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Ascoltare il desiderio


Giannantonio Bonato

 

1. Bisogni e desideri: intreccio e simbiosi

 

Vorrei innanzitutto spendere una parola per rivalutare la dinamica dei bisogni umani; essi sono, infatti, riconosciuti, accolti e corrisposti da tutti come una necessità inevitabile ma sono guardati con sospetto dall’educatore in ragione della cultura del consumo che sembra imporre ovunque la sua logica compromettendo non solo senso critico, libertà ed affermazione della individualità (omologazione) ma ancor più la dinamica stessa del desiderare umano poiché, nel consumatore, s’impone “il desiderio di vivere nella realtà le fantasie piacevoli dell'immaginazione e la possibilità di realizzare quest'aspirazione vi sta in ogni "nuovo" prodotto. Ma poiché la realtà non può mai offrire i piaceri perfetti delle fantasticherie (o, casomai, solo in parte e molto raramente), ogni acquisto si traduce in una vera e propria disillusione e ciò spiega anche perché il desiderio si estingua così presto. Ciò che non si estingue, invece, è l'essenza di questa brama prodotta dalle fantasticherie e di qui nasce quella potente determinazione di trovare sempre nuovi prodotti che possano di volta in volta fungere da oggetto del desiderio (C. Campbell). Il desiderare umano viene così corrotto perché distolto dal dato di realtà e ripiegato sull’illusione dell’irreale così che il desiderio abita sempre altrove, ossia risulta “alienato”.
Pericolosi, dunque, i bisogni, gravati da questa ipoteca negativa? E tuttavia riconosciamo che hanno qualcosa a che fare con la dignità stessa della persona, se essi stanno a fondamento dei così detti “diritti umani” mentre, in ambito più strettamente cristiano, sono la materia prima (non esclusiva) di quella “carità” che rende visibile la “agape” di Dio, misurando, allo stesso tempo, la verità della nostra corrispondenza, sì che nessuno può dire di amare Dio se non dà un pane all’affamato e un vestito all’ignudo.
Riconciliamoci, dunque, con i bisogni e proviamo a guardarli un po’ più da vicino cogliendone solo alcuni aspetti.


1.1 Quanto all’oggetto. Va notato che i bisogni non sono esclusivamente orientati alle cose: esistono sì bisogni primari che urgono verso l’immediata soddisfazione delle esigenze vitali, ma esistono, ed altrettanto impellenti, i bisogni relazionali: ne fa fede l’intreccio fascinoso, nel piccolo d’uomo, tra alimentazione e rapporto affettivo con la madre. Ed esistono pure i bisogni valoriali che esprimono l’esigenza di dare e trovare dei significati ai comportamenti, alle esperienze e all’intero arco vitale. Intuiamo già che il bisogno intercetta il desiderio se, per il momento, diamo per buono il postulato che quest’ultimo si orienta più alle persone che alle cose. Il bisogno, dunque, racchiude il sé un segreto ed una promessa: tutto sta individuare ciò che sta “dentro” e ciò che sta “oltre” il bisogno: forse il bisogno trova nell’oggetto del suo appetito un “dono” di cui godere e per cui ringraziare; non per nulla tutte le religioni conoscono liturgie di azione di grazie per i frutti della terra e, in generale, per i beni che rendono più umana e lieta l’esistenza, senza escludere Israele che, nei salmi e nella letteratura sapienziale, fa del godimento di tali doni uno dei motivi principali per lodare ed invocare: dai doni al Donatore il passo è facile, celebrando così, allo stesso tempo, la grandezza di Dio e quella dell’uomo, entrambi uniti nell’esultanza per una vita che, manifestandosi “benefica”, svela la “benedizione” di quel Dio che “dicendo bene” dell’uomo fa esistere tale bene, e chiama, allo stesso tempo, alla responsabilità di custodirlo, condividerlo e moltiplicarlo.


1.2 Quanto alla libertà. Qualcuno afferma che il bisogno obbedisce alla necessità e quindi risponde al codice del prevedibile, del preordinato, quasi del coattivo; mentre il desiderio, straccandosi dalla pura necessità, risponderebbe al codice dell’invenzione, del sogno, della novità inesauribile e della libertà senza confini. Ma dobbiamo riconoscere che entrambi partecipano di taluni gradi di necessità o, inversamente, di libertà reciproca. Persino i bisogni più rigidamente iscritti nel programma genetico comprendono una certa gamma di possibilità che esclude il meccanicismo di una risposta unica. Se soffro la fame, è chiaro che avverto l’urgenza di nutrimento e tendo a saziarla; ma, in situazioni di normalità, mi rimane la possibilità di scegliere tra alimenti diversi; e, in alcuni casi, posso addirittura accedere al cibo anche se non affamato, magari per significare una disposizione d’animo quale la condivisione, l’amicizia, la festa; oppure posso astenermi dal cibo per significare lutto, dolore, ascesi e dare in tal modo corpo a valori che ritengo importanti per me stesso e per gli altri, in quella circostanza o in assoluto. In altre parole, mentre nell’animale il bisogno è sempre collegato con uno stato di necessità concreta e cogente, nell’individuo umano esso implica una progettualità ed una strategia che mettono in gioco la libertà. E’ vero tuttavia che, rispetto al bisogno, il desiderio appare più svincolato dai condizionamenti imposti dalle necessità primarie; ma pure esso deve fare i conti con i condizionamenti, e sono quelli degli influssi ambientali quando non solo suscitano, risvegliano ed orientano il desiderio, ma talora ne distorcono la traiettoria o tendono a soffocarlo minacciando così la verità e l’integrità della persona. Bisogno e desiderio appellano, entrambi, alla libertà. Il che sta a dire che invocano quell’autoformazione e quegli interventi educativi che consentano di riconoscerli, descriverli ed ordinarli secondo una logica di priorità gestendo, allo stesso tempo, le modalità e la misura della loro soddisfazione.


1.3 Quanto alla tensione. Si dice che il bisogno tenda al futuro nel senso che, obbedendo all’istinto di sopravvivenza, cerca di assicurare quelle condizioni che consentono di fare un ulteriore tratto di strada nella vita: il soddisfacimento dell’oggi dischiude ad un domani ancora possibile; e così, di tratto in tratto secondo una linea che punta all’avvenire finché l’esistenza dura. Quanto al desiderio ci sono teorie (sopratutto analitiche) che lo vogliono rivolto più al passato che al futuro, definendolo nostalgia d’una beatitudine paradisiaca che non c’è più: il desiderio sarebbe, così, un’illusione per compensare le frustrazioni dell’esperienza concretamente vissuta ricorrendo al mito dell’origine; i desideri affonderebbero le radici nella memoria che suscita la nostalgia. Ma è davvero così? Si desidera davvero ciò che si è perduto o si desidera ciò che non si è mai posseduto, nel senso che la nostra origine è, propriamente, mancanza d’essere, incompletezza, limite invincibile? “Il desiderio non aspira al ritorno poiché è un desiderio d’un paese nel quale non nascemmo”(Lévinas). La pienezza, in altre parole, non sta nel passato mitico (creato, forse, dal nostro stesso desiderio) ma nel futuro, quello nel quale avvertiamo di poter nascere ed abitare. Se questo è vero, il movente del desiderio non può essere cercato nel ritorno al passato ma nello sguardo che si volge all’avvenire, sogno e creazione del nuovo possibile. Bisogno e desiderio hanno, dunque, in comune la presa sul tempo poiché chi muove verso il futuro lo può fare solo dal presente della sua anticipazione: si desidera un nuovo avvenire dal presente in cui siamo. Concretezza del bisogno e sogno del desiderio trovano qui un punto d’incontro e un vincolo di solidarietà.


1.4 Quanto ai pericoli. E’ doveroso farne cenno poiché sarebbe ingenuo indulgere ad una apologia dei bisogni-desideri quasi rieditando il mito illuminista del bon sauvage per dimenticare la fatica di essere e di costruirsi come umani. Vero è che il sospetto maggiore pesa sul bisogno imparentato com’è con le pulsioni istintuali che lo possono piegare a soddisfacimenti devastanti per la dignità della persona, la convivenza pacifica e la salvaguardia del creato. Ma neanche il desiderio è immune da malattie: il desiderio centrato su di sé porta al narcisismo esasperato; il desiderio dell’io che persiste nella scissione instaura l’autocontraddizione; il desiderio plasmato su quello dell’altro porta alla identificazione mimetica; il desiderio rivolto contro di sé porta la masochismo mentre il desiderio contro l’altro porta al sadismo e alla violenza; il desiderio di relazione vissuto secondo il primato dell’io si arena nella possessività; e quello vissuto nella subordinazione induce alla dedizione sacrificale. Non è il caso di descrivere più ampiamente queste ed altre derive, ma l’allarme è d’obbligo tanto più che viviamo in una cultura che sembra esaltare il soddisfacimento dei bisogni e l’esaudimento dei desideri in chiave di pura e semplice spontaneità (spontaneismo etico), sulla convinzione (vera o strumentale?) che in questo stanno l’espressione più vera e l’esercizio più efficace dell’umana libertà.


1.5 Intreccio, ma anche simbiosi. Poiché il bisogno necessita del desiderio come il desiderio necessita del bisogno. Se è vero che il bisogno è l’impulso che cerca le condizioni di vita perché spinto da necessità, è anche vero che, in certa misura, il desiderio trascende il bisogno: non nel senso che se lo lascia alle spalle bensì in quanto lo porta in sé e lo trasforma. Potremmo dire che il bisogno sta al desiderio come l’incarnazione sta alla trascendenza: nel desiderio i bisogni vengono assunti ed orientati a quel bene che il desiderio ha intravisto, trasformandosi così in energie che trascinano tutta la persona verso quel bene volendolo e perseguendolo perché diventi un bene da vivere in quanto riconosciuto come bene di vita. Senza questa “carnalità” del bisogno che mette in moto la volontà per“appetere” (ad-petere = tendere verso) , il desiderio altro non sarebbe se non immagine muta, sogno vuoto, pericolosa illusione. Potremmo dire che il bisogno è il luogo di gestazione del desiderio; un seme che affonda le radici nella carne ma in vista di crescere e maturare come persona: non c’è persona senza quella carne, ma non è umana quella carne se non diventa persona. E qui entra in funzione il desiderio che offre al bisogno il richiamo della trascendenza: meno legato alla pura e semplice necessità, esso mette in campo la libertà di scelta e la fantasia della creatività per individuare le vie della personale umanizzazione, appellando il bisogno ad orientarsi al “di più”, al “diverso”, all’“oltre”, offrendo al bisogno cioè il senso e l’appello del “mai compiuto”, del “radicalmente diverso”, dell’“infinito appagamento” e impedendogli così di accontentarsi, di ripiegarsi, di soddisfarsi in se stesso e per se stesso. Drammatica è la situazione quando si rompe questa vitale solidarietà, quando cioè il bisogno si slega dai desideri o quando i desideri prescindono dal bisogno; è la scissione tra la carne e lo spirito, col predominio d’una dimensione sull’altra, poiché il bisogno può fagocitare il desiderio umiliandolo fino a spegnimento mentre il desiderio può negare il bisogno sospingendolo fino alla rivolta; qui c’è in gioco il non facile equilibrio psicofisico non meno che quella relativa maturità che consente alla persona di esprimere le proprie potenzialità sviluppandole fino a piena maturazione. Ma qui c’è in gioco anche la tonalità dominante della spiritualità che viviamo ed andiamo proponendo: uno spettro assai vasto tra due poli estremi, quello dello spiritualismo disincarnato e quello del materialismo negatore della trascendenza.

 

2. La dinamica del desiderio


2.1 L’etimologia di desiderio è conosciuta:

“de-siderium” viene da “de-sideribus”, “dalle stelle”: il che sta a dire che il desiderio è tensione della persona verso qualcosa che la supera, che sta in alto, che brilla e perciò la affascina e la attira. Il desiderio non nasce dal basso, nasce dall’alto. E’ per questo che non s’accontenta del dato acquisito (sia pure l’appagamento d’un bisogno), è per questo che interrompe la continuità del vissuto, sovverte l’ordine stabilito e va contro la consueta linearità della logica. Non è raro che il desiderio si manifesti addirittura come qualcosa che travolge il piano esistenziale, ossia la gerarchia degli obiettivi, la priorità dei significati, l’armonia interiore, fino a diventare una sorta di ebbrezza (estasi) che introduce in un altro ordine, quello del sogno, della possibilità inedita, della sfida. E’ rivoluzionaria la spinta del desiderio; ed è forse per questo che la nostra società tenta di controllarlo predisponendo richiami e possibilità che si trasformano in percorsi obbligati e perciò facilmente controllabili da chi gestisce il potere.


2.2 Ed è proprio questa carica così intensa che giunge a modificare, addirittura, l’“oggetto” del proprio desiderio rispetto alla loro dimensione concreta, perché si caricano di valenze simboliche, di richiami, di allusioni, di suggestioni, di promesse, ossia di quell’eccedenza di senso che non possiedono nella realtà; ma è così che vengono colti dal desiderante, proprio come proveniente dalle stelle, ossia da una fonte di positività eccedente le normali esperienze ed opportunità; e talora come qualcosa di imprevisto ed imprevedibile, di immeritato e di gratuito, una “grazia” che suscita meraviglia ed apprensione allo stesso tempo (e il desiderare stesso non è percepito, a volte, come un dono immeritato che riaccende la vita?). Così che possiamo parlare di reciproco influsso: mentre l’oggetto desiderato modifica il soggetto desiderante attirandolo a sé (egli non è più quello di un attimo fa), è il desiderante stesso che, protendendosi verso l’oggetto, lo ricrea come se già lo conoscesse e lo possedesse; tant’è che alla fatica del camminare verso, s’accompagna il godimento come per un incontro anticipato. Non è forse vero che, a volte, è maggiore il godimento dell’attesa che quello dell’appagamento? E’ una modalità di conoscenza del tutto particolare che investe razionalità e irrazionalità, corporeità e spiritualità, sogno e realtà, una conoscenza coinvolgente tutte le dimensioni della persona, una conoscenza per reciproca contaminazione, oseremmo dire per compenetrazione, quasi il significato che la Bibbia attribuisce al verbo “conoscere” alludendo alla relazione coniugale.


2.3 Ma c’è un terzo elemento che merita attenzione: questo “altro da me” che intuisco come dono e che perciò mi attira, impone di restare sempre e comunque “altro da me”, proprio mentre è simile a me (altrimenti neppure potrei intuirlo e desiderarlo). Ossia, non può essere semplicemente un altro da fagocitare e distruggere, ma deve essere qualcosa o qualcuno da mantenere come altro, altrimenti il desiderio si spegne: muore il desiderio quando viene meno la distanza tra me e l’altro, quella distanza che fa nascere ed alimenta la tensione, che è l’energia stessa del desiderio, la sua insaziabile vitalità. Ciò non significa che non ci siano oggetti del desiderio consumabili e da consumare; ma avvertiamo che essi appagano per un poco (e ci accorgiamo che, in realtà, sono più oggetti del bisogno che del desiderio) ma subito dopo l’appagamento riaprono la mancanza ossia riaccendono il desiderio; quasi a dire che esiste una illimitata sporgenza del desiderio rispetto a tutto ciò che l’esperienza concreta può offrire in ordine all’appagamento; quasi a dire che il desiderio, mentre appetisce questo o quel bene, tende a qualcosa o qualcuno che ha da essere il tutto perché solo il tutto è l’irriducibile e l’inesauribile “altro da me”, il solo che può mantenere perennemente vivo il desiderio essendone la sorgente e il termine. Un’impronta di totalità che non proviene dal passato (il mito cui già facemmo cenno) ma solo dal futuro come una terra promessa in cui scorrono latte e miele, ossia abbondanza di vita. La strada del desiderio è davvero la strada dell’esodo, gioiosa promessa e, al tempo stesso, faticosa ricerca.

 

3. La meta è l’incontro


3.1 Queste considerazioni ci permettono, ora, di identificare quella luce (stella) che suscita, attrae ed orienta la traiettoria del desiderio. Cosa esiste di realmente simile a me e, al tempo stesso, di radicalmente diverso da me e perciò di irriducibile a me sì che la dinamica del desiderio sempre vivifica e dinamizza la mia vita? Non tanto le cose quanto il tu personale verso il quale mi protendo per l’incontro: non le cose come oggetto, dunque, ma l’altro come soggetto, poiché solo questo altro come soggetto è una realtà che non è racchiusa nella determinatezza e perciò inesauribile nel suo mistero; incontrare l’altro è, infatti farsi ospitare dal suo mistero mentre gli si dischiude il proprio mistero. Tant’è che le cose stesse, oggetti di possibili desideri, dicono sempre relazione all’io o al tu, il più delle volte all’io in relazione con un tu, tanto che, spesso, si trasformano in linguaggio che rivela, mimetizza o nasconde il desiderio più vero e profondo; che nasce, poi, dal grembo di carne di un bisogno universale se dobbiamo dar credito alla  maggior parte degli antropologi che lo identificano con l’insopprimibile anelito ad essere riconosciuti ed accolti, in altre parole amati. E’ da qui, dicono, che s’incontrano e si dipartono tutti gli altri bisogni. Possiamo allora dire che anche il desiderio dell’altro può essere considerato punto di partenza e di ritorno d’ogni altro desiderio. Per quanto il desiderio possa volgersi a ideali, valori cognitivi, estetici, economici o morali, a situazioni o ad eventi, la sua specifica intenzionalità è sempre diretta, in ultima istanza, ad una realtà personale.


3.2 Percorso entusiasmante ma anche arduo, mai definitivamente concluso: impariamo a desiderare cercando ed incontrando oggetti differenti che, se non ridotti a puro consumo, dilatano e persino suscitano il nostro desiderio, consentendoci di affinare la consapevolezza della nostra vocazione e dignità; anche l’altro entra nel campo di questa ricerca, fino al giorno in cui non desideriamo più l’altro per la positività che ci può offrire ma desideriamo l’altro in quanto altro, desideriamo il desiderio dell’altro; certamente quando incontra il nostro stesso desiderio, ma anche quando lo supera, talora lo modifica, in taluni casi lo smentisce, perché amare è sempre fare spazio all’altro creando un vuoto accogliente che può conoscere la ridefinizione dei propri desideri, talora anche la parziale rinuncia. E ciò per il fatto che quando giungo a godere dell’amore non conta solo ciò che mi viene dato, ma conta ancor più chi è che me lo dà. Certo, continuiamo a desiderare di essere riconosciuti, apprezzati, amati ma non più o non sempre secondo la logica del possesso ossia della riduzione all’altro a noi stessi (non di conquista si tratta ma di incontro), bensì secondo la logica della gratuità, soprattutto senza porre l’amore dell’altro come condizione preliminare per poterlo amare; ed è qui che il desiderare umano incontra la forma più alta di libertà, quella che consente di superare ostacoli, frustrazioni, attese, e persino di vivere l’amore nell’assenza; è qui che libertà e amore tendono a farsi unità, vera immagine e somiglianza di Dio. E ciò nulla toglie alla spontaneità dell’amore, perché spontaneo qui non vuol dire selvaggio, ma autenticamente libero. E’ un luogo viaggio l’amore, ed è sempre un’attesa, ogni gesto di amore diventando un incontro differito.


3.3 Eco di un infinito? Perché l’altro è infinito ma solo in un certo senso, e non solo per la creaturale limitatezza di ogni persona, ma anche perché il mio desiderare intercetta il desiderio dell’altro ossia la sua libertà che può aprirsi o chiudersi, corrispondere o rifiutare, liberare o asservire; l’ambiguità dell’altro è la mia stessa ambiguità; ed è questo che può far degenerare l’amore quando, in ragione dell’angoscia soggiacente, scatta la tendenza ad assicurarmi sempre e comunque l’altrui disponibilità al riconoscimento, magari anche negando la sua libertà e riducendolo, perciò, ad oggetto di quello che non è più un desiderio ma un bisogno camuffato da desiderio. Forse è per questo che, nell’espressione più vera ed intesa dei desideri, i desideranti avvertono che verità, gratuità, totalità, infinito ed eternità possono giungere solo da un Desiderante Terzo, un Altro che infinitamente li possa rassicurare ed appagare in quanto sorgente, custode, educatore e  garante del desiderare umano: amare, allora non è solo ospitare il mistero dell’altro ma abitare, insieme, il mistero dell’Invisibile.

 

4. Bisogno e desiderio di Dio


4.1 Che esista un bisogno di Dio almeno come Ente trascendente che in qualche modo ha a che fare con il destino del mondo e la sorte dell’uomo, una Alterità (personale o meno) cui appellarsi in situazioni di dolore inconsolabile ma anche di felicità incontrollabile, sembra esperienza ampiamente, (qualcuno dice: universalmente) provata. E’ un segno dell’autocoscienza quando avverte che l’accettazione del limite non descrive pienamente e definitivamente la dignità umana né le acquisizioni positive (personali o storiche che siano) possono acquietare la fame d’essere; come se “l’uomo superasse l’uomo”, per dirla con Pascal; cosicché, per dirla questa volta con Maritain,“niente è più umano del fatto che l’uomo desideri naturalmente cose impossibili alla sua natura”; dunque, non per il difetto del bisogno l’uomo è strutturalmente attesa ed invocazione, ma piuttosto per l’eccesso del suo stesso desiderio. Di qui la gioiosa scoperta di Agostino quando riconosceva “che ci hai fatto per Te, o Signore” sì che l’inquietudine del cuore non si appaga se il desiderio non giunge a questa sua Foce naturale, non certo per estinguersi ma per rinascere nel desiderio del Desiderante.


4.2 Vero è che questo impulso, ampiamente e ambiguamente religioso, tende a un Dio di potenza e così fa nascere il sacro, proiezione umana che dà una risposta distorta ad un bisogno vitale della persona. E, spesso, si tratta di un sacro idolatrico perché la sostanza dell’idolo è proprio la potenza. E il bisogno, dicevamo, va ascoltato ed interpretato, non certo misconosciuto o represso, perché esso parla sempre e comunque della vita, predisposto quindi ad aprirsi alle ragioni della vita, ai valori, ai beni che costituiscono l’autentico valore della nostra vita.


4.3 E’ possibile che il bisogno di Dio si trasformi in desiderio di Dio? E’ una metamorfosi possibile ed avviene - talora improvvisamente, talaltra molto lentamente – quando a diventare importante non è più tanto la realizzazione d’uno scopo e l’appagamento autoreferenziale quanto “l’incontro con quella realtà assoluta cui già nel bisogno si sente di appartenere. Come un bambino adottato o abbandonato che non ha mai conosciuto i suoi veri genitori, l'essere umano si muove alla ricerca dell'origine da cui proviene e che in qualche modo porta indelebile in sé, attendendo da questa rivelazione quella verità che dà senso al suo essere nel mondo. E proprio il bisogno di Dio che non si accontenta di essere colmato in qualunque maniera e da una credenza qualsiasi. Se lo fa, esso è già stato esautorato dall'angoscia. Il bisogno di Dio, purché non sia contraffatto, mantiene la natura di una fame che però non punta più a riempire un vuoto, come accade quando mi manca il cibo, bensì a godere di una relazione permanente. Una relazione che non può essere estinta e metabolizzata come se fosse un oggetto da assimilare, perché il bisogno stesso questa volta chiede che la realtà cercata viva in modo assoluto, giacché è cercata come l'origine, l'essenza e il futuro della vita stessa. Così il bisogno di Dio, se non viene alterato e coartato, genera in sé il desiderio di Dio perché è il bisogno stesso a voler riconoscere il suo vero Interlocutore e accetta riconoscimento solo da questi. Si risveglia allora il desiderio come una tensione che comprende e trascende il bisogno stesso” (R. Mancini).


4.4 Strada non facile neppure questa perché spesso disorientata dalla frustrazione della lontananza, del silenzio, dell’assenza di questo Tu personale; e l’angoscia è sempre in agguato per piegare il desiderio verso gli idoli di potenza che sembrano, lì per lì, rassicurare e proteggere mentre promettono ciò che non possono mantenere. Ma è anche possibile che tali difficoltà introducano in una ospitalità ancor più libera e in una confidenza ancor più ampia così che l’esperienza del deserto non è più la prova di un’illusione, ma un invito: non limitarti a cercare, lasciati piuttosto cercare! E si procede verso il punto vertice dell’esperienza non più solo religiosa ma di fede, quando il nostro desiderio, provato e per questo purificato ed affinato, avverte di essere desiderato, sente di essere e di vivere nel desiderio che Dio prova per noi: adora e si abbandona.

 

5. Linee educative


Vorrei terminare questa introduzione al Convegno indicando alcune linee educative, limitandomi a semplici e fugaci spunti, in ciò coadiuvato dalla suggestione delle immagini. Non sviluppi particolari, quindi, né interessanti esemplificazioni; solo alcune piste che possono indirizzare la nostra ricerca di questi giorni, ravvivando quella passione educativa che ci accomuna nel segno di Don Bosco. Prendetele perciò come indicazioni di possibili cammini, magari rapportando ad esse la vostra personale esperienza.

 

5.1 Educare all’interiorità

5.1.1 Il percorso dalla superficialità all’interiorità è parallelo a quello dai bisogni ai desideri. E la spinta culturale è sempre più, oggi, nella direzione della superficialità. Fra i tanti aspetti di questa cultura, ne prescelgo uno che avverto estremamente grave per i nostri giovani, ed è la cultura dell’immagine.  Se lo slogan degli anni ’70 era “essere o avere” (Fromm), se quello degli anni ’90 era “vivere non sopravvivere” (welfare per tutti) oggi lo slogan imperante è “comparire o scomparire”: se non appari non sei. E’ la soggettività disciolta nell’immagine. Basti pensare ai nostri ragazzi (ma anche a noi adulti): la paura della solitudine, del silenzio, del non riconoscimento, dell’opinione altrui, del confronto sempre più spietato. La più decisa autoreferenzialità si sposa con la più efficace omologazione. Una constatazione? L’io dissolto nei messaggini SMS, l’io che si sporge ma senza mai rivelarsi del tutto, senza impegnarsi nella relazione né con se stesso né con gli altri; ecco la paura del rapporto vero, diretto, responsabile, impegnativo e durevole; allo stesso tempo attrazione e repulsione: è il dramma dell’adolescente; donde una solitudine che non è quella essenziale, ma è il velenoso frutto dell’isolamento, con l’inevitabile abbandono alla con-fusione; è l’io che sparisce nell’indistinto. L’uomo dell’immagine smarrisce l’immagine dell’uomo. Di qui l’urgenza di educare l’interiorità, partendo dall’educazione al gusto della propria interiorità. I percorsi qui sono molteplici (tanto ricca, complessa e, in parte, misteriosa è la nostra interiorità) e l’educatore vi si impegna impegnando i suoi giovani alla riflessione, all’autoanalisi, al confronto.

 

5.1.2 A me pare, tuttavia, che vi sia un percorso piuttosto trascurato, ed è quello di far parlare i desideri: i giovani non sanno più dirli forse perché non sano più riconoscerli nella confusione interiore che si ritrovano dentro; ed è un’incapacità che dice chiusura nella peggior gabbia di solitudine, poiché la peggiore fra tutte è quella di essere stranieri a se stessi. Bisogna allora restituire un linguaggio adeguato per aiutarli a dar voce al desiderio. Penso a Don Bosco: i sogni che raccontava, le visioni che trasmetteva, le recite spontanee, le composizioni di circostanza, le rappresentazioni del teatrino: erano altrettanti modi per suggerire ai suoi ragazzi il linguaggio dei desideri, dei sogni, degli orizzonti vasti, dei valori grandi, delle prospettive esaltanti. Ma è soprattutto “raccontando” i propri desideri che Don Bosco suscitava ed educava quelli dei suoi giovani: è l’educatore che ha il coraggio di sporgersi e di narrarsi, offrendosi così come parete rocciosa su cui può trovare eco la flebile voce del desiderio giovanile.

 

5.2 Educare alla radicale insoddisfazione

5.2.1.Si tratta di una insoddisfazione radicale; non dunque, l’insoddisfazione per questo o per quel bene non conseguito o non pienamente goduto, non la frustrazione per questo o quell’obiettivo non pienamente raggiunto o  miseramente fallito; è qualcosa di più, è il non accontentarsi mai, e non solo di ciò che si ha ma di ciò che si è; è la spinta dell’autotrascendenza che urge la libertà verso orizzonti sempre più ampi, così che si cammina di desiderio in desiderio fino ad incontrare il desiderio stesso di Dio, Lui che è la vita, la libertà, l’amore, la promessa e il compimento. Il reclinarsi del desiderio sul bisogno ottunde questa spinta, banalizza la vita, espropria la persona della sua stessa grandezza e dignità. Educare alla insoddisfazione: non significa denigrare i beni della terra né prescindere dalle concrete e talora dure esigenze che la vita impone; vuol dire, piuttosto, non appagarsi mai del dato e dell’acquisito, sognare sempre un “oltre” che, mentre attira verso di sé dà sapore anche a ciò che ha, a ciò che si è, a ciò che conquista, a ciò che si vive, a ciò che si sogna. L’infinito non è mai antagonista del finito, semmai lo comprende e lo realizza proprio sospingendolo oltre se stesso verso una pienezza di cui è simbolo e richiamo. L’educazione ad una certa “qualità della vita” trova qui la sua ragione e la sua promessa.

5.2.2. Ed ecco entrare in gioco la pedagogia dell’inquietudine: sul piano della razionalità significa provocare i giovani ad andare oltre le frasi fatte, i luoghi comuni, gli stereotipi culturali per dare ragione delle proprie idee; sul piano dell’affettività significa guardare in faccia emozioni e sentimenti per verificare se attingono a ciò che di più vero e profondo si agita nel cuore dell’uomo; sul piano etico significa valutare orientamenti, scelte e comportamenti traguardandoli sull’orizzonte dei valori già acquisiti e di quelli che, progressivamente, si affacciano all’autocoscienza.

5.2.3 Una pedagogia dell’inquietudine che deve andare di pari passo con una pedagogia della consolazione, nel senso etimologico della parola, ossia quello di “comunicare forza”, poiché è destabilizzante l’inquietudine e può suscitare difese ed invitare a pericolose fughe. E’ l’educatore che comunica forza, ma come? Creando le condizioni perché si possa sperimentare la gioia. C’è differenza, infatti, tra appagamento e godimento, l’uno attiene maggiormente ai bisogni e l’altro attiene più ai desideri. E penso a Don Bosco, e al suo “esercizio della buona morte”: se andiamo al di là degli schemi teologici e del linguaggio catechistico dell’Ottocento troviamo un’intuizione formidabile: richiamare alla radicale inquietudine del finito e, allo stesso, tempo, attivare la festa come esaltazione della vita sulla promessa del Dio della vita; ed è simpatico che Don Bosco, in quell’occasione, non trascurasse neppure il bisogno tant’è che ben più abbondante e saporita era la colazione dei ragazzi nel giorno dedicato all’esercizio della buona morte!

 

5.3. Educare alla relazione di amicizia

5.3.1 Qui sta la principale sfida per l’educatore, poiché abbiamo visto come il desiderio urga, per sua natura, all’incontro con l’altro, sia esso semplice conoscenza, cameratismo, amicizia, rapporto d’amore, o scelta di vita per una dedicazione ai fratelli. E quanto insistesse Don Bosco sul valore dell’amicizia, dei ragazzi tra di loro e dei giovani nei confronti degli educatori, è quasi inutile ricordarlo; ma insisteva anche sulla necessità di creare le condizioni perché fiorissero rapporti veri, profondi e duraturi; ed è il tema di quel clima di ambiente che chiamava “amorevolezza”, ossia quello stile di rapporto che doveva aprire i cuori consentendo il dischiudersi del mistero dell’uno al mistero dell’altro.

5.3.2 Ma non va dimenticato che Don Bosco, educava non solo al “voler bene” o a “volersi bene”; puntava anche e soprattutto al “volere il bene” dell’altro sottraendo così l’amore, che in età giovanile è così carico di emotività, all’indeterminatezza romantica o quel pericoloso ripiegamento narcisistico che, negando la gioia della gratuità, si traduce in tristezza, quella che assume il volto dell’irrequietudine o della noia, dispersione l’una e paralisi l’altra, dello spirito. In altre parole Don Bosco metteva in azione i suoi ragazzi facendo loro sperimentare la gioia del servire il bene dell’altro come il proprio bene, creando non solo un sicuro legame di solidarietà ma facendo gustare una comunione nel bene che è comunione con Dio stesso. Non meraviglia allora come fiorissero, nell’oratorio, vocazioni che si dedicavano a Dio Sommo Bene dedicandosi al bene dei fratelli, in specie dei giovani, trovando il proprio personale bene in questa gratuità del dono declinata nel servizio educativo, missionario, caritativo o sociale. Ma anche qui è l’educatore che si mette in gioco perché l’“arte di amare” non è facile; non lo è per nessuno, tanto meno per quei soggetti fragili che sono gli adolescenti e i giovani. L’educatore che, più che declamare le parole dell’amore (poiché esiste una retorica dell’amore che non convince più nessuno), le rende umile gesto, presenza quotidiana, servizio disinteressato, attenzione a tutti e al singolo e quella cordialità che è costante invito al dialogo e promessa d’un rapporto vero. Ne fa fede la Lettera del 1884 da Roma, quasi il testamento pedagogico di Don Bosco ai suoi figli.

 

5.4 Educare all’invocazione

5.4.1 Ecco il tema della preghiera. Che è, anzitutto, un momento di presa di coscienza dei desideri soggettivi. Ed è ben giusto che, nella preghiera, tutti i desideri trovino accoglienza e possibilità di espressione. Vero è che, a volte, i desideri che abitano dentro di noi sono in contrasto con i valori nei quali crediamo. Oppure si tratta di desideri che esprimono un eccessivo attaccamento a noi stessi, a interessi fin troppo soggettivi, che rischiano di prendere il primo posto nella nostra vita orientandoci verso gli idoli. Ebbene, la preghiera, se è vera, è il luogo in cui deve emergere questa realtà complessa e negativa, è il momento della ricognizione nelle profondità dell'io. A questo punto si è in grado di scoprire il desiderio di Dio, evitando di confonderlo con il proprio desiderio, perché la preghiera è, fondamentalmente, risposta a un Dio che parla. Ecco l'esperienza della non coincidenza tra l'attesa e la risposta, tra la grazia invocata e il vuoto che le succede. E' l'esperienza dell'intervallo, spazio del silenzio e dell'assenza di Dio, un Dio che non si fa trovare dove gli abbiamo dato l'appuntamento, un Dio che sfugge al sottile ricatto dell'orante che vuole e pretende esaudimento. La preghiera include in modo essenziale questo intervallo prezioso e sacro nel quale i nostri vecchi desideri non vengono accolti e noi siamo costretti ad interrogarci sul loro significato. E anche se riesce difficile accettare che Dio non ci esaudisca, siamo provocati a purificare la nostra fede, la nostra idea di lui, provocati a verificare la pochezza e inconsistenza delle nostre richieste, anche di quelle che ci stanno più a cuore, se confrontate con la sua parola e la sua promessa (“Dio non appaga tutti i nostri desideri, ma appaga tutte le sue promesse” ci ricorda D. Bonhoeffer). Il tempo dell'intervallo è tempo dell'attesa e del mistero; e il senso dell'attesa e del mistero sono componente fondamentale della autentica preghiera, e dunque, dell'autentica esperienza di Dio.

5.4.2 Il tempo successivo alla destrutturazione è anche il tempo della ristrutturazione, tempo in cui si ricostruisce la propria fede. In questo tempo la preghiera interviene a trasformare i desideri, quelli in particolare che prima erano stati scoperti come pagani o devianti. E' ciò che André Godin chiama la "torsione" dei desideri. Non è annullamento né perdita di identità degli stessi; si tratta piuttosto di volgere il desiderio verso la sua origine, origine che dovrebbe esser chiara dopo la fase di scavo. Lo sguardo rivolto all'origine, cioè a Dio come fonte del desiderare umano, fa inevitabilmente saltare la misura semplicemente umana delle nostre aspirazioni e spalanca alle stesse lo spazio illimitato del desiderare divino. Se lo scavo è rivolto verso l'origine e la radice del desiderare umano, la torsione indirizza l'attenzione verso il compimento del desiderare divino come qualcosa che è già deposto nella nostra natura e nella nostra storia, il fondo stesso della nostra natura e della nostra storia. La torsione, in altre parole, volge il desiderio umano verso il suo obiettivo naturale che è costituito da Dio e da ciò che Dio desidera per l'uomo. Torsione che non manca di trovare e procurare resistenza, o che deve fare i conti con la paura, perché tutto ciò all'uomo pare impossibile e troppo impegnativo. Non basta un'operazione cerebrale, né emozionale o volontaristica; è solo nella preghiera che possiamo aprirci a questa realtà diversa, impensata ed impensabile che pure è il nostro vero bene; poiché la preghiera, a questo punto, è soprattutto azione di Dio in noi, è amore trasformante che elimina le paure, infonde la forza d'affrontare il rischio supremo, quello di desiderare con il cuore stesso di Dio. Si è già nello Spirito, si respira già lo Spirito, non si desidera che lo Spirito, non si richiede che lo Spirito, non si attende che lo Spirito! I desideri, allora, si trasformano in “aspirazioni” nel senso più genuino e ricco del termine: assorbire il respiro di un altro; ossia, aspirare lo Spirito (il termine ebraico, infatti per dire “spirito” significa “soffio”, “respiro”), lasciarsi compenetrare dallo Spirito di Dio che il Desiderio del Desiderante e del Desiderato, il Vincolo di amore tra il Padre e il Figlio; ed è questa la vera “spiritualità”, quando cioè ci si lascia permeare dallo Spirito Santo, sì che i nostri desideri fanno tutt’uno con i desideri di Dio. Ed è ciò cui Don Bosco ha portato alcuni dei suoi giovani se pensiamo a Savio Domenico, e non solo, ben nutrita essendo la schiera della santità giovanile, a nostro conforto ma anche a nostro sprone.

 

5.5 Educare all’ecclesialità

5.5.1 E questo perché il desiderio si nutre di immagini mentre genera esso stesso immagini; è vero che il desiderio crea un linguaggio del tutto personale ma su d’un lessico ed una grammatica che gli vengono dati. In altre parole, i nostri desideri (come tutte le dimensioni che costituiscono la nostra umanità) per trovare espressione attingono alla cultura d’ambiente; dove cultura significa ciò che si apprende per contatto diretto, esperienza condivisa, comunicazione prolungata oltre che per apprendimento ed accumulo di erudizione. Infinite sono le figure del desiderio, ma certamente portano l’impronta della comunità che ci ha generato, ci accompagna e ci plasma. Ora, per riconoscere i desideri di Dio occorre imparare il linguaggio di Dio, quello mediato dalla comunità di fede cui si appartiene, un’eredità che non si riceve passivamente ma a cui si concorre arricchendola e, in parte modificandola mentre, allungano gli anelli della catena, la si trasmette ad altri.

5.5.2. Don Bosco l’aveva profondamente capito quando offriva ai suoi oratoriani l’esperienza di gruppi ecclesiali giovanili, ossia forme di chiesa su misura dei ragazzi, quella della loro sensibilità, capacità e creatività. Per introdurli così, poco a poco, ai grandi linguaggi della Divina Parola, della ritualità sacramentale, della storia ecclesiastica, della pratica caritativa e dell’impegno apostolico, insomma nella vita della comunità credente non da spettatori ma da protagonisti. E questo investe noi educatori della responsabilità di vivere con loro questa avventura non come coloro che tendono a catturare o coloro che erogano una sapienza già acquisita o iniziano ad una pratica consolidata, ma come coloro che fanno strada con i giovani raccontando la loro fede ma sulla misura della loro esperienza con la pazienza che, allo stesso tempo, sa attendere e stimolare, soprattutto con quel voler bene manifestato che rassicura perché l’avventura della fede è rischio: solamente sotto lo sguardo di uno che ama la fede può crescere e maturare. Così sapeva fare Don Bosco!

 

6. Conclusione

 

Lasciatemi concludere con un semplice apologo ebraico: 
Un giovane entrò come apprendista presso un fabbro ferraio. Imparò a maneggiare le tenaglie, a sollevare il martello, a battere sull’incudine e ad alimentare il fuoco con il mantice. Quando ebbe finito l’apprendistato, venne scelto per un posto nella fucina del palazzo reale. Ma la felicità del giovane finì ben presto, quando si accorse che non aveva imparato a far scoccare la scintilla. Tutte le sue conoscenze e le sue abilità nel manovrare gli attrezzi non gli servivano a nulla.
Facciamo scoccare la scintilla del desiderio; inutile sarebbe fornirgli tanti strumenti per la vita se non gli insegniamo come si fa a far sbocciare la luce in quell’oscura fucina che è la sua interiorità. 
E forse mai sentiremo dire “Vogliamo (desideriamo) vedere Gesù” se non avremo l’intelligenza e la pazienza di educare il desiderio. Qui educazione ed evangelizzazione trovano uno dei più decisivi punti d’incontro, qui più che mai trova verità l’adagio salesiano che “evangelizziamo educando” ed “educhiamo evangelizzando”.

 

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