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Prendere coscienza

 

Mario Pollo

(NPG 1995-06-03)

 

Per educare i giovani a porsi in modo corretto, protagonista e solidale di fronte ai problemi e alle emergenze sociali che attraversa
no la società, non è sufficiente che essi siano informati, ad esempio attraverso la comunicazione di dati e di descrizioni, anche suggestive e commoventi, sulla condizione di vita delle persone che soffrono una qualche forma di disagio o di esclusione sociale. È necessario che la conoscenza di questa particolare realtà sociale si inneschi in una vera e propria trasformazione personale, ovvero che produca una presa di coscienza.
La presa di coscienza, infatti, non è, come molti pensano, una semplice conoscenza, ma una vera e propria ristrutturazione del modo delle persone di porsi in rapporto con se stesse, con gli altri e con la realtà in generale. Da questo punto di vista essa è un vero e proprio cambiamento del modo attraverso cui le persone danno significato a se stesse, alla vita e al mondo in generale. Si potrebbe dire che la presa di coscienza autentica è una vera e propria conversione.
Le forme attraverso cui si possono aiutare i giovani a prendere coscienza dei problemi sociali più gravi sono molteplici. Tuttavia esistono alcune forme, alla portata delle possibilità di azione dei gruppi e delle associazioni ecclesiali giovanili, che appaiono particolarmente efficaci. Queste forme sono quelle che consistono, ad esempio, nel proporre ad un gruppo giovanile un itinerario formativo che preveda (dopo una adeguata preparazione che fornisca ai membri del gruppo sia le informazioni teoriche sul fenomeno sociale di disagio o di esclusione presente nella realtà locale, sia l'informazione su come accostare le persone che vivono questo fenomeno) l'individuazione di queste persone nel territorio parrocchiale e del quartiere, di accostarle fornendo loro qualche tipo di sostegno e, dopo aver stabilito un rapporto di fiducia, raccogliere la storia della loro vita.
Successivamente con l'aiuto di qualche esperto, dopo avere elaborato le storie di vita raccolte, organizzare un incontro rivolto all'intera comunità parrocchiale in cui i giovani comunicano alla comunità i risultati della loro ricerca e della loro esperienza, proponendo anche alcune iniziative concrete di solidarietà verso queste persone che impegnino tutte le componenti della comunità ecclesiale locale.
È questo un modo di comunicazione che spinge, più decisamente della conferenza di un esperto o di una predicazione, verso una effettiva presa di coscienza del problema la comunità ecclesiale locale e nello stesso tempo consente una reale formazione dei giovani alla solidarietà e il loro cambiamento esistenziale.
Questo per ribadire che un processo educativo non è tale se non produce una trasformazione, un cambiamento evolutivo rispetto a una particolare visione dell'uomo e del mondo e a una ben definita scala di valori. Il cambiamento in sé, infatti, non è né positivo né negativo, né evolutivo né regressivo. Il cambiamento acquista un valore sempre e solo in riferimento a un punto di vista etico.
L'obiettivo perciò della trasformazione di un'autentica educazione dei giovani alla solidarietà è quello di aiutarli a elaborare una coscienza di sé molto realistica che non escluda, anzi metta al centro i loro limiti, la loro finitudine e che nel contempo li aiuti ad accettare autenticamente gli altri e a condividere, inscrivendo la loro vita in un progetto centrato sui valori.
Da questo si comprende che questa trasformazione non può essere solo di tipo intellettuale ma deve investire anche, se non soprattutto, la sfera emotiva da un lato e quell'etica dall'altro e deve essere, quindi, anche esistenziale.
Perché questo avvenga è necessario che le persone vivano un'esperienza di accostamento diretto alle persone che vivono i problemi del disagio e dell'esclusione sociale. Dove il termine esperienza indica che è necessario che i giovani siano posti in condizione non solo di vivere e di sperimentare una realtà sociale in prima persona, ma di rifletterè in modo razionale e critico su di essa, di interpretarla a livello etico, e di produrre un'azione concreta che sia in grado di consentire un loro adattamento adeguato a quella stessa realtà sociale.
Troppo spesso l'educazione dei giovani alla solidarietà è o solo intellettuale, nel senso che investe esclusivamente la loro sfera cognitiva, o solo pratica, in quanto si riduce al far fare loro alcune attività solidali o, infine, solo etica, nel senso che si riduce ad una sorta di appello morale nei loro confronti. Tutte queste formule sono, purtroppo, largamente inefficaci, perché nella persona umana è solo la sintesi tra l'emozionale, il relazionale, il cognitivo e il valoriale quella che è in grado di produrre il cambiamento evolutivo nella persona e la sua mobilitazione all'interno di un'azione corretta.
Questo tipo di esperienza formativa in cui si intrecciano conoscenza, vissuto e valori raggiunge il massimo di efficacia quando è prodotta all'interno di una comunità, ovvero di una formazione sociale in cui prevale tra le persone il vincolo della solidarietà.
Questo significa che il gruppo di giovani che vive questa formazione alla solidarietà dovrebbe percepire, con segni visibili, sia a livello cognitivo che relazionale 'affettivo, che essa coinvolge e responsabilizza la comunità ecclesiale locale, ovvero gli adulti che la formano, non solo come spettatrice ma come attiva protagonista.
Senza questo coinvolgimento il processo di presa di coscienza, di cambiamento esistenziale dei giovani sarebbe indebolito, in quanto non potrebbe contare sul suo inserimento in una cultura sociale, ovvero in uno stile di vita condiviso da un gruppo di persone a cui il giovane sente di appartenere e da cui la sua esperienza riceve una concreta approvazione.
Concludendo si può affermare che l'educazione alla solidarietà, ma non solo questa, deve essere sempre fondata su una presa di coscienza individuale e comunitaria e non può essere esaurita, quindi, dalla sola predicazione o conoscenza dei motivi della solidarietà.

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