VIVERE E PREGARE

IL DIO DI GESÙ

Introduzione alla preghiera

e alla spiritualità

CSPG - Roma

Gesù-al-Battesimo-di-GIovanni

Questo lavoro è diretto ai giovani.
Ai gruppi giovanili e a ogni giovane
che, forse con fatica, si riconosce cristiano.
Ma nelle pagine che seguono non si parla mai di giovani,
di cosa pensano i giovani, di cosa vogliono i giovani.
Di giovani si parla in queste prime righe
e basta.

Dalla pagina seguente si parla della vita,
di crisi culturale e di routine quotidiana,
di fame e di guerra nel mondo,
di riscoperta del sapore di tante piccole cose,
di storie avvilenti e della possibilità
di dare dignità alla vita quotidiana
e di viverla, perché no?,
toccando con un dito la luna della felicità.
Di vita si parla e si prega.
(Interessa ai giovani?)

Dalla pagina seguente si parla di Dio,
mistero ultimo della nostra vita misteriosa,
presenza sconvolgente nell'uomo Gesù,
nato a Betlemme e vissuto a Nazaret,
morto tragicamente a Gerusalemme
per aver proclamato
che il grande sogno dell'umanità, il regno di Dio,
pienezza di vita dell'uomo,
non è un sogno vano e una vuota speranza,
ma realtà qui ora nella vita di ogni giorno,
in attesa della sua esplosione
in un «nuovo cielo e una nuova terra»
alla fine dei tempi e della storia.
Di vita e di regno di Dio, di Gesù di Nazaret,
della sua morte e risurrezione per il regno di Dio:
di questo si parla e si prega.
(Interessa ai giovani?)

Dalla pagina seguente si parla dei cristiani
e di quella chiesa che ai giovani spesso non piace,
ma con coraggio amano o provano ad amare,
per essere con gli altri credenti, profeti e servi, a fianco di quanti,
animati dallo Spirito pur senza saperlo,
lottano senza sosta per un futuro
degno dell'uomo creatura di Dio.
Di chiesa e uomini di buona volontà,
di Spirito Santo e di futuro dell'uomo:
di tutto questo si parla e si prega.
(Interessa ai giovani?)

Forse, dicono alcuni.
Non a tutti, dicono altri.
A tutti, dicono queste pagine: anche se non lo sanno
o non sanno dirlo a parole.
Per lo meno lo soffrono dentro.
Forse per questo
sono pagine dirette ai giovani.
Senza mai nominarli.

Questa parte è costituita da un insieme di riflessioni per rispondere a due interrogativi preliminari: dove collocare, da uomo e da cristiano, la preghiera nella propria vita? cosa vuol dire, e come, pregare oggi?
Alle domande si risponde offrendo alcune pagine di introduzione alla preghiera e a una spiritualità cristiana per il nostro tempo.
Dire spiritualità è dire «stile di vita» nel suo insieme, in modo da fare insieme esperienza del mistero della vita e del mistero di Dio.
Dire spiritualità cristiana è dire stile di vita ispirato a Gesù di Nazaret, l'uomo che ha vissuto la vita umana nella forma più sublime, volto di Dio misterioso rivolto a noi.
Dire spiritualità per il nostro tempo è affermare che ogni generazione ha da «inventare» uno stile di vita alla luce dell'esperienza di Gesù, dei cristiani nella storia, delle attese e speranze, gioie o sofferenza dell'uomo d'oggi. Il secondo interrogativo può essere così riformulato: quale preghiera è significativa per l'uomo del nostro tempo, sensibile all'incontro con Dio nel servizio al povero e senza tranquillità per dedicarsi alla preghiera?
Nelle pagine che seguono si offre una proposta, un modello di preghiera, non l'unico presente nella chiesa oggi: sono alcune coordinate o strutture di base perché il singolo e la comunità «inventino» un'esperienza di preghiera dentro la loro spiritualità.
La utilizzazione. Le pagine che seguono sono anzitutto di lettura e studio personale e di gruppo. Sia per esplicitare il proprio modello di spiritualità e preghiera, sia per confrontarsi, serenamente, con altre proposte presenti nella chiesa oggi.
Possono essere utilizzate in occasione di ritiri ed esercizi spirituali. È abbastanza facile ricavare degli interrogativi per un esame di coscienza. Può essere stimolante, in alcune occasioni, utilizzare queste pagine come riflessioni e far seguire un momento di dialogo comunitario. Sono, infine, pagine da rimeditare ogni tanto.

 

L'UOMO, DIO E LA PREGHIERA

Un antico racconto narra di un sordo che un giorno uscì di casa e si avviò verso la piazza del paese dove la gente, guidata da un musicista con il suo strumento, cantava, ballava e danzava festosamente. Giunto ai margini della piazza il sordo si fermò sorpreso e, osservando la scena, disse fra sé e sé: «qui sono diventati tutti matti». Termina il racconto con l'interrogativo: il matto non sarà invece il sordo, incapace di ascoltare la musica, a lui nascosta, che faceva danzare e ballare la gente?
Questo racconto, in un certo senso, rappresenta il segreto della preghiera. Il mondo è avvolto da suoni misteriosi che incantano chi li percepisce, chi si ferma ad ascoltarli e si lascia coinvolgere. La musica nascosta non si fa da se stessa: un musicista suona. Non è facile vederlo, e tuttavia se ne percepisce la presenza. Il sordo, incapace di cogliere la musica, non sente il bisogno di individuarne la fonte. Chi sente bene, invece, ascolta la musica e danza al suo ritmo lasciandosi prendere dalla melodia, individua il musicista e intreccia con lui un dialogo.
Dio è il grande musicista. Non è facile vederlo. Presi dalla sua musica alcuni uomini danzano e intrecciano un misterioso dialogo in cui l'«a tu per tu» è sempre mediato dal suono e dal ritmo con cui si balla e si danza la vita.
Pregare è non essere sordi, ma aprire il cuore e l'intelligenza al suono misterioso. Pregare è lasciarsi andare, nella routine della vita, a momenti in cui prestare attenzione alla musica e stabilire un dialogo con Dio, il musicista misterioso.
Al centro della preghiera sta la vita, nel suo incessante scorrere, e il lasciarsi coinvolgere nella musica.
La preghiera è un ritrovarsi al centro della piazza (al centro del proprio cuore?) per cantare, danzare e assumere un atteggiamento festoso verso la vita. Consapevoli che la preghiera non annulla la sofferenza di tutti i giorni, ma dona le forze per redimerla e liberarla.
In questo fermarsi l'uomo apprende a dialogare con il musicista, del resto invisibile, al punto che per molti sembra non esistere.
Nella preghiera il musicista è presente e assente ad un tempo. Si dialoga con lui, ma non è facile saperne il nome. I popoli e le religioni gli hanno dato un nome. Presso i popoli e le religioni si è infittito il dialogo con lui e si sono inventati canti e racconti sulla vita ispirati alle sue melodie. Presso tutti i popoli il musicista nascosto ha avuto un nome: Dio.

La libertà di «parlare» con Dio
Ma che cosa è, uscendo dal racconto, la preghiera?
C'è preghiera ogni volta che l'uomo, nel suo cammino quotidiano, magari senza fermarsi, scende «dentro» le cose che vive per osservare, comprendere, valutare, progettare la vita dal punto di vista di Dio e nel fare questo intreccia un dialogo personale con lui.
Nella preghiera l'uomo parla della vita intrattenendosi con l'Altro, che percepisce davanti a sé e non confonde con i suoi desideri o paure.
Stranamente la preghiera è un «a tu per tu» che riafferma il silenzio di Dio, il fatto che egli rimane ineffabile e invisibile. L'uomo «parla con Dio», ma sa che non può impadronirsi di lui, usarlo ai suoi fini. Intuisce che Egli rimane sommamente libero. Ma in questa libertà di Dio trova la sua dignità e responsabilità. Il silenzio di Dio fa esistere l'uomo.
Nella preghiera il dialogo si fa intimo, come quando si sta con gli amici e si parla con calore. Chi prega sa che questa intimità è vera, anche se le parole sono povere. Si ricorre al linguaggio dell'amicizia, dell'affetto, del fare quattro chiacchiere. In questo linguaggio c'è qualcosa di vero (si vive un intenso scambio tra l'uomo e Dio) e di non vero (Dio è amico, ma non come gli altri amici). Con Dio si parla, ma non come con i propri cari. Egli risponde, ma non come un compagno di lavoro o di gioco. Di questo linguaggio, ricco di toni caldi e di dialogo «a tu per tu», il credente non ha paura. Vi si abbandona con fiducia, attento, ancora una volta, a rispettare la libertà di Dio, il suo silenzio, la sua ineffabilità.
C'è tuttavia una considerazione da aggiungere. Per un cristiano Dio si è fatto presente in mezzo a noi: in Gesù di Nazaret ha mostrato il suo volto e un amore grande, tenero, appassionato all'uomo. Di questo il credente è consapevole e vi risponde con altrettanto calore e passione. Il linguaggio della preghiera non è allora tanto quello dell'intelligenza, quanto quello del cuore. Il credente sa di essere amato da Dio in Gesù di Nazaret e non ha paura di esprimere, con semplicità, parole dense di emozioni.

Due modalità di incontro con Dio
Parlare della preghiera come luogo di comunione con Dio, non è svalutare l'incontro con Dio in ogni momento della vita. La musica è diffusa nel mondo e lo riempie. L'uomo, mentre lavora, cammina, ama e soffre, è avvolto da questa musica: afferra di essere alla presenza di Dio e cerca di porsi in sintonia con lui. Ci sono due modi di mettersi in sintonia con la musica. Il primo è fermarsi, ascoltare con calma, lasciarsi prendere dalla melodia, cantare e danzare dialogando con il musicista che si intravede nell'angolo della piazza.
Il secondo, non meno affascinante, è continuare a lavorare, amare con tenerezza, soffrire e lottare con coraggio, facendo in modo che tutto acquisisca il ritmo, il tono, il colore della musica. E così anche i gesti della vita quotidiana sono luogo di incontro con Dio. Questo è un fatto decisivo. Il cristiano sa che di Dio può fare esperienza ovunque, perché tutto è stato redento da Gesù: ad ogni cosa, situazione e persona è data la possibilità di essere umana fmo a sconfinare nel divino e affondare le sue radici in Dio.
Gesù ha insistito a lungo sull'incontro con Dio nel vivo delle azioni quotidiane: accogliere un bambino e amarlo è accogliere e amare Gesù; ed accogliere Gesù è amare il Dio che è in lui. È lo stesso Gesù a dire: se dai da mangiare ad un povero stai dando da mangiare al tuo Dio, anche se non lo sai o non ci pensi. Il cristiano, consapevole di questo incontro con Dio nel quotidiano, non va a pregare come se non fosse alla sua presenza mentre mangia, studia o lavora. E non ha nostalgia della preghiera quando deve tornare agli impegni quotidiani.
D'altra parte, come Gesù ha spesso fatto, il cristiano si ferma ogni tanto per incontrare Dio nella preghiera. Come Gesù si è ritirato da solo sul monte a pregare, così egli ricava, nel chiuso della sua stanza, uno spazio di dialogo immediato con Dio. E come i primi cristiani, egli si ritrova con gli altri credenti, per ascoltare la parola di Dio e celebrare l'eucaristia.
Non c'è opposizione fra incontro con Dio nella preghiera e incontro nelle attività quotidiane. Anzi, chi prega seriamente sente il bisogno di continuare il dialogo misterioso nel lavoro. E chi lo incontra nel fratello e nel lavoro trova naturale e necessario fermarsi per pregare.

 

TRE BUONI MOTIVI PER PREGARE

Perché pregare?
Non esiste vera risposta a questo interrogativo. Come non esiste risposta ad interrogativi simili: perché amare Dio? perché, più in generale, amare? perché innamorarsi?
Una risposta è possibile: innamorarsi ed amare ed essere amati è bello. C'è gusto, come si dice. Appassiona.
Un discorso per molti versi simile può essere fatto per l'amore di Dio e la preghiera. Si ama Dio perché è bello, c'è gusto. Del resto ogni amore, anche quello verso Dio, è disinteressato, ma non è inutile. Come nell'amore umano gratuitamente si riceve e si dona qualcosa che fa vivere e trasforma la vita, così nell'amore gratuito di Dio e nella preghiera si accresce l'amore per la vita e si acquisiscono nuove energie per trasformare se stessi e gli altri.
C'è dunque un qualche interesse indiretto nel pregare. Perché allora pregare? Cosa se ne ricava?
I perché della preghiera possono essere ricondotti a tre: si ritrova se stessi, ci si avventura alla ricerca del volto nascosto di Dio, si nasce alla responsabilità verso la vita.

Pregare per ritrovare se stessi
Nella preghiera, anzitutto, si ritrova se stessi. Stranamente ci dimentichiamo di noi più di quanto non si creda. Rischiamo di essere robot senza testa e senza cuore, del tutto spersonalizzati. Nella preghiera ci guardiamo allo specchio, impariamo a conoscerci senza paura, troviamo la forza di opporci alla banalizzazione della vita, all'apatia che rende incapaci di gioire e soffrire, alla massificazione che annega i punti di vista personali nel pensare e amare la vita, alla mancanza di speranza che attanaglia tanta gente impedendole di aspettarsi qualcosa dal futuro.
Ma davvero è necessario pregare per conoscere se stessi? Sì e no. No, anzitutto. L'uomo è per se stesso capace di conoscersi, accettarsi, ritrovarsi anche dopo momenti di smarrimento. Quando trova difficile fare questo, ha a disposizione una serie di strumenti offerti dalla psicologia e dalle altre scienze umane.
Tuttavia la preghiera può insegnare molto circa se stessi e la propria dignità. Nella preghiera, infatti, non si parla solo di se stessi e dei propri problemi, ma piuttosto si dialoga con Dio sulla propria persona e sui problemi quotidiani, provando a vederli dal suo punto di vista, diverso quindi da quello secondo cui si vive giorno per giorno. Sentirsi amati e accolti incondizionatamente da Dio, al di là di quello che si fa, non è indifferente per ritrovare se stessi e amare la propria vita.
Riconoscere nella preghiera che lo Spirito anima dal di dentro la vita, infonde coraggio e relativizza, nel nome della speranza di Dio, le nostre ansie e il nostro attivismo.

Pregare per scoprire il volto di Dio
Nella preghiera, in secondo luogo, ci si avventura alla ricerca del volto nascosto di Dio.
Il mondo è avvolto dall'amore di Dio e l'uomo, in modo spesso inconsapevole, è alla sua ricerca e alla ricerca del suo volto. Ogni istante della vita è un tentativo di togliere il velo che ricopre il volto di Dio.
Nella preghiera questa impresa si fa più gioiosa e sofferta. Il silenzio lentamente lascia emergere qualche intuizione, qualche tratto che delinea il suo volto. A questo l'uomo si aggrappa, non per impadronirsi di Dio ma per vivere alla sua presenza.
Anche per il cristiano, che pure sa di avere in Cristo il volto di Dio rivolto a noi, questa ricerca è sofferta. Il volto di Gesù non è meno misterioso e, del resto, il suo volto non esaurisce il grande mistero di Dio, ma solo ce lo fa desiderare più intensamente.
L'esperienza di Dio e dunque il suo volto acquistano, fra l'altro, sempre nuove connotazioni man mano che l'uomo procede nella vita. Non è Dio che cambia, siamo noi a cambiare. Man mano che la vita si modifica, diventiamo così capaci di un colloquio diverso con Dio e percepiamo nuove sfumature nel rapporto con lui. Lo sa bene anche chi smette di pregare e di intrattenersi a tu per tu con Dio: lentamente il volto di Dio sbiadisce e non perché non siano vere le esperienze fatte fino a quel momento, ma perché ci si è fermati. Di fronte al suo sguardo risplende ancora un'immagine di Dio e di rapporto con lui elaborati in un passato più o meno lontano. Con questo Dio diventa difficile riprendere a parlare.
Infine, se è vero che il rapporto con Dio lo si vive in ogni momento, è anche vero che nella preghiera esso si arricchisce in modo sorprendente.
Basta pensare a come si arricchisce il nostro linguaggio. Nella preghiera, infatti, si usa un linguaggio con Dio del tutto libero. Non ci sono divieti nel dialogo con Dio. Il linguaggio del dubbio, della rassegnazione e della protesta, si alternano a quello della tenerezza e della certezza. Ora la libertà di espressione nella preghiera viene ad arricchire il linguaggio che si usa nella vita quotidiana, rendendo più franco e meno servile, più concreto e meno formale, più ricco di sfumature e meno grossolano il nostro rapporto con Dio.

Pregare per nascere alla responsabilità
Nella preghiera, in terzo luogo, si nasce alla responsabilità. Si comincia a pregare per i poveri e gli ammalati e si arriva a percepire che siamo noi le mani di Dio, le mani attraverso cui si può aiutare i poveri e gli ammalati. Si chiede pane e lavoro per chi muore di fame e per chi è disoccupato, e si percepisce che tanti mali sono colpa dell'uomo e che tocca alla sua intelligenza e responsabilità affrontarli.
A chi non prega, la preghiera può sembrare una fuga dalle responsabilità. Invece il dialogo sulla vita davanti a Dio implica esame di coscienza, intuizione delle proprie colpe, decisione di lottare per la causa della giustizia.
Chi prega apprende che l'unica invocazione non è: «dona il pane a chi ha fame», ma: «cambia il nostro cuore perché diamo pane a chi ha fame». Nella preghiera si apprende presto a rinunciare alla delega magica a Dio: o si smette di pregare, oppure si decide di andare dai poveri, aiutarli e pregare nella loro povertà spesso irrimediabile. Non nasce forse nella preghiera la decisione dei missionari e volontari di partire per il terzo mondo ed essere vicini ai poveri?
Del resto pregando si apprende a vedere le cose in grande, a ragionare su un orizzonte mondiale e cosmico. Si vedono i problemi dal punto di vista di Dio e del suo regno.
I problemi personali non scompaiono; rimangono nella loro dignità e nella sofferenza che comportano. Eppure si apprende a guardare più lontano, si diventa meno egocentrici, si riconosce che il proprio benessere culturale, politico ed economico, può essere magari costruito sullo sfruttamento di altri nelle nostre nazioni o nel terzo mondo. E si apprende che la politica, mossa dall'intelligenza e dal cuore dell'uomo, è uno strumento attraverso cui si costruisce il regno di Dio.
Pregando, infine, davanti ad un Dio crocifisso, si apprende che la responsabilità politica può portare ad una piazza o ad un carcere dove si innalza, ancora una volta, la croce. Senza la sofferenza non è poi così facile dare vita ad una società nuova.
La croce del crocifisso è il simbolo di chi dalla preghiera torna alla vita quotidiana. Ma è anche la croce della risurrezione nella consapevolezza che davvero la speranza regna in mezzo a noi e può trionfare.

 

DUE GRANDI TRADIZIONI DI PREGHIERA

Coloro che pregano si trovano in una grande solidarietà storica. Non sono soli, ma entrano a far parte della storia della preghiera, quale è stata vissuta e scritta dai popoli.
Nelle preghiere, in un certo senso, è raccolto l'intero cammino dell'umanità. Nella sofferenza e nella gioia, nel lutto e nella festa, nella guerra e nella pace i popoli hanno invocato Dio, lo hanno implorato e accusato, onorato e ringraziato. Hanno pregato.
Questa è la grande solidarietà che sperimenta colui che prega, anche oggi quando sembra che tanta gente (ma sarà vero?) non preghi.
I popoli hanno pregato e tramandato innumerevoli libri di preghiera e innumerevoli modi per rivolgersi a Dio. Altro è il modo di pregare del buddhismo, altro è quello dell'islamismo o dell'induismo. Altro ancora è il modo di pregare nella tradizione giudeo-cristiana, raccolto nella Bibbia e in migliaia di altri libri e documenti della liturgia e della preghiera personale.
Un patrimonio enorme che conforta e affascina. Un patrimonio da assimilare con pazienza, entro cui orientarsi per scegliere il proprio modo di pregare. Pregare da cristiani e pregare da musulmani solo fmo ad un certo punto sono la stessa esperienza, perché sottendono diverse immagini di uomo, di Dio e del rapporto tra uomo e Dio.
Anche tra i cristiani, pur ritrovandosi in un unico grande stile di preghiera, non tutti si esprimono allo stesso modo. C'è chi presta più attenzione alla preghiera personale e dà minor importanza a quella liturgica. C'è chi dà più rilievo alla meditazione del Vangelo e presta minor attenzione alla «preghiera del giornale», cioè alla meditazione dei fatti del giorno. C'è chi prega per immergersi in Dio con una certa dose di distacco, se non di rifiuto, dalle cose terrene. E c'è chi prega per trovare la forza di appassionarsi ulteriormente alla vita.
Ci sono, in particolare, due modi di pregare. Il primo è quello di coloro che, per dono di Dio, privilegiano la meditazione della parola di Dio e la celebrazione delle grandi meraviglie operate da Dio in Gesù. Questa preghiera richiede di ritrovarsi comunitariamente, riservare spazi di silenzio e di studio della parola di Dio, avere molto tempo da dedicare esclusivamente alla preghiera.
Il secondo modo di pregare è quello di tanta gente, soprattutto i laici, chiamati a incontrare Dio in modo particolare nell'uso dei beni terreni e nella creazione di una società più giusta. Questi non possono, realisticamente, pregare nello stile dei primi. La tradizione cristiana da sempre ha previsto un modo di pregare, quello del «buon cristiano», che richiede meno tempo, non abbisogna di grandi spazi di silenzio, né di ritrovarsi ogni giorno come comunità di preghiera. Esso è giocato sulla preghiera personale e sulla partecipazione alla liturgia domenicale.
Questo secondo modo è chiamato da alcuni la «preghiera della povera gente», perché prevede una sorta di scorciatoia per arrivare immediatamente al colloquio con Dio avendo poco tempo a disposizione: la passione per la vita e l'amore appassionato per il regno di Dio.
I due modi di preghiera conducono nella stessa direzione: il colloquio esplicito con Dio. Ciò che cambia è la strada per entrarvi. Per alcuni la strada è il silenzio, il raccoglimento, lo studio attento della Bibbia. Per altri la strada è la scorciatoia del portare nella preghiera la gioia e la sofferenza, la fatica e la lotta che comporta il costruire nel mondo il regno di Dio.
Chi arriva alla preghiera stanco e affaticato, sovraccarico dei problemi personali e di quelli della gente, con il cuore pieno di rabbia e sofferenza per i soprusi e le ingiustizie, viene a trovarsi immediatamente di fronte a Dio. La sua sarà una preghiera povera, semplice, senza tanti ornamenti, ma ricca di passione e di amore. Le parole saranno poche e la testa ed il cuore a volte non riusciranno a liberarsi delle preoccupazioni. Continuamente esse affioreranno. Ciò che conta è che tutto questo sia vissuto davanti a Dio. Anche in silenzio. Anche con poche espressioni di amore.
Per tutti, in ogni caso, la preghiera cristiana prevede tre grandi modalità di preghiera e il riferimento alla Bibbia. Le tre modalità sono la meditazione, la contemplazione nel quotidiano, la celebrazione.

 

LA MEDITAZIONE

Con meditazione si intende quella preghiera che comporta il fermarsi per un poco di tempo, sospendendo il succedersi delle altre attività come il lavoro, lo studio, il divertimento, per incontrarsi, da soli o in piccoli gruppi, con Dio.
Le forme di meditazione possono essere diverse. Qualcuno medita a partire dalla lettura di un buon libro o di una pagina di Vangelo. Qualche altro medita a partire da una riflessione sui fatti del giorno, vissuti personalmente o conosciuti tramite i mezzi di informazione. Qualche altro medita a partire dall'esigenza di rientrare in se stessi e sostare nel profondo della propria esistenza, magari accompagnato dalla musica. Qualche altro infine medita a partire dall'esigenza di intrattenersi con Dio «recitando» (e dunque interpretando e ridando vita) alcune formule di preghiera tipiche dei cristiani come il Padre nostro, l'Ave Maria, l'atto di fede o di dolore, o anche la preghiera di Lodi e di Vespro. Tutte queste forme di preghiera sono meditazione perché impegnano a una serie di operazioni che possono essere raccolte in una sequenza che ora presentiamo. Non è detto che l'ordine delle operazioni sia sempre lo stesso. Ma nel suo insieme la cura della meditazione deve rispettare questa sequenza.

La concentrazione
Ogni meditazione inizia con un momento di raccoglimento e concentrazione, per incanalare le energie fisiche, psichiche e affettive in una precisa direzione: l'incontro a tu per tu con Dio. Raccogliersi vuol dire decidere di staccarsi dal lavoro o dallo studio e dalle altre attività, appunto per pregare. Questo autocontrollo preparatorio non va dato per scontato, oggi soprattutto che la vita rende affannati e immagini e pensieri si susseguono senza sosta nella mente.
La concentrazione implica la decisione di scendere nel profondo delle cose e dell'esistenza per vivere, «laggiù», alla presenza di Dio. Questa decisione di mettersi alla presenza di Dio viene di solito espressa da una formula di preghiera, dal mettersi in ginocchio o in altra posizione, dal canto (se si è insieme), dal segno della croce.

La riflessione
Dopo il raccoglimento inizia la riflessione. Essa ha due poli, tra loro in tensione. Da una parte sta la vita con i suoi fatti, le sue attese, i suoi interrogativi. La vita attende di essere decifrata, valutata, compresa e valorizzata. Dall'altra sta il polo dell'esperienza di fede. Chi prega vuol capire i fatti della vita in «uno sguardo di fede», dal punto di vista di Dio e della risurrezione di Gesù. Chi prega vuol assegnare valore alla vita, così come le assegna valore Dio.
Le due polarità possono essere rappresentate con le immagini della Bibbia e del giornale. Il giornale è necessario per comprendere la Bibbia e la Bibbia è necessaria per comprendere il giornale.
Riflettere è un'operazione molto ricca. AI suo interno si possono distinguere i seguenti momenti.
Il primo è il passare faticosamente dal superficiale al profondo per cogliere gli interrogativi intimi dei fatti e per comprenderli in uno sguardo dall'alto.
Un secondo momento è il coinvolgere se stessi nei fatti e nella loro lettura di fede. Non si può rimanere indifferenti. Si reagisce e partecipa esprimendo, al proprio interno, atteggiamenti di dolore o di festa, angoscia o speranza, fiducia o rabbia, incertezza o sicurezza.
Il terzo momento è il coinvolgere Dio nella riflessione. Si cerca di aprirsi alla presenza di Dio e al suo manifestarsi, misterioso e silenzioso, come presenza o assenza, compagnia o distacco, dolcezza o rimprovero. La presenza di Dio aiuta a intuire come i fatti su cui si riflette entrano nel regno di Dio e nel suo progetto di salvezza. Non è dunque una presenza slegata dai fatti. Il punto di arrivo della riflessione è un atteggiamento complessivo, che coinvolge intelligenza e cuore, in cui l'uomo sente di decifrare i fatti mentre si pone in ascolto della musica misteriosa in cui questi sono immersi e si apre al dialogo con il silenzioso musicista.
La riflessione può essere aiutata da un brano della parola di Dio, da un testo poetico, da un breve commento scritto ad alcuni fatti, dalle parole di qualcuno che commenta i fatti e ne coglie gli interrogativi.

Il colloquio
Dalla riflessione, a volte in modo impercettibile, si passa al colloquio, che è il cuore della meditazione. Il passaggio è segnato dall'uso non più della terza persona ma dalla prima persona nel rivolgersi a Dio (si comincia a darsi del tu).
Parlare con Dio non è come parlare con un amico che si vede. Fare quattro chiacchiere con lui, non è fare quattro chiacchiere con il proprio padre e madre. Eppure, misteriosamente, Dio è talmente vicino che noi possiamo dargli confidenzialmente del tu. Il colloquio è dialogo, e non monologo. È monologo se l'uomo parla con se stesso, trascurando Dio o facendosi un Dio a propria immagine e somiglianza. È monologo pure se l'uomo davanti a Dio perde della sua dignità e sprofonda nel nulla sentendosi vuoto e inutile.
Il linguaggio del colloquio è quello del cuore, dell'affetto, delle emozioni, dei sentimenti nei confronti di questo Dio presente ed assente ad un tempo. Se la riflessione era centrata sulle cose per vederle dal punto di vista di Dio, il colloquio è immediatamente centrato su Dio, come persona, mistero, Padre, santa Trinità, Salvatore e Signore della vita. Dio lo si chiama per nome, se ne soffre l'assenza, se ne gode la presenza.
Non sempre il colloquio segue la riflessione. A volte la precede; a volte si accompagnano insieme. L'essenziale è che non si riduca la meditazione a una riflessione intellettuale, ma che il colloquio affettuoso vi trovi spazio adeguato.

La responsabilizzazione
L'ultimo momento della meditazione è l'assunzione di responsabilità.
Quando il colloquio volge al termine, si intuisce di comprendere in modo nuovo la vita e di poter e dover assumere nuovi impegni nei suoi confronti. In effetti la meditazione rigenera le energie sopite, scatena la fantasia per sognare un mondo diverso, spinge ad uscire dall'apatia e a opporsi alla banalizzazione della vita quotidiana.
Chi prega sente che l'atto ultimo della sua preghiera è assumere davanti a Dio le proprie responsabilità, individuando precisi impegni. La responsabili7zazione si manifesta come «credo» e come invocazione. Si crede in un mondo migliore e lo si dichiara. E si invoca l'aiuto di Dio perché non ci si chiuda nell'egoismo, ma si passi dalla preghiera ai fatti.

 

LA CONTEMPLAZIONE NEL QUOTIDIANO

Parliamo della contemplazione come preghiera, o meglio come atteggiamento di preghiera nel vivere la vita quotidiana. Prima che attività del cristiano, la contemplazione è attività dell'uomo. A prima vista essa implica un separarsi da qualcosa, per vederla da una distanza sufficiente per averne una visione globale. La contemplazione dà l'idea di una pluralità che si abbraccia in un solo sguardo, uno sguardo profondo che afferra la realtà nelle sue radici.
L'opposto è la confusione, il perdersi nei dettagli, il perdere il filo, la dispersione.
La contemplazione può essere vissuta in molti campi da quello artistico, a quello psicologico, a quello filosofico. In ogni caso si arriva a cogliere le radici della vita. Dentro e al di là di queste forme esiste la contemplazione religiosa, quando lo sguardo unitario in cui si coglie il susseguirsi degli eventi è la fede in Dio.

Contemplazione e passione per il regno di Dio
Nell'ambito strettamente religioso sono presenti due grandi vie contemplative.
Nella prima l'uomo tende al distacco dalla vita, all'annullamento del presente fino a ritrovarsi davanti a un Dio misterioso e silenzioso fuori del proprio corpo, della propria vita, della storia umana.
Nella seconda, invece, l'uomo tende ad assumere progressivamente, nel suo io, le situazioni e le persone per ritrovare la loro unità profonda nell'immergersi in Dio.
Sulla base dell'Incarnazione di Dio in Gesù di Nazaret, è possibile dire che la contemplazione cristiana è di natura sua una contemplazione del secondo tipo, «storica», che non rifugge dal presente ma lo assume e lo vuole capire fino in fondo immergendolo in Dio.
La contemplazione cristiana, più da vicino, ha per oggetto il compiersi del regno di Dio nel mondo, o meglio la partecipazione personale al compiersi di questo regno. La contemplazione cristiana è essenzialmente la «passione per il regno di Dio»: si assume come unico ed esclusivo il piano di Gesù, al punto che questo ideale fa sparire, inghiottite da una grande passione, tutte le aspirazioni, tutti i desideri, tutto ciò che si presenti come estraneo al piano del regno di Dio.
Si comprende, a questo punto, che la contemplazione cristiana non è una attività da intellettuali, da coltivare lontano dai rumori, ma un modo di vivere a cui sono capaci di accedere i piccoli e i poveri di cui parla il Vangelo.
La tradizione cristiana ha tuttavia espresso la passione contemplativa del regno di Dio, secondo due stili.
Il primo sottolinea un certo «distacco» dalle cose umane per immergersi in Dio. L'atteggiamento con cui quotidianamente si vive porta a sottolineare la povertà delle cose umane, la loro miseria e la necessità di non confondere le attività dell'uomo con quella di Dio.
Il secondo, invece, sottolinea e vuol cogliere con preferenza come, proprio nella miseria umana, si fanno presenti Dio e il suo regno. Di conseguenza si intende «assumere» la vita fino a contemplare Dio.
Tenendo conto del fatto che mai il cristiano disprezza le cose e i fatti della vita, perché in essi misteriosamente si realizza il regno di Dio, si può dire che la differenza tra i due stili è data da una diversa accentuazione del rapporto tra regno di Dio e vita umana. Chi vive il «distacco» (non il disprezzo) dalle cose, vuole «comprendere» le cose contemplandole immerse in Dio. L'accento viene posto su Dio, per riconoscere il suo mistero inaccessibile e che Egli è il fine ultimo, il luogo definitivo di riposo dell'uomo.
Chi invece vive la passione responsabile accentua la Incarnazione di Dio, il suo mischiarsi con le cose della vita. Contempla Dio che offre la sua grazia per fare qui-ora il regno di Dio. Dio viene «compreso» nella contemplazione delle cose e del regno.
Quale atteggiamento lasciar prevalere oggi: il distacco dalle cose e la diffidenza per ciò che è umano, oppure la passione per la vita e la valorizzazione di ciò che è umano? Entrambi gli atteggiamenti sono importanti, e in fondo irrinunciabili. Ma, oggi, quale far prevalere? Per l'uomo del nostro tempo che è incerto se «val la pena vivere» e soffre di apatia profonda, probabilmente la contemplazione deve manifestarsi nella direzione della passione per la vita. Questa, almeno, la scelta alla base di questo libro.

Le tre dimensioni di un atteggiamento contemplativo
Come si è già accennato, la contemplazione di cui si vuole parlare non è quella che si realizza quando si fa silenzio e si medita, ma quella che si è chiamati a realizzare dentro le attività quotidiane. Vediamo in che modo la contemplazione entra a farne parte. L'attività umana, cioè il lavoro, lo studio, la trasformazione della natura, l'amore e l'amicizia, è una attività complessa in cui possono distinguersi varie dimensioni o livelli tra loro integrati per esprimere la ricchezza dell'esperienza umana.
L'attività umana si dispiega in tutta la ricchezza quando l'uomo la vive come insieme di azione, riflessione, contemplazione. Con azione si intende il fatto che ogni attività comporta un muoversi, un fare, un trasformare le cose. È questo il primo livello o dimensione.
Ma fare non basta. L'azione non è pienamente umana se non si accompagna a una qualche riflessione che la collochi nella storia personale e collettiva, nella vita sociale e nei suoi mutamenti culturali, politici, economici.
Riflettere seriamente sulle azioni non sembra, a prima vista, facile. Occorre che l'uomo apprenda sempre nuove informazioni, aiutato dalle diverse discipline scientifiche. Ognuna di queste lo aiuta a comprendere l'esperienza in modo sempre più ricco. Per realizzare questo l'uomo si serve soprattutto, ma non soltanto, della intelligenza. La riflessione è il secondo livello dell'attività umana.
Se ne può individuare un terzo, non meno importante per l'umanizzazione delle attività: la contemplazione, la capacità di collocarsi al livello del compiersi del regno di Dio nella vita umana. L'uomo è chiamato ad essere un contemplativo. Non prima o dopo, ma durante, mentre agisce. La contemplazione, del resto, si compie non tanto attraverso l'intelligenza, occupata al livello della riflessione intellettuale, quanto attraverso una consapevolezza complessiva e attraverso la passione e il gusto con cui si partecipa alla vita. In altre parole, la contemplazione nel quotidiano non è un pensare a Dio mentre si agisce, ma un essere globalmente compresi, a livello soprattutto del cuore e del sentimento, dal fatto che in quell'attività umana è in gioco il compiersi del regno di Dio.

La qualità della contemplazione nel quotidiano
La contemplazione è una dimensione di ogni attività, dal mangiare al giocare, dallo studiare al lavorare.
La qualità della contemplazione nel quotidiano è data dalla qualità umanissima del gesto che si compie e dalla consapevolezza, implicita ma viva nel profondo del credente, che il regno di Dio è qui-ora, oppure che il regno di Dio in tale situazione non si compie. Nel primo caso si gioisce, nel secondo si soffre. Soffrire e gioire sono frutto della contemplazione.
Per divenire contemplativo occorre essere appassionato al regno di Dio, essere uomo di fede consapevole e felice di sapersi, come un bambino, tra le mani di Dio. Non richiede grande scienza o intelligenza, ma il gusto per il regno di Dio vissuto quotidianamente. Si esprime in atteggiamenti come la fiducia, la gratuità, la passione per la vita, la consapevolezza dei propri limiti, il servizio ai più poveri e deboli...
La contemplazione del quotidiano è la seconda modalità di preghiera. È un'impresa affascinante, anche se non facile. Essa si svolge continuamente e trasforma lo studio e il lavoro, l'amore e l'amicizia in intimo incontro con Dio. Come si è detto, le attività non sono vissute in modo contemplativo, perché prima o dopo o durante si pronuncia qualche preghiera. Queste preghiere però facilitano la contemplazione nel quotidiano.
Infine la contemplazione nel quotidiano non va confusa con la meditazione, anche se ne crea l'esigenza nell'intimo della persona.
Sono attività tra loro collegate. Un buon contemplativo sente bisogno di momenti di meditazione. Un credente che medita spesso, trova più fucile vivere le azioni quotidiane da contemplativo.

LA CELEBRAZIONE

La terza modalità della preghiera cristiana è la celebrazione, in particolare l'eucaristia.
Per comprendere cosa è una celebrazione si pensi ad una festa di compleanno per un amico. Ci si ritrova insieme, intorno a lui, in una casa arredata a festa, ci si lascia prendere dal gusto di raccontare episodi della vita sua e degli amici e persone care, si compie il rito delle candeline o simile, si crea un clima di fiducia, incoraggiante a vivere, si conferma l'amico come esistente e lo si invita a sentirsi parte solidale di un tutto. La festa di compleanno, con tutto quel che comporta, sottolinea come ogni tanto nella vita ci si fermi per il gusto di riconoscere insieme alcune realtà, che pur presenti nella vita, troverebbero difficoltà ad essere afferrate e personalmente vissute. Sono momenti gratuiti, ma decisivi per una crescita armonica delle persone e dei gruppi.

I riti nelle religioni e i riti cristiani
Celebrare e fare festa gratuitamente sono un bisogno accolto da tutte le religioni, compresa quella cristiana. Anzi le grandi religioni hanno elaborato alcune grandi feste e riti comunitari che, collocati nei momenti essenziali della vita, permettono al popolo riunito di impossessarsi della sua vera identità umana, culturale, religiosa, di fede. Senza i riti, le celebrazioni e le feste una religione non esplica per intero la sua capacità di arricchire le persone e la sua consapevolezza.
Questo è vero anche per i cristiani, quali amano riunirsi soprattutto la domenica per fare festa insieme; raccontano i fatti della vita cercando di comprenderli alla luce della parola di Dio; celebrano i riti che consolidano le intuizioni e germi di fede e trasformano le persone, rendendole capaci di riappassionarsi da credenti alla vita e alla costruzione del regno di Dio.
I cristiani condividono con le altre religioni il fare festa, il ritrovarsi in comunità, il compiere dei riti. Il rito del pasto sacro, ad esempio, è presente presso molte religioni. Ciò che caratterizza le celebrazioni cristiane è il riferimento costante al Signore Gesù e alla sua vita.
I riti prevedono al centro sempre il racconto dei grandi eventi, i cosiddetti eventi fondanti un popolo e una religione. Nei riti cristiani, al centro sta il racconto della vita, morte e risurrezione di Gesù, rivissuto in una fede entusiasta e continuamente narrato in modo che sia capace di parlare all'uomo d'oggi, ai suoi problemi, attese, speranze.
Ma quali sono le operazioni che chi celebra è chiamato a compiere? Qual è il cammino che è chiamato a fare chi entra in chiesa e prende parte ad una celebrazione, soprattutto all'eucaristia e alla riconciliazione? Questo cammino comprende vari movimenti.

Il sì alla vita e il gioco dei simboli
Il primo movimento è la rottura del ritmo di vita ordinario, una sosta dello svolgersi incessante del tempo. Fermandosi per prendere parte ad una celebrazione, si fa una originale esperienza caratterizzata dalla festa, cioè da un clima che nel suo insieme risponde all'interrogativo di fondo della vita: val la pena vivere? La festa, nel cui contesto o clima la celebrazione si svolge, è luogo di un consapevole «sì alla vita». Senza questo sì, magari sofferto, non c'è celebrazione.
Il secondo movimento è l'immergersi nel grande «gioco» tra l'uomo, le cose e Dio. L'uomo «rappresenta» la sua esistenza e rapporto con Dio utilizzando oggetti, situazioni interpersonali, azioni che hanno un doppio volto. Il pane ed il vino nel grande gioco liturgico «rappresentano» efficacemente e quindi rendono presente realmente il corpo e sangue di Gesù. E il mangiare e bere rappresentano efficacemente e quindi attuano realmente una vera comunione con il Signore della vita.
Nella celebrazione le cose non vengono solo più utilizzate per se stesse, ma per la loro capacità di rappresentare «altro», ciò che non può del resto essere detto a parole o rappresentato. Diventano, come si dice, «simboli» dell'invisibile, della misteriosa presenza di Dio. Chi celebra deve avere un animo poetico oltre che religioso, capace appunto di aprirsi al volto nascosto delle cose e dei gesti: Dio e la venuta del suo regno.
Questo grande «gioco» viene svolto attraverso i riti, con la partecipazione delle persone presenti. La stessa comunità riunita, pur con tutti i difetti rappresenta così un pezzo di regno di Dio, un'anticipazione della grande promessa di salvezza eterna.

Il grande racconto di Gesù e della storia
Il terzo movimento è il «fare memoria» da cristiani, cioè collegare i grandi fatti della vita di Gesù con i fatti odierni. Non c'è celebrazione senza il grande racconto della salvezza.
Questo racconto non è un ricordare i fatti capitati nel passato, duemila anni fa. Certamente Gesù è vissuto una volta sola e non è presente a noi come lo era ai suoi contemporanei. Ma oggi, proclamando insieme il grande racconto, noi viviamo un'esperienza originale che ci permette di dire che Gesù è qui ora in mezzo a noi. Nel grande racconto, infatti, la storia di Gesù si intreccia con la nostra storia. Non si parla solo di Gesù, o solo di noi. Si unifica tutto in un'unica grande storia e nel raccontare noi siamo davvero accolti dal Signore risorto e la nostra vita fa rivivere la sconvolgente forza della risurrezione.
La narrazione permette alla comunità che celebra di riconoscere se stessa. Si percepisce come popolo che affonda le radici in un evento unico e irripetibile, l'Incarnazione di Dio in Gesù e prima ancora, la creazione di Dio, e si sente parte di un «movimento» di credenti che percorre la storia dell'umanità. La narrazione, inoltre, permette di comprendere, valutare, assaporare l'oggi dal punto di vista della venuta del regno di Dio.
La narrazione, infine, permette alla comunità di affermare che il suo cammino non è terminato. La gioia, la comunione con Dio, la pace e la fraternità sperimentate nella celebrazione sono un'anticipazione della festa, pace, fraternità e comunione con Dio che si realizzerà, per dono di Dio, nel «cielo nuovo» e nella «nuova terra».

La trasformazione dei partecipanti
Il quarto movimento di una celebrazione è la trasformazione delle persone e il ritorno al quotidiano con un po' più di entusiasmo e responsabilità. La celebrazione comporta un profondo sì alla vita, pronunciato non nel nome delle proprie sicurezze o della certezza che tutto andrà bene, ma nel nome del Signore, il quale assicura che anche nella povertà della nostra esistenza e della più grande storia in cui siamo immersi, è deposto un «seme» di regno di Dio che, con l'aiuto dello Spirito, tende a crescere e svilupparsi.
Nel celebrare si apprende in fondo che la libertà è un bene reale e che ogni uomo, nella situazione in cui si trova e dunque pur sempre nella povertà dei suoi gesti, può compiere un gesto che redime e umanizza la sua ed altrui esistenza.
La celebrazione restituisce così la responsabilità, fondandola sulla certezza che Dio in Gesù risorto rende effettivamente possibile la libertà per ogni uomo. Il credente sa che Dio ha promesso il regno. Sa anche che il regno non è assicurato a tutti i costi. Dipende dall'uomo e l'uomo ha davvero la possibilità di umanizzare la vita.
Si esce dalla celebrazione impegnati a distinguere tra azione di Dio (tutto è dono, come possibilità offerta all'uomo) e azione dell'uomo (tutto dipende dall'uomo che Dio ha restituito alla libertà).
Consapevole di tutto questo, il cristiano è fedele alle celebrazioni. Sono un momento di arricchimento fondamentale. Se non partecipa alle celebrazioni, in particolare all'eucaristia e alla riconciliazione, sa di impoverirsi.
I rischi sono molti, ma riconducibili a due. Può rischiare, in primo luogo, di non avere più speranza e di sentirsi solo, abbandonato da Dio e dagli altri credenti. In questo caso il suo impegno e responsabilità e anche la sua capacità di pronunciare un sì alla vita, si affievoliscono.
Il secondo rischio, del tutto opposto, è il finire per credere che l'uomo sia tutto e che tutto dipenda dalle sue forze, dimenticando ciò che lo anima dal di dentro: la forza di Dio, lo Spirito del Signore risorto.

 

PREGARE CON LA BIBBIA

Nella preghiera cristiana la Bibbia occupa un posto centrale. Tuttavia per pregare non basta leggere il vangelo; occorre riscriverlo. Non si prega, se in qualche modo non si reinventa il vangelo.
Pregare la parola di Dio comporta, in effetti, un complesso scambio tra i fatti del vangelo e la propria vita con i fatti che la caratterizzano.
In questo scambio si attua un reciproco dare e ricevere. Nelle due direzioni: la parola di Dio mentre dà all'uomo che prega, si arricchisce di nuovi significati; la persona mentre offre alla parola di Dio interrogativi, attese e intuizioni sul senso della vita, accoglie un messaggio capace di trasformarla.
Perché il sottile gioco tra parola ed esperienza soggettiva si compia, vanno rispettati alcuni passaggi e momenti di lettura. Prima di presentarli è necessario riflettere un attimo su due fatti: la storicità del testo biblico e la storicità della persona che lo legge.

Storicità del testo biblico e storicità di chi legge
Il testo biblico è stato scritto in una data epoca, presso un popolo preciso, da un particolare gruppo di persone, da un autore con un suo modo di vedere le cose. Noi che oggi rileggiamo il testo non possiamo leggerlo chiedendo subito: «cosa dice a me, ora, quella pagina?». C'è una domanda precedente: «cosa ha voluto dire chi ha scritto quella pagina?». Se il testo dice «credere è amare», d'istinto vien voglia di riempire la parola «amare» con quel che noi pensiamo dell'amore. Ma questo è scorretto. Bisogna avere prima la pazienza di ricercare che cosa per quell'autore voleva dire amare. Altrimenti, e capita, si fa dire al testo quel che si vuole, al punto che uno riesce a confermarsi in quello che già pensa.
Questo compito non può essere svolto mentre si prega o da tutti. Ci vuole studio e competenza. Esistono dei libri che, per ogni brano biblico, spiegano cosa l'autore voleva dire. Anche se non nella preghiera, tali libri vanno avvicinati, almeno da qualcuno che li utilizza per introdurre la meditazione del testo biblico. La storicità del lettore è invece il riconoscimento che chiunque legge sempre a partire dalle sue precomprensioni.
Per leggere e interpretare un testo biblico il lettore non deve presumere di sapere già il contenuto del testo, perché c'è il rischio di far dire al testo quello che si vuole. Ma chi legge deve essere già, in qualche modo, in «sintonia» con quel testo. Altrimenti non ne ricava niente.
Essere sintonizzati è avere un mondo interiore (precomprensioni) con interrogativi e risposte che sono già nella direzione del testo, pur rimanendo aperti a tutto quello che vorrà dire. Basta pensare a che cosa ricava chi è credente dalla parola del figlio prodigo e che cosa invece ne ricava chi non crede in Dio e nel suo perdono.
Avere delle precomprensioni nel leggere un testo non è avere pregiudizi. Le precomprensioni sono l'essere in sintonia con il testo; i pregiudizi sono il presumere di sapere già che cosa il testo dirà e il leggerlo confermando quello che già si pensa, senza lasciarsi sorprendere dalla novità del testo.
Si comprende perché leggere il vangelo è sempre un ricreare il vangelo. Chi lo legge, rispettando quel che l'autore voleva dire e con una sua originale sintonia, è chiamato a trarre intuizioni nuove e implicite nel testo, che nessuno aveva mai espresso direttamente.
Il gioco tra il testo ed il lettore è un cammino creativo, in avanti, con una circolarità in progressione capace di elaborare nuove intuizioni sulla vita e su Dio. È di queste nuove intuizioni che vive la preghiera, in particolare il colloquio intimo tra Dio e l'uomo.

Esegesi, attualizzazione e applicazione
Venendo a precisare i vari passaggi nell'interpretazione del testo biblico se ne possono individuare tre: esegesi, attualizzazione culturale, applicazione.
L'esegesi è la ricostruzione del senso di un testo nel suo contesto o ambiente culturale. L'esegesi richiede una buona conoscenza della lingua originale del testo e del mondo in cui esso ha visto la luce. In un certo senso, chi fa esegesi dimentica la sua cultura e si immerge in quella in cui è nato il testo di san Luca o del profeta Geremia.
L'esegesi dei testi biblici ha compiuto ormai passi da gigante. Oggi è abbastanza facile ricostruire il senso di parole come creazione, salvezza, amore, regno di Dio, rivelazione, grazia. L'attualizzazione è il tentativo di tradurre ciò che il testo voleva dire, dentro la nostra cultura, linguaggio e modo di pensare. Chi attualizza un testo si propone di ridire quei significati in modo comprensibile e utile oggi.
Interpretare non è limitarsi allora a ripetere. È piuttosto reinventare un testo. Si pensi a quante riletture della parola di Dio hanno elaborato i cristiani nei secoli. E si pensi a quanto ne risulterebbe arricchita l'interpretazione oggi, se fossimo a conoscenza dell'intera storia delle riletture di un testo lungo i secoli. Rileggere un testo è sempre rischiare di tradirlo. Come si dice qualche volta, «tradurre è un po' tradire». Ma è anche un arricchire. Il testo si arricchisce se chi attualizza, oltre a conoscere bene il testo biblico, è radicato nei problemi, nelle attese, nelle intuizioni sulla vita e sul rapporto tra uomo e Dio della nostra generazione. Con una immagine già citata, si può dire che chi attualizza oltre alla Bibbia deve conoscere bene anche il giornale. In altre parole, per attualizzare la parola di Dio occorre essere appassionati all'uomo e soffrire e gioire con lui. Oggi, ad esempio, viviamo in una cultura secolarizzata che tende a vedere il futuro come responsabilità dell'uomo senza ingenue o umiI ianti deleghe a Dio. Cosa comporta questa intuizione nella rilettura di un testo biblico che esalta l'intervento di Dio nella storia?
L'applicazione è il tentativo di portare il testo alla vita. Al cristiano non è sufficiente studiare la Bibbia e attualizzarla in modo corretto. Esegesi e attualizzazione sono finalizzati al momento in cui, magari nella preghiera, uno finalmente si chiede: cosa ha da dire questo testo attualmente a me, qui-ora? a che cosa mi provoca? quale trasformazione può produrre? quali sentimenti fa emergere dentro di me? in che cosa arricchisce il mio dialogo intimo con Dio? chi diventa Dio per me e chi sono, allora, io per lui?
L'applicazione del testo è lo sforzo di individuare in che cosa globalmente esso chiede alla vita di trasformarsi e di lasciarsi trasformare. L'applicazione chiede una decisione personale di bene: dedicarsi alla giustizia e alla pace, lasciarsi amare da Dio e amarlo mettendosi al servizio dei poveri, per donare e accettare di essere perdonati.
L'applicazione, allora, non è soltanto il decidere che fare. È qualcosa di più profondo e intimo: l'esperienza di fede e di amore che si vive qui-ora nel pregare la parola di Dio. Sarà questa esperienza a suggerire e comandare i cambi necessari per vivere per la causa della vita e del regno di Dio.

 

APPUNTAMENTI DI PREGHIERA

Tutti i momenti sono buoni per pregare. Si può pregare in tram come in chiesa, durante una passeggiata o mentre si studia. Non c'è neppure un'ora migliore di un'altra per pregare. Tutte le ore e tutte le occasioni sono buone per chi ha a cuore la costruzione del regno di Dio e trova gusto, non senza fatica, a intrattenersi esplicitamente con Dio.
Tuttavia ci sono spazi e tempi in cui è più facile e significativo pregare.
Così ad esempio, è facile che il bisogno di pregare emerga al mattino, all'inizio di una nuova giornata di lavoro, quando le forze sono fresche e i problemi si fanno avanti sollecitando all'impegno e responsabilità.
Più in generale diventa significativo pregare prima di attività importanti per le quali si invoca l'aiuto di Dio, in momenti di difficoltà in cui è giusto esprimere la propria sofferenza e angoscia, in momenti di gioia intima in cui è giusto rendere grazie per quello che si sta vivendo.
La preghiera delle «occasioni» è affidata al singolo cristiano, alla sensibilità e fantasia. Questa preghiera del tutto personale, nell'attuale società che richiede molto movimento e lascia poco spazio per incontrarsi tra credenti, è della massima importanza. Oggi più di ieri, si crede personalmente e si prega da soli. In realtà, però, non si è cristiani da soli e non si prega mai da soli. Il cristiano vive di «solidarietà». Una solidarietà che tende ad esprimersi in mille modi, in particolare nel pregare insieme tra cristiani, appena questo è possibile. Per questo ci si ritrova a piccoli gruppi, magari per un appuntamento quotidiano o settimanale.
L'eucaristia domenicale non sembra sufficiente per esaurire la preghiera comunitaria, soprattutto durante l'adolescenza e la giovinezza, quando ci si abilita a vivere da cristiani.
Il gruppo ecclesiale di cui si è parte è luogo privilegiato di preghiera. La fedeltà ai suoi appuntamenti, decisi secondo le reali possibilità di ciascuno, rimane un luogo caro per incontrare Dio. Ben sapendo che anche questa preghiera richiede il suo prezzo: sacrificare altri impegni, costanza e puntualità, capacità di sfruttare pochi minuti a disposizione, disponibilità a preparare la preghiera secondo la propria competenza.
Ma l'appuntamento principale di preghiera rimane per tutti l'eucaristia domenicale e, almeno in certe occasioni, la partecipazione al sacramento della riconciliazione. Nell'eucaristia e nella riconciliazione si raggiunge il momento supremo dell'avventura dell'uomo e di Dio che percorre la storia e che ha trovato in Gesù di Nazaret il momento di maggior densità, l'evento in cui la storia ritrova senso.
Nei sacramenti, soprattutto nell'eucaristia, si ricostruisce la grande «compagnia» che costituisce il regno di Dio: celebrare è sentirsi in compagnia.
In compagnia di Dio e di Gesù Signore della vita.
In compagnia dello Spirito che abita in noi e che ci anima dal di dentro, anche se spesso recalcitriamo.
In compagnia di Maria, la madre di Gesù e degli altri santi che per il regno di Dio hanno dato la loro vita.
In compagnia di tutti i credenti ed in particolare di quelli con i quali, nell'amicizia e nella fraternità, si condivide esplicitamente la fede.
In compagnia dei propri cari e delle persone amate, anche se non sono presenti o sono defunte.
In compagnia della storia, piccola o grande, in cui si vive e nella quale si intuisce la misteriosa presenza dello Spirito.