferimento alle attività che vi si svolgono e alle persone che hanno degli incarichi al suo interno;

- i legami (da rappresentare con delle «frecce») tra centro giovanile e territorio (cf schema n. 1), incominciando da una descrizione di cosa è territorio;

- i legami (sempre da rappresentare con «frecce» bidirezionali; cf schema n. 1) tra centro giovanile e comunità ecclesiale.

3. Dalla relazione dei tre sottogruppi emergeranno alcuni interrogativi che potranno essere «distribuiti» nel grande cartellone che riprende lo schema n. 1. Partendo da questi interrogativi l'animatore (o l'esperto) commenterà alcune pagine del quaderno. Egli dovrà, in particolare, rilanciare una domanda che facilmente sarà rimasta nella penombra nel lavoro a gruppi: «perchè interessarsi al territorio?». Spesso infatti la risposta è vista nel «dovere» di partecipare e fare servizio nel territorio.

II quaderno invece, senza rinnegare questo punto di vista, sottolinea un aspetto nuovo e centrale in tutta la sua impostazione: il distendersi progressivo, autonomo, critico e creativo nel territorio è condizione per la crescita della persona e dei gruppi sociali.

Si può aggiungere che, per facilitare il lavoro dei tre sottogruppi, si può fare riferimento alla traccia offerta nel «canovaccio» del Q 14, rispettivamente ai punti 4 (struttura del gruppo/movimento), 7 (presenza e concezione sociopolitica), 11 (riferimento ecclesiale).

IDENTIKIT DI CENTRO GIOVANILE 

 

II materiale raccolto permette di procedere oltre e chiedersi con maggior precisione: ma allora cos'è un centro giovanile? qual è la sua natura e la sua finalità? Vediamo come procedere. 

1. In un primo momento, se non lo si è fatto prima, si chiede, magari suddivisi in gruppi secondo i centri giovanili di provenienza, di elencare le attività svolte al centro giovanile nell'arco dei tre mesi, indicando protagonisti, destinatari, tipo di attività, esigenze a cui le attività rispondono; dove si collocano nel centro giovanile se si distribuiscono le attività in un disegno di cerchi concentrici...

Allo stesso modo, se c'è tempo, si può preparare l'organigramma di alcuni centri giovanili, collocando le persone in un punto che ne faccia intuire il ruolo e la importanza. 

2. In un secondo momento s procedere con la tecnica delle datazione in silenzio (cf B. G Metodì per l'insegnamento, LDC 1981, pp. 47).

Questa tecnica ha il vantaggi costringere i presenti ad un la personale e ad una concentraz sugli elementi più importanti tema in esame.

La presentiamo velocemente: - si pongono le domande: qual è la natura del centro giovanile, la sua finalità?

- si lasciano 15 minuti di silenzio in modo che ognuno possa dare; per iscritto le sue risposte;

- ora, per una ventina di minuti, si comunica a gruppi di 5/6, in silenzio, scrivendo su un cartello che sta al centro del gruppo le proprie risposte; facendo in modo di non accostare le risposte personali ma di avviarsi ad una risposta comune; questa tecnica crea attenzione reciproca, evidenzia ciò che unisce e ciò che divide, stimola la concentrazione;

- finalmente, per un'altra ventina di minuti, si discute a piccoli gruppi sui risultati del cartellone, - segue presentazione dei risultati in assemblea e intervento di lettura globale, raccolta dei punti di convergenza, integrazione delle intuizioni positive... È il compito soprattutto dell'animatore che può utilizzare il paragrafo del quaderno «Il centro giovanile: istituzione educativo-pastorale».

Al termine si può leggere e commentare a gruppi la finestra «La scelta educativa di un centro giovanile». È uno stralcio dal «progetto educativo» del centro giovanile salesiano «Valdocco» di Torino (cf documento 1). 

3. Un altro punto di partenza per l'identikit del centro giovanile può essere il confronto tra i vari luoghi di incontro dei giovani.

Si può pensare ad un grande cartellone (o a un foglio ciclostilai da dare in mano a tutti):

- sull'asse orizzontale si trovano termini come: bar, discoteca, scuola, squadra sportiva, centro giovanile/oratorio, punto di incontro in quartiere... (altri luoghi possono essere individuati dai presenti);

- sull'asse     verticale  possono stare alcuni di questi indicatori: presenza ed il ruolo dell'adulto, tipo di frequenza (occasionale, spontanea, utilitaristica, attiva...) e tipo di rapporto tra giovani (amichevole, settario, anonimo, parcellizzato, totalizzante...), rapporto con le istituzioni ed il territorio, attività prevalente, obiettivo di fondo, «condizioni» di entrata o di ammissione...

Segue discussione alla ricerca dello «specifico» del centro giovanile come istituzione educativo-pastorale nel territorio e nella comunità ecclesiale. 

 

IL CENTRO GIOVANILE AL SUO INTERNO

 

Concentriamo l'attenzione su due domande:

- come viene gestito il centro giovanile e qual è la sua offerta educativa?

- che tipo di coordinamento esiste tra le varie aggregazioni e gruppi nel centro giovanile? 

La prima domanda

Il procedimento più facile è partire dalle esperienze dei partecipanti e dunque dalla presentazione del loro centro giovanile, magari facendo il confronto (sommario) con altri centri giovanili di cui sono a conoscenza.

Indichiamo tre domande a cui rispondere:

- come vengono prese le decisioni nel centro giovanile? come, in altre parole, è distribuito il potere?

- chiunque può entrare al centro giovanile e fare ciò che gli interessa? oppure c'è una (forte) selezione all'ingresso?

- ci sono nel centro giovanile diverse proposte di gruppo e movimenti giovanili? oppure c'è una associazione o un modello di gruppo (ad esempio, sportivo) che detta legge ed impedisce ad altre aggregazioni di svilupparsi?

Le domande vogliono introdurre alle due tipologie del quaderno di Vito Orlando:

- tipologia di gestione: centro giovanile come spazio offerto alla spontaneità, come spazio rigidamente strutturato, come spazio pluralistico ma organizzato;

- tipologia di offerta educativa: centro giovanile senza precisa scelta educativa, con un'unica scelta formativa, con una pluralità di interventi formativi.

Una volta delineato il quadro delle tipologie si può ritornare a parlare della propria esperienza di centro giovanile per rileggerla criticamente e delineare alcuni «nodi problematici» (cf nel quaderno il paragrafo 5.3.).

La seconda domanda

La seconda domanda riguarda il «coordinamento» dentro il centro giovanile dove sono presenti più gruppi e più itinerari formativi: come garantire autonomia (e specificità) ai gruppi d'interesse e, contemporaneamente, essere centro giovanile e non convivenza

forzata di gruppi che si ignorano e vanno per la loro strada?

Per avviare la riflessione su questo tema si può pensare ad una variante del gioco dei ruoli, cioè al gioco del progetto (cf Grom, o.c., pp. 195-196) ambientato su un problema di coordinamento/integrazione tra gruppi in un centro giovanile.

Ad esempio, il settore sportivo del centro giovanile fa la sua programmazione in modo che, di fatto, i suoi membri non possono partecipare ai momenti formativi comuni; oppure, un gruppo di musica o di teatro si insedia in una stanza del centro giovanile e lì svolge i suoi lavori, finiti i quali se ne va «insalutato ospite»...

Sulla tecnica del gioco si rimanda a Grom. Il gioco deve arrivare a determinare alcuni «criteri» di coordinamento del centro e a una ristrutturazione dei canali di comunicazione e decisione perchè il coordinamento si realizzi.

Su questi criteri, oltre al presente quaderno, si vedano le indicazioni del Q9 Il gruppo giovanile come esperienza di chiesa, alle pp. 16-18.

IL CENTRO GIOVANILE VERSO L'ESTERNO

Dividiamo il lavoro in due fasi: analisi della situazione, prospettive di intervento.

Analisi delta situazione

Il «verso l'esterno» è visto, nel quaderno, su due versanti: sociale ed ecclesiale. La tipologia che l'autore offre (cf paragrafo 6.2.) è pensata in entrambe le direzioni. Proponiamo, di conseguenza, di partire con due gruppi di lavoro a livello di analisi, utilizzando, come sfondo, la tipologia negativa dell'autore che prevede diversi «casi» nel rapporto interno/esterno:

- una lettura separata ed chiusura all'interno (6.2.1.);

- l'utilizzo della logica «prima... poi» (6.2.2.);

- la delega del rapporto verso l'esterno ad individui o a gruppi (6.2.3.);

- la identificazione totale con l'esterno (6.2.4.).

II primo gruppo lavora sul rapporto centro giovanile/collettività civile, partendo da domande centrate sull'esperienza:

- il vostro centro giovanile è aperto verso l'esterno? Come si manifesta questa apertura?

- è un rapporto di collaborazione/integrazione, oppure di opposizione e integralismo?

- quali rischi emergono dall'apertura del centro giovanile verso le organizzazioni e aggregazioni civili?

- se invece il centro è chiuso al suo interno, come mai? disimpegno giovanile o scelta dei responsabili che preferiscono non «immischiarsi»? quali i rischi di questa chiusura?

Il secondo gruppo lavora invece sul rapporto centro giovanile/comunità ecclesiale, partendo da domande come:

- come sono i rapporti tra centro giovanile e parrocchia?

- c'è collaborazione? come si manifesta? i giovani prendono parte alle attività parrocchiali? c'è qualche giovane a far parte del consiglio parrocchiale?

- se il centro giovanile è chiuso in se stesso, come mai? chi lo ha deciso? quali sono i vantaggi e i rischi?

- il centro giovanile è in dialogo con altre realtà ecclesiale (diocesi, istituzioni ecclesiali, movimenti)?

Le prospettive

Una volta sentite le due relazioni, si scelgono due problemi, uno sul versante ecclesiale e l'altro su quello sociale e ci si confronta insieme.

Da parte sua l'animatore chiarirà che nei suoi interventi riporterà i vari discorsi ad un «modello di integrazione territoriale» del centro giovanile.

Tale modello non viene imposto, ma offerto per una verifica. Il modello è quello presentato nel quaderno (al paragrafo 6.3.) e sintetizzato nei due schemi fuori testo. Il lavoro prosegue con la presentazione da parte dell'animatore delle tavole riassuntive del «modello territorio».

I presenti hanno davanti, in un grande cartellone, e contemporaneamente, in un foglio personale ciclostilato, il disegno dello schema senza alcuna scritta. Man mano che l'animatore presenta il modello vengono riempite le caselle e aggiunte le «frecce»

Da notare che gli schemi sono due:

- lo schema n. 1 offre il modello di «integrazione territoriale»,- lo schema n. 2 offre le prospettive d'intervento.

Indichiamo alcune fasi di lettura. Ovviamente non è l'unico modo per presentarli. Abbiamo cercato tuttavia di individuare un modo semplice, tenendo conto della complessità degli schemi.

  • In un primo momento l'attenzione viene portata sulle voci chiave:

- territorio;

- collettività civile; - comunità cristiana; - centro giovanile. Vengono tratteggiate con frecce bidirezionali le relazioni tra le quattro realtà.

  • In un secondo momento si riempiono le nove caselle dello schema portando l'attenzione sulla distinzione tra:

- organizzazione; - funzioni;

- aggregazioni.

  • In un terzo momento si può completare il contenuto delle nove caselle confrontando centro giovanile, comunità ecclesiale, collettività civile per evidenziare che si differenziano:

- a livello di organizzazione e di strutture che le sorreggono;

- a livello di funzioni e compiti specifici;

- a livello di modalità di aggregazione all'interno.

A questo punto le nove caselle sono piene. Inizia il lavoro sulle «relazioni» tra caselle, in verticale e in orizzontale.

• In un quarto momento si lavora sulle «relazioni» tra caselle. Incominciamo dalle relazioni/frecce orizzontali. Esse servono a chiarire in che cosa consiste la «mediazione educativa» del centro giovanile, cioè il compito che il centro giovanile assume e che è indicato dalle sei frecce orizzontali: - sul versante sociale: partecipazione progettuale, stimolo alla responsabilità laicale, apertura comunitaria delle aggregazioni;

- sul versante ecclesiale: partecipazione decisionale, fedeltà a Dio e all'uomo, appartenenza ecclesiale delle aggregazioni.

• In un quinto momento si esaminano le «connessioni» verticali che garantiscono l'efficacia del lavoro svolto a livello di organizzazione, di funzioni, e di aggregazioni.

Queste connessioni sono quattro, suddivise:

- sul versante sociale: l'acquisizione di competenze (utilizzando la professionalità diffusa nel territorio per formare i giovani al servizio), la integrazione dei ruoli (sincronizzando i gruppi che operano nel territorio);

- sul versante ecclesiale: l'acquisizione di ministerialità (ricercando nuove mediazioni culturali tra chiesa e mondo), la comunione pastorale (ritrovando punti di impegno comune fra aggregazioni). Fin qui il lavoro sullo schema n. 1. Come si vede il lavoro è complesso. Va dunque semplificato al massimo.

Con lo stesso metodo può essere presentato anche il secondo schema. 

 

IL PROBLEMA «SBOCCO» 

 

Il quaderno sottolinea la difficoltà ad individuare «sbocchi» sociali ed ecclesiali praticabili dai giovani oggi.

Su questo problema si può lavorare a lungo:

- prima a livello di analisi: fino a che punto il centro giovanile offre sbocchi operativi al suo interno, nella direzione dell'ecclesiale e nella direzione del sociale? il centro giovanile sa sostenere individui e/o gruppi alla ricerca di uno sbocco, oppure lentamente li fa desistere? il centro aiuta a maturare competenze specifiche nei diversi ambiti di servizio ecclesiale e sociale? se non ci sono sbocchi, quali le ragioni? c'è uno spreco di forze, con sovrapposizione di gruppi che compiono disordinatamente lo stesso servizio?

- poi a livello di prospettive operative: verso quali sbocchi il centro giovanile, alla luce delle attese personali, sociali, ecclesiali, può indirizzare? come, attraverso quali iniziative, formare competenze specifiche?

In questa direzione offriamo due strumenti di lavoro:

- una griglia per organizzarsi in vista di un intervento nel territorio. La riportiamo in una finestra a parte. La griglia indica le fasi da seguire in un centro giovanile per una individuazione e valutazione dei «bisogni» dell'ambiente e per una corretta programmazione, attuazione e verifica dell'intervento (cf documentol2);

- un documento dell'equipe di pastorale giovanile della diocesi di Lucca sui possibili sbocchi per i giovani che desiderano impegnarsi nel sociale e nell'ecclesiale (cf documentol3).

Come si può vedere, vengono velocemente indicati sette ambiti di presenza.

Il documento può essere utilizzato per un «allargamento d'orizzonte» e quindi come punto di partenza per determinare in concreto, a seconda degli ambienti, i possibili sbocchi.

Nella stessa direzione segnaliamo le pagine di AA.VV., Il servizio nel territorio (Boria 1984), dove vengono presi in esame i seguenti ambiti di servizio nel territorio:

- animazione culturale in quartiere;

- doposcuola in quartiere; - handicappati nel territorio; - animazione di anziani in istituto;

- handicappati in istituto. Vengono anche esaminate alcune esperienze concrete di servizio ad emarginati gravi, di doposcuola per ragazzi, di appoggio e sostegno missionario...

Per ogni ambito di intervento vengono suggeriti:

- le attività pratiche;

- le difficoltà da prevenire;

- le reazioni dei gruppo durante il lavoro.

II materiale è nato in ambiente scout, ma è facilmente adattabile. Si può pensare, e siamo all'ultimo suggerimento, di preparare, nella scuola per animatori, delle schede di possibili sbocchi, sull'esempio, e ad integrazione, di quelle offerte nel libro indicato.

 

DOCUMENTO/1 

LA «SCELTA EDUCATIVA» DI UN CENTRO GIOVANILE

Il centro giovanile «Valdocco» si inserisce nelle finalità e nei metodi nel più generale «progetto educativo salesiano» di cui vuol essere la realizzazione nella parrocchia di Maria Ausiliatrice e nel Quartiere Valdocco-Aurora-Rossini.

La finalità dell'azione del nostro centro giovanile è la evangelizzazione.

La riflessione portata avanti nella chiesa ha chiarito che, se evangelizzazione in senso stretto è l'azione specifica di annuncio di Cristo, l'itinerario di questo annuncio comprende anche tutti gli interventi che preparano e dispongono pedagogicamente i giovani ad accoglierlo. Questa è la nostra opzione di fondo. In tal modo la nostra azione si caratterizza anche come incarnazione in una determinata area culturale.

Come ci collochiamo dentro la cultura? 

Una scelta: la modalità educativa - La cultura è una realtà complessa. Sono molti i «beni» che la compongono. Sono molti i «mezzi,, attraverso cui la si può svltuppare. Sono diverse e complesse le possibilità d'intervento. 11 nostro progetto sceglie la modalità educativa e su dì essa concentra sforzi e mezzi. Questo significa che al centro del progetto c'è «la persona vista nella totalità delle sue dimensioni e nell'unità del suo dinamismo».

Parlando della cultura, che non è una realtà soltanto «personale» ma anche sociologica, siamo tentati di rivolgere il pensiero a strutture e beni obiettiví, processi di inserimento in una società. La scelta educativa si riferisce invece direttamente alla crescita della persona in quanto tale.

La scelta educativa comporta una particolare attenzione all'originalità della persona su tutti gli elementi, alla gradualità della proposta, all'adeguatezza tra interventi e richieste, ai processi di crescita dell'identità e dell'autonomia. La scelta educativa comporta assumere interventi di altro tipo soltanto nella misura in cui incidono su questo aspetto; gli elementi che governano i dinamismi della società possono ostacolare e persino impedire la crescita dei valori della persona. L'intervento «politico •• in senso stretto sulle strutture è indispensabile, però la «scelta educativa» rimane l'ottica di ogni intervento anche politico del nostro centro.

Qualunque siano le attività mediatrici, artistiche, ricreative, religiose, sociali, vogliamo aiutare i ragazzi e i giovani a camminare verso una crescita personale.

Questo implica il favorire:

- una retta percezione dei valori;

- un atteggiamento dinamico-critico di fronte ad esigenze, realtà, eventi;

- un rapporto sereno e positivo verso persone e cose e una sapiente educazione sessuale e all'amore;

- una maturazione alla libertà, capacità di decisioni coerenti, all'assunzione di responsabilità, alla creatività;

- una progettazione del proprio futuro;

- avere uno spirito aperto al mondo e agli appelli degli altri; ciò comporta: favorire atteggiamenti di disponibilità, di solidarietà e dialogo; inserirli progressivamente all'impegno cristiano per la giustizia e per la costruzione di una società più giusta e umana.

Sul piano della crescita religiosa cristiana implica:

- favorire l'educazione ad una fede consapevole e operante, al risveglio della speranza e dell'ottimismo;

- favorire una maturazione della carità, in una esperienza integrale di vita alimentata dalla catechesi;

- scoprire ed amare la chiesa, come segno efficace di comunione e di servizio a Dio e ai fratelli;

- condurre alla partecipazione attenta e gioiosa i convinti ai sacramenti, e ad una vita di preghiera autentica e di devozione mariana sincera;

- promuovere una progressiva maturazione cristiana fino alla collaborazione attiva nella chiesa attraverso le possibili scelte: laicale, religiosa, sacerdotale.

Un campo di lavoro: i ragazzi e i giovani del ceto popolare - C'è un altro elemento che situa con precisione il progetto del centro giovanile «Valdocco»: il campo di lavoro: i ragazzi e i giovani specialmente i più poveri e il ceto popolare. La formula contiene indicazioni operative.

- In primo luogo: muove verso «il più gran numero», verso la massa e non verso elites particolarmente colte e interessate. Rivendichiamo uno spazio diverso da quello dei «movimenti ecclesiali».

- In secondo luogo: i giovani che sono i principali destinatari sono visti non come una «classe distaccata», ma portando-avanti la loro crescita in una interazione costante con gli adulti e con quelli che li seguono. Chi entra nel nostro centro troverà sempre pensionati e bambini. Nella nostra scelta, una iniziativa «giovanile» non è separazione dei giovani, ma punto di riunione e di incontro di svariate componenti della comunità attorno ad un ideale valido, che si affida alla capacità creatrice dei giovani e all'esperienza educativa degli adulti.

Pur vedendo nei giovani il motore del centro giovanile non potranno mai mancare, ci sembra, le associazioni e l'azione degli adulti.

- In terzo luogo: i giovani e il ceto popolare sono un punto privilegiato di osservazione e di rilevamento della realtà. Collocarsi tra i giovani indica una prospettiva: vuol dire guardare i fenomeni che sorgono dalle nuove generazioni o che condizionano la vita; guardare con i loro occhi per poter fare con loro una strada insieme.

 

DOCUMENTO/2

FASI DI UN «INTERVENTO» DAL CENTRO GIOVANILE NEL TERRITORIO

 

OSSERVARE 

1. La scoperta del territorio

Perché?

-      inseriti nel territorio

-      Per intervenire concretamente nel territorio

-      Per conoscere con competenza la realtà locale

Quale territorio?

-    Realtà sociale: giovani e adulti. Gruppi e associazioni…

-      Realtà ecclesiale: parrocchie, zone pastorali, consiglio pastorale, comunità di base, associazioni e movimenti/ecclesiali…

-      Realtà istituzionale: comune, USL, partiti, sindacati…

Gli strumenti

-      Indagini

-      Questionari

-      Inchieste

-      Lettura di documenti, atti e verbali dell'Ente locale, dell'USL, dei convegni e seminari di studio locali…

-      Confronto con esperienze presenti nel territorio. 

2. Scoperta dei conflitti

Presa di coscienza delle situazioni di:

- emarginazione

- ingiustizia

- violenza…

 

VALUTARE 

3. Lettura critica dei dati ricavati

- confronto dei dati

- confronto dei diversi modelli di analisi dei problemi

- confronto con esperti 

4.Valutazione generale della situazione

- Il gruppo/centro giovanile valuta i dati emersi

-  Ricerca delle cause del gioco

 

5. Presa di posizione del gruppo/centro giovanile

Alla luce dei bisogni scoperti con l'osservazione il gruppo esprime la sua decisione di impegno per cambiare la situazione.

 

SCEGLIERE

6. Progettazione del tipo di intervento

-          Chiarezza di obiettivi

-          Scelta dei mezzi.

-          Scelta dei tempi

 7. Scelta di intervento

In uno o più settori osservati nelle due fasi precedenti 

8. Motivazione della scelta

-          Risposta ai bisogni

-          Cambiamento della realtà

-          Impegno nel sociale

-          Scelta degli ultimi

-          Coperta dei bisogni collettivi

 

AGIRE 

9. Definizione dell'impegno

-          In che cosa consiste concretamente

-          In quale ambito del territorio 

10. Impegno personale/comunitario

-          Cosa implica l'impegno a livello: personale e/o comunitario

-          Come garantire l'incidenza reale; quali condizioni salvaguardare. 

11. Quali tipi di intervento

-          Servizio interno al centro giovanile, nel sociale, nella comunità ecclesiale.

-          Sensibilizzazione della gente.

-          Partecipazione alla vita politica e sociale.

-          Manifestazioni.

-          Mostre di informazione…

 

VERIFICARE 

12. Verifica dell'analisi e delle ipotesi di lavoro

-          Era corretta l'analisi di partenza?

-          Lungo il cammino come ha resistito l'ipotesi di lavoro? 

13. Verifica delle incidenza

-          Gli interventi a che cosa sono serviti?

-          Cosa è cambiato nell'ambito dell'impegno?

-          Che fare per procedere oltre…?

 

 

DOCUMENTO/3

AMBITI DI IMPEGNO PER I GIOVANI A LUCCA

 

La pastorale giovanile a Lucca trova alcuni ambiti da privilegiare ed in cui qualificarsi.

In questi ambiti i giovani vi troveranno spazi di realizzazione dove possono dare il meglio di sé con una presenza e con un impegno che sono loro propri. 

1. La vita liturgica, fonte e culmine della vita della Chiesa, ha bisogno di una qualificata presenza dei giovani. Si trovi il tempo con essi per la preparazione delle liturgie, per farne comprendere gesti e segni, compresa la liturgia della Parola. Si diano compiti di protagonisti, sia per l'esercizio di ministeri di fatto con la lettura e il canto, sia con i ministeri istituiti. 11 tutto al fine di realizzare una liturgia a misura di comunità. 

2. Il grande campo della catechesi dal tempo del suo rinnovamento ad oggi ha visto nei giovani le persone più disponibili ed utilizzate. Resta questo un ambito privilegiato di servizio, senza dimenticare però che il giovane ha ancora bisogno di essere catechizzato.

E mentre la chiesa chiama ciascuno secondo la disponibilità e i bisogni a servire, si faccia della vera e propria catechesi ai giovani con dei catechisti preparati per loro. Solo chi è catechizzato potrà essere catechizzante.

3. Ambito con infinite possibilità di espressione e realizzazione è quello della carità: vita e manifestazione di un'autentica chiesa. Superando perciò l'impegno solo personale, la carità si esprime a modo comunitario e con forme organizzate.

I giovani stanno sempre più trovando in queste il loro modo congeniale di essere e di esprimersi ed in particolare di lavorare e d'impegnarsi. Sono aperti al campo del volontariato, del servizio civile, ai bisogni degli ultimi; al servizio internazionale.

Siano perciò incoraggiati e sostenuti nelle loro scelte, anzi ad esse indirizzati affinché non manchino mai educatori dei centri per ragazzi e per giovani, per le comunità terapeutiche e per le varie iniziative di promozione umana che ci sono in diocesi. 

4. Dopo gli anni del disorientamento e dello spontaneismo ecclesiale, oggi i giovani stanno ritrovando gli ambiti delle associazioni dell'apostolato, tornano ad aggregarsi e ad inserirsi in progetti articolati e di questi a farsene protagonisti. L'adesione dei giovani alle associazioni non va ostacolata, anzi va promossa. Vanno aiutati a sentire con tutta la chiesa l'ansia missionaria e l'apertura all'universale. 

5. Ambito da qualificare per i giovani è quello culturale. Carenti di senso critico, vanno aiutati a riappropriarsene e ad essere produttori e artefici di cultura. I loro linguaggi, spesse volte piatti e monotoni, vanno portati a livelli di maturazione ed espressione artistica. Teatro, musica, radio cattoliche, mezzi audio-visivi, TV, centri culturali, ricreativi, sportivi, biblioteche popolari ed associazioni corrispondenti troveranno nei giovani i principali protagonisti. 

6. La partecipazione nel sociale fino all'impegno nel politico è continuamente un ambito da educare e promuovere. Le strutture intermedie favoriscono il rapporto tra amministrazioni e popolazione, sono questi luoghi di incontro, di dibattito, di crescita e di vero servizio ai bisogni dell'uomo.

I giovani vanno spinti ad essere partecipi, liberi da posizioni faziose e da ideologie, ma attivamente responsabilizzati, sappiano che è con l'impegnarsi e col pagare di persona che si rinnova la società.

Servirà a ciò valorizzare tutte le forme di sostegno intermedie (_ associazioni) che ispirandosi ai valori cristiani sanno sostenere alle spalle chi si impegna nel sociale e nel politico. 

7. Tutta la vita degli uomini ha da essere resa più umana e più vivibile. Una grande profezia spetta alla chiesa ed in essa in particolare alle nuove generazioni, cioè promuovere ad ogni livello la giustizia e la pace. Queste due necessarie condizioni perché l'intera umanità ed in essa le comunità ecclesiali progrediscano, hanno bisogno d'infaticabili operatori.

Questi quotidiani operai senza ferie della giustizia e della pace dovranno essere sempre di più con tutti gli altri, i giovani. 

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