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Il suicidio dei ragazzi

 

Mario Pollo

(NPG 1994-06-03)

 

Periodicamente le cronache registrano suicidi di adolescenti la cui causa apparente sembra essere un brutto voto, a cui magari si è aggiunta quella di una delusione amorosa. Si tratta molto spesso di ragazzi che sino ad allora non avevano manifestato segni apparenti di disagio e che apparivano, quindi, agli occhi dei loro compagni di scuola, degli amici, degli insegnanti e degli stessi genitori, assolutamente normali.
L'incremento dei suicidi che hanno visto come protagonisti giovani al di sotto dei 24 anni è stato fra gli anni 70 e 80 di circa un terzo.
Di fronte a questi episodi normalmente chi li commenta imbocca la strada rassicurante della loro spiegazione costituita dall'ipotesi della presenza di una patologia psichica nel giovane suicida.
In molti casi questa spiegazione risulta fuorviante e nasconde le vere cause che quasi sempre sono da ricercare nella particolare cultura sociale, ovvero nei modelli di vita, nelle relazioni e nei valori, che caratterizzano l'attuale condizione di vita della società italiana. Cultura sociale che non offre agli adolescenti che la abitano progetti di vita che siano in grado di ricomprendere nei loro orizzonti il futuro e il passato oltre al presente immediato. Questo fa sì che molti adolescenti abbiano un orizzonte di vita mutilato e che si sentano delle particelle insignificanti di un enorme meccanismo sociale.
Ci si può a questo punto legittimamente domandare se il vivere senza la memoria storico-culturale e senza la comprensione del senso del proprio stare al mondo, al di là di quello offerto dall'appagamento dei bisogni e dall'adeguamento alle mode sia un motivo sufficiente per spingere qualche adolescente a decidere di morire. La risposta è, purtroppo, che questo per qualcuno può bastare. E non necessariamente solo per gli adolescenti più deboli e fragili, in quanto il gesto disperato del suicidio può essere, nel caso degli adolescenti, null'altro che l'estremo tentativo, praradossale, di affermazione della propria individualità e di espressione di un desiderio di vita fortissimo anche se privo di speranza.
Questo bisogno di affermazione dell'individualità è oggi particolarmente forte, ed in alcuni casi drammatico, perché gli adolescenti solitamente non vengono educati a riconoscere la propria unicità, a scoprire cioè quella «cifra» irripetibile che è propria di ogni uomo. Infatti a questi ragazzi oggi vengono proposte identità deboli, basate sull'agire sociale, sui comportamenti che si scelgono, sui consumi che si fanno perché il modello dominante, di successo, è quello dell'individuo plastico, o se si vuole più superficiale, senza fedeltà a se stesso e alla sua storia, in grado di adattarsi ad ogni richiesta del presente sociale, e che in questo pragmatismo utilitarista vive bene. Chi, invece, pretende dalla vita qualcosa di più si trova in difficoltà e può divenire un disadattato, o come si dice
oggi un adolescente a disagio, che può anche imboccare la china dei comportamenti autodistruttivi.
Quello che però fa più rabbia è che esiste nel presente sociale l'alternativa a questa situazione. Alternativa che ha il volto semplice dell'educazione autentica, di quell'educazione che sostiene il bambino prima, l'adolescente e il giovane poi nella ricerca della propria identità profonda e del senso della propria vita all'interno di un progetto disegnato lungo quell'asse del tempo che prende il nome di storia. Purtroppo molti genitori e molti educatori non posseggono questo senso della vita e questa passione per la ricerca del proprio nome segreto, ovvero dell'identità profonda e non possono, di conseguenza, trasmettere alle giovani generazioni quello che non hanno.
A questo vuoto educativo in molti casi si aggiunge poi quello della mancata formazione degli adolescenti alla prova, al passaggio attraverso l'esperienza della sofferenza o della lotta per conquistare una condizione di vita personale e sociale più evoluta e ricca. E ciò non fa che rendere molto più drammatiche alcune situazioni esistenziali che gli stessi adolescenti si trovano ad attraversare e che in tempi passati erano ritenute essere quasi il sale della vita.
Anche in questo c'è una responsabilità diretta della cultura sociale che, come è noto, tenta in ogni modo di cancellare o di nascondere l'esperienza del dolore e che ha già abolito quasi tutti i riti di passaggio, ovvero quelle prove che accompagnano nelle culture più arcaiche il passaggio del bambino alla condizione adulta. Oltre a questo occorre sottolineare che lo stile di vita consumista ha reso normale per i giovani ottenere dai genitori, senza alcuna fatica, sacrificio o prova particolare, ciò che desiderano. Tutto questo ha di fatto contribuito a rendere questa generazione di adolescenti poco avvezza a lottare per ottenere il soddisfacimento dei propri bisogni e desideri, e poto abituata a gestire l'esperienza del dolore e della sconfitta. La carenza della figura paterna nell'educazione ha giocato nel produrre questa disaffezione alla prova un ruolo centrale. Nella nostra tradizione culturale è, infatti, il padre che incarna la «norma» con cui il desiderio del figlio dovrebbe scontrarsi costruttivamente. Oggi invece abbondano i padre assenti da questa funzione perché o sono all'inseguimento di una autorealizzazione narcisistica nella carriera o perché si sono rifugiati nella funzione, più gratificante e meno conflittuale, del padre materno. Di quel padre tenero incapace di dire di no e di porsi come limite al desiderio dei figli.
Il quadro sin qui disegnato appare oggi un po' meno scuro, perché nel mondo adolescenziale e giovanile stanno emergendo valori come quelli dell'armonia interiore, dell'alterità solidale e della ricerca di un senso trascendente della vita che possono rigenerare in profondità la cultura sociale attuale liberando le energie creatrici delle nuove generazioni. Ciò consente di affermare che nell'attuale temperie sociale accanto ai segni di morte provengono dal mondo giovanile anche potenti segni di vita e di speranza.

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