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Questione donna


Mario Pollo

(NPG 1995-09-03)


La recente conferenza di Pechino ha riportato, almeno per un breve periodo di tempo, al centro dell'attenzione dei mass media la
questione femminile. Un'attenzione che per le caratteristiche del mercato dell'informazione è presto svanita in quel limbo dei fatti che non esistono solo perché di essi non si occupano i mass media. Il riaffiorare, anche se per un breve lasso di tempo, della questione della condizione della donna nell'attuale fase storica, indica che si è ancora lontani nella maggior pqrte delle società, tra cui l'Italia, dal raggiungimento di condizioni di reale parità tra maschi e femmine.
In Italia, poi, l'attenzione intorno alla condizione della donna è stata ravvivata anche dai recenti interventi del Santo Padre. Questi interventi hanno allargato l'analisi della condizione femminile alla spiritualità ed alla funzione della donna nella vita umana.
Tra i vari aspetti della condizione femminile che non sembrano essere ancora stati adeguatamente risolti, anche all'interno delle società in cui l'emancipazione della donna ha compiuto i passi più significativi, vi è quello che potrebbe essere definito della parità nella diversità, ovvero del raggiungimento di pari opportunità e condizioni di vita tra maschi e femmine nel rispetto delle caratteristiche tipiche del maschile e del femminile.
Infatti il semplice assicurare alla donna pari diritti, opportunità di impiego e di scelta del proprio progetto di vita senza che questo consenta ad essa il pieno sviluppo della sua femminilità, di fatto, non garantisce ad essa una piena e matura emancipazione.
Basti osservare, ad esempio, come spesso l'accesso della donna a ruoli direttivi nel mondo del lavoro o della politica comporti una penalizzazione della sua effettiva possibilità di giocare la sua funzione materna, così come obblighi alla rinuncia ad un modo tipicamente femminile di vivere i rapporti interpersonali e, quindi, i valori sociali.
Alla donna, infatti, per fare carriera nel lavoro, per poter assumere ruoli di rappresentanza politica o semplicemente per affermare il suo spazio di protagonismo sociale, è richiesto di maschilizzarsi, di assumere cioè i modelli e gli stili di vita elaborati dalla cultura maschile dominante rinunciando alla sua specificità culturale.
In particolare le si chiede di assumere i modelli culturali di espressione della dominanza e dell'aggressività tipicamente maschili, così come di ridurre per mezzo di modelli astratti la propria interpretazione dei sistemi di relazione sociale.
Il risultato di questo è una sorta di omologazione del femminile al maschile dove l'unica differenza che rimane viva, almeno apparentemente, è quella legata alla sessualità. Ma anche questa differenza, nelle società più sviluppate economicamente, è ridotta da una tendenza di una parte della popolazione femminile all'assunzione di modelli di manifestazione della sessualità caratteristici del mondo maschile.
Tra questi caratteri vi è quello della sessualità come fonte di piacere autosufficiente, sganciato da ogni forma di spiritualità della vita e di donatività e di cui l'aborto è il terribile simulacro. Anche l'uso del proprio corpo per raggiungere condizioni di benessere materiale e di successo sociale possono essere ascritti a questa contaminazione della sessualità femminile prodotta da una distorta, anche se diffusa, concezione della sessualità maschile.
Se la parità tra uomo e donna si realizza a queste condizioni di eliminazione della differenza tra maschile e femminile, allora il prezzo che la condizione umana dovrà pagare sarà elevatissimo, in quanto questa differenza è uno dei motori della vita e dello sviluppo della civilizzazione.
Il problema perciò urgente che la nostra cultura sociale dovrà affrontare è quello di creare le condizioni di vita per cui la donna possa aver pari opportunità con l'uomo potendo però apportare nella vita lavorativa, familiare, sociale e politica il dono della sua femminilità.
Questo perché la donna è sempre stata, e sarà, l'amministratrice dei valori più profondi del miracolo della vita umana nell'abisso del cosmo.
Ciò significa che il rapporto dell'uomo con la natura, che è giunto ad una soglia critica proprio per la prevalenza del dominio del maschile nella vita economica e sociale, potrà essere affrontato positivamente solo se la nostra cultura farà spazio al femminile.
Allo stesso modo i problemi della sovrappopolazione, della crescita disordinata che il nostro pianeta registra, potranno trovare una soluzione, diversa da quella di un meccanico e selvaggio controllo delle nascite, nella libertà della donna di esprimere la vita di cui è portatrice generando non solo a livello biologico ma anche a livello di una diversa relazionalità degli uomini tra di loro e con la natura.
Questa soluzione non esiste ancora, può sembrare una semplice petizione di principi, ma ciò solo perché la donna non ha ancora potuto esprimere pienamente la sua spiritualità nelle culture sociali umane.
Allo stesso modo la vita sociale segnata da una profonda competitività, da un'inflazione dell'io e dall'aggressività che questo genera, potrà trovare nuove frontiere di solidarietà, di compagnia tra le persone solo nel lasciarsi fecondare da quel profondo senso del Noi che è radicato in profondità nel femminile.
Nel contempo però l'uomo dovrà ricercare, senza rinunciare ai caratteri del maschile che gli sono propri, quella complementarità, e non quindi il conflitto e la contrapposizione, su cui si fonda la totalità della condizione umana.
È questa un'utopia? Forse. Però è solo dall'utopia che la vita umana si lascia fecondare.

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