Carlo Molari

(NPG 1995-01-07)


Ogni inizio di anno ci scambiamo gli auguri e formuliamo desideri per il futuro. Non è solo una gioiosa consuetudine, ma è anche il necessario richiamo alla nostra condizione di creature. Il tempo, infatti, ci costituisce viventi, perché solo in una successione di eventi siamo in grado di accogliere le offerte vitali che ci vengono fatte. Come creature perciò noi siamo tempo e le sue scadenze sono le tappe della nostra identificazione. L'uomo è in divenire e la sua identità sta nel futuro, poiché egli nasce come possibilità da realizzare e come struttura da svolgere. Attraverso le scelte, i gesti quotidiani, le speranze, l'uomo accoglie e sviluppa progressivamente la sua identità personale fissandola nella forma che la morte consegnerà alla storia e all'eternità. Tutti, perciò, per crescere, abbiamo bisogno di essere inseriti in strutture comunitarie, che richiamandosi ad una tradizione e attraverso intrecci di rapporti ci offrano doni vitali, aprendoci ad un futuro inedito.
Alla triplice dimensione temporale dell'esistenza corrispondono la memoria, l'attesa e l'amore. La memoria come riverbero del passato continuamente ricuperato, l'attesa come invocazione del futuro che lentamente si affaccia, e l'amore come sintonia alla vita che si offre al presente. In termini cristiani parliamo di fede, come accoglienza della tradizione che viene dal passato, di speranza come attesa di Dio che irrompe dal futuro, e di carità, come accoglienza puntuale dell'azione creatrice di Dio, che in noi diventa amore, dono per i fratelli.
Questa trama di atteggiamenti interiori costituisce la vita teologale, che fin dai primordi della storia cristiana è stata presentata come componente essenziale della sequela di Gesù. S. Paolo ad esempio, nella sua prima lettera ai Tessalonicesi, scritta appena 20 anni dopo la morte di Gesù, ringrazia Dio per la loro fede viva, per la loro carità operosa e per la loro costante speranza (1Tess 1,3). Lo stesso modello è utilizzato molte volte per descrivere l'esperienza cristiana, di cui «queste sono le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità» (1Cor 13,13).
Queste tre virtù teologali sono, di fatto, l'esercizio di un unico atteggiamento, che è l'abbandono fiducioso in Dio, secondo le tre dimensioni temporali dell'esistenza umana. La fede è l'accoglienza della Parola di Dio come risuona nella storia salvifica. Vivere la fede implica, perciò, riferirsi agli eventi del passato attraverso i quali Dio si è rivelato agli uomini e accoglierne i significati, emergenti dalla storia. La speranza è l'attesa dell'azione divina nelle sue forme inedite. Vivere la speranza, perciò, significa attendere Dio ogni giorno e accogliere il dono che irrompe dal futuro. La carità è l'apertura all'azione di Dio nelle situazioni del presente. Vivere la carità quindi vuol dire rendere ogni istante spazio dell'amore di Dio. Poiché il passato e il futuro confluiscono nel presente, l'unica dimensione sempre in atto, la carità, che è l'atteggiamento teologale esercitato al presente, è il compimento o la perfezione della vita teologale. Per questo S. Paolo conclude che fra le tre virtù teologali «più grande di tutte è la carità» (1Cor 13,13).
Se le cose stanno così, è chiaro che per l'uomo il senso degli eventi sta solo dal fatto che gli offrano o gli consentano di diventare se stesso. Non è perciò il presente a dare senso al futuro, ma al contrario è il futuro che può dar senso al presente. Questo spiega perché ciò che l'uomo è non gli basti, e perché egli tenda sempre oltre se stesso verso traguardi nuovi. La ragione adeguata di tutto ciò che egli fa, non sta nel presente, ma nel futuro. Il che significa che il senso adeguato della vita, l'uomo non lo può trovare nelle sue capacità operative, nelle sue imprese e nei beni che possiede, ma solo in ciò che egli può diventare. Il senso della vita quindi dipende da come l'uomo vive il presente in rapporto al suo divenire e si esprime nell'atteggiamento che egli ha nei confronti del suo futuro.
Questo spiega perché oggi l'uomo spesso è assalito dall'angoscia del nonsenso della vita. Gli eroi, infatti, del nostro tempo sono i cosiddetti rampanti. Gli investimenti redditizi, il lavoro ben remunerato, il posto preminente, il successo mondano, le conquiste amorose, sono considerati situazioni ideali di vita, traguardi da raggiungere ad ogni costo. La salvezza dell'uomo è annunciata e perseguita sulle vie del potere economico e politico, del piacere sessuale a buon mercato, delle soddisfazioni derivanti dal possesso sempre più esteso. Sono gli ideali, riconducibili ai tre «P» delle idolatrie consumiste: possesso, piacere, potere. Si crede che la salvezza venga dalla produzione di beni sempre più numerosi, dalla acquisizione di potere sempre maggiore, dalle soddisfazioni degli istinti sempre assecondato.
Questa situazione induce meccanismi sociali molto diffusi e conduce ad esperienze vitali sconvolgenti, tipici della società dei consumi.
La ragione della ricerca affannosa dell'uomo sta nel fatto che egli è realmente chiamato alla felicità, al benessere, alla signoria. Questa chiamata ha riflessi necessari nelle dinamiche istintive, che sono protese alla ricerca continua della massima gioia nella vita.
La ragione della insoddisfazione, invece, sta in un errore di bersaglio e in una confusione di orizzonti. Le cose, le situazioni, le persone sono spazi di offerta di beni diversi, interiori, che costituiscono l'identità definitiva della persona, e che quindi suscitano spinte e desideri assoluti. Questi, perciò, non terminano alle cose, ma sono orientati altrove. Finché non si scopre il termine reale di ogni tensione vitale, non si è in grado di capire la condizione temporale di creature e di godere pienamente la vita.
Non sono quindi le cose, i rapporti o gli eventi che hanno senso in sé, ma è ciò che l'uomo vi introduce a dare loro senso. Di fronte a fatti incomprensibili o assurdi, la domanda vera da formulare non è: «perché ciò accade?» ma: «quale atteggiamento assumere perché tutto acquisti senso in futuro?». La trascendenza dell'uomo sta appunto nella capacità di introdurre senso nuovo in ciò che egli vive: egli può modificare il valore delle situazioni e può introdurre significati nuovi negli stessi eventi del passato e della creazione. La ragione di questa possibilità sta nel fatto che il Bene, la Verità, la Bellezza, la Giustizia, la Vita sono e si offrono all'uomo in modo inedito così da condurlo alla sua identità definitiva. La condizione perché ciò accada è che esistano persone accoglienti e fedeli alla vita.
L'augurio che ci scambiamo all'inizio di ogni anno riguarda appunto il bene supremo della nostra identità, per cui acquistiamo un nome «scritto nei cieli» (cf Lc 10, 20b) e diventiamo viventi per sempre.