Vincenzo Lucarini

(NPG 1994-03-21)


Questo articolo tratta dell'identità dell'animatore dei preadolescenti. Il concetto di identità è assai ampio e possiede livelli. prospettive di lettura e sfaccettature diverse. Diviene necessario allora chiarire la prospettiva dalla quale verrà sviluppato il discorso, per delimitare, all'interno del concetto più ampio, un ambito di lavoro più circoscritto.
Innanzi tutto, il discorso che si svilupperà vuole avere un senso dinamico. Non si farà riferimento cioè a degli standard che si devono possedere e che si hanno o non si hanno una volta per tutte. Non verrà adottata quindi una prospettiva di tipo statico-normativo, ma dinamica ed evolutiva.
L'obiettivo, all'interno di questa prospettiva, diviene quello di elaborare ed enucleare una serie di linee e punti che svolgono la funzione di orientare il cammino e dare la direzione di marcia nel processo di organizzazione di sé e del modo di impostare la relazione educativa da parte dell'animatore dei preadolescenti.
La sottolineatura della dimensione evolutiva è motivata, oltre che da considerazioni più generali, anche dal fatto che gli animatori dei preadolescenti sono per lo più in una fase di tarda adolescenza o giovanile. Sono dunque spesso persone che si trovano per diversi aspetti ancora dentro un processo di strutturazione della propria identità. Molto sicuramente alcuni passi importanti di orientamento e di definizione di se sono stati compiuti, ma è altrettanto vero che determinati processi sono da completare e restano aperti spazi significativi di assestamento per eventuali riconfigurazioni.
L'essere animatore per il giovane viene quindi a rappresentare sia la possibilità di delimitare uno spazio specifico entro cui concretizzare degli orientamenti di fondo sui quali sta costruendo la propria identità, sia l'occasione per mettere alla prova questa strutturazione iniziale del progetto di sé. L'esperienza concreta del fare l'animatore fornisce così spunti e stimoli vitali e rilevanti per dei chiarimenti, delle verifiche che possono favorire uno sguardo su di sé più ricco e disincantato. Inevitabilmente ciò ha come conseguenza una flessibilizzazione e una più complessa articolazione della propria identità.
Sulla base di quanto affermato, l'animatore dei preadolescenti nello svolgere la sua funzione educativa nella relazione con i ragazzi, può usufruire della grossa opportunità di trarre spunto da questa esperienza per crescere in quanto persona.

UNA IDENTITÀ IN PROSPETTIVA DINAMICA

In secondo luogo, l'area dell'identità personale dell'animatore sulla quale verrà soffermata l'attenzione è quella che funge da interfaccia tra mondo interno e mondo relazionale. Non ci interessa quindi un'analisi fine a se stessa del livello interno dell'identità, ma appunto, quell'area dei processi intrapsichici dell'animatore, che più direttamente entra in gioco nel costruire la relazione con i preadolescenti.
In concreto, verranno focalizzati alcuni aspetti che riguardano la dimensione mentale, emotiva ed affettiva dell'animatore, con particolare riferimento a quelli che più facilmente vengono sollecitati nel rapporto con i ragazzi, e che in termini più attivi lo portano ad orientarsi con particolari modalità nella relazione.
L'idea di base è che la relazione con preadolescenti può configurarsi o in termini di stimolo per la crescita e per la trasformazione positiva delle dinamiche evolutive presenti in questa fase, oppure nei termini di scarsa incisività o addirittura di rallentamento di queste stesse dinamiche.
Il tipo di relazione che si instaura con i destinatari ha le sue radici nel modo in cui l'animatore funziona in alcuni aspetti del suo modo di essere più direttamente implicati e sollecitati nel rapporto con i preadolescenti. Ed è proprio su questa area che funge da ponte tra organizzazione interna e gestione di sé nella relazione con i preadolescenti, che avverrà la focalizzazione.

Identità in relazione con l'altro

In ultimo, resta da considerare il ruolo che i preadolescenti hanno nella definizione dell'identità, nei termini di quanto detto fino ad ora, dell'animatore che svolge il suo compito educativo con loro. Per l'animatore il preadolescente rappresenta la sua controparte nella relazione educativa. Detto in altri termini, possiamo dire che il preadolescente per l'animatore rappresenti «l'altro» nella relazione.
Parlare di preadolescente come altro per l'animatore e all'interno del di scorso sulla sua identità, non significa solamente usare una parola più alla moda invece che un'altra. Parlare del preadolescente come «altro» in questo contesto significa assumere una prospettiva in cui i preadolescenti stessi, con le proprie caratteristiche e il proprio mondo, intervengono attivamente nella definizione delle modalità di essere e di proporsi di coloro che intessono con loro delle relazioni educative.
Partire dall'altro che è il preadolescente rappresenta per l'animatore, nel definire alcuni aspetti della sua identità, una questione né secondaria né di puntiglio eccessivo. È invece il segnale che si vuole impostare una logica bidirezionale in cui al preadolescente viene dato il diritto di entrare nel merito della definizione dello spazio interno dell'animatore da cui vengono generati i modi di proporsi nelle relazioni che lo interessano.
Questo non va considerato come atteggiamento di remissività da parte dell'animatore, di rinuncia cioè alle istanze personali per lasciare tutto lo spazio al preadolescente. Al contrario, il partire dal preadolescente va letto come operazione preliminare attraverso la quale «l'altro» viene fatto entrare nello spazio privato e personale dell'animatore, per creare le condizioni di rispetto, attenzione, considerazione e riconoscimento vitale nei confronti di questo «altro».
Per mezzo di questo processo il preadolescente in quanto altro entra nello spazio personale, diventa vicino, anche se irriducibile all'animatore, e soprattutto diventa misura delle intenzioni e degli atti comunicativi che vengono attivati nella relazione. Ciò che si propone non è quindi l'annullamento di un polo della relazione rappresentato dall'animatore rispetto all'altro polo che è il preadolescente.
L'intenzione è di creare uno spazio interno all'animatore in cui l'animatore, consapevole e attento al suo spazio e ai confini con il preadolescente, fa «entrare» con piena dignità e rispetto questo altro che è il preadolescente stesso.

Come partire dal preadolescente come altro?

La prospettiva di fondo delineata fin qui, va ripresa e approfondita proprio in vista della definizione dell'identità dell'animatore. Che significa concretamente partire dal preadolescente considerato come altro per l'animatore che sta lavorando intorno alla sua identità? Significa mettersi in ascolto e in sintonia con il mondo in trasformazione dei preadolescenti, per coglierne gli aspetti caratterizzanti e più visibili insieme a quelli più nascosti e globali, e prendere spunto da questo incontro per individuare una serie di implicazioni che lo riguardano personalmente nella definizione di alcuni aspetti di sé che entrano direttamente in gioco nella relazione con i preadolescenti.
L'animatore che si mette in ascolto del preadolescente in quanto altro si trova a fare i conti con diversi aspetti significativi del mondo preadolescenziale stesso.

Il senso di un processo di destrutturazione in atto
Il preadolescente ha il senso di un «mondo» che si va disgregando. Non ha ben chiaro dove questo processo lo porterà, dato che si tratta di un processo ancora in divenire. Ciò è accompagnato da un vissuto globale di perdita dei punti di riferimento che in passato gli permettevano di organizzarsi e gestirsi.

La presenza di tentativi di organizzazione precaria
Accanto a ciò ci sono dei tentativi che segnalano la volontà di non essere spettatore di questo processo di trasformazione. Questi tentativi sono finalizzati essenzialmente a trovare un minimo di stabilità e di assestamento, anche se, chiaramente, per il fatto che si tratta di una situazione in evoluzione, e che propone quindi continui elementi di novità, questi tentativi portano ad organizzazioni di sé provvisorie e instabili.

Il primato dell'agito

«L'agito», il fare acquistano nella preadolescenza un ruolo di preminenza. Ad esso il ragazzo affida in qualche modo il compito di trasmettere e rendere visibile la complessità della sua esperienza personale. Il primato dell'agito ci sta ad indicare l'inconsapevolezza con la quale avviene questa comunicazione.
Un'inconsapevolezza legata a due ordini di fattori. Da un lato il preadolescente ancora non possiede categorie linguistiche e strumenti cognitivi tali da permettere una comunicazione verbale che rispecchi la complessità e le sfumature del suo vissuto. Dall'altro lato, proprio in quanto assai complessa e coinvolgente, questa esperienza assume i contorni di qualcosa di «indicibile», che comunque è assai difficile rendere con le parole.
Così l'agire, il fare, la corporeità, il nonverbale diventano canali assai flessibili per trasmettere questa complessità e questa indicibilità. Ma diventano un modo in cui si nasconde e si mette in codice l'esperienza e il vissuto preadolescenziale.

L'importanza della sperimentazione e dell'esplorazione
La crescita intesa come attiva integrazione di nuovi aspetti di sé all'interno di una prospettiva più ampia, flessibile e articolata, avviene essenzialmente grazie a processi di esplorazione, sperimentazione, verifica e integrazione.
Si tratta di un unico processo attraverso il quale il preadolescente apprende dalla riflessione sulla propria esperienza e che permette una progressiva acquisizione di competenze ed abilità esistenziali, interpersonali e operative.

L'importanza delle emozioni e degli affetti
In tutta questa situazione il preadolescente si trova a sperimentare la novità di emozioni, sensazioni, affetti e stati d'animo in una varietà e un'intensità che prima gli erano totalmente sconosciute.
Queste nuove esperienze vengono però percepite dal preadolescente come qualcosa di pericoloso, che potrebbe provocare la rottura degli argini.
Qualcosa quindi che somiglia ad un calderone dove si muovono ed emergono imprevedibilmente emozioni e affetti che spesso soverchiano e rendono inservibili le modalità più strutturate e razionali di gestire se stessi.

La presenza di contraddizioni e paradossi
Soprattutto la presenza di emozioni ed affetti di qualità e intensità assai diverse fanno sì che il mondo interno e relazionale dei preadolescenti risulti per molti versi paradossale e contraddittorio. I bisogni che vive sono spesso di valenza opposta e girano intorno alla dimensione dipendenza-indipendenza; le emozioni che avverte passano da stati di partecipazione e gusto per la vita a situazioni di attesa passiva, disillusione, tristezza e abbattimento.

IMPLICANZE PER L'IDENTITÀ DELL'ANIMATORE

Dopo aver passato in rassegna gli elementi più rilevanti e significativi del mondo del preadolescente, sono da cogliere le implicanze di ciò rispetto alla definizione di quegli aspetti dell'identità personale dell'animatore che entrano in gioco nella relazione con i preadolescenti stessi.

Salvaguardare l'immagine di sé

Un primo aspetto è rappresentato dalla capacità dell'animatore di salvaguardare la propria immagine di sé nella esperienza della relazione educativa con i preadolescenti. In altre parole ci si riferisce al possedere e al conservare un senso di fiducia e di stima in sé pur tra le difficoltà, i problemi e gli insuccessi a cui si va inevitabilmente incontro.
Il saper mantenere una stabile considerazione positiva di sé a prescindere dal fatto che le cose nel gruppo vadano più o meno bene è fondamentale per due ordini di fattori.
Il primo è relativo all'animatore stesso. Grazie a questa capacità egli può sostenere e accompagnare se stesso attraverso il difficile cammino con i preadolescenti; cammino che riserva continue esperienze di alti e bassi, euforia e depressione. Dipendere dagli umori del gruppo mette l'animatore in una sorta di esperienza di «montagne russe» emotiva con inevitabili conseguenze a livello personale.
Il secondo si riferisce alla sua funzione di punto di riferimento, di modello per i preadolescenti. Il suo modo di gestire queste esperienze va a rappresentare indubbiamente un riferimento al quale rifarsi e da cui essere rassicurati o meno.

Essere protettivi con se stessi

L'essere protettivi con sé significa essenzialmente il non esporsi a situazioni eccessivamente gravose per se stessi. Sulla base di spinte interne legate ad un senso di onnipotenza, l'animatore, prescindendo dai sui confini e dai suoi personali limiti, potrebbe farsi risucchiare dalle richieste e dalle difficoltà dei preadolescenti. L'animatore, soprattutto con i preadolescenti, potrebbe rischiare di andare oltre il proprio ruolo e ciò che gli compete, ed assumersi oneri e responsabilità che nella relazione competono e riguardano i preadolescenti stessi.
La relazione educativa, proprio perché consiste in un patto comunicativo, richiede che ogni parte svolga il suo ruolo e si attivi responsabilmente dentro il proprio spazio. La crescita del preadolescente non è il frutto del solo impegno dell'animatore che lo porta a rimorchio, ma comporta che egli stesso faccia la sua parte. Non riconoscere questo fa sì che l'animatore assuma nella relazione anche le responsabilità del preadolescente, con la conseguenza di sovraccaricarsi di pesi eccessivi. In questo modo si espone ad un surplus di oneri e a probabili insuccessi.

Fare luce sui propri bisogni e attese

Anche l'animatore, in quanto persona, ha una serie di aspettative, più o meno consapevoli, legate a bisogni personali e che inevitabilmente entrano in gioco nella relazione educativa.
Nella stessa decisione di fare l'animatore confluiscono, oltre a valori consapevolmente assunti ed elaborati, anche spinte e bisogni di altro genere, che non annullano né sono più rilevanti dei primi ma che realisticamente esistono e fanno sentire la loro presenza in qualche maniera. In genere questi non sono presenti alla piena consapevolezza dell'animatore, e si possono cogliere non con analisi razionali ma attraverso la riflessione a caldo delle esperienze vissute in un contesto relazionale.
Diviene fondamentale per l'animatore non porsi in termini di negazione e occultamento di questi aspetti, ma di disponibilità a coglierli, ad accettarne la presenza senza sentirsi sminuito. Questo atteggiamento, tra l'altro, è l'unico che permette di far emergere questi aspetti alla consapevolezza, di chiarirli e di integrarli in termini più flessibili. Lasciare i propri bisogni affettivi ed emotivi «nell'ombra» li rende più potenti e capaci di strutturare in maniera nascosta la relazione con i preadolescenti.
Può essere utile allora che l'animatore si chieda periodicamente che cosa ritiene di stare cercando per se stesso nella relazione educativa con i preadolescenti, e tentare di rispondere a questa domanda con franchezza e disponibilità nei propri confronti.

Contenere l'ansia del non definito

Il preadolescente si trova a vivere in una situazione caratterizzata dalla perdita di riferimenti interni ed esterni utilizzati fino a quel momento e dal dover fare i conti con una situazione notevolmente più complessa di quella precedente. Nel processo di riorganizzazione e costruzione di nuovi riferimenti non può fare scorciatoie. Non può, cioè, accelerare i tempi, ma ha da porsi con pazienza nel ritrovare il filo del discorso. Questo può avvenire solo attraverso la sperimentazione, esplorazione, selezione e integrazione dei nuovi aspetti di sé che stanno emergendo.
Per molti versi il preadolescente è alla ricerca di un luogo senza avere una mappa che lo guidi e lo aiuti. Può trovarlo solamente nel camminare e fare la strada. Fuori dalla metafora, il preadolescente si trova in una situazione di instabilità e precarietà: è in cammino
L'animatore si trova a fare i conti con situazioni non strutturate e imprevedibili quali quelle che vivono i preadolescenti. Il contatto con queste situazioni non può non generare preoccupazione e angoscia nell'animatore. Egli, che ha raggiunto un certo grado di organizzazione, stabilità e prevedibilità a livello personale, si sente indubbiamente mancare il terreno sotto i piedi. L'animatore, proprio in relazione a ciò, è portato a spingere verso una definizione e la stabilizzazione di certe problematiche. Questo non sarebbe però di aiuto per il preadolescente, che ha invece bisogno dei suoi tempi per trovare un assestamento interno.
La capacità che viene richiesta all'animatore è allora quella di stare vicino e accompagnare i preadolescenti, senza forzare né spingere verso certe direzioni. In breve, non può mettere al centro le sue ansie da placare, ma fornire un contesto interpersonale dentro cui il preadolescente può apprendere dall'esperienza.
Se l'animatore acquista questo atteggiamento, ciò che il preadolescente coglie nella relazione con lui è il messaggio di potersi prendere il tempo e le informazioni necessari per trovare i propri punti di riferimento.

Gestire l'ambivalenza e le contraddizioni

Il preadolescente si trova a vivere una situazione che in molti aspetti risulta contraddittoria e addirittura paradossale. Egli, infatti, si trova a fare i conti con bisogni, desideri e prospettive contrastanti. Ad un dato momento risultano compresenti due mondi: quello dell'infanzia che sta destrutturandosi, e quello di persona che sta iniziando a diventare grande.
La compresenza di istanze irriducibili le une alle altre si manifesta in quasi tutte le situazioni di vita del preadolescente. Sarebbe necessario che egli risolvesse queste contraddizioni muovendosi decisamente verso una direzione. In questa fase, però, egli non avverte le risorse interne per farlo. Allora per un po' preferisce tenere in caldo e tentare di fare coesistere queste due prospettive.
Se ci spostiamo sul piano della relazione con le persone che ha vicino, le conseguenze sono che i suoi messaggi e le sue richieste avranno facilmente una doppia valenza.
Richieste di rassicurazione, di presa in carico, di vicinanza si intrecciano con richieste di spazi di autonomia e di distanziamento dalle figure adulte. Di volta in volta salteranno in primo piano, in maniera più chiara, alcuni aspetti; gli altri rimarranno però sullo sfondo, pronti a ricomparire con il variare della situazione interna del preadolescente.
L'animatore si trova così esposto a situazioni comunicative per molti versi di doppio legame. Egli avverte la presenza di questi due mondi diversi e coglie intuitivamente che rispondendo ad uno rischia di svalutare l'altro. Qualsiasi risposta dia non soddisfa completamente le richieste del preadolescente. In molti casi, soprattutto quando questo processo acquista una certa rilevanza, l'animatore facilmente si può sentire confuso.
Sempre in questo ambito, l'animatore può fare l'esperienza dell'alternarsi di posizioni di vicinanza e distanziamento affettivo da parte del preadolescente. In alcuni momenti viene cercato un contatto e una presenza più intima dell'animatore, in altri momenti si preferisce invece evitare e mantenere a distanza l'animatore.
Da ciò risulta che all'animatore viene richiesta la disponibilità a «stare al gioco», a guardare con attenzione, ma anche con un certo disincanto l'ambivalenza e le contraddizioni che egli vive a livello comunicativo con i preadolescenti. Tutto ciò non è che l'espressione esterna di processi interni che segnalano l'impegno e la difficoltà dei preadolescenti a muoversi e raccapezzarsi rispetto a situazioni interne conflittuali.

Riflettere accanto all'agire

Tra i diversi aspetti presi fin qui in considerazione, l'acquisizione di uno spazio per riflettere, pensare e sviscerare i fatti, le esperienze e i vissuti, è sicuramente il più importante.
Ciò appare vero in senso generale ma lo è ancora di più in riferimento specifico alle problematiche preadolescenziali. Si è già accennato in precedenza al fatto che il vissuto del preadolescente è assai complesso e ricco di implicazioni. Il corpo, nelle sue molteplici possibilità espressive, rappresenta il luogo privilegiato per la comunicazione di questo vissuto. Resta assai arduo però, dall'esterno, cogliere e codificare questi messaggi. Il preadolescente stesso infatti è per lo più inconsapevole di questi messaggi e del modo in cui «passano» all'esterno.
Attraverso la dimensione corporea, attraverso l'agire quindi, il preadolescente esprime una realtà sottostante assai sfaccettata e ricca. All'esterno, di questa realtà si vede soltanto la sua superficie, l'agire stesso, appunto. I diversi aspetti di sé che vi vengono convogliati, soprattutto quelli di tipo emotivo ed affettivo, non risultano quindi chiaramente evidenti. Ciò è legato sia al preadolescente nelle sue capacità di cogliere e trasmettere questi aspetti, sia all'animatore, che non ha gli strumenti per rilevare in maniera immediata ed evidente questi stessi aspetti.
La comunicazione di sé attraverso l'agire rappresenta, da parte del preadolescente, la modalità privilegiata di immettersi nella relazione. Dall'altra parte l'animatore fa i conti con comportamenti agiti che apparentemente sembrano senza significato, ma che a livello più profondo contengono, in maniera compressa, segnali emotivi ed affettivi di grossa rilevanza.
La superficie comunicativa, l'agito, rischiano di ingannare l'animatore, rispetto ai contenuti che in maniera nascosta vengono fatti passare. Se l'animatore non pone l'attenzione dovuta a queste dinamiche, perde una parte rilevante delle comunicazioni dei preadolescenti, i quali non mancano però di far sentire i loro effetti all'interno della relazione. Perdere queste informazioni significa non farle passare attraverso il vaglio della consapevolezza, del soffermarsi cioè a pensarle e a rifletterci sopra.
Le conseguenze di ciò sono essenzialmente due. La prima si riferisce al fatto che si attiva un circolo di azioni e reazioni. All'agito del preadolescente corrisponde specularmente il controagi to dell'animatore. Si entra così in un'ottica di azioni e reazioni che si svolgono su un livello essenzialmente emotivo.
La seconda è relativa alla difficoltà crescente a definire confini psicologici chiari che permettono di inquadrare, con una certa sicurezza, l'appartenenza di determinati contenuti esperienziali. Ci si apre quindi al gioco delle proiezioni e delle false attribuzioni, che rendono assai confuso e problematico il clima della relazione.
Il preadolescente all'interno del campo interpersonale con l'animatore trasmette emozioni ed affetti: paure, ansie, aggressività, desideri. Se l'animatore, come abbiamo visto, non fa attenzione a cogliere e a decodificare questi messaggi, se li ritrova comunque in qualche modo entro i propri confini soggettivi. A questo punto non può che «trattarli» attraverso meccanismi difensivi che garantiscono la neutralizzazione o l'espulsione di ciò che sollecita un vissuto di preoccupazione o di pericolo.
Questa gestione difensiva di qualcosa che è stato sollecitato dal preadolescente, ritorna ora al preadolescente stesso come una sorta di «patata bollente».
L'insieme di questi processi si svolge chiaramente a livello implicito, ma il risultato è che l'animatore ritrasmette aspetti problematici del preadolescente intrecciati ad aspetti problematici suoi personali.
L'unica via d'uscita rispetto a questi meccanismi è rappresentata dalla creazione di uno spazio di riflessione e di pensiero che rompa il circolo vizioso tendente a rafforzarsi. Che permetta di riconoscere a chi appartengono certi contenuti e che si sveli con calma e con rispetto per ciascuno il mondo sommerso che passa attraverso l'agito.
In questo senso all'animatore viene quindi richiesto di curare in modo particolare questo aspetto. Di curarlo per sé e di favorirne la strutturazione come metodo di lavoro da parte del gruppo.