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Non rimuovere la memoria

 

Mario Pollo

(NPG 1994-05-03) 


È in atto nel nostro paese il tentativo di revisione della memoria che riguarda quell'evento storico nefasto che fu il fascismo. Da parte di alcuni storici, intellettuali, politici e giornalisti emergono, infatti, delle prese di posizione che si dispiegano lungo un arco che va dalla rimozione dei fatti di quel periodo dalla memoria collettiva a una rivisitazione che tende a ridurre drasticamente la negatività di molte azioni di quel regime, passando per una sorta di equiparazione delle azioni dei protagonisti del fascismo con quelle di chi a questi si opponeva.
Le motivazioni che sono alla base di queste prese di posizione sono sia il superamento delle divisioni che quell'evento produce ancora nella vita sociale e politica contemporanea, sia il desiderio di una parte sociale e politica di riabilitare, almeno parzialmente, i protagonisti principali e secondari di quel periodo storico.
Molto spesso questo tentativo di revisione storica è motivato, apparentemente, dall'intenzione di restituire il rispetto della dignità umana alle persone che a vario titolo operarono dalla parte del fascismo e, magari, che per esso morirono.
Tutto questo avviene mentre in Germania emergono dei movimenti politici giovanili e non che testimoniano che i germi virulenti del nazismo, specialmente nella forma di intolleranza, di razzismo e di violenza, non sono morti e che la memoria collettiva che dovrebbe soffocarli è assai debole.
Lo stesso Papa facendo memoria insieme al Rabbino capo di Roma dell'orrore dell'olocausto lancia l'allarme per tutti quei segni che annunciano la ricomparsa violenta dell'antisemitismo sulla scena europea.
Ora se a distanza di quasi mezzo secolo dalla caduta del fascismo, smorzatisi gli odi e i rancori, è possibile, anche per chi non ha nel suo orizzonte etico la logica del perdono e dell'amore per il nemico, aprire il cuore e la coscienza critica alla pietà e alla umana comprensione nei confronti dei protagonisti di quel regime, non è però possibile dimenticare il male che esso ha prodotto, né tanto meno riabilitare le azioni distruttrici della vita e della sua dignità e bellezza che le persone all'interno di quello stesso regime hanno prodotto per la sua conservazione e diffusione. Questo significherebbe negare la realtà del male che ha ispirato quelle azioni e che da esse stesse è stato prodotto in una spirale distruttiva. Significherebbe anche equiparare le vittime ai carnefici giustificando le azioni di questi. Il perdono, l'amore non possono e non devono cancellare né la responsabilità di chi ha compiuto quelle azioni, né l'orrore di tali azioni.
Fare memoria, pur con un atteggiamento di pietà e di perdono, di quel nefasto periodo storico non può significare la sua assoluzione a posteriori, perché questo significherebbe negare alla memoria il suo valore fondamentale per la costruzione di un futuro in cui la persona umana e la vita abbiano una maggior dignità e un maggior spazio di libertà e di realizzazione. Infatti il compito del far memoria non è quello del rinfocolare l'odio ma solo quello di illuminare la coscienza critica e etica del senso che le scelte dell'oggi hanno per il futuro, liberando queste dal condizionamento dello stesso passato.
È un dato acquisito alla consapevolezza della cultura contemporanea quello che se le persone e i gruppi sociali vogliono liberarsi del potere negativo che gli errori della propria vita passata esercitano sul loro presente, debbono essere in grado di riviverli criticamente e emozionalmente, accettandoli e distanziandosene allo stesso tempo.
Le esperienze della finitudine, ovvero del peccato individuale e sociale, che segna la storia quando sono dimenticate, rimosse o non riconosciute nella loro realtà negativa, continuano ad agire sul presente, condizionando e negando la libertà e l'emancipazione evolutiva della vita individuale e sociale.
Se una persona o una società vuole avere un futuro che non sia la riproduzione del passato ma che rappresenti una evoluzione della sua condizione deve essere in grado di fare memoria, anche se questo comporta una sofferenza e un abbassamento del proprio sé.
Il tentativo di dimenticare, o peggio di ridurre il carattere negativo per la vita umana degli eventi della storia passata, è un pericolo per la nostra vita sociale, soprattutto per le nuove generazioni perché impoverisce il loro progetto di vita delle potenzialità evolutive che la memoria di questi eventi può dare.
L'educazione non può essere privata della memoria perché ciò vorrebbe dire negare una caratteristica tipica dell'uomo: quella di essere non definito alla nascita ma il frutto di un progetto che si dipana lungo tutti i giorni in cui si dice la sua giornata terrena. Per questo motivo, pur portando alle estreme conseguenze la logica dell'amore e del perdono, occorre opporsi ai tentativi di rimozione o di rivalutazione delle esperienze del male che segnano la nostra storia recente o lontana. Per fortuna accanto a questi tentativi di liquidazione della memoria, ve ne sono altri che fanno rivivere la memoria con gli strumenti potenti di comunicazione di cui la nostra cultura sociale dispone.
Il caso del film di Spielberg Schindler's list è esemplare da questo punto di vista. Tra l'altro questo film offre un'altra lezione oltre a quella della memoria dell'olocausto: quella che ogni uomo per compromesso che sia nell'esperienza del male può trovare in sé, con l'aiuto misterioso di Dio, la forza e l'intelligenza del riscatto da questa stessa esperienza. Fare memoria significa perciò non solo ricordare l'orrore, ma anche l'apprendere come gli uomini e la vita sociale hanno saputo riscattarsi ed emanciparsi da quello stesso orrore. Fare memoria è un imperativo per chi crede nella possibilità dell'uomo, a livello individuale e sociale, di vivere la pienezza della sua condizione nonostante i limiti, le debolezze e l'esperienza del male che segnano la sua condizione.
Solo attraverso la memoria si può comprendere il disegno di salvezza che la Pasqua di Gesù ha donato alla storia umana.

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