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Q16 - IL GRUPPO COME LUOGO DI COMUNICAZIONE

I QUADERNI DELL’ANIMATORE

Mario Pollo

 

  • Con questo quaderno inizia la serie «strumenti .» in cui si risponde alla domanda sempre cruciale: come fare l'animazione culturale con i giovani? I cinque quaderni di questa serie vogliono rispondere a questo interrogativo, che è quanto rispondere al problema del metodo dell'animazione. Come enunciato fin dal «credo dell'animatore» (Q]) l'animazione, oltre che un modo di vedere l'uomo e la vita e dunque un modo di individuare una serie di obiettivi educativi, è anche un originale metodo educativo, in quanto «seleziona le risorse educative disponibili in una istituzione e le organizza scientificamente in un modello di relazione educativa e comunicativa, in una strategia fatta di tempi, di luoghi, di agenti, di processi e di strumentazioni».
  • Rispetto al metodo il quaderno si pone anzitutto come cerniera tra la proposta di animazione (Q5/6) ed educazione alla fede (Q 7/8) e gli altri quaderni che vanno sotto il titolo di «strumenti». Si pone come cerniera in quanto individua il luogo più adatto per raggiungere gli obiettivi e organizzare gli strumenti, cioè il piccolo gruppo. Il gruppo viene assunto come luogo in cui, oggi soprattutto a causa della crisi culturale e dello scollamento tra giovani e istituzioni sociali ed ecclesiali, i soggetti apprendono a dire la loro identità (ad «individuarsi») e a trovare un senso per la vita nel suo complesso e nella sua quotidianità. La scelta del piccolo gruppo non è accondiscendimento al separatismo giovanile o al consumismo psicologico. Le ragioni sono di ordine educativo e di una educazione che situa la sua azione dentro la crisi culturale. Il piccolo gruppo si rivela, oggi soprattutto, come un ambiente in grado di rispondere ai bisogni di identità dei giovani aiutandoli a collocarsi dentro la cultura e a vedere la propria crescita come scambio e comunicazione dentro la cultura. La scelta del gruppo nasce cioè dal fatto che si rivela come un luogo determinante di comunicazione educativa.
  • Come fare del gruppo un luogo di comunicazione educativa? Alla domanda rispondono tutti i quaderni della serie «strumenti». Questo quaderno dopo aver indicato il piccolo gruppo come piattaforma su cui costruire, approfondisce alcuni aspetti maggiormente legati ad una descrizione di cosa è gruppo e della sua funzione educativa. Vediamo alcuni dei problemi che il quaderno prende in esame.
  • Il primo: in che consiste la funzione del gruppo come luogo di comunicazione? La risposta viene data collocando il gruppo dentro la cultura, come agente di apprendimento della cultura e come agente di cambio dentro la stessa cultura.
  • Il secondo problema: quando un gruppo assolve al suo compito? La risposta viene data in modo originale ed insolito dicendo che il gruppo è vitale nella misura in cui elabora un codice di lettura ed interpretazione della realtà, una sua rete di comunicazione interna, una memoria sempre più ricca che affonda le radici nel passato e sospinge verso il futuro.
  • Il terzo problema: attraverso quali meccanismi il gruppo «sollecita» alla comunicazione e di conseguenza influenza i suoi membri? La forza educativa del gruppo è data dalla sua capacità di rispondere a determinati bisogni dei soggetti (identità, sicurezza, certezza, appartenenza, solidarietà) e di rispondervi in modo da salvaguardare l'autonomia dei singoli.
  • Un ultimo problema: a cosa fare attenzione per sviluppare una buona comunicazione nel gruppo? Per rispondere il quaderno esamina i cosidetti «assiomi della comunicazione» che svelano tanti lati oscuri della comunicazione nel gruppo e abilitano ad una comunicazione sempre più corretta.
  • Come si è visto, il quaderno non tratta di tutti i problemi della vita di un gruppo. Alcuni sono solo accennati. Verranno ripresi negli altri quaderni della serie. Primo fra tutti la figura ed il compito dell'animatore dentro il gruppo. 

 

 INDICE            

l. IL GRUPPO COME LUOGO PRIVILEGIATO DELL'ANIMAZIONE 

1.1. Il gruppo come sistema di comunicazione

1.2. Tre caratteristiche del gruppo

 Il gruppo come totalità

 Il gruppo come comunicazione con feedback

 il gruppo e il «principio di equifinalità

1.3. li gruppo primario come luogo educativo

 Il gruppo e gli obiettivi dell'animazione culturale

 Perché il «piccolo gruppo» 

2. IL GRUPPO LUOGO Di «SCAMBIO» DENTRO LA CULTURA 

2.1. La coppia cultura/comunicazione

2.2. La comunicazione come conflitto/competizione

 Un modello di comunicazione non idraulico, ma di condivisione

 L'apertura progressiva della soggettività alla oggettività

2.3. La comunicazione nel piccoli gruppi

 La comunicazione orale e il coinvolgimento

 Alla frontiera dei senso della vita e delle azioni 

3. TRE FUNZIONI DEL GRUPPO COME SISTEMA DI COMUNICAZIONE 

3. 1. 6 codice dei gruppo e la strutturazione, della suo identità

 La corrispondenza fra linguaggio analogico e linguaggio alfabetico

 La corrispondenza fra messaggio e «livello  di interpretazione

 L'animazione come abilitazione al controllo del codice di gruppo

3.2. La rete di comunicazione ed il potere nel gruppo

 La forma della rete ed il comportamento del gruppo

 Altre caratteristiche della rete

 Animare per tradurre la partecipazione in rete di comunicazione

3.3. La memoria del gruppo

 Alcune leggi sul funzionamento della memoria del gruppo 

4. INFLUENZA DEL GRUPPO SUL COMPORTAMENTO DEI SINGOLI 

4.1. Comunicazione e bisogni primari dell'uomo

4.2. Il gruppo come ricerca di stabilità e sicurezza

4.3. Gli assiomI della comunicazione

-E' impossibile non comunicare

-La comunicazione come contenuto e come relazione

-La punteggiatura nella sequenza della comunicazione

-La traduzione difficile tra modulo numerico e modulo analogico,

-La comunicazione tra scambi simmetrici e scambi complementari

4.4. Le relazioni patologiche nel gruppo

 Le ingiunzioni paradossali

 Le situazioni di doppio legame 

5. IL CAMBIO NEI GRUPPI UMANI 

5.1. Cambiare dentro le regole: il cambiamento/1

5.2. Cambiare fuori dalle regole: l/ cambiamento/2 

6. DOVE LA COMUNICAZIONE È SILENZIO 

6.1. Il silenzio dei gruppo

 Educare a scoprire il silenzio del gruppo 

  

1. IL GRUPPO COME LUOGO PRIVILEGIATO DELL'ANIMAZIONE 

 

L'animazione culturale svolge la sua funzione formativa utilizzando quelle aggregazioni umane che vengono dette «piccoli gruppi» in quanto vi identifica un luogo di processi psicosociali che, se opportunamente controllati ed attivati, possono contribuire al raggiungimento degli obiettivi che le sono propri.

 

1.1. Il gruppo come sistema di comunicazione 

Una definizione generale di gruppo che si può riscontrare andando a consultare un dizionario della lingua italiana di uso corrente è: «persone o cose raccolte in modo da formare un tutto».

Questa definizione è straordinariamente simile a quella proposta da B. Bolzano per esprimere il significato della congiunzione «e». Infatti egli afferma che la miglior espressione di «e» è data dalla frase: «un tutto composto da membri ben definiti». Da un punto di vista logico filosofico il gruppo appare perciò assimilabile alla congiunzione «e».

L'assimilazione dei gruppo alla congiunzione «e» offre la possibilità di cogliere che il gruppo è sì un «tutto», e quindi un sistema osservabile con modalità diverse da quelle usate per osservare i singoli individui che lo compongono, ma mantiene inalterata la individualità dei suoi membri.

Questo approccio consente di superare tanto la visione dei gruppo come una semplice aggregazione o somma delle persone che lo compongono, quanto quella di un gruppo totalizzante in cui si perdono e si nullificano le individualità irripetibili dei suoi membri.

Al pari della congiunzione «e», il gruppo collega gli individui in un sistema che vive ed agisce non come una somma di parti, ma come un tutto e che come un tutto è studiabile ed osservabile, anche se i suoi membri non perdono la propria individualità.

In altre parole il gruppo è il luogo dove la persona umana vive simultaneamente la doppia condizione di individuo, e quindi di tutto, e di parte dei tutto. Il cemento, la congiunzione effettiva, l'«e» che rende possibile il passaggio da individui distinti ad individui integrati in un tutto, è dato nei gruppi umani dalle «relazioni», cioè dai processi di comunicazione di vario ordine e tipo.

In altre parole, si può dire che il gruppo è costituito dalla congiunzione delle singole persone che lo compongono attraverso i rapporti di comunicazione, in modo da formare un sistema sociale.

Il gruppo in quanto sistema interagisce con l'ambiente naturale e sociale e con i suoi membri come un tutto.

Forzando ulteriormente il parallelismo, si potrebbe sostenere che il gruppo non è che l'«e», l'insieme cioè delle, relazioni che si sviluppano tra gli individui che lo compongono.

Da questo punto di vista il gruppo è il sistema complesso di rapporti di comunicazione che relazionano un certo numero di persone umane raccolte in luoghi ben definiti dello spaziotempo.

Anche se forzata, e quindi parziale, questa concezione consente di utilizzare accanto alla consueta dinamica di gruppo le ricerche intorno alla comunicazione umana. (11 limite di questa concezione deriva dal fatto che prende in considerazione solo marginalmente le complesse dinamiche della personalità degli individui che compongono il gruppo).

Rispetto però ai principali problemi educativi posti dall'animazione questo approccio al gruppo appare sufficiente a fornire le risposte essenziali.

 

1.2. Tre caratteristiche del gruppo 

Il gruppo, può essere considerato un sistema le cui unità sono delle persone umane in relazione attraverso scambi di informazione e che interagisce con l'ambiente naturalesociale e con i suoi membri come un tutto.

Questa definizione evidenzia due caratteristiche fondamentali:

a) il gruppo deve essere considerato un sistema aperto;

b) il gruppo deve essere considerato come una totalità.

Questi due caratteri sono intimamente correlati essendo di fatto la totalità una caratteristica costitutiva di ogni sistema aperto, insieme con la retroazione e la equi. finalità.

I sistemi possono essere chiusi o aperti, a seconda se non scambiano o scambiano materia, energia e informazione con l'ambiente esterno.

Ogni gruppo umano, a meno che non sia candidato al suicidio od alla follia, è sempre un sistema aperto in quanto solo così si può conservare, generare e sviluppare la vita. 1 sistemi chiusi sono condannati alla morte in quanto soggetti ad un processo irreversibile di degradazione verso la mortifera quiete della omogeneità indifferenziata.

Visto che il gruppo è un sistema aperto, occorre studiarlo osservando non solo le sue relazioni interne ma anche quelle che ha con la società in cui è inserito.

Prima di entrare nel merito di questi problemi dei gruppo, è necessario affrontare brevemente l'analisi di quelle caratteristiche che egli condivide in generale con tutti i sistemi aperti e che aiuteranno a comprenderne meglio il suo funzionamento.

           

1.2.1. Il gruppo come totalità 

Questo carattere significa che il gruppo non può essere considerato la somma degli individui che lo formano, ma un tutto.

Su questo aspetto è necessario soffermarsi perché quello chiave per comprendere i modi attraversO cui influenza il comportamento dei membri e come dallo stesso ne venga a sua volta modificato.

li concetto di totalità, pur non negando l'autonomia e la libertà di ogni individuo, indica che il comportamento di ogni membro del gruppo è in stretto rapporto con quello di tutti gli altri, quando non ne è addirittura dipendente.

Infatti un sistema differisce da un agglomerato per il fatto che le sue parti sono interconnesse in modo che il cambiamento in una o più di esse si ripercuote sul tutto e viceversa.

In un gruppo il tutto non può essere spiegato senza la parte e questa senza il tutto, perché tra individuo e gruppo si instaura quella circolarità di relazione che consente all'uomo di vivere simultaneamente la condizione di tutto e di parte dei tutto, di causa ed effetto nel complesso gioco delle interazioni sociali.

Nel gruppo allora ogni comportamento di un individuo, e quindi ogni comunicazione, influenza gli altri e ne è a sua volta influenzato in un circolo continuo.

Questa circolarità delle relazioni nel gruppo introduce un'altra caratteristica in quanto sistema aperto, e cioè la retroazione o feedback.

 

1.2.2. Il gruppo come. comunicazione con feedback 

Per molto tempo nelle scienze e di conseguenza nella analisi scientifica della vita umana è prevalsa una concezione di fondo prevalentemente deterministica.

In conseguenza gli eventi, fisici o sociali, erano spiegati e interpretati con la formulazione di catene di causa ed effetti di tipo lineare ed unidirezionale. In altre parole, ciò significava pensare ad un modello in cui una causa A provoca un effetto B e magari questa a sua volta ne provoca un altro C e così via in una sequenza lineare in cui sono ben distinte le cause dagli effetti.

L'unica relazione temporale che in questo schema può esistere è quella per cui l'effetto segue, sempre viene dopo la causa. La causa influisce sull'effetto ma non il contrario: è questo che si intende quando si accenna alla unidirezionalità della catena causale lineare.

Dal punto di vista della comunicazione questa concezione si traduce nel pensare ad una situazione in D cui solo chi trasmette può esercitare una qualche influenza e quindi stimolare dei comportamenti nei confronti dei o dei riceventi il messaggio. Chi riceve il messaggio viene posto in una situazione passiva, sino a quando a sua volta egli non diventa trasmettitore nello stesso processo di comunicazione.

Ormai questo modello di scienza è andato in crisi. li concetto che ha costituito il nucleo del nuovo modo di considerare la spiegazione dei concatenarsi degli eventi è stato quello della retroazione o feedback.

Questo concetto era emerso (cf Q5) per spiegare il comportamento comunicativo di sistemi complessi nei quali si era osservato che quando si ha una trasmissione di informazione, ad esempio da A verso B, si ha nello stesso tempo una trasmissione di ritorno da B verso A.

Di solito la trasmissione di ritorno riguarda gli effetti che il messaggio di A produce su B, oppure anche semplicemente l'attesa che B ha nei riguardi dei messaggio che B deve trasmettere ad A.

La comunicazione di ritorno, o feedback o retroazione, consente di considerare la comunicazione non come un evento unidirezionale lineare, ma come un processo circolare e quindi sempre bidirezionale.

La comunicazione, in virtù anche della retroazione, non deve essere intesa come un insieme di eventi che si aggiungono l'un l'altro a formare il processo complessivo, bensì come un evento che coinvolge sempre in modo attivo tutti i partecipanti, siano essi di volta in volta trasmittenti o passivi riceventi.

Concludendo si può affermare che ogni processo di comunicazione produce simultaneamente tanto un influsso su chi svolge il ruolo di ricevente tanto su chi svolge quello di trasmittente.

Norber Wiener, il padre della cibernetica, soleva dire per illustrare questo fatto: «Io non so mai esattamente cosa ho detto prima di sentire la risposta a ciò che ho detto».

Tuttavia la retroazione non è in grado da sola di rendere giustizia del determinismo, in quanto essa ha bisogno del supporto di un altro concetto chiave dei sistemi aperti, e cioè quello di equifinalità.

 

1.2.3. Il gruppo e il «principio di equifinalità» 

Questo concetto, forse ancor più dei precedente, mina alle radici le ragioni dei determinismo. La concezione deterministica faceva di pendere lo stato finale di un sistema, il risultato, dalle condizioni iniziali del sistema e quindi dalle cause che in esso intervenivano.

Il principio equifinale postula, invece, che condizioni iniziali diverse possano produrre lo stesso risultato finale e che condizioni iniziali uguali possano produrre risultati finali diversi.

Ciò è dovuto al fatto che in un sistema non contano tanto le condizioni iniziali, le famose cause, quanto le variabili e le condizioni che accompagnano ed intervengono nella sua vita.

Il concetto di equifinalità consente da un lato di comprendere lo svolgimento degli eventi dei sistemi complessi, tra cui in modo particolare quelli umani, che mal sopportano la rigida camicia deterministica; dall'altro di considerare le situazioni umane come non determinate in modo univoco dalle condizioni di partenza.

È questa una concezione che apre alla speranza, in quanto consente di dispiegare la convinzione che ogni persona umana, al di là delle sue condizioni attuali, può evolvere e migliorare il suo essere nel mondo e quindi la qualità della sua vita.

 

 

1.3. IL GRUPPO PRIMARIO COME LUOGO EDUCATIVO 

La scelta del piccolo gruppo come strumento principale, o meglio come luogo privilegiato dell'animazione, deriva dalle sue caratteristiche strutturali a livello di comunicazione, in grado di attivare quelle complesse dinamiche psicosociali che, se ben controllate, rivelano un elevato potenziale pedagogico.

Queste dinamiche riguardano i processi attraverso cui il gruppo si consolida e si definisce come un sistema in grado di raggiungere gli scopi per cui si è costituito e di autoregolarsi, adattandosi alle condizioni esterne ed interne nel corso della sua vita. Sono processi che possono sviluppare negli individui una maggiore consapevolezza di sé, una maggiore capacità di integrare le varie dimensioni della loro personalità, una maggior capacità di essere fedeli a se stessi nel sociale e quindi di partecipare alla vita culturale.

 

1.3.1. Il gruppo e gli obiettivi dell'animazione culturale 

La chiave di questi processi è costituita dalla presa di coscienza o dalla scoperta dell'unità nella diversità. Unità che deriva da quella difficile e rischiosa apertura che un essere compie verso un altro essere per costituire comuni scopi di vita. Diversità che deriva dal mantenere, anzi dal potenziare, in questo incontro-scontro (con gli altri e la natura) la propria irripetibile personalità.

La presa di coscienza è tale solo se non è frutto di un ansioso e caotico agitarsi determinato da costrizioni interne ed esterne. Infatti è il frutto di una scelta di libertà attuata in rispondenza ad un progetto esistenziale.

Non ci sono solo però, nell'avventura della comunicazione nel gruppo, i problemi della relazione con gli altri, con se stessi e con la natura, ma vi sono anche i problemi connessi al significato unitario della vita.

Comunicando, vivendo gli scambi sociali, affettivi/emotivi e informativi/conoscitivi l'uomo ridisegna, ridefinisce, amplia o restringe, unifica o frantuma, il proprio mondo, e gli orizzonti di senso al fine di dare risposta ai più elementari e inquietanti quesiti sul perchè della vita.

Ecco qui il problema della vita

quotidiana e della opacità del suo senso costituito dalla monotonia della routine.

Ecco la trascendenza che balena oltre l'orizzonte laddove tutto è mistero e silenzio.

L'avventura della comunicazione nel gruppo è legata strettamente ai problemi del significato e quindi ai problemi connessi alle altre due parti che costituiscono l'obiettivo dell'animazione:

- accostarsi al quotidiano come luogo in cui l'orizzonte di senso si dispiega;

- riconoscere l'invocazione che la realtà rilancia come invocazione ad una speranza totale.

Oltre naturalmente a quello più specificamente relazionale/sociale: scoprire il sociale come luogo della solidarietà in cui riproporre se stessi senza mistificazioni.

Il gruppo è perciò il luogo in cui esiste la possibilità di dire l'obiettivo generale e, conseguentemente, quelli particolari dell'animazione.

 

1.3.2. Perchè il «piccolo gruppo»

Tuttavia è solo nel piccolo gruppo che si raggiungono pienamente gli obiettivi dell'animazione.

Infatti nel piccolo gruppo, attraverso le relazioni faccia a faccia, è possibile una esperienza dell'altro profonda e autentica, e quindi una relazione in cui risuonano tutte le dimensioni della comunicazione e non solo quelle informative e istituzionali tipiche dei grandi gruppi. L'affettività, lo scambio non verbale, la vicinanza fisica dell'altro danno alla comunicazione una risonanza che non si ha nei rapporti tra i ruoli, maschere obbliganti le persone, delle grandi organizzazioni o del sistema sociale.

Sono gli aspetti «poveri», per qualcuno forse meno nobili, della vita di gruppo che sono gli artefici di quei processi che prima ho rapidamente indicato.

È questa la ragione per cui propongo il gruppo piccolo, o gruppo primario od organico, come luogo privilegiato dell'animazione.

 

2. IL GRUPPO LUOGO DI SCAMBIO DENTRO LA CULTURA 

 

Per comprendere il perchè della scelta del piccolo gruppo per fare animazione, occorre allargare, almeno per un momento, l'orizzonte e collocare il gruppo e il suo potenziale educativo nel contesto della cultura e dei fenomeni di comunicazione ed evoluzione al suo interno.

II tessuto connettivo di ogni raggruppamento sociale è costituito dalla comunicazione. La comunicazione è, in ogni forma sociale, lo «scambio fondamentale». Senza la comunicazione non si avrebbe alcun raggruppamento sociale e nemmeno forse alcun individuo autocosciente. La nutrizione è una comunicazione dell'uomo con la natura allo stesso modo della trama di rapporti con se stesso, il proprio corpo, la propria psiche e la realtà esterna. Attraverso tutte queste forme di comunicazione l'uomo costruisce la coscienza di se stesso come uno, distinto e simile agli altri uomini, in rapporto di unione e di separazione con la natura.

 

2.1. La coppia cultura/comunicazione 

L'insieme delle regole che governano la comunicazione nelle aggregazioni umane costituiscono la cultura. La cultura umana non è quindi solo un magazzino, un deposito o un repertorio di informazioni, valori, opinioni, credenze, modi e stili di vita, ecc., ma bensì, anche se non soprattutto, il patrimonio delle regole che forniscono agli individui la «grammatica» attraverso cui declinare i tipi di scambio necessari alla vita di un gruppo sociale.

La cultura è sì un insieme di oggetti ma anche di regole di combinazione e di uso degli oggetti.

In fondo le regole che governano gli scambi tra i membri di un gruppo sociale sono la cultura. La comunicazione è comprensibile solo dentro la cultura. Essa è in effetti sempre un atto concreto, storico, che accade in un tempo ed in uno spazio ben definito. La comunicazione è sempre manifestazione concreta di uomini storicamente concreti.

D'altronde è solo attraverso l'osservazione degli atti comunicativi concreti che un osservatore esterno può tentare di «ricostruire» la cultura, e quindi il vocabolario e la grammatica dei modi di vita, di un determinato gruppo sociale. Chi vuol apprendere la cultura deve quindi apprendere a comunicare al suo interno.

 

2.2. La comunicazione come conflitto/competizione 

L'aver insistito sulla comunicazione come «scambio sociale fondamentale» non vorrei che avesse fatto nascere l'idea che la comunicazione sia una sorta di travaso di oggetti e informazioni da un individuo ad un altro.

La comunicazione non va intesa in modo idraulico: del liquido che attraverso qualche canale passa da un recipiente ad un altro. Se così fosse, lo studio della comunicazione potrebbe ridursi ad uno studio ingegneristico, al pari dell'idraulica, teso a individuare le regole di questi travasi.

Il problema è assai più complesso e meno tranquillo.

 

2.2.1. Un modello di comunicazione non idraulico, ma di condivisione 

Innanzi tutto occorre ribadire che nell'atto comunicativo i comunicanti giocano tutta la loro soggettività e parzialità.

Infatti la percezione del «reale» non è, come ad una visione ingenua potrebbe apparire, uguale per tutti gli individui.

Le nostre percezioni della realtà sono, in verità, tracce deboli e labili che noi elaboriamo in forme più definite e complete in virtù del nostro patrimonio di conoscenze e credenze, del nostro stato emotivo-affettivo, del nostro stato di salute, delle nostre aspettative e anche delle nostre più profonde paure.

Quando qualcuno parla, intorno al suono delle sue parole noi costruiamo una trama di significati che solo parzialmente coincidono con quelli che desiderava trasmetterci.

Perchè la comunicazione non si riduca ad un monologo a due, a tre, ecc., questo incontro di soggettività presuppone la esistenza di un'area, per quanto minima, di condivisione reciproca tra i comunicanti.

Nel rapporto di comunicazione, in effetti il mittente cerca di condurre il destinatario sul terreno dei propri significati e della propria intenzionalità comunicativa. II destinatario, riconosciuta questa intenzione, può aderire e quindi convergere oppure tentare, a sua volta, di condurre il mittente nel proprio terreno di significazione.

Se la comunicazione funziona bene, se la lotta si svolge secondo le regole, quella piccola area iniziale di significato che i comunicanti condividono all'inizio si allargherà, pur senza mai divenire totalmente comune, consentendo una più elevata integrazione reciproca.

 

2.2.2. L'apertura progressiva della soggettività all'oggettività

La «competitività» della comunicazione è fondamentale per fare sì che le persone escano dal bozzolo chiuso della loro soggettività per costruire, anche attraverso il conflitto, un terreno di incontro sociale che, in quanto riconosciuto da tutti, diventa «oggettivo». Oggettività relativa ad un patto comunicativo tra i partecipanti in un particolare gruppo sociale.

Il patto comunicativo garantisce una oggettività interna al gruppo, ma di fronte a quella di altri gruppi diviene, ed è, nient'altro che una diversa soggettività: quella del gruppo.

Anche tra i gruppi la comunicazione richiede l'incontro/scontro di soggettività, e quindi di intenzionalità e di significati differenti, per realizzare un patto comunicativo che consenta una sufficiente comprensione reciproca o integrazione.

La comunicazione è la competizione, è l'incontro/scontro delle soggettività attraverso cui viene costruita quell'area di condivisione, di partecipazione e di comprensione che è tipica dell'integrazione degli individui in una forma sociale. Come si è visto, questo modello è ben lontano da quello idraulico ed è molto più rispettoso della realtà umana.

Questo scontro infatti preserva da un iato, non negandola o esorcizzandola, l'individualità e la sua dimensione esistenziale e conoscitiva, e dall'altro lato consente di concepire il sociale come una trama in cui le singole soggettività si integrano in una soggettività di livello superiore: quella del gruppo. È questa concezione che consente poi di pensare il gruppo come un tutto composto da membri ben definiti che a loro volta sono un tutto.

Attraverso una competizione/cooperazione i membri del gruppo costruiscono un luogo di partecipazione che va oltre la loro individuale soggettività consentendo la condivisione della soggettività irripetibile e unica di altre persone umane.

Il gruppo è, quindi, il luogo della condivisione della propria soggettività con quella di altri. Il luogo, cioè, dove muovendo dal proprio mondo personale è possibile ricostruire, attraverso un faticoso lavoro, una nuova esperienza di unità con gli altri.

Questa esperienza ha necessariamente la prima sede in un piccolo gruppo; in un gruppo cioè che consente relazioni personali dirette, faccia a faccia. In questo gruppo si creerà una oggettività che è soggettività-di-gruppo, che si scontrerà/incontrerà con altre sino alla costruzione dell'oggettività di massimo livello che è quella di un sistema sociale.

Man mano si sale verso sistemi sociali più complessi le regole dell'incontro/scontro delle soggettività si modificano e non sono più legate alle esperienze esistenziali dei comunicanti ma ai sistemi di pensiero, di utilità, ecc., che costituiscono il dominio della politica. Questo processo di passaggio dalla «oggettività» del piccolo gruppo a quella del sistema sociale costruisce quella che altrove ho definito transazione tra mondi vitali e sistema sociale (cf Q5).

 

2.3. La comunicazione nei piccoli gruppi 

La comunicazione nei piccoli gruppi è prevalentemente faccia a faccia, diretta, non mediata cioè

da particolari strumenti di comunicazione che non siano quelli dell'apparato fisiologico umano. Si tratta di una comunicazione prevalentemente di tipo orale, gestuale e corporea

 

2.3.1. La comunicazione orale e il coinvolgimento

li fatto che la comunicazione interna ai piccoli gruppi sia prevalentemente orale non è scevro di conseguenze. Infatti la comunicazione parlata possiede alcuni caratteri che le altre forme di comunicazione non possiedono.

C'è una tradizione intellettuale che ritiene che lo stato arcaico dell'uomo consistesse in una sua aporganica, inconscia al mondo delle cose inanimate, agli altri uomini.

Questo legame inconscio fu rotto dal linguaggio e dalla coscienza. Il linguaggio separò l'uomo dall'uomo e l'umanità dall'inconscio cosmico.

La torre di Babele, la separazione degli uomini, la loro individualità e la loro coscienza sono il frutto del linguaggio.

Se questa funzione è svolta in generale da tutte le forme dì linguaggio, ci sono però delle graduazioni particolari. La parola parlata compie la rottura di questa unità assai meno, ad esempio, della parala scritta. La parola parlata comporta un forte coinvolgimento sensoriale, affettivo ed emotivo tra i comunicanti; possiede cioè una capacità di significare gli stati affettavi delle relazioni interpersonali, assai potente, superiore indubbiamente a quello della parola scritta. Basti pensare al numero di parole che occorrono in un romanzo per descrivere un'espressione orale come un grido, un pianto e una risata, la cui espressività nel rapporto diretto «parlato» è invece immediata.

La comunicazione orale, oltre a essere più coinvolgente a livello relazionale, consente una minor privacy, un minor individualismo, una minor segretezza.

Con la parola parlata si sperimenta necessariamente un'appartenenza solidale all'umanità e al cosmo assai più significativa di quella che consentono altre forme di comunicazione umana.

Il gruppo, in quanto luogo di comunicazione parlata, può costituire il luogo di questa esperienza, parziale ma assai significativa, di unità con gli altri.

È proprio l'uso della parola parlata che fa del gruppo un luogo ideale per la sperimentazione della solidarietà, dell'unità con altre persone, pur mantenendo vivo il senso della propria distinta individualità.

2.3.2. Alla frontiera del senso della vita e delle azioni

Da quanto sino ad ora detto emerge che il gruppo primario costituisce un luogo in cui circolano particolari significati che collegano l'uomo ad una esperienza profonda di unità con l'umanità e con il cosmo. Nel gruppo quindi la comunicazione è segnata da una forte tonalità affettiva e da un forte senso di appartenenza al tutto. Tuttavia nel gruppo circolano anche, ci mancherebbe altro, le informazioni, i dati che appartengono alla sfera dei processi cognitivi.

Nel gruppo sono, fortemente mescolati dati e sentimenti, emozioni e concettualizzazioni, in una misura, qualitativamente e quantitativamente, diversa da quella che si riscontra nella normale partecipazione alla vita delle organizzazioni e del sistema sociale.
Proprio per questo nel gruppo esistono e si manifestano con più efficacia strutture di comunicazione legate alla ricerca del senso globale delle azioni e della vita.

Il piccolo gruppo costituisce, in effetti, il luogo ideale dove i simboli, le immagini e i miti trovano il contesto rituale idoneo a far risuonare la loro potenza di senso.
I miti, intesi come quelle forme del discorso in cui il senso del tutto viene anticipato e proposto al di fuori dei canoni della persuasione argomentativa, come anche i simboli e le immagini, per svelare il loro potenziale conoscitivo devono essere letti nell'esperienza collettiva del rito.

Infatti penetrare nel mondo dei simboli, delle immagini e dei miti vuol dire tentare di percepire delle vibrazioni armoniche e, in certo senso, indovinare la musica dell'universo.
Il rito fornisce, al pari del contesto musicale, a queste forme del discorso la struttura che consente ad esse di svelare il proprio senso. Il rito non è altro che la codificazione di una «esperienza esemplare» la cui ripetizione introduce l'uomo nei luoghi in cui si concretizza il rapporto con il non umano. Il gruppo, anche il gruppo più informale e razionale, possiede sempre un insieme di miti e simboli e un contesto rituale. Non è detto però che possieda la capacità di far vibrare le segrete armonie del discorso simbolico e mitico. Alcuni pensano che questa capacità possa essere acquisita semplicemente perchè nel gruppo si ha l'abitudine di «raccontarsi addosso».

Ora, prescindendo dal fatto che questi racconti intimistici sono sovente «cattiva narrazione», è necessario ribadire che il contesto narrativo da solo non è sufficiente a svelare la profondità dei simbolo. Perchè questo possa avvenire è necessario uno schema comportamentale collettivo, altamente significante: quello del rito. All'interno del rito, e solo lì, la narrazione diventa, essa stessa, contesto di se stessa e dei simboli, delle immagini e dei miti che ospita.
Infine è necessario ricordare che nessuna ermeneutica può esaurire la interpretazione del simbolo, in quanto relativo al senso del vissuto personale e collettivo. Del resto, più che un significato relativo ad un oggetto, il simbolo propone un'esperienza di relazione con una realtà che è oltre le porte dei vissuto immediato e consapevole.

 

3. TRE FUNZIONI DEL GRUPPO COME SISTEMA DI COMUNICAZIONE 

Come ho già avuto modo di ricordare, il sistema è un insieme di unità interagenti in relazione tra di loro. Ogni sistema è quindi un tutto in cui le parti possono essere comprese solo in relazione al tutto e questo può, a sua volta, essere compreso solo in relazione alle parti. Tutte le parti che compongono un sistema di comunicazione godono perciò di influenze reciproche.

Ogni sistema poi possiede un sovrasistema e un sottosistema. Il sovrasistema è quel sistema di livello superiore che ha come sovrasistema lo Stato nazionale. Il sottosistema è invece una parte integrante del sistema che si considera. Di solito un sottosistema è una delle parti del sistema e svolge una particolare funzione nel gruppo.

Si possono quindi identificare i sottosistemi di un sistema di gruppo con le funzioni che vi sono presenti. Se il gruppo è considerato come sistema di comunicazione, le sue funzioni/sottosistema sono quelle necessarie allo svolgersi della comunicazione.

In ogni sistema di comunicazione le funzioni sono molte. Rispetto ai problemi posti dall'animazione del piccolo gruppo esse possono essere raggruppate e articolate nelle seguenti:

- il codice del gruppo, che costituisce il fondamento della sua identità culturale e della sua visione del mondo;

- i canali e le reti di comunicazione del gruppo, con tutti i problemi che riguardano la partecipazione e l'uso del potere;

- la memoria del gruppo come assenza/presenza della cultura e dell'inconscio collettivo nella vita del gruppo.

 

3.1. Il codice del gruppo e la strutturazione della sua identità 

Con il termine codice intendiamo, optando fra vari significati, la regola che mette in relazione due differenti sistemi di segnali.

Ad esempio, nel caso dell'alfabeto Morse si può parlare di codice perchè esiste una regola che permette di far corrispondere alle varie combinazioni di punto e linea che lo costituiscano le lettere dell'alfabeto fonetico.

Questo modo di definire il codice è quello più radicato nella lingua quotidiana. Basti pensare alla letteratura avventurosa, dove si parla

sovente di codici, che di solito sono segreti, e che sono niente altro che delle regole per tradurre una sequenza misteriosa di segnali in un discorso comprensibile.

Ogni gruppo umano possiede una funzione che consente di «tradurre» i messaggi che riceve (o che invia) in una lingua in grado di essere compresa dai suoi membri oppure, nel caso della trasmissione, dall'ambiente sociale esterno al gruppo.

Questo significa che il gruppo possiede un proprio linguaggio e dei

sistemi di segni tipici che lo differenziano, non importa se grandemente, dall'ambiente sociale. Ogni gruppo si forma un linguaggio privato idoneo a rappresentare i valori, il modo di vita, i pregiudizi, gli stereotipi e le ideologie che circolano nel gruppo e che sono accettati dai suoi membri.

Anzi, più correttamente, si può dire che il linguaggio è la cultura del gruppo, è il mondo del gruppo. Infatti il linguaggio attraverso i termini gergali, i particolari significati che attribuisce alle parole ed ai segni, le particolari formule grammaticali e stilistiche, manifesta il rapporto particolare che il gruppo ha con la realtà esterna e con se stesso.

Il codice è, quindi, il luogo in cui la individualità particolare del gruppo trova la connessione con le individualità degli altri gruppi e dei singoli individui che lo formano, oltre che naturalmente con la totalità del sistema sociale ed in generale della presenza umana nell'universo.

Il codice in effetti garantisce la differenza, la intimità e la segretezza del gruppo preservandolo dalla dispersione nel cuore della totalità, pur garantendogli una comunicazione con questa.

Ma il codice non serve solo a «tradurre» da e verso la lingua privata dei gruppo. Anche se significativa, questa funzione da sola è modesta per identificare un gruppo, che al di là delle differenze, in ogni caso usa la lingua comune dell'ambiente sociale in cui vive.

II codice stabilisce nel gruppo due altre importanti corrispondenze. La prima tra il linguaggio analogico e il linguaggio alfabetico e del gruppo.

La seconda tra il messaggio che circola nel gruppo ed il livello logico a cui esso deve essere interpretato.

3.1.1. La corrispondenza fra linguaggio analogico e linguaggio alfabetico

L'uomo comunica utilizzando, accanto ai linguaggi evoluti di tipo astratto, un tipo di comunicazione che viene chiamata linguaggio analogico.

La differenza tra il linguaggio analogico e gli altri linguaggi è costituita dal fatto che mentre il primo è prevalentemente biologico, in quanto non richiede alcun apprendimento essendo radicato nella sfera istintiva, gli altri sono di natura culturale e possono quindi essere appresi solo attraverso forme di trasmissione da individuo ad individuo.

Il linguaggio analogico quindi è ad un livello di natura ed appartiene al livello cui si svolgono le forme di relazione delle specie animali. Appartengono a questo linguaggio le smorfie di rabbia, di dolore o di gioia, i gesti di minaccia, i segnali impercettibili di natura sessuale, anche i cosiddetti sintomi e cioè le rivelazioni involontarie dello stato dell'organismo umano.

Questo linguaggio non possiede alcuna grammatica e quindi nessun tipo di organizzazione logica. Ciò lo rende altamente ambiguo, facilmente fraintendibile e quindi la sua comprensione richiede sempre che esso sia collocato in un contesto di relazioni interpersonali che sole possono precisarne il significato.

II codice opera traducendo questo linguaggio biologico nel linguaggio culturale costituito dalla lingua, oppure in un altro linguaggio evoluto.

La ambiguità del linguaggio analogico di fatto favorisce il sorgere di interpretazioni, diverse a seconda del gruppo sociale, della cultura e quindi del mondo concettuale in cui esso viene decodificato. II codice personalizza quindi la traduzione dei messaggi analogici rendendoli conformi alle attese del gruppo, almeno a come esse sono formulate dalle ideologie, dai valori e dalla cultura di quel gruppo sociale.

 

3.1.2 La corrispondenza fra messaggio e «livello» di interpretazione 

Il codice nel sistema di comunicazione/gruppo sviluppa il massimo della sua potenza svolgendo quella funzione, ancora poco conosciuta, che consiste nell'identificazione del livello logico corretto a cui una espressione linguistica deve essere interpretata.

II linguaggio umano deve parte della sua complessità al fatto che esso può parlare di oggetti concreti, oppure può essere usato per descrivere oggetti o fatti inesistenti, come nel caso della menzogna, o ancora che può creare mondi possibili attraverso l'invenzione fantastica.

Quello che poi stabilisce l'insuperata frontiera della complessità del linguaggio umano è che esso può parlare di se stesso autodescrivendosi.

Questa duttilità della lingua comporta, per poter essere utilizzata nella comunicazione, che gli individui siano sempre in grado di intuire quale dei possibili usi viene in quell'istante privilegiato.

Nell'uso della lingua intervengono contrassegni che permettono ai comunicanti, ad esempio, di comprendere se una frase va intesa in modo serio o scherzoso, oppure se allude ad una realtà concreta od immaginaria.

Questi contrassegni non agiscono al livello cosciente bensì a quello automatico-inconsapevole. Infatti se si chiede ad una persona da che cosa ha capito che una frase andava intesa in modo scherzoso vi risponderà solitamente che «era una cosa così evidente», senza saper precisare in che cosa consistesse questa evidenza.

La convivenza sociale, il buon adattamento individuale al gruppo

sociale, una percezione corretta di sé e del mondo si fondano sulla capacità di attribuire in modo esatto alle varie espressioni linguistiche il loro livello logico e quindi la corretta interpretazione all'interno della relazione sociale.

Al contrario, alcune patologie del comportamento, in particolare quella della schizofrenia, si manifestano tra l'altro nella incapacità di attribuire in modo corretto i contrassegni durante le normali comunicazioni linguistiche.

Anche la comicità molte volte nasce da errori nell'attribuzione dei contrassegni.

Gli errori della decodificazione o della codificazione sono all'origine tanto di alcuni momenti lieti, quanto di alcuni momenti tristi. L'infelicità umana spesso nasce dal rifiuto di alcuni individui di ridere dei loro errori di interpretazione dei contrassegni. Ad esempio, un dittatore pretende che la interpretazione letterale di una metafora non sia fonte di una risata dissacrante e liberatoria, ma fondamento di un triste rito di estorta obbedienza.

 

3.1.3. L'animazione come abilitazione al controllo e uso del codice di gruppo 

II codice, che come si è visto è lo strumento che consente al gruppo la comunicazione con l'ambiente esterno e con quello interno, assolve anche alla funzione di garantire che l'identità del gruppo, il suo modo di pensare la vita, il mondo e se stesso non venga distrutto ogni qual volta si attua un nuovo rapporto di comunicazione.

Nel codice è inserito il programma logico, la struttura fondamentale che organizza l'esperienza del gruppo, il suo essere in relazione, e quindi rappresenta una struttura fondamentale della cultura.

Ogni processo di animazione, ogni azione educativa incide sul codice, e quindi sulla funzione di codificazione e di decodificazione del gruppo

Il codice è lo scrigno segreto e, come nei romanzi di spionaggio, serve a difendere il gruppo dalla violazione della sua intimità profonda da cui si ergono le fondamenta dell'esperienza umana nel mondo. II codice è per l'animatore l'indicatore più potente di ciò che il gruppo è, di ciò che vuol divenire, dei suoi conflitti e delle sue illusioni.

Il modo di codificare e di decodificare di un gruppo rivela tutta la ricchezza e la povertà della sua cultura.

 

3.2. La rete di comunicazione e il potere nel gruppo               

Nei sistemi viventi, e quindi anche nei gruppi umani, con il termine canale si intende un collegamento che consente il passaggio dell'informazione dal trasmettitore al ricevente.

Quando due canali si intersecano formano un nodo. Quando invece alcuni canali sono collegati formano una rete di comunicazione. Tuttavia per avere una rete non è sufficiente che i canali siano collegati secondo una forma qualsiasi. Per costituire una rete di comunicazione essi devono essere disposti secondo una determinata struttura.

La rete deve insomma possedere un disegno dotato di senso logico. Un canale non consente la trasmissione di quelle informazioni che rispetto alla sua capacità sono o troppo grandi o troppo piccole.

Si è scoperto infatti che la capacità complessiva di una rete di comunicazione non può essere superiore a quella del canale che possiede la capacità minore. La capacità della rete è data, cioè, dalla capacità di quel canale che tra tutti quelli che la compongono possiede la capacità minore. E non quindi, come si potrebbe ingenuamente pensare, dalla media delle capacità di tutti i canali.

Questa considerazione è di interesse per i gruppi umani. Infatti in questi gruppi i canali di comunicazione sono in gran parte costituiti dalle persone che li formano. Applicando le precedenti considerazioni si deve allora dedurre che la capacità di comunicazione della rete di un gruppo è pari a quella del suo membro che la possiede in misura minore. L'ultimo, il povero del gruppo, è la misura della capacità di comunicazione del gruppo. La pedagogia degli ultimi trova qui un riscontro impensato.

 

3.2.1. Forma della rete e comportamento del gruppo 

La forma di una rete di comunicazione dipende non solo dalla sua forma grafica, dallo schema cioè secondo cui è disegnata, ma anche da altri fattori. Tra questi sono particolarmente rilevanti la distanza che separa i nodi che la formano, la direzionalità degli stessi ed, infine, la complessità della rete.

Leavitt nel 1951 ha formulato una legge a proposito del rapporto tra lo schema della rete di comunicazione ed il comportamento dei membri del gruppo. In essa si dice che: «il tipo di schema condiziona il comportamento dei membri che lo compongono, soprattutto per quanto riguarda la precisione, l'attività totale, la soddisfazione e, per quanto riguarda il gruppo, determina l'emergere di un capo e l'organizzazione del gruppo stesso».

Lo schema della rete è costituito dalla disposizione gerarchica dei membri del gruppo e quindi secondo il grado di potere e di autorità che possiedono, e dalla visualizzazione grafica del percorso che seguono i flussi di comunicazione. Di solito i gruppi umani si strutturano secondo un numero limitato di schemi e di loro varianti.

I principali di questi schemi sono quelli che vanno sotto il nome di centralizzato o piramidale, a catena, circolare, «all channel» o stellare. Le figure relative li descrivono meglio di qualsiasi parola.

Da un'analisi molto generale di questi schemi risulta che essi rappresentano situazioni psico-sociali, politiche ed esistenziali assai diverse e quindi si chiarisce perché influenzano il comportamento dei membri che li costituiscono.

Schema centralizzato

Questo schema si applica tanto ad un gruppo di tipo autoritario quanto ad uno democratico basato sulla delega dell'autorità e del potere.

Risulta evidente che solo chi sta al vertice possiede tutta l'informazione, e quindi il massimo di potere, e che la circolazione dell'informazione deve seguire delle vie gerarchiche molto precise. C ad esempio per comunicare con D deve passare attraverso A e B. B possiede una sola parte dell'informazione del sistema e a differenza di A può quindi esercitare l'autorità e il controllo solo su una parte del sistema.

Lo schema corrisponde a una struttura democratica quando la posizione delle persone nello schema viene attribuita attraverso i meccanismi della delega ed esiste la possibilità per tutti di controllare che l'esercizio dei ruoli assegnati, e quindi dell'autorità e del potere corrispondenti, avvenga rispettando le regole stabilite dal «patto» tra i membri del gruppo. È chiaro, comunque, che questo non è tra i vari modelli possibili di una struttura democratica quello più evoluto e rispettoso della giustizia e della libertà umana. 

Schema a catena

Lo schema a catena è tipico delle società segrete, delle cellule terroristiche, in cui per ragioni facilmente comprensibili ogni membro del gruppo o delle strutture può entrare in contatto con un numero molto limitato (1 o 2) di altri membri del gruppo. La gerarchia in questo tipo di schema è molto rigida e non è in alcun modo aggirabile dalle iniziative «devianti» di qualche singolo membro del gruppo.

Schema circolare

Questo schema non prevede un vertice o un centro. Tutti possiedono la stessa quantità di autorità, di potere e di informazione.

Anche nello schema circolare ogni membro del gruppo può entrare in contatto con un numero molto limitato di membri. Ogni persona può comunicare con altre due persone. Si potrebbe dire che questa è una cellula segreta autogestita, nel senso che non prevede alcun capo o gradi gerarchici differenziati, pur mantenendo in modo rigido la limitazione dei rapporti tra i componenti del gruppo.

Schema stellare o «all channel»

E' questo lo schema tipico dei gruppi e delle organizzazioni autogestite e democratiche. Infatti ogni membro del gruppo può entrare senza problemi o intermediazioni in rapporto con tutti.

L'aspetto più significativo è però dato dal fatto che presuppone una omogenea ripartizione dell'informazione, del potere e dell'autorità tra tutti. Non significa però che non esista una differenziazione di ruoli. Infatti una differenziazione può avvenire anche all'interno di una effettiva corresponsabilità e partecipazione di tutti alle decisioni ed alle scelte che governano la vita formale del gruppo.

Lo schema richiede, al di là della sua apparente semplicità, una serie di regole, di norme o di modalità organizzative complesse per consentire la effettiva realizzazione pratica.

Di solito lo schema è il risultato non iniziale, ma finale di un processo di maturazione di gruppo. Questo tipo di gruppo è il più efficiente nello svolgimento di un lavoro, in quanto è ridotto al minimo il numero di canali e di nodi che mettono in comunicazione i soggetti.

3.2.2. Altre caratteristiche della rete 

La distanza tra i nodi e gli individui che formano il gruppo

È questo forse l'aspetto più semplice della forma del gruppo. Non è altro, infatti, che la distanza fisica e/o culturale che separa i vari individui.

Esso serve per stabilire principalmente se un gruppo è primario o è secondario.

Infatti quando le persone sono molto distanti tra di loro fisicamente, oppure hanno notevoli problemi di relazione per la diversità molto marcata della loro lingua e della loro natura di riferimento, difficilmente sarà possibile la formazione di un gruppo primario, e più facilmente, si costituirà un gruppo secondario.

In un gruppo dove i componenti hanno distanze diverse, la comunicazione tende a incrementarsi tra quelli più vicini, marginalizzando quelli più distanti. Quando poi è una intera parte del gruppo, a cui tra l'altro sia demandato lo svolgimento di una funzione particolare, ad essere distante dal resto, esso tende ad autonomizzarsi ed il gruppo perde la capacità di esercitare un controllo. 

Qualità e tipo di canale di comunicazione 

La terza caratteristica che aiuta a comprendere la forma della rete è data dalla natura dei canali di comunicazione.

Nel gruppo primario, basato fondamentalmente sulla comunicazione orale, il canale è costituito dall'aria che separa le persone e che può trasmettere le onde sonore.

Così il gruppo consente un rapporto diretto tra le persone, oppure un rapporto mediato da qualche particolare strumento o medium. La forma è infatti influenzata dalla natura diretta oppure mediata che i canali di comunicazione hanno. La comunicazione subisce profonde modificazioni a seconda del medium che utilizza. Non per nulla Marshall MacLuan sosteneva che il medium è il messaggio. Un altro aspetto significativo della natura dei canali di comunicazione è costituito dall'essere unidirezionale o bidirezionale.

Alcuni canali possono infatti essere usati in entrambe le direzioni, mentre altri solo in una.

La televisione ad esempio è un canale medium monodirezionale, perchè chi la vede non può, con lo stesso mezzo, mandare messaggi a chi sta trasmettendo; il telefono, invece, è bidirezionale perchè consente il passaggio delle comunicazioni in entrambe le direzioni. L'esistenza di canali bidirezionali in un gruppo garantisce, oltre alla migliore qualità di vita, anche una superiore efficienza ed una migliore qualità nello svolgimento dei compiti del gruppo. 

La complessità della rete 

Quest'ultima caratteristica non si riferisce tanto al grado di intrico di una rete, bensì alla quantità di informazione che è necessario spendere per far passare un messaggio dal mittente al destinatario.

Nel caso di uomini l'energia non è solo quella materiale che si impiega per parlare, scrivere e trasportare un messaggio, ma soprattutto quella psichica che occorre attivare per stabilire un corretto rapporto di comunicazione. Parlare con un capo autoritario per comunicargli qualcosa che si presume non gli sarà gradito, richiede un dispendio notevole di energie psichiche.

Una rete complessa quindi non facilita la comunicazione, ma la rende dispendiosa ed onerosa. Un gruppo autoritario gerarchicamente rigido richiede per comunicare un dispendio di energie superiore a quelle di un gruppo autogestito.

 

3.2.3. Animare per tradurre la partecipazione 

La forma della rete è determinata quindi da un insieme di fattori complessi di cui il più importante è indubbiamente lo schema della rete. Non sono tuttavia da sottovalutare la distanza, la natura dei canali o la complessità che possono arricchire la forma di comunicazione. La forma della rete di comunicazione, che altro non è che la descrizione strutturale delle relazioni individuali nel gruppo, influenza profondamente i processi di partecipazione, decisione e quindi la distribuzione dell'autorità e del potere all'interno dello stesso gruppo.

In un gruppo, perciò, il problema della partecipazione non deve essere affrontato in forme più o meno volontaristiche, ma deve risolversi nella progettazione e realizzazione di reti di comunicazione in grado di tradurre nel concreto i «nuovi propositi». Un buon proposito, senza una rete adeguata è una intenzione che non avrà alcuna speranza di tradursi nella realtà. 

 

3.3. LA MEMORIA DEL GRUPPO 

La terza funzione della comunicazione in un gruppo di cui intendiamo parlare è la «memoria». Ogni gruppo possiede una memoria collettiva, conscia ed inconscia, che influisce sul suo comportamento.

La memoria può esistere solo in quanto diffusa o dispersa tra i membri del gruppo, oppure consistere in un vero e proprio archivio dove vengono registrati gli atti ufficiali, oppure ancora essere delegata a una o più persone che divengono le depositarie della storia e della tradizione del gruppo.

Se un gruppo vuole mantenersi aperto e sviluppare al massimo la sua capacità di adattamento, nel rispetto della sua identità, deve stabilire un corretto rapporto con la memoria collettiva evitandone l'obsolescenza ed il decadimento oltre all'assunzione di un aspetto di rigida normatività.

L'identità è uno dei motivi per cui nei gruppi sociali il sottosistema memoria acquista una forte rilevanza culturale e può essere fonte tanto di salute e benessere quanto di patologie.

 

3.3.1. Alcune leggi sul funzionamento della memoria del gruppo 

Dagli studi intorno alla memoria come funzione è possibile ricavare le leggi fondamentali che ne regolano il funzionamento.

Anzitutto, man mano aumenta il tempo in cui una informazione è depositata nella memoria, senza venire periodicamente evocata e quindi rimemorizzata, diminuisce la possibilità di rievocazione mentre aumentano le distorsioni e le omissioni durante la eventuale rievocazione.

Questo significa che se un gruppo non ha, nel corso della propria esistenza, momenti in cui può attivare la memoria del passato, la sua cultura e la sua tradizione tenderanno ed impoverirsi ed a deformarsi.

il passato perderà la sua realtà oggettiva per divenire una sorta di proiezione psicologica del presente.

La perdita della cultura orale ha di fatto significato per molti gruppi la perdita della capacità di rievocare e quindi di rivitalizzare il patrimonio della cultura che non era traducibile in documenti, perdendo perciò una parte rilevante della propria dimensione esistenziale.

Ci sono poi gruppi che sembrano vivere in una sorta di eterno presente, bruciano tutto ciò che è passato e non sembrano quindi avere memoria di ciò che è stato e sono perciò condannati all'alienazione. Un'altra osservazione rileva che nel prendere una decisione, nell'impostare una azione un gruppo è maggiormente condizionato dalla esperienza passata piuttosto che dal modello su cui si basa la propria organizzazione.

Si è visto che la memoria, ovvero la capacità di espandersi andando indietro nel tempo, rappresenta per il gruppo la garanzia dell'appartenenza ad una storia od ad una cultura.

Ora non ho ingenuamente scambiato questa funzione con quella di un archivio più o meno sofisticato. Anche se dopo l'avvento dei calcolatori è divenuto un luogo comune il pensare alla memoria solo come ad un deposito organizzato di informazioni. Essa è anche, indubbiamente, una sorta di archivio, ma, nello stesso tempo, è qualcosa dì diverso e dì più; è la capacità di ricostruire, di pensare qualsiasi parte della cultura. Sapere un verso, una formula, possedere un valore non richiede solo una capacità di ripetizione meccanica, ma anche la capacità di produrre, di pensare o dì attuare la cosa che viene ripetuta.

Il di più consiste nella capacità di produzione di forme nuove, diverse o abituali di pensiero. Gli antichi aedi che recitavano poemi complessi e molto lunghi, senza possedere e utilizzare testi scritti, non erano mostri di memoria, ma persone che memorizzavano la struttura fondamentale del racconto e poi possedevano la capacità di ricomporlo «reinventandolo» nelle strutture metriche della tradizione.

La memoria puramente meccanica, tipo quella dei calcolatori, nella vita umana è posseduta solo dagli idioti.

Nelle persone più o meno intelligenti la ripetizione mnemonica non è mai un fatto passivo, meccanico, ma è sempre anche l'esercizio di una attività di pensiero creativo.

La memoria agisce, però, anche quando noi non stiamo ricordando; anche quando è assente dalla nostra coscienza, agisce e influisce sul nostro comportamento. La memoria è, da questo punto di vista, un'assenza che si fa continuamente presenza. Essa anche quando non è visibile, è il retroterra culturale che dà forma ai pensieri ed ai comportamenti umani.

La cultura è memoria e la memoria è cultura, quando naturalmente la memoria non è solo individuale ma appartiene stabilmente ad un gruppo sociale. Ogni gruppo umano possiede una propria cultura, che non coincide completamente con quella del sistema sociale più vasto in cui è inserito. È questa differenza che, più di ogni altra, disegna gli orizzonti dove si dice lo scopo, il senso e l'utilità della vita di gruppo.

4. INFLUENZA DEL GRUPPO SUL COMPORTAMENTO DEGLI INDIVIDUI 

Pur non volendo assumere il punto di vista di quelle scuole psicologiche e sociologiche che tendono a considerare l'individuo come il riflesso dei condizionamenti sociali e ambientali che ha subìto sin dalla nascita, occorre però riconoscere che le influenze sociali, le esperienze collettive hanno un qualche influsso sulla formazione della personalità e sul suo comportamento.

II gruppo è un luogo privilegiato in cui queste influenze si esercitano.

Anzi si potrebbe dire che esso è il tramite fondamentale delle principali forme di condizionamento, positive o negative, non importa, che la società esercita verso i suoi membri.

Oltre che attraverso gli aspetti strutturali (rete, codice, memoria, ecc.) e di significato (riti, miti, linguaggio, ecc.) l'influsso del gruppo sulle persone si manifesta per mezzo dei «tipi di rapporto interpersonale» che si stabiliscono tra i membri.

La pragmatica della comunicazione umana studia come i vari modi di stabilire la relazione influenzano il comportamento dei comunicanti, al di là di ciò che essi si dicano. A molte delle «scoperte» della pragmatica della comunicazione farò d'ora in avanti riferimento.

 

4.1. Comunicazione e bisogni primari dell'uomo 

Secondo una suggestiva ipotesi, la comunicazione, oltre a svolgere la funzione di scambio sociale fondamentale, svolge anche quella di confermare ogni individuo come esistente. Infatti nel faticoso processo di separazione dell'uomo come individuo della totalità, nel suo acquisire la coscienza di sé come unico, separato e distinto dal mondo, la comunicazione gioca un ruolo fondamentale.

La coscienza si basa sulla percezione di se stessi come esistenti nel mondo e della differenza e somiglianza con gli altri uomini. Sia la conferma di sé come esistenti che la comprensione della differenza, avvengono grazie alla comunicazione che ogni persona stabilisce, con se stesso, gli altri e la natura. La comunicazione disegna l'identità dell'individuo e lo conferma come esistente. Quando l'uomo comunica è come se ogni volta domandasse: «io esisto? e se è vero che esisto, io sono come mi vedo?». Così se qualcuno mi chiede: «che ore sono?», oltre a chiedermi l'ora di fatto mi domanda se esiste, se è proprio lui. Per questo se io gli rispondo gentilmente: «sono le 16», gli dirò oltre all'ora anche la certezza di esistere e gli confermerò che lui è, grosso modo, come si vede.

Se invece io gli rispondo in modo sgarbato: «Comprati un orologio!», gli confermo sì che esiste, ma, nello stesso tempo, tenderò a negare che lui sia proprio come si vede e gli comunico che non mi piace, lo rifiuto.

Infine se a fronte della sua domanda io faccio finta di niente e non gli rispondo, ignorandolo, di fatto tendo a negare radicalmente la sua esistenza.

Da questo si vede come la comunicazione nella vita umana ha uno spazio che va ben oltre i motivi determinati dalla sua utilità immediata.

Accanto al bisogno di identità e di conferma di esistenza ve ne sono altri due fondamentali: quello di approvazione e quello di certezza, ai quali la comunicazione, ed in questo caso la comunicazione di gruppo dà una risposta.

Perchè l'uomo possa vivere con una certa fiducia in sé, una certa sicurezza, è necessario che si senta accettato ed approvato, dalle altre persone, dai gruppi sociali nei quali vive. I più forti si accontentano di essere approvati da poche persone, per loro significative. Quelle più deboli hanno invece bisogno di essere approvate da tutti. Come si è già intravisto prima, l'approvazione di sè la si può percepire, non tanto da risposte a una domanda specifica, ma dal modo con cui gli altri si comportano nella comunicazione. Allo stesso tempo viene data la risposta al bisogno di certezza che ogni persona si porta dentro.

Se è vero che ogni persona deve sentirsi esistente e approvata per vivere con un minimo di equilibrio e sicurezza, è altrettanto vero che deve anche sentirsi rassicurata che le opinioni, le credenze, i valori e le informazioni che possiede sono vere e condivise dagli altri membri del gruppo.

La trama di relazioni che il gruppo sviluppa, prima di servire per raggiungere il proprio scopo, serve alle persone che lo formano per trovare una prima risposta a questi bisogni fondamentali.

È necessario tenere presente questa realtà per accedere alla comprensione del perchè alcuni tipi particolari di comunicazione influenzano il comportamento dei membri del gruppo.

 

4.2. Il gruppo come ricerca di stabilità e sicurezza 

Nel momento in cui risponde a questi bisogni umani fondamentali la comunicazione di gruppo realizza un ambiente rassicurante e pone quindi le premesse ad ogni possibile attività evolutiva che i singoli o il gruppo possono intraprendere.

Tuttavia, perchè la vita di gruppo divenga fonte di garanzia e sicurezza, è necessario che la trama delle relazioni si istituzionalizzi e che la comunicazione si svolga perciò secondo modalità che consentano, seppur parzialmente, ai membri del gruppo di controllarne gli effetti.

Se la comunicazione in generale assolve al bisogno di conferma di esistenza e di identità, di approvazione e di certezza, la comunicazione secondo un modello istítuzionale garantisce le persone dall'esperienza di angoscia.

Questo aspetto è ben illustrato da una favola di Schopenhauer, ripresa a suo tempo da Freud. La favola racconta che, in una notte buia e fredda, dei porcospini scoprono che avvicinandosi hanno meno freddo. Si avvicinano sempre più, ma, ahimè, sono porcospini, e finisce che si pungono reciprocamente. Spaventati si ritraggono. Quando sono lontani rimpiangono il calore perduto ma nel contempo temono di pungersi. Dopo un pò, vinta la paura, si riavvicinano, si ripungono. Vanno avanti in questo modo sino a quando trovano una posizione che consente di scambiarsi reciprocamente calore senza pungersi.

La distanza di sicurezza a cui i porcospini si assestano alla fine non è nient'altro che la metafora dell'istituzione. Le istituzioni umane infatti regolano i rapporti in modo che le persone possono cooperare senza essere soggetti alla minaccia dell'altro, al timore che gli altri possano trasformarsi in strumenti che violano la propria integrità fisica e spirituale.

In termini psicoanalitici si potrebbe dire che in questa favola sono rappresentate le due angosce primarie della psiche umana: l'angoscia persecutiva e l'angoscia depressiva.

La prima è la paura dell'altro visto come oggetto cattivo (gli aculei del porcospino). La seconda è la paura di perdere l'altro inteso come oggetto buono (il calore).

Ora I'istituzione garantisce un tipo di relazione che consente di cooperare con l'altro senza sottoporsi alla esperienza di angoscia. Per sottrarsi alla esperienza di angoscia che altrimenti i suoi membri proverebbero i gruppi umani non patologici codificano, regolano la comunicazione secondo particolari modelli. I membri del gruppo accettano queste regole costringenti, perchè sanno, almeno inconsciamente, che in cambio di una limitazione si potrà sperimentare il caldo degli altri porcospini. L'esigenza di stabilità relazionale nei gruppi fa si che la comunicazione operi anche qui delle influenze piuttosto significative sul comportamento dei membri, sottraendoli al campo della totale libertà dì espressione e ponendoli dentro un preciso e definito sistema di costrizioni.

 

4.3. Gli assiomi della comunicazione 

I principi utili per comprendere come il modo di comunicare influenzi il comportamento delle persone sono solo cinque. Vengono detti assiomi perchè la loro evidenza è tale da non richiedere particolari dimostrazioni.

4.3.1. «È impossibile non comunicare»

Il primo assioma dice che: «È impossibile non comunicare». L'assioma evidenzia che il silenzio e il rifiuto di parlare non possono essere considerati non-comportamenti.

Essi sono viceversa comportamenti che, all'interno di una interazione, assumono un significato

ben preciso e sono all'origine del comportamento dell'altro o degli altri soggetti. La persona che in un gruppo non risponde ai messaggi degli altri, anche se non vuole, comunica un messaggio che al minimo vuol dire «non voglio comunicare».

L'analisi del contesto in cui si svolge questo comportamento consente solitamente di arricchirlo di altri significati.

Il fatto che non si riesce a non comunicare è di solito noto a chi non vuole comunicare e dà origine a una serie dì comportamenti che cercano di armonizzare il nonpoter-non-comunicare con il non-voler-comunicare.

Vediamo alcuni comportamenti a cui questa situazione può dare origine.

- In un gruppo il messaggio che uno o più membri non vogliono comunicare suscita delle reazioni, dei comportamenti negli altri. II messaggio «non voglio comunicare» innesca un processo di comunicazione, un'interazione, che è proprio ciò che il soggetto non-comunicante voleva evitare.

- II tentativo di sottrarsi alla comunicazione, in questi casi, si può trasformare in una strategia più complessa che ha un notevole riflesso sulle interazioni.

Questa strategia può consistere nel rifiuto esplicito della comunicazione che comporta però, perchè viola determinati valori e standards sociali di comportamento, reazioni emotive e in chi lo subisce e, ad esempio, sensi di colpa in chi lo promuove. Si innesca pertanto una spirale di comunicazione altamente significativa dal punto di vista del comportamento che ne consegue.

- Un tentativo più sofisticato è cercare di squalificare la comunicazione, introducendo elementi di contraddittorietà, di incoerenza, incompletezza nei propri messaggi.

- Un'altra via è quella di uno stile oscuro, manierato, di gioco del fraintendimento. Questo dovrebbe consentire a chi è obbligato a comunicare di evitare nella so stanza la comunicazione senza violare le regole sociali. Certi comportamenti di comunicazione folli, certi sproloqui, certi flussi linguistici incoerenti, non sono il frutto della «poesia» o della «stranezza» di un individuo, ma possono essere tranquillamente determinati in un individuo sano, dal fatto che in un certo contesto questo è l'unico comportamento possibile.

A volte la «illogicità» o «follia» (apparente) di un individuo è determinata da colui che, con intenti pedagogici o di studio, lo pone in una situazione in cui la sua unica difesa è squalificare la comunicazione.

- Un'altra strategia dell'«impossibile non-comunicare» è il rifugio nel sintomo.

li soggetto che non vuole comunicare attraverso un messaggio non verbale (il sintomo) dice agli interlocutori, che vorrebbe comunicare con loro ma che c'è qualcosa più forte della sua volontà che glielo impedisce. Questo qualcosa può essere un disturbo, una malattia, un tabù, l'educazione, un pregiudizio, un'ideologia.

Si fugge, in questo caso, dalla comunicazione proiettando, a beneficio di se stessi e degli altri, la responsabilità su un fatto esterno a se stessi e coercitivo.

Il compito dell'animatore. Da questo assioma deriva, per l'animatore, una attenzione, quando osserva la vita del gruppo, al valore che il silenzio ha come comportamento. Esso non è mai uguale a se stesso, ma, a seconda del contesto e del tipo di interazione, ha caratteristiche diverse e specifiche. Il silenzio, il rifiuto della comunicazione sono la chiave di lettura di una dimensione particolare, spesso trascurata della vita di quel sistema di interazioni che è il gruppo.

4.3.2. La comunicazione come contenuto e come relazione

Il secondo assioma della comunicazione dice: «Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto ed uno di relazione, di modo che il secondo classica il primo ed è quindi meta-comunicazione».

Ogni comunicazione umana ha, cioè, un aspetto di notizia o contenuto ed uno di comando o relazione: dove il primo trasmette i dati della comunicazione ed il secondo il modo in cui tale comunicazione deve essere assunta.

II contesto poi in cui si svolge la comunicazione serve a precisare ulteriormente la relazione, dando un senso più definito al comando. Si pensi, ad esempio, all'espressione «quanto sei carina!» come cambia di significato a seconda che il contesto relazionale sia di affetto o di disprezzo della persona.

È quasi superfluo sottolineare che l'aspetto di relazione nello studio delle interazioni sociali, è molto più importante del contenuto, anche se solitamente vi si presta poca attenzione. Molte patologie di gruppo e molte difficoltà di relazione hanno origine a questo livello e perdurano aggravandosi, perchè le persone non sono in grado di affrontarle attivando una comunicazione sulla relazione.

Le difficoltà si sviluppano, cioè, perchè gli individui non sono in grado di affrontare i problemi della meta-comunicazione. L'aspetto relazionale della comunicazione è infatti comunicazione sulla comunicazione e perciò meta-comunicazione.

Molti studi di terapia familiare hanno dimostrato che nelle patologie della coppia, disaccordo, litigi, ecc., di solito la vera causa non è il disaccordo tra i coniugi sul contenuto, ma quello sulla relazione. Di questo, e perciò il disaccordo cresce a spirale e non si risolve, la coppia non ha coscienza; è convinta infatti che all'origine vi sia il conflitto sul contenuto, o desidera pensarlo.

Il contenuto è, in questi casi, il pretesto per manifestare un disaccordo a livello di relazione. Infatti, di solito, anche quando si risolve la controversia sul contenuto, il disaccordo resta o manifesto o latente, in attesa di un nuovo contrasto di contenuto su cui esercitarsi.

Il compito dell'animatore. Per capire, risolvere i problemi di tensione, di conflitto, di disgregazione che si realizzano è necessario che il gruppo sia in grado di analizzare la comunicazione tra i suoi membri dal punto di vista della relazione, di fare cioè un'analisi della meta-comunicazione. Compito dell'animatore è aiutare il gruppo a muoversi ai due livelli di comunicazione.

 

 4.3.3. La punteggiatura nella sequenza della comunicazione 

Il terzo assioma della comunicazione dice: «La natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti».

La comunicazione umana, così come la vita, si svolge in un continuo che per poter essere letto, compreso, dotato di significato, va organizzato in unità, in segmenti, trasformandolo in una sequenza di unità linguistiche.

Il modo di segmentare, ovvero punteggiare, una qualsiasi sequenza di eventi o una sequenza di segni, determina in gran parte il significato degli stessi eventi e segni. Uno stesso continuo di eventi o di segni, cambia significato a seconda del modo in cui è segmentato attraverso la punteggiatura.

Individui che vivono la stessa sequenza di eventi, danno, a volte, interpretazioni e significati diversi perchè punteggiano gli eventi in modo diverso.

Tipico è il caso in cui marito e moglie bisticciano perchè secondo la moglie «Io brontolo perchè tu ti chiudi in te stesso», mentre secondo il marito «Io mi chiudo in me stesso perchè brontoli». Anche tipico, e ben più tragico, è il caso del tavolo della pace dove si bisticcia su chi... ha aumentato il numero dei missili. Ognuno dei due ritaglia, a suo sostegno, un segmento della storia militare degli ultimi anni.

Le cause di una diversa punteggiatura possono essere ricercate nel fatto che gli individui possiedono una diversa informazione, una diversa visione del mondo, un diverso modo di selezionare le informazioni. Di solito ogni individuo, a causa della convinzione che esista soltanto una realtà, che la sua visione del mondo corrisponda al mondo oggettivo e non sia invece il modo con cui i suoi sistemi simbolici lo organizzano, tende a confondere il proprio modo di punteggiare gli eventi con quello assoluto, normativo.

Di conseguenza, di fronte alle diversità di punteggiatura, in molti casi, ognuno è convinto che la propria sia quella giusta e non capisce perchè l'altro neghi, a suo avviso, l'evidenza.

Tutto ciò è fonte di disturbi di comunicazione per quanto riguarda gli aspetti di relazione.

La diversità della punteggiatura può provocare, poichè molti pensano ancora che negli eventi vi siano cause ed effetti che si svolgono secondo una sequenza lineare, che ognuno di fronte ai disturbi di relazione attribuisca la responsabilità all'altro, dicendo che la comunicazione dell'altro è causa della sua reazione. Entrambi, in perfetta buona fede, sono convinti di ciò che affermano.

Questo si verifica perchè la relazione di comunicazione è di tipo circolare, ed in un cerchio non c'è inizio e non c'è fine se non in modo arbitrario. Ognuno attribuisce invece arbitrariamente un proprio inizio al cerchio e questo provoca l'idea di causa-effetto, che nella interazione sociale non esiste.

Il compito dell'animatore. L'animatore ha il compito di abilitare il gruppo a metacomunicare sulla punteggiatura delle sequenze di vita di gruppo. In effetti la punteggiatura è superata solo se si riesce a metacomunicare sulla punteggiatura, se si ha coscienza che essa è un atto soggettivo ed arbitrario. Solo se si riesce a capire perchè l'altro punteggia in un certo modo gli eventi, si può superare il disturbo di comunicazione. È un modo di ribadire come la comunicazione sia fondamentalmente segnata dalla metacomunicazione. L'animatore deve operare affinchè si acquisti consapevolezza dell'assioma e si impari a metacomunicare sulla realtà che esso esprime.

 

4.3.4. La traduzione difficile tra modulo numerico e modulo analogico 

Il quarto assioma della comunicazione dice: «Gli esseri umani comunicano utilizzando tanto il modulo numerico che quello analogico» e sottolinea la difficoltà di interpretazione reciproca tra i due moduli.

L'uomo nella comunicazione utilizza tanto il modulo numerico che quello analogico.

Il modulo numerico è quello che utilizza segni che hanno una relazione arbitraria e astratta con gli oggetti fisici e concettuali che in qualche modo rappresentano, e che vengono manipolati secondo una determinata logica.

La lingua, l'aritmetica, la musica, ecc., sono esempi di questo tipo di linguaggi.

Nella comunicazione a modulo analogico il segno è invece stabilito per via filogenetica e fa parte della sfera istintuale, arcaica dell'organismo. Segni di questo genere sono, per esempio, il riso, il pianto, la gestualità in generale. Nell'analisi dell'interazione umana è rilevante la descrizione di come i due livelli interagiscono; di come, ad esempio, la comunicazione a livello analogico possa essere trasferita in quella numerica e viceversa. Molti problemi nascono in effetti dalla difficoltà di tradurre il linguaggio analogico in quello numerico.

Gli errori di traduzione danno origine a disturbi tra le persone. Anche perchè l'uomo, a differenza dell'animale, ha sviluppato una comunicazione numerica che è gerarchicamente superiore a quella analogica. Di conseguenza il messaggio analogico, per diventare l'origine di un comportamento di risposta, deve essere tradotto nel linguaggio numerico.

Questo non vale sempre, sia chiaro, ma è valido in tutti i casi di condotta razionale dell'uomo. Certamente non vale in situazioni in cui salta il controllo razionale dell'uomo su se stesso. Quando l'uomo si muove all'interno di una condotta istintuale, utilizza cioè l'informazione analogica.

- La traduzione del messaggio analogico in quello numerico è soggetta a notevoli distorsioni. Quando un messaggio analogico viene tradotto deve essere completato, ma il suo completamento avviene spesso sulla base di una interpretazione soggettiva che può dargli un significato diverso da quello che gli ha dato chi lo ha trasmesso.

Occorre allora, per poter tradurre senza distorsioni, cogliere la caratteristica centrale del messaggio analogico, e cioè che è non una osservazione o una denotazione ma sempre una proposta, una domanda. I messaggi analogici sono sempre invocazioni di relazione che propongono la ricerca di un accordo circa le future regole di relazione.

Un atteggiamento di aggressione, ad esempio, può significare tanto una minaccia quanto una intenzione di non aggressione. Non esistendo la negazione nel linguaggio analogico, un soggetto non può comunicare «io non ti aggredisco», comunica invece il segno dell'aggressione. Se chi lo riceve dà ad esso un significato di non aggressione, allora con un altro segnale, ad esempio nell'animale l'offrire la parte più indifesa all'altro, fornirà le regole di una interazione che esclude l'aggressione. Se invece reagirà difendendosi o aggredendo, questo comunicherà all'altro il rifiuto della invocazione di relazione pacifica.

- Il fraintendimento dei messaggi analogici provoca allora lo scatenamento di conflitti di relazione.

Gli animali che non hanno altre possibilità di comunicare, se non a livello analogico, sono fonte di insegnamento circa l'uso di questo modulo. Per segnalare la negazione di un'azione la propongono e la mostrano senza portarla a termine. II non compimento dell'azione segnala la negazione e dà il segnale di invocazione della relazione a prima vista negata.

Dato che molti aspetti della relazione umana sono intessuti dalla comunicazione analogica, è necessario tenere presenti anche questi aspetti per ridurre le fonti di conflitto inutile.

- C'è un altro aspetto poi importante, ed è quello che riguarda il processo inverso di traduzione del messaggio numerico in quello analogico. Occorre dire che questa è una regressione, e come tale patogena, che scatta quando uno o più soggetti perdono, parzialmente la capacità di comunicare con il linguaggio numerico e cioè con la metacomunicazione. Il ritorno all'analogico diviene, apparentemente l'unica soluzione possibile. Il compito dell'animatore. Egli renderà il gruppo consapevole che la comunicazione analogica accompagna spesso, come aspetto di relazione, la comunicazione di un contenuto. La evoluzione positiva del gruppo deriverà dalla capacità dei soggetti di comunicare attorno alla relazione, di tradurre prima l'analogico in numerico e poi di comunicare ancora in numerico. La metacomunicazione è la via del controllo della relazione. Ora controllare le relazioni è la via di ogni socialità che non sia barbarie e riduzione delle capacità individuali.

4.3.5. La comunicazione tra scambi simmetrici e scambi complementari 

Il quinto assioma della comunicazione dice: «Tutti gli scambi di comunicazione sono simmetrici o complementari, a seconda che siano basati sulla uguaglianza o sulla differenza».

Le relazioni tra due o più persone tendono a svolgersi all'interno di

un continuo che ha agli estremi due poli. L'uno costituito dall'interazione simmetrica e l'altro dall'interazione complementare. L'interazione simmetrica si ha quando, di fronte ad una comunicazione di un partner, l'altro risponde rispecchiando il suo comportamento.

Un esempio è quello di una persona che di fronte a un'azione di dominio di un partner risponde con un'azione di dominio equivalente.

L'interazione complementare è quella in cui il comportamento di uno dei partner risponde completando quello dell'altro. Di fronte, ad esempio, ad un atto di dominio di un partner, l'altro risponde con un atto di sottomissione. Nell'interazione complementare un partner di solito assume la posizione one-up (primaria-dominante), mentre l'altro assume una posizione one-down (gregaria-secondaria).

Esempi di relazione complementari normali sono quella medico-paziente, docente-allievo, madre-figlio, ecc.

La rigidità di comportamento dei soggetti può provocare una sorta di progressione della relazione simmetrica, fino ad uno scontro estenuante.

Di segno opposto, ma comunque preoccupanti, sono anche le relazioni in cui la complementarità, che viceversa assicura armonia, vede sempre gli stessi soggetti in posizione one-up e, di contro, gli altri sempre in posizione onedown.

Il compito dell'animatore. L'animatore deve operare affinchè ci sia nel gruppo, a seconda delle situazioni, una scelta adeguata del tipo di relazione, simmetrica, complementare o mista che sia.

Egli deve abilitare a comprendere quando è utile che un partner reagisca con un atteggiamento simmetrico, o quando è più utile quello complementare.

Anche perchè la buona armonia in un gruppo richiede a volte duri contrasti. Se si pensasse di eliminare le relazioni simmetriche, il gruppo potrebbe diventare dipendente da un leader, da un sottoleader, ecc., secondo i modelli gerarchici piramidali diffusi nelle organizzazioni sociali odierne. E siccome la complementarità assoluta è un buon adattamento alla autorità, un gruppo che voglia gestirsi democraticamente deve saper utilizzare convenientemente i due tipi di relazioni.

Occorre operare affinchè la simmetria sia raggiunta facendo in modo che gli atteggiamenti complementari tra le persone alla fine si equivalgano. E cioè che alcune volte sia dominante uno e sottomesso l'altro e altre volte avvenga il contrario in modo, che all'incirca nello stesso numero di volte chi è sottomesso sia dominante e viceversa.

 

4.4. Le relazioni patologiche nel gruppo 

La descrizione degli assiomi della comunicazione deve essere completata dall'analisi dei cosiddetti paradossi relazionali, di quelle situazioni cioè di relazione in cui i comunicanti vengono a trovarsi in un vicolo cieco.

Vicolo cieco che nasce dal fatto che qualsiasi mossa logica, coerente e razionale i comunicanti fanno, non risolve la situazione problematica in cui entrambi si trovano, ma anzi di solito la aggrava ancora di più.

Prima però è opportuno definire che cosa si intende con paradosso. Normalmente con paradosso si definisce una «contraddizione che deriva dalla deduzione corretta da premesse coerenti».

La classe più grande dei paradossi relazionali è quella delle ingiunzioni paradossali.

 

4.4.1. Le ingiunzioni paradossali 

Le ingiunzioni paradossali pongono la persona che le riceve in una situazione insostenibile: qualsiasi mossa faccia, sbaglia e si imprigiona sempre di più in una situazione di disagio.

Questa situazione insostenibile, conseguente alla ingiunzione paradossale, si manifesta tutte le volte che:

- esiste una relazione complementare forte tra i partners della comunicazione (es. dominante/subordinato, one-uplone-down);

- l'ingiunzione richiede per essere obbedita di essere disobbedita;

- chi riceve l'ingiunzione deve essere in una posizione subordinata, one-down, e quindi nella condizione di non poter assolutamente risolvere il paradosso uscendo fuori dalla situazione per mezzo della metacomunicazione (cioè discussione del messaggio). In altre parole, ciò significa che chi

riceve l'ingiunzione non può commentare la relazione che si è stabilita attraverso l'ingiunzione e, rilevarne la contradditorietà, ma può solo stare zitto ed obbedire, magari mugugnando.

Questa situazione si verifica assai spesso, più di quanto si pensi. Non si verifica solo quando vi è una autorità formalmente riconosciuta, ma anche tutte le volte in cui uno dei partners è in posizione di dipendenza affettiva, emotiva, biologica, ecc. nei confronti dell'altro.

Relazioni formali complementari sono quelle che esistono tra ufficiale-soldato, direttore-operaio, superiore religioso - frate, ecc. Relazioni complementari informali sono invece quelle che esistono tra persone unite da un forte legame affettivo/emotivo, tipo padre-figlio, marito-moglie, coppia di amici, leader-membri del gruppo, medico-malato, ecc. Nella vita quotidiana le ingiunzioni paradossali sono quelle che reclamano imperativamente nell'altro comportamenti spontanei, tipo:

- «sii spontaneo!»

- «non essere così sottomesso!»

- «dovresti dominarti!»

- «la domenica dovresti divertirti come la maggior parte delle persone».

 

4.4.2. Le situazioni di «doppio legame»

A volte tra «superiore-subordinato» si stabilisce addirittura un doppio rapporto, o doppio legame: uno gerarchico e uno affettivo, o di solidarietà, o di condivisione religiosa, ideologica, ecc. Anche in questi casi sono frequenti le «ingiunzioni paradossali» ed è ancora più difficile districarsi a causa del rapporto doppio, più complesso e forte che lega i due soggetti della comunicazione.

Il doppio legame si verifica quando:

- due o più persone sono coinvolte in una relazione che ha un elevato valore di sopravvivenza fisica e/o psicologica per una di esse, per alcune, o per tutte;

- viene dato un messaggio che asserisce qualcosa a livello di contenuto, asserisce qualcosa sulla propria asserzione e infine queste due asserzioni sono fatte in modo da escludersi a vicenda;

- infine si impedisce al recettore di questo messaggio di uscirne fuori o attraverso la comunicazione sul messaggio (metacomunicazione) oppure chiudendosi in se stesso.

Un esempio di doppio legame è quello tratto dal romanzo di Koestler «Buio a Mezzogiorno». Esso recita: «II partito negava la libera volontà dell'individuo, e nello stesso tempo ne esigeva l'olocausto. Gli negava la capacità di scegliere tra due alternative, e nello stesso tempo gli chiedeva di scegliere quella giusta. Gli negava il potere di distinguere il bene dal male, e nello stesso tempo parlava pateticamente di colpevolezza e di tradimento. L'individuo era posto

sotto il segno della fatalità economica, rotella di un meccanismo ad orologeria ch'era stato caricato per l'eternità e non poteva essere nè arrestato nè influenzato, e il partito chiedeva che la rotella si rivoltasse contro l'orologio e ne mutasse il corso. C'era un errore nel calcolo; l'equazione non reggeva».

Un altro esempio, riportato da Greemburg, contiene alcune perle di comunicazioni paradossali madre-figlio. Eccone una: «Regala a tuo figlio due camicie sportive. La prima volta che ne mette una guardalo con tristezza e digli con il tuo solito tono di voce:

Quell'altra non ti piace?».

Il doppio legame si verifica abitualmente in situazioni di vita familiare, di invalidità, di prigionia, di amicizia, di amore, di fede religiosa, di credo ideologico, di tradizionalismo, ecc.

Compito dell'animatore è di evitare che si stabiliscano dei doppi legami, oltre che nella relazione che egli pone con il gruppo anche in quella che i vari capi e leaders hanno nei confronti dei membri del gruppo.

In positivo, l'animatore deve operare affinché si stabiliscano relazioni contrarie, a livello di effetti,

di quelle caratterizzate dal doppio legame, che sono sempre «patologiche».

Dovrebbe, cioè operare, affinché invece di doppi legami operino sempre relazioni alla pari. Relazioni cioè caratterizzate da:

- empatia e non solo da necessità psicologiche e/o biologiche. In altre parole ogni comunicante, specialmente quello che è in posizione dominante, si rapporta con l'altro facendogli percepire che egli lo riconosce come esistente e lo rispetta;

- ogni messaggio emesso deve possedere una elevata coerenza tra il contenuto e le asserzioni che su di esso vengono fatte, specialmente per quelle fatte a livello di relazione (vedasi assiomi);

- si deve consentire al recettore del messaggio, anche se è in condizione subordinata, di comunicare sia a livello di contenuto che di relazione. In altre parole, deve essere concessa la possibilità di comunicare sulla relazione che l'altro gli impone.

In questo ribaltamento del doppio legame esistono le regole, elementari ma fondamentali, perchè nei gruppi umani, e nella relazione animatore/gruppo, si stabiliscono processi di comunicazione evolutivi e non aggressivi. 

 

5. IL CAMBIO NEI GRUPPI UMANI

 

Dopo aver descritto gli assiomi ed i problemi relazionali che costituiscono la prima parte della pragmatica della comunicazione umana, non rimane che descrivere, rapidamente, la seconda parte che è costituita dai problemi del cambiamento nei gruppi e nelle organizzazioni umane.

Questo del cambiamento è uno dei modi centrali del processo di animazione culturale. Infatti, se è vero che ogni gruppo ha le sue regole, codici, modelli a cui rimanere fedele, è altrettanto vero che la vita, la cultura e l'educazione sono un cambiamento continuo.

Ci sono due tipi di cambiamento. In quanto si pub cambiare dentro le regole o fuori di esse.

I due tipi di cambio si intrecciano nella vita sociale e sono responsabili di quel processo attraverso cui i gruppi evolvono, maturano oppure involvono o muoiono.

Li presentiamo velocemente, anche se occorrerebbe uno sviluppo più completo.

 

5.1. Cambiare dentro le regole: il cambiamento/1 

Il gioco degli scacchi consente, ad esempio, di realizzare un numero enorme di partite differenti ai giocatori, eppure le regole, peraltro neppur troppo complesse e numerose, limitano le varie possibilità di movimento e di combinazione dei vari pezzi sulla scacchiera.

Le regole di comunicazione e di condotta dei gruppi umani funzionano allo stesso modo, in quanto limitano la possibilità di relazione tra i membri, ma consentono, nonostante ciò, il verificarsi di uno sterminato numero di situazioni differenti tra di loro. In ogni caso, ognuna di queste situazioni, anche se non si è mai verificata prima, non è totalmente inaspettata, perchè rientra nel dominio di possibilità connesso alle stesse regole. Tutte le volte che in un gruppo si verifica un'azione che rispetta le regole del gruppo, anche nella devianza, si ha un comportamento detto di tipo 1 o più semplicemente cambiamento/1

II cambiamento/1 non modifica nella sua sostanza il sistema, ma al massimo attiva un nuovo comportamento che non ne modifica né la logica, né la struttura interna.

II cambiamento/1 è quello che si verifica nel gruppo senza che per questo vengano modificati la struttura, le regole, le logiche, i valori su cui si fonda l'identità del gruppo. 

 

5.2. Cambiare fuori dalle regole: Il cambiamento/2 

Ora i gruppi umani possono, nonostante ciò non sia purtroppo frequente, vivere situazioni di cambiamento radicale che comportano una profonda modificazione nelle regole nei principi e nelle strutture su cui sì è fondata sino allora la loro esistenza.

Quando questo si verifica si dice che si è in presenza di un cambiamento di tipo 2 o più semplicemente cambiamento/2.

Questo cambiamento è un metacambiamento, in quanto è un cambiamento che modifica le regole che sono alla base, all'origine dei cambiamenti/1, e che sono il tessuto su cui si sviluppa la vita normale del gruppo.

Prendendo un esempio dalla vita politica attuale si può dire, che il

cambiamento/2 sta al cambiamento/1 come le riforme istituzionali stanno alla normale vita delle istituzioni di ogni giorno. La costituzione dello Stato italiano può essere assunta come l'insieme delle regole che fissano i limiti e le possibilità della vita delle istituzioni democratiche. Tutto ciò che viene fatto rispettando le regole prescritte dalla costituzione è un cambiamento/I. Se si modificasse invece la costituzione, e quindi le regole del gioco democratico, allora si sarebbe di fronte ad un cambiamento/2.

Quando in un gruppo primario si verifica un cambiamento/2, è come se si modificasse la sua costituzione non scritta.

Le rivoluzioni o le riforme piccole

o grandi sono le forme attraverso cui nella vita sociale balena il cambiamento/2.

Nei gruppi primari, pur essendo sempre un po' traumatico, il cambiamento/2 si verifica in modi e forme assai più semplici e tranquille e di solito corrisponde ad una tappa significativa nel processo attraverso cui il gruppo persegue la propria maturazione.

Da questo punto di vista si potrebbe affermare che i cambiamenti/2 rappresentano i risultati più significativi dell'animazione di gruppo. La vita quotidiana del gruppo si esprime attraverso i cambiamenti/l, mentre quella attraverso cui lo stesso gruppo evolve, o anche involve, si esprime attraverso cambiamenti/2.

Da queste brevi annotazioni credo cominci a svelarsi l'importanza che la capacità di distinguere e di governare questi due tipi di cambiamento ha per l'animazione di gruppo.

L'animazione di gruppo, con o senza tecniche particolari, mira a indirizzare sia i cambiamenti/1 che di tipo 2 verso quegli obiettivi educativi che sono la ragione stessa dell'animazione.

I cambiamenti/2 non si ottengono attraverso una cumulazione di cambiamenti/l. I due tipi di cambiamento infatti sono assolutamente indipendenti, e spesso il tentativo ossessivo di risolvere un problema, non risolvibile a quel livello, attraverso cambiamenti/1 provoca l'allontanamento della possibilità di risolverlo con un cambiamento/2.

La vita delle organizzazioni umane è un continuo intreccio tra questi due tipi di cambiamento. Le organizzazioni più vitali, cioè capaci di esprimere una migliore capacità di adattamento di fronte al modificarsi delle condizioni della vita sociale e naturale, sono quelle che sono in grado di accedere con più facilità ai cambiamenti/2. Le organizzazioni rigide, incapaci di vero adattamento così come quelle totalitarie, sono pressocchè inabili al cambiamento/2. 

 

6. DOVE LA COMUNICAZIONE  È SILENZIO 

 

Sino ad ora si è esaminata la parte attiva della comunicazione, quella che realmente accade nel gruppo. Si è visto ciò che viene detto nel gruppo sia con i segni linguistici che con il comportamento. Si è visto anche il caso del silenzio, che tale però non poteva essere considerato in assoluto, in quanto era lo stesso una forma di comunicazione

 

6.1. Il silenzio del gruppoOra voglio introdurre una breve suggestione intorno al silenzio del gruppo, al suo non detto e non dicibile. AI «silenzio vero» cioè, a quello che non può essere considerato comportamento ma solo assenza, di cui di solito nessuno si rende conto salvo i poeti.

Se si considera l'universo del significato, quello totale, costituito da tutto ciò che potrebbe essere detto e da quello che non può essere detto, si può affermare che nel gruppo umano viene detta una piccolissima parte di questo enorme universo di significato. L'inespresso, il non detto e l'indefinibile rappresentano una parte di significato molto più grande di quella che può essere detta.

Ciò che viene detto nel gruppo sta al significato totale nello stesso rapporto con cui una mappa sta al territorio. Una mappa, pur sofisticata, ricca e dettagliata che sia, riesce a descrivere una parte molto piccola della complessità del territorio. I segni sulla mappa rimandano a una realtà che è molto più variegata e ricca di fenomeni e di particolari di quanto si possa immaginare. II segno di una casa può nascondere una costruzione squallidamente anonima o un capolavoro architettonico. In ogni caso il segno non lascia minimamente intuire la vita che si svolge dentro quella casa.

Tuttavia, nonostante la sua incompletezza, di solito tutti riconoscono che la mappa è utile a guidare i passi di un viandante. La mappa non descrive compiutamente la realtà, ma è uno strumento per scoprire quella realtà in tutta la sua ricchezza.

La comunicazione in un gruppo, pur essendo parziale, incompleta rispetto all'universo del senso totale, fa come la mappa, poichè consente di orientarsi e nello stesso tempo di scoprire, tra i vari segni o punti di riferimento della mappa, gli spazi bianchi o vuoti. II vuoto della mappa non è un nulla ma un frammento di significato inespresso e inesprimibile. La comunicazione espressa individua queste zone di inespresso e le rende disponibili, come per il viandante, all'esplorazione.

II silenzio del gruppo è da considerare allora uno scrigno inesplorato di senso. Ma per trovarlo bisogna cercarlo.

6.1.1. Educare a scoprire il silenzio del gruppo

Occorre cioè che il gruppo sia disponibile a questa ricerca, che anzi la ponga come il limite di senso a cui lo avvicina faticosamente il suo comunicare.

È necessario che, attraverso esperienze successive, il gruppo colga che il silenzio non è il nulla o l'assenza del tutto, che il non detto è invece lo scrigno che raccoglie il tutto: tutto ciò che non può dirsi se non nell'eclisse delle forme sensibili, che rimandano ad una sommaria mappa del significato totale. La comunicazione nel gruppo è quindi su ciò che viene detto, ma anche il silenzio del non detto e del non dicibile.

Animare è anche educazione alla scoperta del silenzio.

Tuttavia questo silenzio può essere percepito solo se nel gruppo si comunica, esistono linguaggi e sistemi, disegni e simboli efficaci. Se non vi fosse comunicazione attiva il silenzio non sarebbe percepibile, perchè nessuna mappa lo renderebbe accessibile. Tra detto e non detto esiste una complementarietà inscindibile.

Più il gruppo evolve e sviluppa la sua capacità di comunicazione, più rende disponibile l'accesso e la capacità di comprensione del silenzio.

La comprensione «espressa» nel gruppo può essere fatta corrispondere alla precisione di una mappa. Più la mappa è precisa e più il cammino nell'inesplorato è sicuro. Non bisogna però ipercomunicare, perchè tanti segni non necessari coprirebbero quegli spazi bianchi che sono nella mappa il luogo del mistero, dell'avventura possibile... del silenzio.

Sviluppare la comunicazione lasciando però che tra i segni della mappa fioriscano gli spazi bianchi del silenzio. Altrimenti la comunicazione diviene rumore che nasconde al gruppo la ricchezza del significato nascosto oltre ciò che viene detto. 

 

 

Q16 - IL CANOVACCIO

Per una scuola di giovani animatori

Franco Floris - Domenico Sigalini

 

QUAL È IL PROBLEMA

Il quaderno risponde a domande in cui si intrecciano due livelli di riflessione:

- la lettura e interpretazione di alcuni fenomeni del gruppo;

- la progettazione e realizzazione di un cammino e cambio di gruppo.

Quali possono essere queste domande?

Eccone alcune, tanto per orientarsi e «collocare» il quaderno nella propria esperienza:

- cosa è gruppo? quando un insieme di giovani può essere chiamato gruppo?

- perchè il gruppo è indispensabile per fare animazione?

- come superare la chiusura dei gruppi giovanili al loro interno e la distanza tra gruppo e cultura sociale?

- come creare tradizione nel gruppo e perchè?

- come esercitare al dialogo, al confronto, ad una buona comunicazione?

- come presentare la necessità di norme, regole, appuntamenti periodici?

- come rendere esplicito il gioco del potere dentro il gruppo?

- come analizzare i vari tipi di relazione che vengono ad instaurarsi tra i membri del gruppo?

Sono domande che riguardano la vita concreta dei gruppi. Ovviamente queste e altre domande vanno ricercate in maniera induttiva dai partecipanti al corso di animazione.

Indichiamo alcuni strumenti di lavoro.

 

Strumenti 

  • Anzitutto il gioco della metafora, con il mandato «Per me la comunicazione nel nostro gruppo è come...». Per l'uso di questa tecnica si veda B. Grom, Metodi per l'insegnamento..., LDC 1981, pp. 240-245.
  • Si può anche utilizzare la tecnica del mimo: si chiede ai presenti, suddivisi in gruppi, di rappresentare momenti e fatti tipici della vita di gruppo: il rifiuto della comunicazione, la comunicazione autoritaria o servile, il bisticcio sui contenuti che evidenzia problemi di relazione tra i membri, la ipercomunicazione come fuga... Dopo la rappresentazione dei mimi si cerca di cogliere, magari attraverso un Philips 6x6 (cf Grom, o.c., p. 43), i principali problemi.
  • Una terza tecnica può essere la stesura di una ipotetica carta del gruppo, con norme e regole, ruoli e compiti, appuntamenti e valori di fondo... Anche qui emergeranno alcuni problemi della comunicazione nel gruppo. Ovviamente in forma molto generale.

 

Il punto di arrivo 

L'obiettivo che ci si propone in questa fase iniziale di lavoro, come si è detto, è far emergere alcune domande. Una volta che queste sono state individuate si può dilatarle (è compito dell'animatore) facendo riferimento alle intuizioni sviluppate dallo stesso Pollo nel Q5, alle pp. 12-19: la

crisi della identità storica culturale, la difficoltà di transazione tra mondi vitali e sistema sociale, la crisi dei meccanismi di trasmissione culturale, le trasformazioni del linguaggio giovanile.

Il punto di arrivo di questa fase potrebbe essere il rintracciare il posto del presente quaderno nel nostro progetto.

II Q16 fa parte della serie strumenti dell'animazione, tenendo conto che:

- il Q16 individua il gruppo come luogo primordiale dell'animazione;

- il 017 affronta la relazione fra animatore e gruppo;

- il Q18 indica il ruolo della istituzione entro cui il gruppo viene a collocarsi;

- il 019 presenta la programmazione educativa come lo strumento organizzato del gruppo;

- il Q20 parla della «prassi di gruppo» come luogo in cui il gruppo traccia il suo cammino verso la maturità. 

PRIMA TAPPA: UNA PRIMA IMMAGINE DI GRUPPO 

 

II primo paragrafo del quaderno risponde alla domanda: perchè il gruppo è decisivo per l'animazione. Come si vede, è un tema di collegamento tra questo quaderno ed il quadro complessivo dell'animazione. La risposta dell'autore procede in due tappe:

- offerta di una prima immagine di gruppo, come sistema di comunicazione e come sistema aperto; - i vantaggi educativi dei piccolo gruppo: attiva il processo di individuazione e aiuta a trovare un significato unitario per la vita.

È importante cogliere che questi due obiettivi rimandano all'obiettivo generale dell'animazione e alle sue tre aree di intervento strategico (cf Q6 pp. 6-9). Lo ricorda lo stesso Pollo.

Indichiamo alcuni strumenti di lavoro.

 

Il gruppo come un tutto 

L'attenzione va anzitutto posta nel chiarire cosa si intende per gruppo come un tutto, con le caratteristiche dei sistemi aperti: totalità, retroazione, equifinalità.

Si può procedere come segue. L'animatore scrive alla lavagna o su un cartellone, sotto il titolo «il gruppo è come...», queste (o simili) immagini: un palazzo con numerose stanze, una rosa o una margherita, un tram o uno scompartimento di un vagone ferroviarío, una macchina per impastare il cemento con la sabbia, un sistema di vasi comunicanti, una azienda economica e commerciale, un millepíedí o un mostro con tanti piedi e tante teste, il circuito di un calcolatore... Chi vuole può aggiungerne altre.

I presenti esaminano le varie immagini alla ricerca di una definizione di gruppo. L'animatore farà attenzione a sottolineare da una parte le caratteristiche di un gruppo come tutto (quasi un organismo vivente) e dall'altra di un gruppo come «somma di parti» che si sovrappongono.

Può seguire una riflessione, utilizzando sempre le immagini, sulle tre caratteristiche di totalità, retroazione, equifínalítà.

Per una riflessione ulteriore su cosa si intende per gruppo si può utilizzare la finestra qui a fianco «caratteri principali del gruppo primario».

 

Educare a tu per tu, in gruppo o in massa? 

Non tutti gli educatori sono entusiasti dei gruppo come luogo di educazione (ed educazione alla fede). Può essere utile attirare l'attenzione sulle altre possibilità (grosso modo due: educare a tu per tu ed educare in massa) e sui vantaggi/svantaggi educativi di ogni scelta.

Il difficile è trovare gli indicatori per confrontare le tre scelte. Ne suggeriamo alcuni:

- la capacità della scelta di rispondere o meno ai grandi bisogni del soggetto (identità, approvazione, certezza, calore...);

- la capacità di tirar fuori (maieutica) dal soggetto tutte le sue potenziali ricchezze;

- la capacità di arricchire l'individuo mettendolo in comunicazione con la cultura e con l'esperienza ecclesiale.

 

Animazione e piccolo gruppo 

Per collegare il Q16 agli obiettivi dell'animazione culturale dei giovani si può utilizzare la tabella di pag. 28 in cui da una parte compaiono l'obiettivo generale dell'animazione e le sue tre specificazioni (cf Q6) e dall'altra le «possibilità» che il piccolo gruppo offre per raggiungere gli obiettivi. 

 

SECONDA TAPPA: PERCHÈ IL GRUPPO? 

 

II secondo paragrafo del quaderno approfondisce un aspetto dei paragrafo precedente: perchè il gruppo?

La risposta viene cercata in modo originale, anche se richiede una certa attenzione per non perdere di vista la domanda a cui si vuole rispondere, collocando il gruppo dentro lo scambio all'interno della cultura in evoluzione.

Il ragionamento dell'autore può essere sintetizzato come segue:

- per comprendere i vantaggi educativi del gruppo occorre vederti sullo sfondo della cultura e della comunicazione al suo interno; in questo quadro il gruppo si presenta come luogo privilegiato di «scambio» culturale; in particolare, la comunicazione nel gruppo si rivela capace di riattivare la comunicazione tra generazioni, tra individuo e società, tra mondi vitali.e sistema sociale;

- i vantaggi educativi del piccolo gruppo dipendono, dal tipo di comunicazione che si svolge al suo interno (faccia a faccia, orale, gestuale, corporea) che favorisce coinvolgimento, appartenenza, individuazione;

i suoi vantaggi educativi derivano anche dalla presenza di linguaggi simbolici (miti, simboli, riti, immagini...) che permettono una esperienza al livello del senso globale delle azioni e della vita, cioè al livello più profondo sia della cultura che dell'animazione culturale (cf 06, l'obiettivo generale dell'animazione, pp. 6-9. Su simboli e miti nell'uomo: cf 05 pp. 21-23).

Indichiamo alcuni strumenti di lavoro.

 

Perché comunicare? 

Può essere utile ripartire dal fatto che siamo immersi nella cultura e che attiviamo fatti di comunicazione. Perchè comunicare?

Alla lavagna l'animatore traccia e commenta, magari con enfasi, un disegno che rappresenta i grandi fenomeni della comunicazione umana. Si osservi il disegno riportato qui in basso.

È importante che chi traccia e commenta il disegno distingua tra: - comunicazione dell'individuo con se stesso (dialogo interiore che gli permette di esistere);

- la comunicazione tra più persone dentro un gruppo;

- la comunicazione  tra   più gruppi;

- la cultura come luogo in cui avviene la comunicazione e la comunicazione come strumento che modifica la stessa cultura.

Terminato il disegno si chiede: perchè comunicare: per il gusto di comunicare, oppure...? quando la comunicazione è corretta? che posto occupa il piccolo gruppo nella comunicazione dentro la cultura?

La risposta va data facendo riferimento all'allargamento della soggettività verso la oggettività relativa (cf pag. 112), alla ricerca della propria individuazione e alla ricerca del senso globale della vita. La comunicazione ha in fondo l'obiettivo di creare tra i soggetti di una cultura un'area sempre più vasta e consolidata di condivisione di valori, modi di vita, senso esistenziale.

 

La costruzione dell'area di condivisione 

Può essere utile soffermarsi su come avviene l'allargamento dell'area di condivisione.

  • La sua costruzione può essere rappresentata e commentata con il disegno riportato qui sotto.
  • Utilizzando il disegno si può far osservare:

- mittente e destinatario hanno una loro esperienza soggettiva e vogliono comunicarla (= intenzionalità comunicativa);

- L' area  comune       che  viene a crearsi (= area di condivisione) è l'area della soggettività che si è fatta oggettività (relativa al mittente e al destinatario);

- tra mittente e destinatario si crea una «competizione»: ognuno dei due cerca di attirare l'altro sul terreno della sua esperienza; - se non ci fosse un minimo di possibilità di creare l'area di condivisione, probabilmente mittente e destinatario non comunicherebbero, o almeno desisterebbero subito.

  • II disegno può essere ora applicato a diversi fenomeni di comunicazione nel gruppo (individuo-individuo, gruppo come totalità, gruppo con altri gruppi, gruppi e organizzazioni sociali...), facendo notare:

- si sta nel gruppo per scambiarsi qualcosa e trasformare la propria soggettività in oggettività relativa; - senza intenzionalità comunicativa e senza una certa competitività (e dunque diversità) non c'è gruppo;

- se i cerchi del mittente e destinatario coincidono non ci sarà più vera comunicazione e arricchimento...

  • II disegno può anche essere utilizzato per sollecitare a rispondere ad un'altra domanda: cosa condividiamo come gruppo? quali valori? quale atteggiamento verso la vita? che cosa ci unisce? l'area di condivisione è consolidata e riconosciuta da tutti oppure è fluttuante e condivisa solo da alcuni?  

 

 

L'AREA DI CONDIVISIONE NELLA COMUNICAZIONE

Esperienza soggettiva del mittente    Esperienza soggettiva del destinatario 

M mittente; D destinatario -_Area di condivisione. Le frecce indicano la intenzionalità comunicativa tra M e D. 

 

ANIMAZIONE E PICCOLO GRUPPO

Obiettivi dell'animazione culturale

Le possibilità dei piccolo gruppo

Abilitare il giovane a costruire se

 

se stesso e dare un senso alla vita  vivita in

 

vita inserito nell'avventura della storia.

 

Abilitare a costruire la propria

 

identità apprendendo i segni e i

 

simboli della cultura.

 

Abilitare a una nuova responsabi

 

responsabilità e capacità di progettare il fu

 

turo personale e sociale.

 

Abilitare a riconoscere e liberare la

 

trascendenza nascosta nella vita

 

personale e collettiva.

 

 

 TERZA TAPPA: INDICATORI DI VITA NEL GRUPPO

 

II terzo paragrafo del quaderno risponde alla domanda: come capire se un gruppo è vivo? Quali possono essere gli indicatori della sua vitalità?

La risposta dell'autore è semplice e complessa ad un tempo: osservare la vita delle sue funzioni, in particolare la vita del codice di comunicazione nel gruppo, della rete di comunicazione, della memoria del gruppo.

 

II ruolo delle tre funzioni

Indichiamo il ruolo di queste tre funzioni del sistema gruppo, alla luce dell'antropologia dell'animazione culturale (Q5/6).

  • §Parlare di codice riporta all'antropologia dell'homo symbolicus dove si diceva che vivere è interpretare per dare un volto ai fatti

della vita quotidiana. Per capire un gruppo occorre allora risalire al suo codice di interpretazione della realtà. Una volta scoperto il codice è facile, osserva l'autore, scoprire la identità stessa del gruppo.

  • §Parlare di rete di comunicazione riporta all'antropologia dell'uomo come «sistema», all'uomo come «unità» in relazione con altre unità e con le quali forma un insieme, un tutto.

Anche questo concetto viene applicato al gruppo, per affermare che la sua vita è comprensibile se si osserva la rete delle relazioni al suo interno. Un altro modo per definire l'identità del gruppo.

  • §Parlare di memoria del gruppo riporta infine all'uomo nello spazio-tempo inteso come progressivo espandersi dell'uomo verso il passato e verso il futuro in una continuità che viene a costituire il progressivo superarsi dell'uomo, al di là dei propri limiti, verso una trascendenza che può acquisire tonalità religiose.

L'identità e vita del gruppo vengono questa volta definite dai «contenuti» immagazzinati nella memoria e dalla sua utilizzazione per dare senso al presente e consolidare l'utopia del futuro.

 

Come conoscere il codice del gruppo 

Indichiamo due semplici strumenti di lavoro per introdurre una riflessione sul codice di gruppo.

  • §Elenco di parole. Si può far elencare una decina di parole e di gesti che si ripetono con frequenza nel proprio o anche in altri gruppi (ad es., bande giovanili, gruppi politicizzati, gruppi terzomondisti, gruppi di preghiera...).

Una volta compilati gli elenchi ci si interroga sul senso attribuito alle parole e ai gesti.

Si finirà per avere tra mano una chiave (ancora grossolana) per ricostruire l'immagine di uomo e la concezione di vita del gruppo: in

altre parole, la sua identità attraverso la descrizione dei suoi valori, pregiudizi, ideologie, modi di vita...

  • §l diari di gruppo. Un gioco divertente ma significativo per cogliere il codice di un gruppo è analizzare i diari dei membri dei gruppo, sapendo che spesso sono frutto di una collaborazione tra diverse persone che aggiungono frasi, disegni, commenti, battute su quanto è già scritto...

Occorre osservare con calma frasi e disegni, foto e vignette umoristiche, citazioni d'autore (compreso il vangelo) e poesie, commenti sulla vita quotidiana (soprattutto i fatti di scuole e le vicende affettive)...

Ciò che si ritiene importante viene riportato su un unico cartellone, disegni compresi, in forma disordinata e caotica. Nel trovare una logica (e dunque il codice) a tutto il materiale fare attenzione al modo di accostarsi alla vita, al rapporto tra gruppo e ambiente circostante, alla maggiore o minore distanza dalla cultura...

Una volta terminato questo lavoro si può passare alla presentazione delle pagine del quaderno.

Come conoscere la rete di comunicazione 

  • Lo strumento più semplice può essere far analizzare il proprio gruppo seguendo le indicazioni del quaderno e le sue figure (pag. 13):

- far disegnare lo schema di comunicazione (centralizzato, stellare...);

- analizzare i canali di comunicazione preferiti (comunicazione orale, comunicazione mediata da strumenti, comunicazione gestuale, comunicazione per interposta persona...);

- analizzare la complessità della rete, cioè la quantità di energia fisica e psichica necessaria per stabilire una comunicazione tra i membri: bisogna spendere molta energia per vincere la paura o la diffidenza reciproca? c'è eccessiva possibilità di comunicare che finisce peí svalutare la stessa comunicazione? si parla solo a partire dai ruoli senza compromettersi come persone? Segue discussione.

  • Sociogramma. Non crediamo opportuno in un corso per animatori giovani,almeno di solito, esercitarsi ad un sociogramma classico, come indicato da Moreno, sia per la sua macchinosità, sia per l'eccessivo scatenamento emotivo che può verificarsi (se, ad es., emerge che qualcuno viene rifiutato da tutti).

Si può pensare ad sociogramma più semplice.

Attraverso un gioco di frecce attorno ai simboli delle persone del gruppo si invita a costruire lo schema delle relazioni.

Istruzioni: indicare con una freccia ad una punta la scelta univoca (da A verso B), con una freccia a due punte la scelta reciproca fra A e B, con una freccia continua la scelta positiva, con una freccia tratteggiata il rifiuto.

Per esercitarsi a costruire il sociogramma si può in precedenza apprendere a leggere le figure riportate nella tabella a pag. 31.

Per costruirlo si può lav~ a coppie, senz'altra pretesa che provare a districarsi nei complessi fenomeni della comunicazione nel gruppo. AI termine in assemblea si esaminano alcune figure, portando l'attenzione più sulla figura che sui personaggi a cui fanno riferimento.

Ecco la lettura delle singole figure:

-    Catene e reticoli.

-    Scelte e rifiuti reciproci che assumono le forme di triangolo e di quadrato.

-    A è un leader popolare.

-    A è un leader «isolato»; B è un individuo popolare.

-    A è un vero isolato.

-    A, B e C sono rifiutati da individui diversi,

-    e si scelgono fra di loro.

-    Ne risulta un triangolo rifiutato.

-    A è un individuo ignorato. Sceglie ma non è scelto.

-    Gruppo coeso, ma privo di un vero leader.

-    A è un individuo rifiutato.

-    Gruppo coeso e con"un leader forte A.

 

  • Sociogramma della discussione. Mentre finora si è analizzata la relazione dei membri del gruppo in generale, si può anche far osservare un momento particolare e importante: la discussione di gruppo. Su questo argomento gli strumenti di lavoro, sono innumerevoli.

Si può, ad esempio, fare un semplice sociogramma della discussione (cf. B. Grom, o.c., pp. 9395).

Si può anche osservare come vengono prese le decisioni. Ecco alcune domande di orientamento: - mediante un diritto arrogatosi da singoli individui?

- mediante la discussione di gruppo?

- mediante una risoluzione di maggioranza?

- mediante pressione sugli oppositori?

- mediante un'apparente unanimità?

- mediante unanimità? Cf Grom, o.c_ pp. 86-87.

Per una riflessione sulla memoria di gruppo

La «memoria di gruppo» è forse un aspetto complesso ed un poco impalpabile della vita di un gruppo.

Ricordiamo che per memoria si intendono i contenuti depositati nell'esperienza del gruppo e che costituiscono la interpretazione del senso che si attribuisce alla stessa vita.

Diamo alcune indicazioni di lavoro.

  • Dove rintracciare la memoria del gruppo?

Si può avviare una ricerca in gruppo facendo osservare dove la memoria può essere «nascosta»: - un libro nel cui messaggio ci si riconosce (ad es., II libro della

giungla, Siddartha, il Vangelo); - un documento, scritto dal gruppo in un momento decisivo della sua esistenza, dove vengono riportati gli ideali e valori da cui si è partiti o anche la storia del gruppo;

- una persona (leader carismatico, dentro o fuori del gruppo) con la cui esperienza ci si identifica;

- una storia esemplare, come quella di Gesù e di San Francesco e di Teresa di Calcutta;

- uno slogan o un simbolo elaborato dal gruppo nel momento in cui è nato o in altro momento decisivo della sua vita;

- un ambiente (una baita di montagna, un paesino dove si è fatta la prima esperienza di volontariato, un santuario della spiritualità giovanile come può essere Taizè);

- un fatto particolare: una marcia, una raccolta carta, un camposcuola, una festa;

- un appuntamento che si ripete da anni nella vita del gruppo, come possono essere ancora il camposcuola invernale, gli esercizi spirituali, il raduno annuale degli ex del gruppo...

  • in secondo 1uog0. ci si può interrogare sulla «forma ..della memoria:

- estensione nel tempo: quanti anni ha? affonda le radici in un passato lontano? si estende al di là del tempo vesso un evento fondante come può essere un mito? si è evoluta ed arricchita nell'arco della vita del gruppo?

- estensione nello spazio: è condivisa solo dal gruppo o anche da altri? è una memoria in continuità con quella sociale ed ecclesiale oppure è «sovversiva»?

- i contenuti principali di questa memoria, cioè la interpretazione della vita che essa offre, come possono essere sintetizzati?

  • In terzo luogo ci si può interrogare sulla utilizzazione attuale della memoria:

- è una memoria viva, capace di scatenare emozioni e progetti, decisioni anche oggi o è una memoria labile, in via di scomparsa o di pietrificazione?

- viene di fatto rievocata, oppure passa normalmente sotto silenzio? - è una memoria che sa di nostalgia del passato, oppure è una forza che apre al futuro?

- come la si utilizza con i nuovi del gruppo? come un pretesto per affossare le individualità e come uno strumento per dare vita in modo creativo anche a loro?

- quale gruppo è in grado di «accumulare» e «trasmettere» memoria: un gruppo spontaneo, un associazione, un movimento?

- ci sono momenti rituali che non hanno altro scopo che celebrare la memoria (una festa insieme, una gita senza altro interesse che passare un giorno di gruppo)?

  

QUARTA TAPPA:IL GRUPPO IN MOVIMENTO 

 

II quarto paragrafo presenta il gruppo come realtà in movimento che influenza e trasforma progressivamente gli individui che ne fanno parte.

Di questo movimento il quaderno individua:

- i meccanismi alla base; - le leggi che lo regolano; - i casi patologici di comunicazione

- i livelli di movimento.

 

I meccanismi alla base 

Come mai il gruppo è capace di influenzare, quindi sollecitare a cambiare i suoi membri?

A questo interrogativo il quaderno risponde in due tappe:

- il gruppo influenza gli individui perchè è luogo di esaudimento di alcuni loro bisogni primari (conferma, identità, approvazione, certezza);

- il gruppo garantisce l'esaudimento di questi bisogni istituzionalizzandosi e quindi accrescendo il legame tra gruppo e individuo, in modo che questi superi sia l'angoscia depressiva che quella persecutoria.

Per capire a fondo queste risposte, si deve anche ricollegarsi alle pagine inìziali del quaderno dove il gruppo veniva presentato come sistema aperto.

Le leggi della comunicazione: gli assiomi

Indichiamo alcune piste di lavoro utilizzabili per la comprensione degli assiomi, delle ingiunzìoni paradossali e dei casi di relazione con doppio legame.

  • La prima pista si richiama alla tecnica del mimo. Dopo aver spiegato i vari assiomi, si formano dei gruppi che li mimano, magari in forma umoristica, applicandoli alla vita di gruppo.

Man mano che un gruppo rappresenta il suo mimo, gli altri prendono nota, a partire dai cinque assiomi, del come la comunicazione si è svolta. Segue discussìone.

  • Una seconda modalità sono i cosiddetti giochi incentrati sulla qualità della relazione interpersonale. Sì tratta in genere di giochi/ attività in cui c'è da svolgere insieme un compito, in modo da sperimentare alcune dinamiche relazionali. Al termine insieme, magari aiutatí da un gruppo che ha fatto da osservatore, si riflette sui problemi di comunicazione emersi.

Di questi giochi ne esistono molti. Li riportano tutti i manuali di dinamica di gruppo.

Ne indichiamo alcuni dei testo solito di B. Grom:

- gioco degli architetti (pp. 5152) ;

- gioco Nasa (pp. 52-54)

- la costruzione dei ponte (pp, 54-56);

- la costruzione del quadrato (pp. 57-59).

  • Una terza modalità, più complessa, è organizzare un'intera giornata di «osservazione .» della vita reale del gruppo a partire da uno o più assiomi. Da notare che, in questo caso, non si inventa un gioco ma ci si basa sulla osserva

zione di ciò che di fatto succede. Ci si divide i compiti in modo che ognuno abbia due o tre assiomi da osservare. È opportuno che prima si lavori a preparare le «schede» di osservazìone per ogni assioma, desumendo gli indicatori dal testo del quaderno.

Con la scheda in mano (o in testa...) vanno osservate le parole e i gesti: battute di rifiuto di relazione, tentativi falliti di interpretazione sottomissione, gesti di invocazione di aiuto...

In questa direzione, per fare alcuni esempi, può essere utile osservare una domenica nel gruppo o nel centro giovanile, una giornata di camposcuola o di ritiro, le sedute di preparazione di un recital o di organizzazione di altra attività...

Finita la fase di osservazione ci si ritrova in assemblea e si chìariscono i fenomeni osservati per poi riflettere all'importanza degli assiomi dal punto di vista educatívo. Tenendo conto che già l'essere consapevoli dei fenomeni... è avviare al cambiamento.

 

 

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