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Quando la scuola produce disuguaglianza

 

Mario Pollo

(NPG 1994-08-03)

 

Il progetto di riforma della scuola che circola in questo periodo sembra poggiare su uno dei miti della nostra cultura sociale attuale più radicato: quello della scuola come strumento di emancipazione sociale e personale a disposizione dei giovani appartenenti ai ceti sociali più svantaggiati. La scuola, infatti, consentirebbe ai ragazzi e ai giovani meritevoli una promozione rispetto allo status sociale ed economico della propria famiglia di origine.
Questo, purtroppo, non è vero in quanto, come dimostrano i dati di oramai molteplici ricerche sociali sulla famiglia, sulla condizione giovanile e sulla dispersione scolastica, la scuola italiana non appare in grado, se non per una piccola minoranza, di garantire non solo l'emancipazione ma addirittura il successo al proprio interno agli studenti che provengono da famiglie socialmente ed economicamente più deprivate e svantaggiate.
E questo nonostante il fenomeno della scolarizzazione di massa che l'Italia vive ormai da parecchi anni.
Lo studio sulla dispersione scolastica in Italia offre delle prove irrefutabili a sostegno di questa affermazione in quanto in questi ultimi trent'anni il problema della dispersione scolastica, o semplicemente dell'insuccesso scolastico, è stato studiato proprio con una attenzione particolare all'intreccio tra la selettività della scuola e il livello socioeconomico e culturale della famiglia dello studente.
La selettività scolastica è costituita da tutti quegli sbarramenti che caratterizzano la carriera scolastica e che vanno dagli esami e dalle bocciature all'orientamento degli studenti verso istituti scolastici, o anche solo classi, a cui è attribuito un minore prestigio sociale. Quest'ultimo processo è quello che solitamente viene definito come streaming.
Il basso livello socio economico e culturale della famiglia influisce negativamente sulla riuscita scolastica per:
a) l'assenza nei genitori:
- di alti livelli di aspirazione nei confronti dei figli;
- della capacità di fornire adeguati stimoli alla prosecuzione degli studi;
- dei valori del successo sociale;
- dell'individualismo, tipico delle classi sociali più evolute;
b) l'inadeguatezza dei metodi educativi poco attenti alla creatività e alle motivazioni sottostanti i comportamenti e, al contrario, troppo centrati sul controllo, magari anche attraverso la coercizione e le punizioni fisiche;
c) la povertà linguistica dei genitori;
d) i sentimenti di inferiorità, di deprivazione, di fatalismo e di scarsa autostima che caratterizzano queste famiglie.
Come si vede questi fattori non sono legati tanto alla povertà materiale quanto alla particolare sottocultura sociale che caratterizza normalmente queste famiglie. C'è da dire a questo proposito che se anche gli studi più recenti hanno diversamente articolato la spiegazione dell'insuccesso scolastico, non hanno però assolutamente eliminato lo svantaggio culturale come elemento causale forte. Si può prendere come esempio la teoria elaborata, partendo da una ricerca empirica, da Bourdieu e Passeron, i quali indicano come fattore principale della selezione scolastica l'autoeliminazione dei soggetti svantaggiati, dovuta al fatto che la scuola tratta come uguali persone che, purtroppo, uguali non sono, in quanto sono portatrici di capitali culturali differenti. Sarebbe proprio questo capitale culturale quello che incide maggior-mente nel successo scolastico. Ora la scuola si pone nei confronti degli alunni come se essi, grosso modo, fossero in possesso dello stesso capitale culturale e, di fatto, si pone perciò in modo adeguato solo nei confronti di quelli che hanno una quantità media e medio alta di questo stesso capitale. È chiaro che in questo contesto chi ha il minor capitale culturale vive un sentimento di inadeguatezza che, alimentandosi nei sensi di inferiorità, di deprivazione, di fatalismo e di scarsa autostima che caratterizzano le loro famiglie, lo porta ad avviare la propria autoeliminazione dal sistema scolastico. Si tratterebbe in altre parole di una vera e propria profezia autoavverantesi.
In questa teoria della dispersione scolastica è sparita la dimensione della selettività della scuola ma è rimasta, seppur in forma più elaborata, la dimensione dello svantaggio sociale. Questa dimensione, tra l'altro compare anche in teorie elaborate da Merton e da altri negli Stati Uniti per spiegare il rapporto tra dispersione scolastica e devianza giovanile.
Coloro che si sono ispirati a questa teoria hanno parlato di un vero e proprio conflitto che la proposta culturale della scuola, tipica della classe media, produrrebbe nei confronti della cultura sociale dei giovani delle classi sociali più svantaggiate. Questo conflitto nascerebbe dal fatto che i giovani più svantaggiati accettano sì la proposta culturale della scuola e, quindi, i valori delle classi medie, ma poi si trovano nella impossibilità di realizzarli con gli strumenti culturali ed economici legittimi di cui sono in possesso. La conseguenza sarebbe il ricorso agli strumenti culturali ed economici illegittimi tipici della devianza.
Da quanto è stato detto sino ad ora emerge con una certa chiarezza come il nucleo centrale delle cause della dispersione scolastica sia da ricercare all'interno degli svantaggi sociali e familiari degli studenti che la scuola pur essendo programmaticamente una scuola per tutti, non è in grado di far superare. La constatazione amara dello studio delle cause della dispersione scolastica è quella che la scuola non riesce ad emanciparsi dalla funzione di riproduzione delle disuguaglianze sociali nonostante il suo statuto di scuola democratica aperta a tutti, ma che anzi in alcuni casi diventa la fucina di veri e propri processi di emarginazione e devianza sociale.
Questo richiede che chi ha a cuore l'educazione dei giovani ripensi alla scuola e, soprattutto, alla sua funzione educativa, cercando di trasformarla da luogo di .riproduzione delle disuguaglianze e degli svantaggi a luogo di produzione delle uguaglianze e dei vantaggi. Questo esige che al centro della riforma della scuola si mettano i giovani concreti con i loro bisogni e i loro problemi e il fronteggiamento delle dinamiche dell'esclusione sociale e non astratti disegni di efficienza, più o meno direttamente legati alla competizione sociale ed economica.

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