Quo vadis, gioventù d'Europa?

Inserito in NPG annata 1993.


Sybille Hübner-Funk

(NPG 1993-09-38)


«L'Ovest ha vinto la Guerra Fredda, ma la domanda è ora: chi vincerà la pace?». «L'Utopismo dell'epoca si è dimostrato crudelmente inutile... Chi verrà ora a proporci di nuovo un qualche altro domani radioso'? Chi ci tormenterà ancora una volta con una Utopia? Quali prossime catastrofi ci verranno preparate ancora una volta con le migliori intenzioni?» (Vaclav Havel).

PREMESSA

La fine della Guerra Fredda durata anni fra Stati Uniti e Unione Sovietica, e dei rispettivi sistemi di alleanze, resa possibile dalla politica di «perestroika» del presidente sovietico Gorbatschov e poi suggellata dallo scioglimento del Patto di Varsavia, dalla incredibile riunificazione dei due stati tedeschi nati dopo la guerra, e dal crollo della Unione Sovietica, questa fine ora fa vacillare il sistema di relazioni tra Est ed Ovest delle superpotenze, cementato nei decenni sul piano ideologico e attraverso la politica di armamento, ed assegna alle nazioni e alle organizzazioni che da esse dipendono compiti nuovi.
In questo contesto politico mondiale assume una nuova valenza anche l'individuazione dei profili di una politica giovanile europea. Poiché non è soltanto l'introduzione (gennaio 1993) del «mercato interno comune» a minacciare di eliminare le vecchie strutture della politica giovanile europea; è soprattutto la necessità di integrazione, del tutto imprevista e non programmata, degli stati «del socialismo reale» dell'Europa orientale, dal 1945 separati dall'Ovest, nella «Casa comune europea». A quella imponente visione dell'ultimo presidente sovietico le istituzioni europee esistenti (Consiglio d'Europa e CEE) riescono a sottrarsi sempre meno, man mano che il «sistema di convergenze» propagato dall'Ovest per decenni con decisione - in parte per attrarre, in parte minacciando -, promette di diventare ogni giorno di più realtà.
Sulla base degli sviluppi storici, che hanno avuto luogo dalla metà degli anni 80 in Unione Sovietica e negli «Stati socialisti fratelli» e che hanno distrutto definitivamente il sogno dell'uomo di realizzare una «epoca socialista», sono cresciute ormai in notevole misura le pretese visionarie nei confronti della politica, e di conseguenza anche nei confronti delle scienze sociali rilevanti politicamente. Lo sguardo nel futuro dell'«Occidente», al quale si offrono improvvisamente nuove prospettive anche a livello di politica di dominio, mostra una visione attuale ricca di forza dirompente inattesa, dopo che i vecchi fidati fronti dei decenni postbellici - vedasi il Muro di Berlino come simbolo fisico della «Cortina di ferro» - si disciolgono nel nulla e le nuove strutture praticabili sul piano politico-economico e capaci di coesione ideologica cominciano a muoversi in una atmosfera nebulosa.
Pochi anni prima del cambio di secolo e di millennio è cominciata una epoca di notevoli «cambiamenti» a livello di politica di dominio, la cui fine, sia sul piano temporale che delle dimensioni contenutistiche, non può essere prevista realisticamente da nessuno. Tanto più che poi quelle visioni, quelle idee, che vengono imposte in questa fase di capovolgimenti attraverso una forma di violenza sia ideologica, sia strutturale, sia militare, finiscono per trasformarsi rapidamente in «missioni» dei po tenti con imprevedibili conseguenze per le «passioni» dei deboli. La guerra calda combattuta nel Golfo Persico, i cui veri effetti distruttori finora non sono ancora stati chiariti, dà sufficiente motivo di temere un nuovo slancio della fatale triade «visione-missione-passione» a livello mondiale.
Uno sguardo nella storia europea, di quell'«Occidente cristiano» compiaciutamente missionario, mostra fin troppo chiaramente che i tentativi di trasformare in politica di potenza le «visioni guida», di regola si possono leggere come storie di sofferenze dei popoli coinvolti.

L'EUROPA COME SIMBOLO E COME REALTÀ

Nel «mito», Europa è una donna; una donna comunque che viene sempre rappresentata in compagnia del suo rapitore e stupratore, un toro. Questo toro, ovvero Giove in forma di animale, ha rapito Europa con la violenza dal prato sul quale ella stava divertendosi con le sue compagne di gioco, trasportandola oltre il mare e segregandola sull'isola di Creta dove ha avuto da lei quattro bambini. Europa è quindi nella mitologia una delle infinite vittime della violenza maschile degli dei. Il suo terrore e il suo tentativo di resistere a questa violenza non hanno evidentemente avuto successo. Nelle rappresentazioni storicamente successive del suo rapimento, questo non viene più tematizzato; invece Europa si dà affettuosamente al toro, si affida alla sua forza, sembra sentirsi prescelta proprio attraverso questo suo «donarsi» violento: Europa è dunque nel mito una prescelta della violenza divina maschile.
Nella narrazione storica, Europa rappresenta il «vecchio continente», ovvero il cuore della «civiltà cristiana occidentale», un miscuglio particolarmente esplosivo ed attraente di popoli di di- verse origini, cioè di tradizioni linguistiche e culturali estremamente differenti; il suo spazio vitale - coincidente con il continente dallo stesso nome che praticamente non è separato dall'Asia - è stato continuamente oggetto di tentativi di sottomissione violenta dall'esterno (per esempio da parte degli Unni, dei Turchi, degli Arabi), ed è stato poi ripetutamente «integrato» dall'interno con la forza: prima di tutto dai Romani, poi dai papi cristiani, infine dagli imperatori germanici. Il medievale «Sacro Romano Impero della Nazione Tedesca» abbracciava la gran parte di quei paesi che ancora oggi caratterizzano il territorio geopolitico europeo. Come «sogno perduto» di una antica unità europea questo impero è diventato fino ai giorni nostri uno stimolo per misure di politica di dominio da parte di singole nazioni europee e dei loro governanti.
Nella più recente storia contemporanea, l'Europa rappresenta un gigantesco campo di battaglia, il centro di due guerre estremamente distruttive, le quali avevano entrambe come obiettivo il predominio tedesco sull'Europa. In particolare il «Terzo Reich» di Hitler era stato concepito come «Sacro Impero germanico-europeo». Il suo concetto di forza razzista-imperialistico ha prodotto sia in senso attivo che reattivo, sia direttamente che indirettamente, una «europeizzazione» dei rapporti esistenziali di questo continente: da una parte attraverso la quasi totale distruzione della «comunità ebraica europea», dall'altra attraverso la doppia occupazione dell'Europa da parte delle due superpotenze extraeuropee, sviluppatesi dopo lo smembramento del Reich hitleriano; da parte cioè degli Stati Uniti e dell'Unione Sovietica, due potenze che in realtà erano unite soprattutto nel perseguire la vittoria su Hitler, mentre erano estremamente ostili sul piano ideologico e militare.
Dalla lontana prospettiva «atlantica» degli Stati Uniti gli stati europei soggetti al predominio razzistico del Reich tedesco sotto Hitler venivano rappresentati come «teatro europeo», come campo di operazione per gli interessi mondiali americani particolarmente prezioso dal punto di vista della civilizzazione e dell'industria e «culla» dei «Padri Fondatori» americani. Questa visione unificante distaccata, ma emozionalmente molto impegnata, ha trovato la sua eco in Europa in tutte le determinanti manovre di scambio politiche, militari ed economiche attuate dagli USA dopo il 1945 tutte le volte che i notevoli interessi contrapposti della Unione Sovietica non lo abbiano potuto impedire:
- con la creazione per esempio nel 1949 del «Consiglio d'Europa», venne costituito un organo simile all'ONU, consultivo e coordinante per la politica sociale e culturale europea;
- con le «Comunità europee» che emergono negli Anni 50 dai piani dettagliati della «Conference for European Economic Development» (precursore del1'OEEC e dell'OECD), venne creato un organo per la politica economica europea;
- con la NATO infine, un organo per la politica di difesa transatlantica.
Bisogna chiarire che questa Europa occidentale istituzionalizzata non coincide in alcun modo con il continente Europa delimitato culturalmente e geograficamente.
Da un lato infatti gli mancano i vecchi stati dell'est europeo (Ungheria, Bulgaria, Polonia, Cecoslovacchia, Jugoslavia e Romania) e la parte orientale della Germania separata dall'altra per quattro decenni e mezzo come Germania Democratica; dall'altro sono da aggiungere ad essa, per ragioni di alleanza di forza, gli USA e il Canada (i quali sono compresi nella definizione d'Europa dell'ONU); ed infine le si devono sottrarre, come stati neutrali, parecchi stati della «periferia» europea: gli stati nordici quali la Norvegia, la Svezia, la Finlandia e gli stati alpini quali Svizzera, Liechtenstein e Austria.
Attualmente il continente geopolitico europeo, così come la Germania come suo «nucleo centrale», vive una fase di capovolgimenti storici drammatica ed imprevedibile nelle sue conseguenze, la quale fase è scaturita dalla «politica della perestroika» dell'Unione Sovietica, e nel frattempo ha permesso il processo di unificazione delle due Germanie, oltre ad aver determinato processi di coordinamento e cooperazione europei completamente nuovi.
Per questa ragione affiorano in tutti i settori determinanti della politica militare, economica e sociale di questo continente profondamente diviso in due, problemi da risolvere straordinariamente grandi.
Essi si collegano in primo luogo al compito della «trasformazione» di tutti gli stati socialisti dell'Est europeo organizzati centralisticamente e dell'Unione Sovietica in «economie di mercato sociale» di impronta occidentale; in secondo luogo sono legati all'integrazione politica ed economica di questi stati modificati nelle organizzazioni sovra statali esistenti nell'Europa occidentale, il cui programma prevede comunque per l'inizio del 1993 un ulteriore passo verso l'integrazione e la cooperazione economico-politica dei paesi CEE in un «mercato interno comune».

L'EUROPA COME SCENARIO DI POLITICA GIOVANILE

A questa situazione politica di partenza dell'Europa, costantemente in mutamento nelle sue coordinate di fondo, ha da seguire il bilanciamento della stessa politica giovanile europea, cioè sovranazionale. Per non ricadere dietro lo sviluppo storico attuale, come viene documentato fino alla fine del 1991, potrebbe perciò essere necessario porre alla base delle nostre considerazioni un concetto di Europa geopoliticamente (e quindi storico-culturalmente) più ampio, quello che è in via di formazione proprio a livello istituzionale, che però dal punto di vista sociologico e storico è intrattabile.
Qui val la pena senz'altro ricordare brevemente le origini della «politica giovanile europea» nella «Europa germanica» fascista. Tra il 14 e il 18 settembre 1942 (dunque circa 50 anni fa) venne tenuta a battesimo a Vienna, sotto la responsabilità del «Reichsjugendfiihrer» (dirigente della gioventù del Reich) Baldur v. Schirach, la prima «Federazione giovanile europea». Alla sua fondazione presero parte rappresentanti giovanili di 14 nazioni (!) europee, i quali avevano giurato di dedicarsi alla «lotta comune al Bolscevismo» ed avevano risolutamente rifiutato tutte le «aspirazioni paneuropee». Questa «Comunità europea» di dirigenti giovanili ed educatori fascisti, che tra l'altro rappresentava la più grande associazione di questo genere nel mondo di allora, aveva come scopo una «Comunità europea» di giovani anticomunista e contemporaneamente etnico-nazionalistica, cioè una «Nazione europea», definizione simbolica che è rimasta invariata fino ai giorni nostri in un organo di stampa della Germania Occidentale di tendenza radicale di destra. Queste «Alleanze» europee estremistiche di destra, nel nostro continente sono ancora oggi senza dubbio più minacciose di quanto non sia l'«eurocomunismo» estremista di sinistra, che deve confrontarsi, in seguito alla velocissima caduta del vecchio «blocco socialista», con notevoli problemi di definizione e di identità.
Da notare è il fatto che dopo il crollo del Reich tedesco hitleriano e del suo predominio sull'Europa, gli Stati Uniti hanno potuto far propria questa tradizione anticomunista senza interromperla, in quanto essi costituivano i nuovi detentori del potere. I giovani tedeschi sopravvissuti e quelli dei paesi dell'Europa occidentale vicini, subito dopo la fine della guerra sono stati legati ad una Europa anticomunista quale progetto futuro «di riconciliazione tra i popoli». Il «sogno fiducioso» dell'Europa, che i fascisti europei sotto la guida della Germania avevano cercato di imporre marzialmente unendo le loro forze, mantenne in tal modo la sua validità; venne tuttavia liberalizzato e democratizzato, per adattarlo alle concezioni e alle misure americane per la ricostruzione: «Reeducation» e «Economic Reconstruction». Il programma di aiuti economici del «Piano Marshall» per gli stati europei occidentali danneggiati dalla guerra offriva evidenti vantaggi ideologici, come testimoniano diverse inchieste condotte tra la popolazione della Germania occupata dalle potenze di occupazione occidentali.
Già nel settembre 1947 fu possibile documentare per esempio in una indagine condotta nella zona di occupazione francese che solo il 44% degli intervistati conosceva per nome il Piano Marshall, che però il 50% lo giudicava positivamente e che pur sempre il 72% approvava la creazione di una «Europa unita» come obiettivo politico; alcuni mesi più tardi era addirittura l'80% che si pronunciava a favore di questa Europa. Già allora il 92% considerava la «eliminazione delle frontiere doganali» (che era fissata solo per il 1993) come un passo importante verso la unificazione economica europea.
Per comprendere i profili e le forme della ricerca e della politica giovanili «europei» degli ultimi 45 anni, è sensato prendere in considerazione con maggiore precisione le «zone d'interesse» principali, sulle quali esse si basano.
Si possono distinguere essenzialmente i seguenti tre ambiti:
- questioni economiche, legate prevalentemente alla CEE e all'OECD, nelle quali la gioventù entra come «fattore formativo»;
- questioni culturali, legate prevalentemente al Consiglio d'Europa, e altre organizzazioni politiche giovanili impegnate, nelle quali la gioventù appare come «fattore di cambiamento e di mobilità» (in senso storico e sociale);
- questioni politiche (e di politica militare), collegate soprattutto a problemi di sicurezza in materia di politica interna ed esterna, nelle quali la gioventù acquista valore come «fattore di rischio».
In ognuna di queste aree di interesse le ricerche commissionate si risolvono di regola con una elencazione dei problemi e con le misure politico-amministrative adottate per reagire ad essi. La ricerca dovrebbe mettere a disposizione una quantità rilevante di dati per un «problem-management» adeguato, e persino per quanto possibile creare un «sistema di allarme preventivo» socio- strategico, il quale segnali alle istanze politiche, ancora prima del verificarsi di fenomeni collettivi più gravi, l'avvicinarsi di tali frizioni. Dato che questo è il sogno ideale ed illusorio di pianificatori sociopolitici che solo di rado si concretizza (poiché le indagini servono spes se volte piuttosto come «sonniferi» per i potenti), resta come terzo ambito (di ricerca) quello che ha a che fare con avvenimenti storici e con gli sviluppi di problemi inattesi, cioè prima di tutto con l'analisi di «nuovi movimenti sociali» e di scenari di protesta spontanei nelle diverse società e tra queste.
In questo sistema di relazioni della «politica giovanile europea» orientato verso interessi e misure strettamente concatenate tra di loro è situata la base considerevole di dati statistici sui giovani - come fattore culturale, di mobilità e di trasformazione - di cui dispongono le istituzioni europee. Attraverso le istituzioni culturali e formative delle singole nazioni si può arrivare in modo dettagliato alle caratteristiche sociali dei giovani, poiché questi rappresentano la parte della popolazione meglio controllata e classificata (dopo i soldati negli eserciti), essendo essi sottoposti come gruppo giuridicamente minorenne all'obbligo scolastico generale di otto-dieci anni.
D'altronde per quanto riguarda l'analisi e la trattazione del problema, dal punto di vista strategico appaiono decisamente più interessanti, in quanto estremamente più incontrollati, gli aspetti rispetto ai quali i giovani risultano essere «fattore a rischio» - sia dal punto di vista della salute che criminalmente, militarmente e per quanto concerne la politica di sicurezza (per esempio pensando all'AIDS e ad altre «calamità» quali droghe e spaccio di droghe, al commercio delle armi, allo spionaggio, alle rivolte, ecc.). Senza dubbio proprio questi ambiti problematici sono sfruttati negli accordi e nelle pratiche di cooperazione tra stati, da parte delle autorità di polizia doganali e militari, molto meglio di quanto non possa immaginarsi la «comunità scientifica» di ricercatori che lavorano a livello accademico in Europa occidentale.
In confronto a questo appaiono lente e tardive le ricerche socio-economiche condotte sul «potenziale di violenza e di protesta giovanile» in Europa, che ha agitato la scena della politica giovanile e di sicurezza dell'Europa occidentale dalla metà degli anni 60 - espresso da diversi movimenti di base - fino ai giorni nostri, attraverso movimenti di occupazione delle case, per la pace e per l'ambiente. Per quanto riguarda la ricerca comparativa europea su quelle culture di protesta, le «indagini nazionali» costituiscono la regola (poiché anche le misure vengono prese a livello nazionale), mentre le ricerche sovranazionali costituiscono l'eccezione. In Germania Federale, per quanto io sappia, solo nel 1987 e nel 1990 sono state eseguite, sulla base di dati che si riferivano a diversi paesi europei, delle indagini comparative riguardanti il «potenziale di protesta», condotte per incarico del Ministero federale per la politica giovanile, familiare e sanitaria, presso l'università di Treviri sotto la direzione del professore Roland Eckert. È interessante il fatto che queste indagini comprendano anche le misure politiche con le quali si è reagito di volta in volta ai movimenti di protesta (in Inghilterra, negli Stati Uniti e in Germania Federale) da parte della polizia e sul piano politico.
In particolare il confronto tra i modi di reagire dei governi americano, britannico e tedesco federale alle diverse proteste giovanili, mostra che il rapporto con questi movimenti di massa dominati dai giovani richiede qualcosa di più che semplici misure di politica giovanile basate su un «concetto di pacificazione» definito sul piano giuridico-politico e su quello poliziesco; in causa sono chiamate anche la politica occupazionale, quella della casa, quella militare, ambientale e di parificazione, poiché i giovani con le loro azioni e dimostrazioni pubbliche richiamano l'attenzione allo stesso modo sulle problematiche generali delle rispettive società, così come sulle difficoltà dell'essere giovane in queste stesse società.
Pertanto è necessario interpretare gli studi sui giovani, fatti sulla base di un confronto a livello europeo, sempre anche come studi comparativi dei sistemi, ovvero studi orientati alla preservazione del potere. La storia d'Europa, a maggior ragione la sua storia contemporanea più recente, insegna in maniera drammatica che la gioventù, proprio nei rapporti di dominio politicamente molto mutevoli del XX secolo, è stata trasformata in «portatore abusivo di simbolo» estremamente funzionale ad ogni politica statale (così in particolare negli «stati educativi» autoritari e totalitari di derivazione fascista e socialista). L'occhio dei potenti vigila con tutti i mezzi a sua disposizione - negli «stati educativi», come si sa, in modo particolarmente sospettoso e meticoloso - sui modi di pensare e sui comportamenti dei discendenti, i quali devono contribuire alla prosecuzione del sistema di potere esistente in qualità di «garanti del futuro».

L'EUROPA COMUNITARIA E LA SUA IDENTITÀ

Con la decisione di Bruxelles del 28 febbraio 1986 tutti gli organi della Comunità Europea hanno stabilito negli «Atti europei unitari» che entro la fine del 1992 sarà completato il «Mercato europeo interno».
«La Comunità prenderà tutte le misure necessarie per arrivare a realizzare gradualmente entro il 31 dicembre 1992... il mercato unico europeo. Questo mercato comprenderà una zona senza frontiere doganali, in cui sarà assicurato il libero traffico di merci, persone, servizi e capitali conformemente alle disposizioni di questo trattato». Sulla base di questa decisione sono state messe in moto svariate misure a livello comunitario e delle singole nazioni che permettono «attività europee» in tutti i settori coinvolti miranti al raggiungimento dello scopo prefisso. Anche la politica giovanile dell'Europa comunitaria ne è interessata e di conseguenza, in modo indiretto, anche la ricerca giovanile, la quale deve fornire i dati di programmazione necessari.
Dal 1986, sempre nell'ambito della (più grande) Europa del Consiglio d'Europa, i ministri competenti in materia di politica giovanile si sono incontrati per tre volte in conferenze, nelle quali essi hanno avviato ampie iniziative legislative e istituzionali per migliorare 1'«intreccio» dei loro ambiti di competenze (la terza Conferenza ha avuto luogo nel settembre 1990 a Lisbona). In particolare queste misure devono servire ad innalzare il livello di qualificazione e di mobilità professionale, così come la flessibilità dei giovani che vengono richiesti come futuri dirigenti dalle grandi ditte europee.
Accanto a queste sono state previste raccolte di disposizioni sociali, per esempio nell'ambito della Carta europea dei «Youth Rights in Europe», le quali si appoggiano alla Carta sociale europea già esistente. La maggioranza di queste iniziative ha determinato i relativi progetti modello negli stati europei membri della Comunità interessati, progetti nei quali sono coinvolti le associazioni e la ricerca giovanili.
A livello dello stesso Consiglio d'Europa sono stati creati diversi comitati di esperti di politica giovanile, il cui compito è quello di accelerare per mezzo di nuclei programmatici i processi di armonizzazione tra i protagonisti della politica giovanile europea, multinazionale e multiculturale.
Né i «giovani medi» europei né i ricercatori dei diversi paesi europei che si occupano di giovani medi sono venuti a conoscenza di questi avvenimenti. Poiché i loro effetti, seguendo un percorso burocratico che passa per le istituzioni politiche interessate, si indirizzano verso le organizzazioni e gli istituti di ricerca competenti. La «gioventù europea» è in verità il destinatario di tutte le misure, ma in pratica solo in modo estremamente mediato. Delle misure avviate approfittano soprattutto i «mediatori» internazionali, i quali, in qualità di esperti della gioventù europea, hanno iniziato e portato a termine conferenze e studi autorevoli riguardanti i giovani a livello europeo.
Qui si tratta dunque di un genere di iniziative europee a livello di politica giovanile nelle quali l'«Europa» è in discussione non tanto come sfondo geopolitico, quanto piuttosto come punto di riferimento ideologico, cioè come «simbolo politico istituzionalizzato di rango sovrastatale», dal quale dipenderanno sempre più le future condizioni di vita economico-sociali dei giovani, e dal quale poi viene fatta derivare una certa parte di accettazione della identità europea.
Questo simbolo, per lo più rappresentato come una corona di stelle gialle su sfondo blu notte, deve idealmente essere un oggetto di identificazione unitario e un portatore di speranza rispetto ad un futuro positivo. Attraverso una pubblicizzazione intensiva e ampiamente diffusa ci cerca di far conoscere questa simbologia e di affermarne la valenza positiva (cf per esempio la cover con arcobaleno variopinto degli studi dell'«Euro-Barometer»).
Comunque questi simboli hanno dovunque da concorrere con la grandiosità e la potenza mediali del mondo commerciale dei video e del cinema, un problema che appare praticamente insuperabile dal punto di vista «propagandistico», tanto più che l'Europa come estensione sovranazionale è difficilmente comprensibile, se non nel senso di un viaggio turistico con l'aiuto di un biglietto «Euro-Rail».
Come piattaforma superiore di una struttura politica collettiva europea l'Europa comunitaria può guardare indietro ad una tradizione lunga più di trenta anni di accordi economici comuni tra i «sei grandi», recentemente diventati 12. Dal 1973 la burocrazia comunitaria di Bruxelles ha istituzionalizzato dei sondaggi di opinioni per la verifica del grado di accettazione, i quali, eseguiti regolarmente due volte all'anno sotto il nome «Eurobarometer», misurano le diverse posizioni in settori rappresentativi della popolazione degli stati membri. Queste ricerche includono nei loro campioni anche giovani dai 15 anni in su, poiché anche le opinioni dei diciottenni sono interessanti tenuto conto del loro ruolo di giovani elettori del Parlamento europeo. A dire il vero solo in pochissimi di questi conteggi la popolazione giovanile tra i 15 e i 30 anni appare, con il suo profilo di opinioni, separata dalle altre fasce di età.
Negli ultimi tempi ciò si è verificato solo in occasione delle elezioni del «Parlamento Europeo». In questo caso si è visto in modo terribilmente chiaro che proprio i gruppi dei più giovani mostravano un notevole deficit di partecipazione, che in parte arrivava ad essere fino al 40% in meno della partecipazione generale alle elezioni.
La gioventù europea non ha «nessun interesse per l'Europa»? Questa domanda colma di preoccupazione ha messo in agitazione i politici e gli amministratori fin da quando esiste questa Europa istituzionalizzata del dopoguerra, perché le risposte posseggono un notevole carattere legittimatorio per le scelte strategiche di quegli stessi politici ed amministratori. Dato che l'Europa della CEE si interessa politicamente dei giovani europei, questi stessi giovani dovrebbero interessarsi anch'essi per l'Europa dal punto di vista politico.
Questo potenziale risultato di scambio però funziona male. Visto che gli stessi adulti interrogati dei diversi stati comunitari quasi non riescono a vedersi come «europei», come ci si può aspettare che ci riescano proprio i giovani, ai quali il fatto di essere estremamente controllati lascia comunque pochissimo spazio per «giochi di perle di vetro» politici nella scuola, nella fabbrica, nella università e nell'esercito?! Particolarmente degno di considerazione all'interno delle misurazioni fatte dall'«Eurobarometer» è per esempio il fatto che nella media dei 12 stati comunitari, nel 1988 pur sempre il 44% non si è identificato mai come europeo; un anno più tardi questa percentuale era salita addirittura al 48% e nel 1990 infine si era arrivati ad una maggioranza del 51%, mentre la percentuale di coloro che si identificavano «spesso» come tali aveva oscillato abbastanza costantemente intorno al 15%!
Questo dato di fatto, che non permette certo di farsi illusioni, secondo il mio parere deve essere tenuto in considerazione guardando con interesse ai «giovani d'Europa», affinché non si verifichino false attribuzioni in considerazione della loro «mancanza di interesse» suppostamente legata all'età.
Il dato di fatto rilevante è che la maggioranza assoluta della popolazione dei 12 stati riuniti nella Comunità europea non si sente «europea»! Solo uno scarso sesto si riconosce occasionalmente in tale autoconcetto sovranazionale: probabilmente quegli esperti privilegiati e qualificati che sono attivi nelle loro professioni a livello internazionale e pertanto visitano spesso altri paesi e continenti.
La questione posta parallelamente dall'«Eurobarometer» rispetto alle categorie di valori dello «stile di vita tipicamente europeo» ha prodotto risultati non meno disillusori.
Né la «cultura», né la «democrazia», né lo «standard di vita» e neppure le «abitudini di vita» valgono per la popolazione dei paesi della CEE come «tipicamente europei». Solo la parola «pace» ha indotto quasi la metà degli intervistati ad una positiva dichiarazione pro-Europa; (in particolare nei Paesi Bassi [62%], in Grecia [58%1, e Francia [57%], mentre per esempio Spagna [33%], Gran Bretagna [37%] e Irlanda [37%] legano al concetto «pace» solo poche associazioni all'Europa, seguite dalla vecchia Germania Federale [46%], dall'Italia [48%] e dal Lussemburgo [48%], oltre che da Belgio e Danimarca [53%]). In ciò si può riconoscere il fatto che, dopo le violente esperienze di guerra di questo secolo, una parte significativa dei cittadini dei paesi della Comunità porta in sé almeno la nostalgia per la pace come elemento del proprio sentirsi «europeo».
Del resto però sembra che gli europei comunitari identifichino e sentano molto più i concetti di «democrazia» (38% di media), e di «cultura» (33%) come valori «europei».
Un bilancio privo di illusioni quindi: la maggioranza dei cittadini dell'Europa occidentale comunitaria è dunque ancora cieca rispetto agli elementi culturali e politici, comuni e unificanti a livello europeo.
Evidentemente i processi di integrazione politica ed economica non prendono affatto in considerazione queste arretratezze mentali della popolazione. Anzi al contrario i funzionari competenti derivano da ciò solo il fatto che sia necessario più denaro in campagne pubblicitarie più efficaci in favore del mercato comune comunitario, per «addolcire» le misure per il sostegno della competitività della grande industria europea sul mercato mondiale, ancora una volta solo attraverso argomenti ed offerte legate a persone.
Ciò vuol dire che nella realtà ad accelerare i passi verso l'integrazione per arrivare al «mercato interno comune europeo» sono in primo luogo gli obblighi economici e le strategie di controllo dei mercati internazionali ad essi legati. Comunque le fusioni di grandi industrie, cresciute notevolmente negli ultimi dieci anni, possono da questo processo ricevere migliori opportunità concorrenziali nei confronti delle ditte americane ed asiatiche.
Con gli interessi della maggioranza della popolazione europea legati allo stipendio questo procedimento politico- economico ha pochi punti di contatto riconoscibili. Tuttavia la prosperità del mercato di capitali e merci in Europa influenza naturalmente la situazione complessiva del «mercato del lavoro».
Essa segna dunque in modo decisivo le future condizioni di lavoro e di vita della maggioranza della popolazione dei paesi europei, in particolare di quei giovani che sono destinati a diventare futuri lavoratori e consumatori, così come offritori e richiedenti di servizi e merci.
Nei «comportamenti di consumo» quotidiani i cittadini adulti e giovani dell'Europa occidentale hanno senza dubbio già sviluppato le più vistose «comunanze europee».
Soprattutto nei settori non verbali dello sport, della musica, della moda, dei viaggi, del consumo dei media e di droghe, si sono realizzati legami intereuropei vari, che tra l'altro portano evidenti segni di una «americanizzazione» del gusto.
Inevitabilmente il «Grande Fratello» americano, nel suo ruolo di grande potenza da 45 anni quasi europea, ha affascinato e dominato le nazioni europee non solo nel settore politico, ma soprattutto in quello economico-culturale. Attraverso tutto ciò, volenti o nolenti, si è concretizzato tra loro anche un «minimo comune denominatore»: l'imitazione della cultura consumistica americana e dei suoi mondi simbolici.
Attualmente sembra proprio che questa offerta di hamburger di MacDonald's, di Topolino e Coca Cola, di personal computer, di videogames e di walkman ricoprirà presto anche l'Europa dell'Est e i paesi dell'ex Unione Sovietica, dal punto di vista consumistico ancora «vergini».
Così probabilmente lo sfondo di «Brave New World» degli USA diventerà anche là il catalizzatore unificante per la integrazione della seconda parte del «vecchio mondo» scossa nella sua consapevolezza di valori (marxisti- leninisti).

L'EUROPA DELLA CEE E I SUOI GIOVANI: UN RAPPORTO SOVRARAFFREDDATO

Che queste ambivalenze tra le dimensioni politico-strutturali da un lato e dall'altro quelle politico-culturali del concetto di Europa si rispecchino anche nella «ricerca giovanile comparativa europea» non appare sorprendente nella misura in cui la ricerca giovanile viene realizzata in questo settore primariamente come ricerca commissionata per le burocrazie politiche, le quali necessitano di dati di pianificazione per le misure in materia di politica giovanile.
Un progetto di ricerca giovanile comparativa estremamente istruttivo per il tema della identificazione sono stati gli studi rappresentativi commissionati nel 1982, nel 1987 e nel 1990 dalla CEE in 10 o 12 stati membri della Comunità riguardo i «Young Europeans», nei quali circa 10.000 giovani cittadini europei (tra i 15 e i 24 anni) sono stati intervistati in particolare sui seguenti gruppi tematici (i quali variano da studio a studio):
- le condizioni di vita dei giovani intervistati (dunque: situazione abitativa, formativa e di lavoro, livello di reddito e soddisfazione esistenziale in generale);
- il loro grado di qualificazione scolastica e professionale, la loro motivazione allo studio e al lavoro;
- le loro esperienze con consulenti per lo studio e per il lavoro, con disoccupazione di breve, di media e di lunga durata;
- le loro condizioni lavorative generali ed il loro grado di organizzazione sindacale;
- la loro percezione dei problemi politici e sociali, il loro atteggiamento rispetto a valori postmaterialistici, la loro partecipazione ad organizzazioni, la loro posizione rispetto alle discriminazioni sociali;
- le loro conoscenze delle istituzioni europee e gli atteggiamenti nei confronti delle stesse così come rispetto al mercato europeo e al processo di unificazione europeo dell'anno 1993.
Approfondendo l'analisi dei risultati salta agli occhi come l'«Europa» nel sesto gruppo di domande venga definita esclusivamente secondo criteri istituzionali. Vengono quindi chieste le conoscenze dei giovani e degli adulti riguardo alle più importanti istituzioni della CEE e del mercato comunitario. Chi conosca la distanza istituzionale e politica dei giovani rispetto ai propri sistemi statali nazionali, si meraviglierà ben poco del fatto che la soverchiante maggioranza dei «giovani europei» non abbia nessuna idea dell'ambito istituzionale e burocratico dell'Europa della CCE nel quale essi vivono. Essi ne sanno ancora meno degli adulti intervistati: si può comunque presumere che dagli adulti vengano date più risposte socialmente gradite di quanto non facciano i giovani; ciò significa che la differenza è più ristretta di quanto queste indagini lascino credere.
Per giunta appare ovvio che i finti sostenitori apparenti della CEE abbiano preso una posizione positiva solo come adesione in realtà non vincolante al protocollo. Poiché alla domanda centrale ricorrente, su quanti dei giovani europei giudicherebbero «male» il fatto di scoprire un domani che la CEE (il Mercato comune) sia «fallito», è riscontrabile ininterrottamente una maggioranza disimpegnata (la quale oscilla intorno al 45%). La accettazione delle istituzioni europee e della politica della CEE da parte dei giovani è dunque tutt'altro che assicurata. La maggioranza degli intervistati non si è percepita ancora come europea, anzi mostra molto poco interesse per i «problemi europei» e si preoccupa ben poco della sopravvivenza delle istituzioni CEE. La sintesi fatta dai relatori sottolinea il fatto che i giovani europei prenderebbero alla fin fine atto della Europa comunitaria come dato di fatto e non se ne preoccuperebbero oltre; essi devono ancora essere guadagnati alla «idea visionaria di una Europa unitaria».
Se si immaginano le notevoli conseguenze che un fallimento della integrazione europea avrebbe sulla vita futura dei giovani in Europa, allora risulta chiaro quanto «astratta» appaia loro palesemente questa prospettiva nonostante tutte le misure (di mediazione) propagandistiche, sia a livello scolastico che di politica giovanile. Non per l'Europa, e comunque non certo per l'Europa CEE, che impegna politici e scienziati, si impegnano i giovani dei paesi comunitari, bensì da un lato per i propri stili di vita culturali e dall'altro per i crescenti problemi che li toccano direttamente. Da un elenco di 11 cose della loro vita tra cui scegliere quelle che più interessano, il 44% dei giovani (rispetto al 28% degli adulti) ha scelto lo sport ed il 43% il divertimento di qualunque genere (di fronte al 26% degli adulti): argomenti che dunque hanno a che fare con la loro vita concreta di ogni giorno. Allo stesso livello si trovano poi le questioni riguardanti la pace e i diritti umani, insieme con i problemi del terzo mondo, dell'ambiente e della parificazione tra i sessi, così come gli interessi privati. L'impegno dei giovani per i problemi mondiali dal 1982 risulta addirittura cresciuto costantemente.
Per quanto superficiale sia un tale confronto quantificativo di opinioni tra campioni di giovani ed adulti della popolazione CEE, esso indica comunque una importante dimensione percettiva degli intervistati: il loro «mondo circostante» come contesto della loro conduzione di vita e la «intera società mondiale» come contesto per il loro essere cittadini della terra sono ugualmente importanti. Né i problemi della politica nazionale né quelli della politica europea godono un identico interesse cogni tivo ed emozionale: alla politica nazionale si mostrano interessati solo il 15% dei giovani (ed il 24% degli adulti). L'Europa come misura reale e come realtà istituzionale, la quale potrebbe gettare un ponte praticabile e vivibile tra i problemi nazionali e quelli di politica mondiale, si manifesta nel mondo politico dei giovani solo fuggevolmente.
Generalmente i giovani sono alla ricerca di una Europa «vivibile», cioè di un continente intrecciato a livello di comunicazione ed aperto alla mobilità turistica e professionale. Con la concretizzazione del mercato interno europeo nel 1993 e con l'eliminazione dell'obbligo del visto tra Europa occidentale ed orientale i governi hanno aperto loro svariate nuove opportunità. E tuttavia manca spesso ai giovani proprio la base finanziaria per la realizzazione dei loro sogni di libera circolazione. Il dislivello di mobilità turistica tra il Nord e il Sud d'Europa così come tra Ovest ed Est parla la inequivocabile lingua delle disparità economiche.
In qualunque modo si voglia valutare la distanza critica che esiste tra i giovani della CEE e l'Europa istituzionalizzata, la conclusione resta comunque la stessa: i giovani dell'Europa occidentale «non hanno nessun interesse» per l'Europa. I giovani dell'Europa dell'Est, che loro hanno vissuto il capovolgimento e la conclusione dei loro stati un tempo «socialisti», e che a causa di questi sviluppi sono profondamente «sradicati» sia economicamente che ideologicamente, si ripromettono invece dall'«Occidente dorato» dell'Europa, quindi anche dal suo apparato istituzionalizzato, tutte le tanto agognate meraviglie seppur in ritardo. Non tarderanno a manifestarsi dolorose esperienze di disinganno e di frustrazione.
Poiché questa Europa non è né il paese della cuccagna, né una organizzazione di beneficenza, anche se essa si trova tra montagne di burro e laghi di latte e trasforma vino in alcool industriale e verdura in concimi. I suoi regolamenti sono in effetti orientati al mercato, ma allo stesso tempo estremamente dirigisti. In molti casi gli stessi produttori di merci, per esempio i contadini europei, si vedono decisamente «espropriati» dalla politica di mercato europea, cosa che porta sempre più a drastiche azioni di protesta, come ben si sa. Gli obblighi di riconversione, in particolare della politica agraria comunitaria, hanno guadagnato alla Europa comunitaria di Bruxelles notevoli perdite di simpatie tra la vasta popolazione dei paesi interessati.
Se nella pianificazione di misure di formazione e di informazione centrate sull'Europa rivolte ai giovani dei paesi CEE si mette in conto quel profilo di interessi privatistici e di politica mondiale, definito dal politologo americano Ronald Inglehart come «postmaterialistico», allora si impedisce in sostanza alla gioventù di avere davanti agli occhi le «strutture istituzionali europee» come potenziali oggetti di identificazione. L'Europa burocratica si trova al di fuori non solo degli orientamenti dei giovani, ma anche da quelli degli adulti di questo continente, poiché essa funziona senza la loro cooperazione e perché essa non tiene in nessun conto le loro opinioni. Questa distanza emozionale degli europei da questa Europa comunitaria non è poi tanto sorprendente. Perché gli interessi collettivi si stabiliscono meglio sulla base delle mancanze evidenti, piuttosto che sulla base delle cose che funzionano, mentre il modo in cui queste grandi burocrazie sovranazionali affrontano i problemi non mette in discussione per niente le carenze nel settore dei «diritti fondamentali primari», ben poco quelle nell'ambito delle gestioni sociali secondarie e terziarie.
Per poter comprendere adeguatamente le definizioni dei compiti è necessario un procedimento informativo talmente complesso da diventare impraticabile per qualunque «cittadino normale», ancor meno per un giovane che si trovi solo all'inizio della sua «carriera di cittadino».

PROBLEMI CON L'IDENTITÀ COLLETTIVA DEL FUTURO

Un programma di sviluppo e di ricerca orientato verso i giovani, che prenda sul serio il contesto geopolitico e storico dell'Europa, con le sue profonde ristrutturazioni attualmente in corso a livello economico e ideologico, e che proceda comparando sistemi e cultura (comparando Nord-Sud, ma anche Ovest-Est), dovrebbe cominciare, piuttosto che dagli interessi burocratici delle istituzioni, dagli interessi collettivi dei suoi giovani destinatari.
Un programma di questo genere attualmente esiste solo a livello di accenni parziali, di tipo pedagogico-didattico. In particolare esso si appoggia sulle concezioni e sulle teorie «dell'apprendimento interculturale», le quali, con il sostegno autorevole del l'UNESCO e del Consiglio d'Europa, hanno propagato e promosso dalla fine della Seconda Guerra Mondiale la «riconciliazione» tra le nazioni e i popoli europei profondamente antagonisti.
Questo «apprendimento interculturale» rappresenta ancora oggi, nell'ambito della politica giovanile europea, in particolare del Consiglio d'Europa che dalla fine degli Anni 60 mantiene a Strasburgo un «European Youth Center» per le federazioni giovanili europee, uno degli orientamenti comportamentali etico-programmatici più importanti.
Si tratta in sostanza soprattutto di insegnare la tolleranza alla grande varietà di culture e società europee e di abituarle alla conflittualità quotidiana, per sconfiggere quell'«etnocentrismo» e quel «razzismo», i quali sono stati tanto crudeli e massificati nel passato più recente del nostro «vecchio» continente, portando infine al genocidio sistematico degli Ebrei dei Sinti e dei Rom europei eseguito burocraticamente dai tedeschi del Reich hitleriano e dai loro aiutanti fascisti. Dato che questo fascismo si collega a «messaggi visuali», che poggiano su una «definizione estetica dell'ordine morale», come George L. Mosse sostiene appropriatamente, le sue radici sono ancora oggi virulente. Il fascismo come «ideologia visuale», che suddivide tutti gli uomini secondo qualità percepibili sensorialmente in amici e nemici, uomini e «sottouomini», Insider e Outsider, potrebbe manifestare attraverso i processi di trasformazione estremamente critici dell'Europa dell'Est, o anche attraverso il «riaccendersi» fondamentalistico del conflitto Nord-Sud, inaspettate nuove potenzialità di energie. Oswald Spengler, il famigerato visionario della «Caduta dell'Occidente», ha pronosticato nel suo scritto «Anni di scelta», pubblicato nel 1936 ma orientato verso tutto il ventesimo secolo, il miscuglio estremamente fatale della «lotta di classe» economica con la «lotta razziale» genetico-culturale, trattando in particolare la sfida Nord- Sud: una visione di genere apocalittico che se misurata su scala mondiale non appare affatto così sbagliata.
Con la apertura dell'Est europeo avvenuta di recente e con l'adesione di Ungheria, Polonia e della Cecoslovacchia al Consiglio d'Europa, al Consiglio stesso, alla CEE e alle loro particolari burocrazie spettano ora molteplici nuovi compiti di integrazione economica, culturale e politica di popoli e sistemi. In tal modo non solo si allarga il consueto, assolutamente sconcertante spettro di lingue dell'Ovest europeo, bensì si manifestano di nuovo anche molti «vecchi» fronti di focolai di conflitti europei (tra Ovest ed Est, tra ricchi e poveri, tra istruiti e incolti, raggruppa menti di cristiani e non cristiani, abitanti di città e di campagna, ecc.), all'interno dei quali inoltre manifestano la loro forza dirompente le nuove forme di concorrenzialità rivolte alla acquisizione delle risorse agognate ma ristrette della ricca Europa occidentale.
La forte «spinta innovativa», della quale attualmente soffrono i paesi dell'Est europeo, richiede molta fortuna e occhio politico. Perché la pazienza collettiva dei popoli interessati, dopo 45 anni di dominio militare sovietico e di «economia pianificata» socialista, si è ulteriormente ridotta. Nella loro «impazienza rivoluzionaria» si trova un potenziale estremamente dirompente, totalmente incalcolabile, il quale non può essere assolutamente tenuto a freno in modo adeguato dalle istituzioni burocratiche dell'Europa occidentale. In tutto questo i giovani dell'Europa orientale giocano un ruolo che se non è certamente decisivo, è però quello di compagni di lotta all'offensiva.
L'apertura dell'Europa dell'Est all'Occidente, inaspettatamente veloce ed estremamente drammatica, con il suo «epicentro» nella riunificazione tra le due Germanie nell'ottobre 1990, non avrà conseguenze pesanti solo per il processo di «integrazione europea» del mercato interno comunitario (dal 1993); essa manderà a monte già ora le pompose politiche programmatiche in materia di politica e di ricerca giovanile. In particolare tende a venire in primo piano, in modo deciso, una notevole «necessità di recupero» dei consumi, e questo in tutti in più importanti settori della vita. Ideali-guida come «Pace, Libertà e Diritti umani», nei quali teoricamente durante gli anni Ottanta, cioè all'interno di una struttura europea di confronto bipolare, la maggioranza dei cittadini dell'Europa occidentale (giovani e vecchi) si era riconosciuta, adesso affiorano nella «Casa comune europea» con la possibilità di essere verificati praticamente. Poiché da diversi punti di vista a questi cambiamenti sono legati notevoli «processi di ridistribuzione» da parte dei ricchi paesi occidentali verso quelli poveri dell'Europa orientale, i «fratelli e le sorelle» che si trovano al di là della «Cortina di ferro» si vedono nel ruolo particolarmente scomodo di mendicanti e figliastri dello sviluppo europeo.
Anche la loro aspirazione di libertà, pace e diritti umani è rimasta in pratica insoddisfatta per decenni. Se questo sviluppo non avanzerà subito e di pari passo con una rapida ed efficace ricostruzione economica, così come era accaduto dopo il 1945 ai paesi dell'Europa occidentale con l'aiuto del «Piano Marshall», anche le misure extraeconomiche saranno condannate al fallimento. Il governo americano aveva già allora ammesso giustamente che non esiste misura migliore per assicurare le strutture democratiche in Europa della prosperità economica. È da sperare che la «seconda democratizzazione dell'Europa» avviata negli Anni 90 sotto medesimi auspici riesca tanto bene quanto la prima, anche se questa volta si dovrà diffondere senza un «temibile avversario» (l'Unione Sovietica) al confine e tenendo conto che notevoli mezzi finanziari dovranno essere investi per il contenimento del conflitto Nord-Sud.
Il vicino Golfo Persico, che nel gennaio 1991 è diventato non solo un desertico campo di battaglia ma anche un mare di fiamme di dimensioni apocalittiche, secondo il mio parere non annuncia niente di buono per il futuro dell'Europa, il quale è legato profondamente sia sul piano economico (per le importazioni di petrolio e per l'espropriazione di armi) che a livello politico (a causa di Israele) alla regione del Golfo. Perché senza dubbio c'è qui in Europa materiale infiammabile vecchio e nuovo a sufficienza, sia in senso tecnico-militare che in senso sociopsicologico: laddove ancora oggi i campi di mine e i depositi di gas velenosi delle due guerre mondiali non sono ancora stati ripuliti integralmente, in questi 45 anni di «confronto Est-Ovest», freddo a quanto si dice, in pratica estremamente pericoloso, e di corsa agli armamenti ad esso legata, la lingua di terra europea si è trasformata in un vero «Vaso di Pandora». Da nessuna parte nel mondo esiste una concentrazione ugualmente fitta ed ugualmente pericolosa di armi di sterminio. Il loro smantellamento controllato richiederà decenni, sempre che esso un giorno vada in porto. Comunque gli accordi di disarmo della Conferenza Europea per la Cooperazione e la Pace tra i vecchi avversari della NATO e del Patto di Varsavia, sono intrecciati con «vimini», molto promettenti e assolutamente vitali, di offerte di cooperazione civile. Resta da sperare che essi trovino abbastanza presto la strada per arrivare ai cittadini turbati dell'Europa dell'Est.
Altrimenti si potrebbe arrivare troppo facilmente a guerre civili in zone determinanti delle regioni che una volta erano sotto il controllo «socialista». Inoltre anche gli «attriti» nelle regioni di confine tra i due blocchi di alleanze un tempo separati, contengono una forza dirompente notevole a livello politico e sociale. Chi è in grado di dire se, quando e per quale ragione essi potrebbero infiammarsi? Chi ha doti chiaroveggenti, potrebbe attualmente trovare comunque molte ragioni per vedere «nero». Un pessimismo realistico potrebbe tuttavia essere una guida estremamente importante per la elaborazione individuale e collettiva di una prospettiva di sviluppo degno di essere vissuto: per imboccare la strada che ci conduca verso «un mondo in cui gli uomini possano vivere senza promesse politiche di riscatto e però come uomini».