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Annunciare il Vangelo

ai giovani

e portarli all'incontro

con il Signore Gesù

Cammino di Emmaus (Lc 14,13-15),

il modello biblico

Juan José Bartolomé


Dopo l’appello dell’anno scorso, con il quale ho invitato la Famiglia Salesiana a vivere e ad agire come ‘movimento’, in maniera più visibile, più significativa e più efficace nel servizio di salvezza dei giovani, nel 2010 vorrei vedervi animati dallo stesso spirito ed impegnati in un progetto condiviso:  annunciare il Vangelo ai giovani e portarli così all'incontro personale con il Signore Gesù.” È un programma - continua il Rettor Maggiore - che ci ha offerto “lo stesso Santo Padre”, quando “in occasione del XXVI Capitolo Generale [mi] scriveva: L'evangelizzazione deve essere la frontiera principale e prioritaria della vostra missione oggi [...]. Nelle situazioni multi - religiose e in quelle secolarizzate è necessario trovare vie inedite per fare conoscere la figura di Gesù, specialmente ai giovani, affinché percepiscano il suo perenne fascino”. “La Strenna del 2010 coglie l'occasione dell'anno paolino appena concluso e del Sinodo della Parola di Dio. [...] Durante il Sinodo, al quale ho avuto la grazia di partecipare, ho fatto un intervento sul racconto lucano dei discepoli di Emmaus, visto come modello dell'evangelizzazione dei giovani, tanto per i contenuti quanto per i metodi; può risultare utile riprenderlo nelle nostre mani e meditarlo.

Seguendo questa precisa indicazione, vorrei rileggere con tutti voi ‘salesianamente’ il passaggio di Emmaus, seguendo da vicino l’intervento del Rettor Maggiore. Potrà immettere senza dubbio luce ed intelligenza ai nostri progetti educativi e fare ardere il cuore apostolico di quanti, “come Don Bosco, siamo chiamati, tutti ed in tutte le occasioni, ad essere educatori della fede” (C. 34). 

1.      Cammino di Emmaus: riflessione biblica 

Tra i racconti pasquali quello di Emmaus appartiene ad una serie di narrazioni di incontri col Risorto che hanno come funzione prima quella di proporre una precisa via di accesso all'esperienza pasquale.

I racconti di apparizioni nacquero, con ogni probabilità, per dare forma narrativa alle prime affermazioni della resurrezione di Gesù. Trasformandoli in cronaca storiata, il contenuto della fede più primitiva questa diventava accessibile, poiché presentava come verosimile un fatto, quello della resurrezione che era e rimane, nella sua origine, una confessione di fede. In realtà, non è possibile farsi un’idea esatta di quanto era successo quel primo giorno della settimana, ascoltando i racconti che ogni evangelista ci ha trasmesso.

Sarebbe sbagliato dedurre da questa variata discordanza narrativa la mancanza di valore storico di questi racconti. Coloro che li hanno creati, avevano avuto un’esperienza fatta per raccontarla e per questo la narrarono; in questi racconti si può sentire ancora oggi la testimonianza di alcuni uomini che hanno creduto di vedere vivo il loro maestro, colui che poco prima avevano visto morire in croce.

Benché partivano da un ricordo personale omogeneo, le storie che si crearono diedero luce a due tipi di racconti diversi di apparizioni. Alcuni narravano l’incontro del Risorto con un gruppo ristretto di discepoli, in Galilea (Mt 28,16-20; Gv 21,1-23), o a Gerusalemme (Lc 24,33-53; Gv 20,19-26; Mc 16,14-20). Altri descrivevano l'incontro di singoli credenti con il Risorto: le due Maria (Mt 28,1.9-10), Maria Maddalena (Mc 16,8-11; Gv 20,11-18) o i discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35).

I primi hanno come interlocutori del Risorto il gruppo apostolico e sono, in realtà, cronache della fondazione della comunità cristiana. Il Risorto si lascia vedere da chi Egli sceglie; la sua apparizione ha come obiettivo la concessione di un compito nuovo e comune. In questi racconti predomina, dunque, l’interesse per narrare la missione fiduciosa ai testimoni legittimi della resurrezione e la nascita della comunità come conseguenza di una missione condivisa. Gli altri racconti che descrivono degli incontri di alcuni discepoli con un Gesù irriconoscibile, tentano di sceneggiare l’arrivo alla fede nella resurrezione; ci offrono, esemplificando, una possibile strada per rifare l'esperienza pasquale e sapere vivo Gesù. L’intenzione che soggiace a questo tipo di narrazioni è quella di mostrare come è superabile la sorpresa e la paura, l'incredulità e la chiusura, davanti all'evidenza della nuova vita di Gesù.

Questo secondo tipo di narrazione può sembrare più vicino alla nostra problematica attuale, perché suggerisce le piste per riuscire a sperimentare vivo Cristo Gesù. È il primo, veramente, quello che meglio esprime ciò che significò l'incontro con il Risorto, quello che, pertanto, meglio narra la natura stessa di quell’originale esperienza.

Quanto possiamo sapere su ciò che è successo il giorno della Risurrezione, ci fa supporre che non tutti i discepoli di Gesù arrivarono alla convinzione che era vivo nella stessa maniera. Solo ad alcuni apparve di persona. Gli altri – la stragrande maggioranza –  dovettero fondare la loro fede sull’attestazione dei testimoni della sua resurrezione (cfr. 1 Cor 15,3-8). Il racconto dei due discepoli in cammino verso Emmaus riflette, precisamente, uno di quegli itinerari che hanno dovuto percorrere quei discepoli che non si trovarono personalmente con il loro Signore risorto. Come noi. 

1.1 Il racconto 

Esclusivamente lucano, l’episodio di Emmaus dipende, probabilmente, sia dalla fede tradizionale sia dalle urgenze della predicazione cristiana. Luca lo lavorò con tanta consumata maestria che è potuta essere considerata una delle narrazioni più riuscite della letteratura (E. Renan).

Benché riuscito, il racconto non rimane del tutto ben inserito nel contesto immediato. All’inizio, dà l’impressione che i due discepoli (Lc 24,13) appartengano al gruppo degli apostoli (Lc 24,10), situazione questa che sarà smentita al finale (Lc 24,33): sono due di quelli che accompagnavano i Dodici (cf. Lc 24,9.33). Inoltre, dietro l’affermazione ormai fatta della resurrezione di Gesù (Lc 24,34), non si capisce bene come ci sia ancora qualcuno che continua ad essere pieno di dubbi (Lc 24,37.38.41).

Considerato in sé stesso, l'episodio ha una struttura formale facile da distinguere:

*         La presentazione dei personaggi apre la narrazione, separandola chiaramente da ciò che sta prima. I fatti sono datati il giorno di Pasqua, ma si collocano non a Gerusalemme bensì sulla strada di Emmaus (Lc 24,13-14).

*         Durante il viaggio conversano su ciò che è successo a Gerusalemme (Lc 24,15-29). Appena appare uno sconosciuto, il colloquio domina il racconto (Lc 24,17-27.29b). Con ciò, il narratore cede la parola ai suoi personaggi, facendo del suo racconto una conversazione tenuta. Identifica il suo messaggio col dialogo dei viandanti. La sua intenzione è chiara: non basta sapere tutto su quello che è successo a Gerusalemme, se non si sa vederlo alla luce del piano di Dio. C'è un sapere su Gesù - ed è molto completo - che non è sufficiente.

*         Arrivati ad Emmaus, e già in casa, durante la cena (Lc 24,30-32), i discepoli riconoscono  chi spezza loro il pane, e lui sparisce immediatamente. Un gesto 'senza commenti' ricorda il loro Signore ed il pane spezzato apre gli occhi che non ha aperto la sua presenza né le Scritture spiegate. La cena presieduta da chi condivide la sua vita è il luogo, e il motivo, del rincontro.

*         Si chiude il racconto narrando il ritorno a Gerusalemme, di notte e con fretta, di due nuovi testimoni (Lc 24,33-35). L'incontro col Signore Risorto finisce, inesorabilmente, ritrovandosi con la comunità di testimoni. 

In cammino verso Emmaus

Dietro la scoperta della tomba vuota da parte delle donne ed il primo annuncio non creduto della resurrezione di Gesù (Lc 24,1-11), Luca narra - caso unico nella tradizione evangelica - l'episodio di Emmaus.

Per capirlo bene, bisogna guardare al contesto della situazione narrativa, che serve come punto di partenza: Gesù già è vivo, ma i suoi non  lo possono credere;  impegnati a trovarlo tra i morti e a ostinati cercare il suo corpo dove era stato  seppellito, si sorprendono di trovare aperta e vuota la sua tomba. È appena il giorno primo della settimana, il primo giorno della sua nuova vita. E se qualcuno, le donne, osa già annunciarlo si discredita da solo davanti ai suoi compagni; nessuno prende sul serio la testimonianza di alcune donne con vocazione di “seppellitrici” (Lc 24,1.6.9.11).

Guardando bene, è l'incredulità ciò che allontana da Gerusalemme quei due discepoli. La strada verso Emmaus la percorrono conversando; quello che era successo a Gerusalemme è argomento di dialogo e la causa della loro tristezza (Lc 24,28): quanto è successo lì  li ha obbligati  ad allontanarsi;  la città sacra  è ritornata loro inospitale. Camminare insieme dialogando accorcia di molto la strada ed alleggerisce la pena, ma continua ad accrescere la delusione che nasce dalla loro mancanza di fede. Quanto più parlano tanto più si allontanano, effettivamente ed affettivamente, da Gerusalemme e di “quanto lì era successo” che non è solo la morte violenta di Gesù, ma anche la sua resurrezione già proclamata (cf. Lc 24,19-23).

Parlando tra loro delle cose che sapevano, prendono le distanze dalla comunità cristiana e da Cristo vivo: testimoni di tutto quello che era successo, non potevano essere ancora testimoni del Risorto. Seguaci che sanno tutto di Gesù, non si riconoscono ancora suoi apostoli. Il loro sapere è innegabile, ma questo non li porta alla fede: li sommerge nella delusione. 

Mentre conversavano

Gesù, sconosciuto, condivide il cammino con loro, perché vuole entrare nella loro conversazione. Il racconto risalta che fu in mezzo alla discussione che si avvicinò loro il Signore ‘in persona.’ Si fece loro compagno di viaggio facendosi loro interlocutore;  si occupò di quanto li stava preoccupando, pregandoli di condividere con lui le loro pene (Lc 24,15). Non lo riconobbero, perché non potevano: i loro occhi erano incapaci (Lc 24,16). Che il racconto non svela la causa di quell'incapacità fa più inverosimile il fatto, creando una certa perplessità nel lettore: com’è possibile che chi tanto sappia raccontare su Gesù (cf. Lc 24,18-24), non riesca a sapersi insieme a lui? Occhi che lo videro vivo, cuori che lo sanno morto, non bastano per crederlo risorto. Dovranno vedere qualcosa di più, di nuovo (cf. Lc 24,31).

La domanda di Gesù trasforma la narrazione in conversazione. Il dettaglio non è indifferente. La strada smette di essere via di lastre e polvere per farsi scambio di fatti e opinioni tra i viandanti. Lo sconosciuto sembra non avere  idea dell’argomento di conversazione, ma si rende conto che la tristezza imprigiona i suoi interlocutori. Sembra ignorare il motivo, ma sa che non sono felici (Lc 24,17). Tale ignoranza è inspiegabile a Cleofa (Lc 24,18) che prende la parola per informare il suo sconosciuto compagno di viaggio:  Gesù di Nazaret è il tema della conversazione ed il motivo della loro tristezza. Ragioni non mancano: l’avevano creduto autentico uomo di Dio (Lc 24,19) e lo videro crudelmente giustiziato (Lc 24,20). L'entusiasmo che le sue parole e opere avevano suscitato ha fatto meno accettabile, più penoso, tanto inaspettata conclusione. Dopo tre giorni di inutile attesa, la morte constatata aveva seppellito ogni speranza. (Lc 24,21).

La tristezza era effetto, e prova, della sua attuale delusione: sanno ora che quel Gesù  che avevano seguito per la Galilea, non ha meritato tanta pena. È vero, riconoscono, che ci sono già alcune donne che dicono di avere trovato la sua tomba vuota e di aver visto alcuni angeli che avrebbero assicurato loro che egli vive (Lc 24,22-23). È anche certo che, poco dopo, alcuni fratelli hanno potuto comprovare, loro stessi, quanto avevano detto le donne. Nessuno l’ha visto ancora vivo. E nessuno può credere che viva (Lc 24,24).

Tutto ciò che sa - ed è tanto! - questo triste discepolo di Gesù di Nazaret non lo trasforma in testimone del Signor Risorto. Per non vedere quello che è successo alla luce del volere divino, protesta lo sconosciuto, non capiscono col cuore quello che sanno dire con la bocca (Lc 24,25). Far veder loro che ciò che è successo non è pura casualità né, tanto meno, un’evitabile tragedia bensì necessità divina, è il compito che si impone lo sconosciuto (Lc 24,26). Continuando il viaggio verso Emmaus, fa loro percorrere una nuova strada - questa volta, interiore - attraverso ‘tutte’ le Scritture: in esse era già predetto il destino di Gesù, la sua via di passione e il suo cammino di gloria. (Lc 24,27)

La comprensione di ciò che è successo a Gesù a Gerusalemme, prendendo come guida e chiave la Parola di Dio conduce alla meta del cammino e fa non necessaria la compagnia dello sconosciuto: arrivati a Emmaus, con una nuova intelligenza di ciò che avevano vissuto e, come più tardi riconosceranno, con un cuore nuovo (cf. Lc 24,32), il loro ancora sconosciuto accompagnatore finge di dovere andare oltre. Emmaus non era la sua destinazione (Lc 24,28). 

Nello spezzare il pane

Sarebbe stato un affronto non necessario se Gesù avesse respinto l'ospitalità che gli si offriva tanto sinceramente. I due di Emmaus sanno, inoltre, giustificare il loro invito su una ragione che convince: il giorno é finito (Lc 24,29). Gesù, ancora sconosciuto, interrompe il suo cammino per non smettere di stare con i suoi discepoli: ancora non può lasciarli soli, perché ancora non lo sanno vivo; sanno già leggere ciò che è successo a Gesù a Gerusalemme come compimento di un piano personale di Dio, ma non riescono a vedersi coinvolti in questo piano né identificano nell'accompagnatore il loro Signore.

Il viandante si fa ospite (Lc 24,30a); il compagno di cammino, commensale (Lc 24,30b). La convivenza, iniziata come interesse reale, mantenuta col dialogo, continuata nella spiegazione e approfondita nell’ascolto, sbocca nell’intimità (non è ovvia la metodologia dell'accompagnatore spirituale?). E a tavola, l'invitato si trasforma in signore, l'ospite in ospitante, l'ultimo in primo: il pane benedetto e diviso è ‘il gesto’ che mancava loro per vedere, quello che li farà vedere. L’iniziativa dello sconosciuto che ripete la conosciuta prassi di Gesù, quando mangiava con i suoi discepoli, apre loro gli occhi ed il cuore: nessuno, soltanto il loro Signore poteva spezzare il pane benedetto (Lc 24,31).

L'eucaristia è luogo privilegiato del riconoscimento del Risorto: per saperlo vivo e ora vicino, non è necessario maggiore sapere che quello di condividere la sua mensa e ricevere il suo pane. I discepoli che nel loro cammino si trovarono con un ignaro di tutto quello che era successo e invitarono a casa loro lo sconosciuto, si imbatterono con il loro Signore senza saperlo, condividendo l’alimento che avevano e ricevendo da lui pane benedetto. Durante il tragitto di Emmaus erano sovrabbondate le conoscenze su Gesù di Nazaret; mancò loro la scoperta della presenza divina in ciò che era successo a Gerusalemme; ma non fu sufficiente per notare la compagnia del loro Signore. Se non gli avessero dato l'opportunità di essere loro anfitrione nella loro casa, il Risorto sarebbe rimasto nell'anonimato: senza eucaristia condivisa, per vivo che fosse già Gesù, non sarebbe resuscitato per loro come Signore e Cristo!

Sapere che vive fa non necessaria la sua presenza. L’esperienza del Risorto non è un rincontro per godere, una visione per dilettarsi, bensì una convinzione da proclamare, una testimonianza sempre da dare. Riconosciuto, Cristo Gesù diventa invisibile (Lc 24,31): saperlo vivo è più decisivo di averlo a portata di mano; presentire la sua presenza fa inutile soffrire per la sua assenza. E chi, come i due nel cammino di Emmaus, è stato una volta con lui, benché non sia giunto a riconoscerlo, sentirà la gioia che ha sperimentato nella sua compagnia e la comprensione del piano di Dio che è riuscito a raggiungere vicino a Lui (Lc 24,32). Chi, una volta tanto almeno, si è trovato col Risorto, per quanto addolorato e disorientato si fosse sentito, non potrà smettere di ricordare sempre la sua buona sorte: camminare con Gesù riempie di calore il cuore dei suoi compagni e le loro menti, di intelligenza dei cammini di Dio. 

Di ritorno a Gerusalemme

Già senza Gesù ma sapendolo vivo, non riescono a rimanere in casa, per quanto avanzasse la notte. Al narratore che si è trattenuto nel raccontare il viaggio verso Emmaus, non gli interessano i particolari del ritorno a Gerusalemme. Gli importa segnalare che non hanno potuto tacere quanto sapevano, né rimanere in casa quella notte quando finalmente lo avevano trovato.

Anche in loro qualcosa è risuscitata: rifanno la strada verso la città che era stata la tomba della loro fede e ritornano alla comunità di testimoni (Lc 24,33). Gli Undici e quelli che rimangono con loro devono sapere quello che a loro era successo lungo la strada e nella loro casa (Lc 24,35). Ma chi ritorna alla comunità non torna tanto per testimoniare il suo vissuto personale bensì, in primo luogo, per ricevere la testimonianza apostolica: prima che possano aprire bocca, non appena si apre a loro  la porta, viene annunciata loro la fede comune:“Realmente il Signore è Risorto ed è apparso a Simone” (Lc 24,34). 

2.      Cammino di Emmaus: rilettura salesiana 

Creato per facilitare l'incontro con Cristo Gesù, il racconto di Emmaus indica, in forma di narrazione, la meta alla quale deve arrivare il cristiano ed offre una precisa metodologia per ottenerlo. L’episodio, cronaca di un evento passato, è soprattutto paradigma di un riuscito cammino di fede, del quale descrive le tappe ed i suoi contenuti. Da lì il suo innegabile valore.

Quanti oggi desiderano passare dallo scoraggiamento alla testimonianza cristiana, quelli che cercano motivi per ritornare alla vita comune con entusiasmo recuperato e qualcosa di nuovo da dire, coloro che sanno tutto su Gesù senza mai saperlo vicino a loro, coloro che continuano a darlo per morto perché non riescono a sentirlo vivo, tutti quelli che si dispiacciono della sua assenza senza riconoscerlo dove si ripete il suo gesto ‘eucaristico’, possono trovare nella narrazione lucana un itinerario preciso di evangelizzazione: rifare il cammino di Emmaus può portare a lasciarci evangelizzare da Cristo Gesù e trasformarci in suoi testimoni. 

2.1       La vita di comunità, come meta e criterio 

La tradizione evangelica non offre alcun racconto della resurrezione nella quale la visione di Gesù vivo sia la scena centrale o la sua logica conclusione. Il fatto è rilevante. Contro di quello che ci si potrebbe aspettare, Gesù Risorto non si lasciò vedere dai suoi discepoli per rimanere a convivere con loro:  chi arriva alla convinzione che il suo Signore vive, deve andare ai fratelli per annunciare loro la sua resurrezione (Mc 16,6-7; Mt 28,9-10.16-20; Lc 24,36-52; Gv 20,19-23).

Non è stata la continuazione di una convivenza con il maestro, interrotta dalla sua morte in croce, quello che è sorto dietro la sua nuova vita. E’ nato, piuttosto, un nuovo modo di convivere tra quanti condivisero la stessa esperienza: l’assenza di Gesù Risorto che si è lasciato vedere per un certo tempo (cf. At. 1,3: solo per quaranta giorni!), si attenua con l'apparizione della comunità dei suoi testimoni. Vedere Gesù e saperlo vivo suppone la nascita della comunità cristiana, autentica risurrezione della comunità di discepoli del Nazareno:  Gesù Risorto deve tornare al Padre e pertanto, chi lo ha incontrato deve incontrarsi coi fratelli (cf. Gv 20,17).

Che la vita in comune sia il risultato dell'esperienza pasquale rimane ben drammatizzato nel racconto di Emmaus. L’episodio comincia narrando l'allontanamento da Gerusalemme e dalla comunità apostolica di due dei discepoli di Gesù; e tutto il racconto è la narrazione del suo progressivo allontanamento: i discepoli si allontanano dalla città e dai suoi condiscepoli, tristi e sconfortati per quanto è successo lì; benché abbiano sentito già dire che Gesù vive, non possono crederlo. Quando alla fine del loro viaggio, lo vedono ripetere il suo gesto più caratteristico, allora recuperano l'entusiasmo..., e la comunità. Torneranno immediatamente a condividere la loro fede con coloro che credono le loro stesse cose. Il Risorto non avrà bisogno di rimanere tra loro, ma loro non potranno rimanere soli in casa: se Cristo vive, non si può continuare a vivere fuori della comunità cristiana.

Sapere che la comunità cristiana, vita in comune nella fede comune, è la conclusione del cammino di Emmaus, la meta dell'incontro con Cristo, porta a rivalutare la vita di comunità e mette in discussione la nostra abituale forma di viverla: se ci accorgessimo che le nostre comunità, per essere una realizzazione della comunità cristiana, sono nate dalla resurrezione di Gesù, non saremmo più attenti per stimolare tutto ciò che ci unisce, non saremmo meno restii a evitare quanto ci divide? Come pretendere di testimoniare Cristo Risorto vivendo una vita comune trascurata, languente, sottovalutata?. Sarebbe come lasciare a moribondi il compito di annunciare che una nuova vita è possibile e c’è già! E questa può essere l'impressione che stiamo dando ai nostri giovani, se non ci vedono gioiosi della nostra vita comune. Badare alle nostre comunità significherebbe, né più né meno, testimoniare con convinzione ai giovani che Cristo vive: o abbiamo un motivo migliore per vivere in comune la missione salesiana?

Non dovremmo dimenticare che i discepoli che, non potendo sopportare Gerusalemme e la vita comune, andarono nelle loro case, si dirigevano ad Emmaus lo stesso giorno in cui Gesù inaugurava vita nuova: si allontanavano dalla vita comune..., e dal vangelo già proclamato. Lontano dalla comunità l'annuncio del vangelo è sempre rumore incredibile, chiacchierio di donne spaventate (Lc 24,22-23). Se il Risorto non avesse fatto comunità con loro, lungo il cammino e nella casa, se Cristo non si fosse manifestato a Emmaus ai suoi testimoni di Gerusalemme, i due discepoli non sarebbero arrivati a sapere della sua resurrezione, né sarebbero ritornati con entusiasmo alla predicazione. Non importa che chi ritorna alla vita comune l'abbia abbandonata qualche volta; decisivo è che torni al più presto ad essa, non appena essersi incontrato con il suo Signore. Perché solo chi ritorna alla sua comunità saprà di essere stato vicino al Signore e per questo si sentirà gioioso (Lc 24,35.32).

Se “la testimonianza è l'unico linguaggio capace di convincere i giovani che ‘Dio esiste e che, il suo amore può riempire una vita’” (Cons 62), l'evangelizzazione deve curare, come opzione strategica, “l'unità della comunità, segno evangelico che Gesù chiede ai suoi discepoli”. “La vita di comunione con Dio e con i fratelli è il fine dell'annuncio evangelico. Per questo è importante per l'evangelizzazione la testimonianza di una vita di comunione, perché è un'esperienza che anticipa, come seme, la realtà che è l'oggetto della speranza.”

Bisogna temere, dunque, per un'evangelizzazione, qualunque siano i suoi metodi e senza dubitare delle sue migliori intenzioni, che non parta da una vita comune condotta con gioia dagli evangelizzatori, o che non proponga agli evangelizzati la vita in comune come meta dell'incontro con Cristo. Dovrebbe farci pensare il fatto che Gesù Risorto è rimasto con i suoi discepoli fino a quando ha fatto sparire lo scoraggiamento e la durezza nei loro cuori; una volta scoperto, è sparito dalla loro presenza. Dall’assenza del Risorto i discepoli si ripresero recuperando la vita comune e la testimonianza. Non c'è qui una mera casualità, bensì una precisa legge dell'esistenza cristiana: chi sa che Gesù vive, vive in comune la sua esperienza: “l'incontro con Gesù Cristo nella fede ha il suo luogo privilegiato nella Chiesa”.

Quindi, anche riconoscendo che “l'appartenenza dei giovani alla Chiesa non raggiunge immediatamente la maturità”, se non si vive in essa “mancherebbe il riferimento imprescindibile per vivere come credenti”: “l’obiettivo finale di questo percorso è aiutare i giovani a vivere come Chiesa, maturando così nel senso di appartenenza alla comunità cristiana”. 

2.2      Camminare insieme, come metodo 

Probabilmente la ragione per la quale l'episodio di Emmaus risulta tanto simpatico ed illuminante si radica nella sua contemporaneità con la nostra situazione spirituale:  ci sentiamo ben ritratti in quei due discepoli delusi che andavano verso la loro casa prima del tramonto del sole; e, soprattutto, nella loro peripezia personale possiamo ben ricostruire le tappe dell’itinerario di fede che stiamo precisando.

Il discepolo che si mette in cammino verso Emmaus ritornerà alla comunità e alla testimonianza apostolica, purché percorra le tappe del cammino e si sottometta alla pedagogia del Risorto. 

Essere delusi di Gesù, punto di partenza

Più che Gerusalemme e ciò che era successo lì, fu la frustrazione personale il punto di partenza di questo viaggio verso Emmaus; la tristezza dei discepoli nasceva dalla disperazione che procurò loro la fine della loro personale avventura con Gesù di Nazaret (cf. Lc 24,17-21). Con lui avevano convissuto e vicino a lui avevano alimentato le migliori speranze: andava a portare il Regno di Dio ed a liberare il suo popolo;  giustiziato in una croce, la sua morte aveva appena seppellito ogni speranza. Era piuttosto comprensibile che si sentissero falliti: il loro precedente entusiasmo per Gesù, “profeta poderoso in opere e parole” (At 2,22), alimentava ora la coscienza del suo fallimento. Disincantati della loro vita vicino a Gesù, ritornavano alla normalità della vita.

Che sia, precisamente, la delusione di Gesù quello che mise in movimento due dei suoi discepoli, che la stanchezza accumulata dopo anni di convivenza e la tristezza li spingesse a lasciare la vita comune, può servirci di consolazione, ma è, soprattutto, serio avvertimento. Poche cose condividiamo gli apostoli di oggi con quei due discepoli tanto quanto la frustrazione e la delusione nel seguire Gesù: anche noi riponiamo un giorno le nostre migliori speranze in lui, per dover poi costatare la nostra delusione. Non ci ha meritato tanta pena questoGesù: un morto non si merita la nostra vita. Come i discepoli di Emamus camminiamo affondando nella nostra delusione e ritornando a case che abbiamo abbandonato un giorno per seguirlo.

Se viviamo senza fascino la sequela di Gesù, se lui ha smesso di affascinarci, possiamo lanciarci a percorrere il cammino di Emmaus. È la nostra opportunità! E se continuiamo a pensare di accompagnare altri in questo cammino, ragione di più per inaugurarlo prima noi!: i giovani che non se ne interessano per Cristo aspettano da noi l’esperienza del viandante disposto ad accompagnarli e la certezza di chi è arrivato già alla meta. Perciò hanno bisogno di noi vicino a loro, vicini ai loro problemi e al loro scoraggiamento: con loro condividiamo non solo il cammino e la stanchezza, ma anche i temi della conversazione ed il dispiacere per quello che ci è successo. Che altro modo abbiamo per mostrare nostro Signore vivo e preoccupato delle loro cose e della loro vita? O è che non è stato questo il modo in cui ci è stato presentato prima? “Andare e avvicinarsi ai giovani dove si trovano, accoglierli disinteressatamente e con sollecitudine nei nostri ambienti e metterci in attento ascolto delle loro domande e aspirazioni, sono per noi opzioni fondamentali che precedono qualunque altro passo di educazione nella fede”. 

Sapere su Gesù, come viatico

Nel cammino, solo lo sconosciuto non sapeva niente su ciò che era successo a Gerusalemme; al contrario, i discepoli di Emmaus avevano buone ragioni per essere tristi e tornare a casa (cf. Lc 24,17-24). Però tutto il loro sapere su Gesù non ha dato loro la consapevolezza di essere insieme a lui: le sue numerose conoscenze gli hanno impedito di riconoscerlo; l’immagine che di lui si facevano, il ricordo che conservavano della sua vita e della sua opera, non li aiutò a identificarlo; per vederlo a misura delle loro speranze e immaginarlo secondo le loro preferenze (cf. Lc 24,21), non lo hanno scoperto come era in realtà: il loro sapere sul Gesù morto li rendeva incapaci di saperlo vivo. Lo sconosciuto ha dovuto impegnarsi a fondo per far loro vedere alla luce di Dio ciò che era successo, secondo le Scritture: contemplando Dio nella storia di Gesù hanno scoperto che l’iniziativa divina spiegava tutto ciò che era successo. Nulla era stato per caso o per fortuna, dove ha trionfato il volere di Dio: la morte del loro maestro era parte di un progetto divino di salvezza.

Oggi continuiamo, come i discepoli di Emmaus, ad avere una gran quantità di saperi su Cristo e non ci rendiamo conto di essere accompagnati da lui; sembra come se le nostre conoscenze “teologiche” stessero seppellendo la nostra speranza cristiana; a che cosa ci serve una grande scienza se non ci convince meglio che Cristo merita la nostra vita e le nostre pene, perché vive oggi dopo aver sofferto al posto nostro? Poche volte abbiamo studiato di più, e con mezzi migliori, i contenuti dell’evangelizzazione e sono pochi quelli che, tra noi, predicano con entusiasmo il Vangelo. Ci manca, sicuramente, come ai discepoli di Emmaus, di contemplare Gesù con gli occhi di Dio, vederlo secondo il progetto che il Padre si è fatto del Figlio suo. Per continuare ad immaginarcelo come più ci conviene, ci escludiamo dal piano divino che in Cristo Gesù ci comprometterebbe pienamente.

Per questo, dovremmo rinunziare a farci illusioni su Gesù. Se i discepoli di Emmaus avessero accettato il cammino di Gesù, mentre con lui andavano verso Gerusalemme; se non avessero continuato ad alimentare false speranze, la sua morte in croce non li avrebbe delusi e avrebbero aspettato la sua resurrezione (Lc 9,44-46; 18,31-34); non hanno sopportato ciò che era successo perchè non l’hanno saputo leggere alla luce di Dio, secondo la sua Parola. Le illusioni che ci facciamo e le attese che alimentiamo, anche nella sequela di Gesù, non hanno futuro; solo se ciò che accade –qualunque cosa sia – è secondo Dio, può sostenere la nostra speranza.

Perché i nostri saperi su Cristo siano vangelo di Dio, affinché la nostra vita di sequela sia esperienza gioiosa della sua presenza, affinché tutto quello che ci accade sia incontro con Dio, dobbiamo restituire alla Parola la funzione di guida delle nostre vite. Finché non vediamo tutto ciò che succede dentro un progetto di Dio, finché non sentiamo la sua voce nelle parole che ascoltiamo quotidianamente, né leghiamo la sua mano con le mani che ci raggiungono, i nostri saperi cristiani c'impediranno di saperci di Cristo. Questo è l'unico sapere che non possiamo tacere: tacerlo ai nostri giovani confermerebbe loro la sensazione di abbandono e solitudine nella quale vivono;  se non li convinciamo che tutto ciò che succede è parte di un gran progetto divino che è frutto e segno di un grandissimo amore, come faranno a sentirsi amati da Dio e perché dovrebbero vederci come i segni e portatori di questo amore?

Per ottenerlo dovremo accompagnarli nella loro ricerca del senso delle loro vite e di Dio; bisognerà, seguendo il metodo di Gesù nel cammino di Emmaus, riaccostarli alla Scrittura ed aprire il cuore alla comprensione di queste. E qui appare una faccenda tanto inesplorata tra noi come urgente per i nostri giovani;  ed è che “senza conoscenza delle Scritture non c’è conoscenza di Cristo”.

Accogliere Gesù in casa, momento decisivo

Arrivati ad Emmaus, i discepoli non giunsero a scoprire l’identità del loro compagno di viaggio: Emmaus non sarebbe stata per lui, sembrerebbe, la meta del viaggio intrapreso. Invitato a fermarsi, anche se sconosciuto, Gesù ripete un suo gesto tipico senza ulteriore commento: ospite, non tarda a trasformarsi in padrone di casa. La pratica eucaristica si rivela santa e segno della sua presenza reale; dividendo il pane, Gesù si fa conoscere, impone la sua realtà e rimuove ogni incertezza nei suoi discepoli.

Risulta, in verità, significativo che i discepoli riconoscessero il loro Signore non tanto per ciò di cui avevano parlato lungo la strada, quanto per quello che ha fatto davanti a loro quando si è seduto alla loro mensa. Il massimo a cui é arrivata la spiegazione delle Scritture è stato riempire il loro cuore di gioia mentre camminavano insieme allo sconosciuto (cf. Lc 24,32). Ciò che non ottenne la sua conversazione, né il commento della Scrittura, lo ottenne il suo gesto: per vedere il Risorto i nostri occhi si aprono nel momento in cui, dinanzi a noi, si ripete il gesto che identifica il Signore Gesù (cf. Lc 24,30-31). Nella mensa eucaristica è possibile conoscere vivo e vicino il Risorto e sopportare la sua assenza senza considerarlo perduto né considerarsi perduti.

Lì dove ci viene spezzato il pane e dove lo condividiamo benedicendo Dio, lì scopriremo Gesù Vivente e ricorderemo che il nostro cuore ardeva mentre stavamo insieme a Lui. Da lì torneremo alla comunità, per farci testimoni sorpresi e predicatori entusiasti della sua resurrezione. E durante il cammino di ritorno ai fratelli, riscopriremo l’urgenza e il desiderio, ricorderemo l’incontro con Cristo mentre andiamo al rincontro con i cristiani.

Il racconto di ciò che è accaduto a due discepoli sulla strada di Emmaus è un pezzo della nostra biografia spirituale: oggi non abbiamo altro accesso al Signor Gesù che quello che ci offre la comunità che si riunisce nel suo nome per spezzare il pane e dividerlo tra tutti. Solamente la sua memoria eucaristica può renderci chiara la Scrittura, ardente il cuore e aprirci, spalancare gli occhi per scoprirlo.

Bisognerebbe pensare se le nostre fughe dalla vita comunitaria, la perdita di entusiasmo nell’apostolato, l’accumulo di conoscenze su Cristo che non ci fanno sapere di lui, la nostra incapacità di scoprire in quello che ci succede un magnifico piano di Dio e vederci in esso coinvolti, molte nostre conversazioni su Gesù che non riescono a farci ardere il cuore, non provengono, in fondo, del fatto che continuiamo a dare per morto colui che è risuscitato. Come quei discepoli sul cammino di Emmaus. Se fosse così, ci resta la speranza che Gesù voglia essere nostro ospite e commensale: dividiamo il pane benedetto tra noi, ripetiamo ogni giorno il gesto che tira fuori Cristo dall’incognito, rimarremo tanto presi da lui, tanto affascinati con lui, che non avremo bisogno di vederlo né toccarlo per saperlo tra di noi: “non si edifica nessuna comunità cristiana se non ha come radice e nucleo la celebrazione della sacra Eucaristia”. Bisognerà, quindi, “porre l’incontro con Cristo nella Parola e nell’Eucaristia al centro delle nostre comunità”, ci chiedeva il CG 26.

Che dire, pertanto, di un’educazione alla fede che dimenticasse o ritardasse indebitamente l’incontro sacramentale (c’è qualche altro incontro di sicura efficacia?) di Cristo con i giovani? Verso dove va una pastorale giovanile che non si proponga come meta possibile e come mezzo imprescindibile “la relazione personale con Cristo, che riconcilia e perdona, che si dona e crea comunione, che chiama e invia e stimola ed essere artefici di una nuova società”? Chi siamo noi per privare i giovani di questa “celebrazione gioiosa della vita”, di questo “momento significativo di crescita religiosa”, di questo “secondo pilastro dell’edificio educativo” nel sistema salesiano, che è la celebrazione eucaristica, “fonte e culmine di ogni evangelizzazione”? E’ casuale che il CG 26 chieda alla comunità salesiana che proponga ai giovani, “con frequenza e sensibilità educativa”, “una vita sacramentale convinta e regolare”?

La stagnazione che la partecipazione frequente all’eucaristia conosce nei nostri ambienti non è solo conseguenza di una perdita di memoria storica, memoria delle nostre origini salesiane e frutto di scarsa immaginazione pastorale, ma – e questo sarebbe anche più grave – prova di una debilitata identità cristiana: l’ eucaristia é la “fonte e il culmine di ogni vita cristiana”. Che nessuno sia sufficientemente preparato per celebrare l’incontro con Cristo non è ostacolo perché Cristo voglia incontrarsi con noi: o che forse quelli di Emmaus erano preparati per scoprire al loro Signore nello sconosciuto compagno di viaggio? Ancora di più, se i discepoli di Emmaus avessero conservato la fede e il loro primo entusiasmo, Cristo si sarebbe fatto incontrare? 

Recuperare la comunità e la testimonianza, come garanzia

Chi ha vissuto insieme al Risorto non può vivere senza i suoi testimoni. La comunità eucaristica si prolunga, logicamente, nella comunità apostolica. Quelli di Emmaus non hanno potuto fermarsi dove erano andati, la loro vera casa era lì dove erano rimasti i fratelli. Il Signore, appena riconosciuto, cambiò loro il cuore  e il loro modo di fare: tornarono a Gerusalemme e alla testimonianza. Gesù per loro sarebbe rimasto morto, se non avessero recuperato la vita comune e la predicazione del Vangelo.

Se l’incontro con Cristo vivo ci restituisce alla vita in comune, se i nostri dubbi si vincono convincendo gli altri della realtà della risurrezione, bisognerà fortificare il nostro sentimento di appartenenza alla comunità cristiana e dovremo superare i nostri scoraggiamenti, confortando i fratelli che non hanno coscienza di essere membri di una comunità, al cui servizio siamo stati chiamati, non può esserci esperienza che Cristo vive. Continueremmo impegnati, come il primo giorno, nel cercare il Vivo tra i morti (cf. Lc 24,5).

3.      Conclusione 

L’ 11 ottobre 2008 il Rettor Maggiore è intervenuto alla XII Assemblea generale ordinaria del Sinodo, svoltasi col tema “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa” (Roma, 5-26 ottobre 2008). Facendo sua la necessità di facilitare ai credenti l’accesso alla Scrittura, “requisito oggi indispensabile per la missione”, don Chávez ha voluto offrire una breve riflessione su “come avvicinare la Parola di Dio al mondo giovanile”, facendo riferimento al racconto di Emmaus, “modello esemplare dell’incontro del credente con la stessa Parola incarnata (cfr. Lc 24,13-15)”.

Don Chávez rispondeva ‘salesianamente’ alla questione di “come passare dalla vita al testo e dal testo alla vita”, cioè, di “come leggere la Bibbia con la vita e la vita con la Bibbia”. E chiudendo il suo intervento offrì quattro piste che, per la loro importanza, cito e commento brevemente.

  • “Nel cammino di Emmaus Gesù incontrò i due discepoli mentre conversavano tra loro e si fermò a parlare con loro. Accedere alla Parola di Dio é il cammino per incontrarsi con Cristo Gesù; non può mai ridursi alla lettura e alla comprensione di un testo biblico. Una lettura della Parola che non comporti l’incontro con il Verbo di vita è inefficace”.

Il CG 23, riflettendo sull’evangelizzazione dei giovani, chiedeva di “andare e avvicinarsi ai giovani dove si trovano, accoglierli disinteressatamente e con prontezza nei nostri ambienti e metterci in attento ascolto delle loro domande e delle loro aspirazioni,… sono per noi scelte fondamentali che precedono qualsiasi altro passo di educazione nella fede”. Possiamo dire che queste sono le opzioni previe che precedono e guidano la nostra azione evangelizzatrice oggi? “Ci avviciniamo ai giovani come amici e li accompagniamo come padri e maestri, irradiando gioia e speranza”.

  • “Nel cammino di Emmaus Gesù si presentò ai discepoli accompagnandoli durante tutto il percorso. Per aprire la loro intelligenza e i cuori, Gesù si fece compagno di viaggio, anche se il cammino allontanava di più dalla comunità, e si interessò dei loro problemi, malgrado fossero contrari al piano di Dio. L’evangelizzatore, come Gesù, deve condividere il cammino e la vita con i suoi evangelizzati”. 

“Tornare a Don Bosco significa ‘stare nel cortile, cioè, stare con i giovani, per scoprire in loro la presenza di Dio e invitarli ad aprirsi al suo mistero d’amore. Don Bosco torna tra i giovani di oggi attraverso la testimonianza e l’azione di una comunità che vive il suo spirito, animata dalla stessa passione apostolica. Lui raccomanda ad ogni salesiano di incontrare i giovani con gioia nella sua vita quotidiana, impegnandosi ad ascoltare le loro richieste, a conoscere  il loro mondo, ad animare il loro protagonismo, a svegliare il loro senso di Dio e a proporre loro itinerari di santità secondo la spiritualità salesiana”. Siamo convinti che per evangelizzare bisogna farsi compagno, condividendo vita e cammino, con i giovani? Come organizzare la nostra vita, personale e comunitaria, per convertirci alla convivenza?

  • “Nel cammino di Emmaus Gesù si è fatto compagno dei suoi discepoli ascoltando le loro preoccupazioni e ha illuminato ciò che era successo, spiegandolo alla luce delle Scritture, che parlavano di lui. Scoprire il piano di Dio nella propria vita è l’obiettivo di una lettura credente della Scrittura; Dio rivela il suo piano quando si trova il senso di quanto (ci) succede in quanto è successo a Cristo Gesù”. 

Il salesiano “deve alimentare la sua giornata ascoltando e meditando la Parola di Dio, aiutando anche i giovani e i fedeli secolari a valorizzarla nella propria vita quotidiana e sforzandosi poi per tradurre in testimonianza quanto la Parola indica” (Benedetto XVI). Non sarà una maggiore familiarità con la Parola, che nasce dall’ascolto quotidiano e dalla continua obbedienza, ciò che ci renderà capaci di leggere e far capire ai nostri giovani le loro vite alla luce del progetto di Dio? Abbiamo, come salesiani, una migliore ragione per dedicarci all’ascolto, personale e comunitario, della Parola di Dio?

  • Riconoscere Cristo è stato solo possibile nell’incontro eucaristico. Una lettura della Parola che non sia preambolo o tappa previa alla celebrazione eucaristica non recupererà la fede perduta, né farà ritornare alla comunità abbandonata”. 

“La fonte di tutta l’opera di evangelizzazione sta nell’incontro personale con Cristo. Tale esperienza è per noi un evento quotidiano”. Quali “iniziative opportune” potremmo introdurre “nel progetto di vita comunitaria” per “favorire la centralità della Parola di Dio e dell’Eucaristia”? Ci lanciamo a proporre ai nostri giovani “con frequenza e sensibilità educativa” la celebrazione dell’Eucaristia “come fonte e culmine della vita cristiana”?

Questi sono, allora, i criteri chiave per discernere se le nostre avventure personali nella sequela di Gesù, così come il lavoro di educazione nella fede dei giovani che portiamo avanti, possano considerarsi un nuovo “cammino de Emmaus”. Ah, e non dimentichiamo che dover partire dalla delusione che ci ha prodotto la convivenza con Gesù e la sua sequela non è un impedimento, è piuttosto il requisito per iniziare questo cammino. Così è stato a Emmaus. Che cosa aspettiamo? 

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