Giovani anni Novanta: lavoro, scuola, valori

Inserito in NPG annata 1993.


Renato Mion

(NPG 1993-07-04)


Uno degli strumenti operativi per la comprensione dei cambi socio-culturali, che nel presente stanno interessando la società italiana, è l'analisi della condizione giovanile. I mutamenti e le inquietudini che toccano il mondo giovanile sono infatti dei preziosi anticipatori e degli indicatori puntuali delle trasformazioni che avvengono nella società più vasta e della misura con cui stanno sviluppandosi tendenze, stili di vita, modelli di comportamento e quadro di valori nel macrosociale.
Oggi non sono più i tempi del «tutto e subito». Quella déi giovani è una generazione che non ha fretta.
Passa più tempo a scuola, approda più tardi al lavoro, al matrimonio e ai figli. Vive più a lungo in famiglia e non si decide, se non alla soglia dei trent'anni, a lasciare la casa dei genitori.
È la generazione dei giovani adulti «dilazionatori», convinti che anche in politica, come nel lavoro e negli affetti, non si può avere tutto in una volta. Sono i ragazzi degli anni '90, campioni del rinvio, ma non dell'indifferenza, trasgressivi ma pieni di contraddizioni.
Della politica si dichiarano disgustati, ma lungi da loro subirla passivamente. Anzi sono quell'esercito tuffato nel sociale, nel volontariato, nella difesa dell'ambiente, pronti a scendere in piazza per dimostrare solidarietà o condanna.
Sfiduciati rispetto alle istituzioni e alla burocrazia, inflessibili sulle pubbliche virtù, sono tolleranti e permissivi sul fronte dei vizi privati. Ammettono il proprio disprezzo per il politico corrotto delle tangenti, ma chiudono un oc chio con l'evasore fiscale e tutti e due per gli assenteisti e le varie forme di abusivismo.
Sono alcuni dei tratti emersi dall'ultima ricerca IARD '92, realizzata su un campione di 2500 giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni. Ecco alcuni dati che ci interessano da vicino.

Condizione professionale e mondo del lavoro

Agli inizi degli anni 90 sono aumentati i lavoratori-studenti e sono diminuiti i giovani disoccupati e in cerca di prima occupazione. Ciò significa che i processi di socializzazione all'interno della scuola si prolungano e si elevano sempre di più: il 17% dei 29enni studia ancora; nella stessa fascia di età 7 giovani su 10 lavorano.
La situazione lavorativa vede un mercato notevolmente disuguale e differenziato: un'ampia flessibilizzazione dell'offerta (cf lo sviluppo dei contratti di formazione e lavoro) e la percezione di un futuro occupazionale nel comples‑
so più positivo che in passato, con le consuete parziali eccezioni di alcune aree del Mezzogiorno. Qui però le difficoltà non sono più una condizione omogenea e diffusa, ma producono degrado soltanto quando intervengono fattori precipitanti come il basso titolo di studio, l'origine sociale contadina e la condizione femminile
Si diffonde sempre di più un atteggiamento di «esplorazione», soprattutto quando il mercato tira e la famiglia dà un sostegno (1'80% dei giovani dai 15 ai 29 anni vive in famiglia, fenomeno unico nel nostro Paese fra tutti quelli dell'Europa): esso serve per misurare le proprie capacità e confrontarsi con le esigenze e possibilità stesse che il lavoro offre. «Ci si guarda attorno», si svolgono lavori precari o a part-time. Si allunga il periodo precedente all'entrata nel mondo del lavoro.
Infatti la ricerca di lavoro è vissuta con comportamenti molto realistici e disincantati, tendenti a trovare una mediazione praticabile tra aspettative e opportunità del mercato del lavoro.
La stessa concezione del lavoro sta cambiando. Gran parte dei giovani infatti, avendo esorcizzato la preoccupazione per il posto di lavoro, considerano tra gli aspetti più importanti da ricercare: primo, «la possibilità di imparare cose nuove» (30.9% -45% ), e secondo, «la realizzazione di sé», accompagnata dalla «ricerca di relazioni interpersonali soddisfacenti».
Essi appaiono molto interessati ai contenuti e alle modalità del lavoro, esprimono una forte richiesta di autonomia, ma non temono la flessibilità del rapporto di lavoro, anzi vedono con favore la dimensione creativa del lavoro, in grado di favorire l'autorealizzazione personale. Ricercano opportunità di apprendimento e di crescita professionale, allo scopo di esprimere meglio le proprie capacità. Significativa a tale riguardo è innanzitutto la netta propensione per il lavoro autonomo, il mettersi in proprio, essere unici responsabili del proprio lavoro. Il rapporto di lavoro dipendente sembra sempre meno un modello di ispirazione a cui tendere.

Scolarizzazione e impegno nella scuola

Nelle società moderne, se i confini tra le varie età del ciclo della vita appaiono assai più sfumati e incerti che nelle società tradizionali, vi è però la tendenza a spostare più avanti negli anni quei momenti che venivano considerati fondamentali per il passaggio all'età adulta: concludere gli studi, avere un lavoro relativamente stabile, abbandonare la casa dei genitori, sposarsi, avere figli.
In particolare il tempo passato a scuola sta aumentando, sia come tempo di parcheggio che come tempo di trasformazione. Anche con maggior scolarità, solo il 45.5% è riuscito a concludere la scuola secondaria superiore. La dispersione scolastica a questa età giunge al 21%, per cui il sistema formativo si riconferma nel suo insieme notevolmente selettivo.
La funzione fondamentale che oggi gli viene riconosciuta è invece la trasmissione di competenze relazionali: a scuola si socializza e si impara a stare insieme con gli altri coetanei e adulti: 1'83.2% è soddisfatto dei propri rapporti con i coetanei di scuola.
Vi è infine la percezione che la scuola non soddisfi le esigenze formative, soprattutto rispetto al mondo del lavoro e registra l'incapacità ad essere un luogo di decondizionamento sociale, non essendo in grado di offrire pari opportunità di formazione e di promozione sociale a chi proviene da ambienti che sono deprivati dal punto di vista culturale, economico e sociale. Il giudizio che viene dato sull'utilità della preparazione scolastica in ordine al lavoro risulta positivo solo nel 40.9% dei lavoratori intervistati. Il lavoro è molto importante per il 61.7%, lo studio e la cultura soltanto per il 36.2% del campione.
La figura dell'insegnante è ancora una di quelle che riscuotono una notevole fiducia: molta (8.7%) e abbastanza (55.1%) rispetto al 28.2% che ne ha poca o al 6.6% che non ne ha nessuna. Infatti gli insegnanti insieme ai sacerdoti, ai carabinieri, ai poliziotti e alle banche ricevono fiducia in misura nettamente maggiore che non il governo, i funzionari dello Stato, i sindacalisti, i militari di carriera, gli uomini politici, gli industriali e i giornalisti.
Agli insegnanti però si rimprovera la tendenza a non considerare le esigenze e il punto di vista degli studenti (45%), l'incompetenza e l'impreparazione nella propria materia (23.5%), l'influenza politica e ideologica sugli allievi (15.2%), l'eccessiva severità (9.3%), l'eccessiva accondiscendenza di frontealle richieste degli alunni (7.1%). Il vero problema della scuola sembra dunque quello della sua capacità di accogliere e contenere la soggettività degli allievi, che sentono il bisogno di autonomia e di riconoscimento protagonista.
Nel complesso infine i giudizi espressi sulla scuola delineano un quadro globale più positivo di quanto non emerga dai dati su percorsi formativi e dalla individuazione dei tratti più ricorrenti nel comportamento degli insegnanti. Il giudizio meno positivo è riservato alla acquisizione di capacità professionali (solo 55.1%). Di non molto maggiore risulta la soddisfazione per i rapporti con i docenti (65.6%), mentre poco più dei 3/4 del campione si dice soddisfatto della cultura generale acquisita. Ben l'83.2% è infine soddisfatto per i rapporti con i compagni.

ORIENTAMENTI AL FUTURO E MUTAMENTI NELLE CONDIZIONI DI VITA

Tali mutamenti stanno cambiando anche la stessa definizione e concezione di condizione giovanile. Infatti ancora a 29 anni si passa molto tempo a scuola, si lavora più tardi, si continua nell'80% dei casi a vivere in famiglia con i genitori: il 50% dei maschi rispetto al 25% delle femmine. Così che il «diventare adulti» oggi si sta modificando notevolmente.

La famiglia

E a questo si è adeguata la stessa famiglia italiana.
Nella classifica delle cose che contano, essa, che ottiene l'86.2% delle preferenze, è ancora al top dei valori a cui i ragazzi danno importanza, prima ancora delle amicizie e dell'amore (67.8%), del lavoro (61.7% ), dello svago e deltempo libero (50.9%), dello studio e della cultura (35.2%), dello sport (33.2%), dell'impegno sociale (23%), religioso (13.3%) e politico (4%).
Di fronte alle nuove condizioni essa sta perciò trasformando il suo ruolo e le sue caratteristiche, diventando il luogo di coabitazione di due generazioni, una di adulti e l'altra di giovani-adulti: è un patto di reciproco rispetto e di non-interferenza, che permette di coabitare pacificamente e democraticamente. Si tratta sempre meno di una coabitazione dettata da motivi economici: se infatti nel 1983 la proporzione dei giovani lavoratori coabitanti con i genitori che versavano in casa tutto il loro stipendio era pari al 23%, tale quota oggi è scesa al 9%; mentre quanti tenevano l'intero guadagno per sé dieci anni fa erano il 36% dei lavoratori conviventi con i genitori, oggi tale proporzione è salita al 52%. Vi sono fattori strutturali che spiegano il prolungarsi della convivenza nella famiglia di origine: la difficoltà di reperire alloggi, le strutture residenziali carenti, lo stesso prolungamento della permanenza nella condizione di studente.
Ma sempre più vanno affermandosi fattori di ordine culturale, come la maggiore capacità negoziale dei figli nei confronti dei genitori (i quali in media sono anche meno istruiti dei loro figli) e la flessibilità dimostrata dalla famiglia italiana nel sapersi adeguare alle mutate condizioni sociali.
Di fatto la famiglia italiana sta diventando sempre più famiglia «negoziale» (nella quale ciascuno può contrattare i propri spazi alla pari con gli altri) e «democratica» (riduzione delle disuguaglianze al suo interno).
Può capitare che singles e coppie di fatto mantengano la loro residenza anagrafica presso i genitori, ma ciò conferma che per la grande maggioranza dei giovani italiani «andare a vivere fuori casa» vuol dire sposarsi, e all'interno del matrimonio avere dei figli. Lo dimostra lo scarsissimo numero di giovani non sposati con figli. La decisione di sposarsi viene sempre più rinviata in avanti negli anni. Nell'83 il 33% dei 15- 24enni prevedeva di avere figli nei primi 5 anni; oggi solo il 26% fa questa previsione.
Dunque, se da un lato si rafforza la famiglia come struttura di sostegno e di protezione, dall'altra si constata una riduzione delle disuguaglianze al suo interno. I ragazzi sfoggiano una maggiore capacità negoziale, ma affermano anche di trovarsi bene in famiglia perché essa è cambiata, è più flessibile e ciascuno può contrattare i propri spazi alla pari con gli altri.

Orientamenti verso il sociale

All'interno di una società che sta vivendo momenti di disagio per le forti tensioni di disgregazione e per i processi di incipiente razzismo e xenofobia verso gli immigrati, l'atteggiamento dei giovani verso il sociale e la politica sta subendo dinamiche di riavvicinamento, rispetto ai dati delle precedenti ricerche.
Esso infatti sembra aver subito un processo di intensificazione e di polarizzazione. Da un lato sono aumentati seppur di poco gli impegni, dall'altro è cresciuta la percentuale di coloro che rifiutano la politica (12% nell'83, 20% dieci anni dopo).
Ma soprattutto è cresciuta la partecipazione ad iniziative di impegno pubblico (43% nell'87, 52% nel '92) indipendentemente dal fatto che siano organizzate dai partiti tradizionali.
Questi dati confermano la tendenza (già rilevata cinque anni fa) verso la «laicizzazione» della politica, che è precisamente l'esercizio dell'impegno sociale e politico al di fuori dei partiti e delle altre organizzazioni tradizionali. La stessa percentuale di coloro che pensano sia meglio delegare ad altri più competenti la politica è diminuita dal 40% di dieci anni fa al 36% di oggi.
Sembra così legittimo affermare che non sono i giovani ad essere lontani dalla politica. Semmai è vero il contrario, che è piuttosto la politica ad essere lontana dai giovani, perché non sa attrarli con iniziative e motivazioni adeguate.
I giovani si dimostrano sì interessati al governo della cosa pubblica, ai problemi collettivi, ma non sono più disposti ad affrontarli all'interno delle forze organizzate tradizionali.
La partecipazione segue altri canali. Soprattutto viene sottolineato il fatto che aderire ad una posizione politica non necessariamente deve tradursi nella scelta di un sistema di vita e pervadere il proprio modo di pensare e di stare nel mondo.
Con particolare riferimento all'associazionismo, dall'87 al '92 osserviamo un aumento della partecipazione: coloro che fanno parte di almeno un'associazione, che erano nell'87 uno su due (51.5%), sono oggi diventati due su tre (65.2%), specie nei gruppi culturali e di volontariato.
Sul piano elettorale invece si assiste ad un declino costante delle formazioni politiche estreme sia nella destra che nella sinistra, mentre aumenta il centro, anzi vi è uno sfondamento delle nuove aree politiche laiche, la cui esplosione avviene tra 1'87 e il '92, per la caduta della sinistra marxista e l'indebolimento della cultura cattolica.
Il declino della sinistra nel suo insieme (comunque venga conteggiato) è irreversibile e progressivo: esso è iniziato nel '76 per i maschi e nel '79 per le femmine senza dimostrare arresti e controtendenze.
Nell'83, gli adulti orientati verso la cultura politica cattolica erano il 33.7% (primo posto), quelli verso la cultura marxista, il 33.2%, i laici il 25.5%; nell'87 quelli orientati verso la cultura laica erano il 42.7% (primo posto), verso la cultura cattolica il 27.3%, e verso quella marxista il 23.5%; in questo stesso ultimo anno i giovani «laici» furono il 49.6% , i «cattolici» il 28.9%, i «marxisti» il 16.1%.
Il processo di laicizzazione della politica e della cultura sembra trovare qui una conferma.
I giovani leghisti appaiono affetti da un cocktail di forte regionalismo, espresso in un senso esagerato di appartenenza territoriale, in una forte xenofobia, ma soprattutto è assai rilevante che essi non manifestano il rifiuto del sistema dei partiti, la critica alla nomenklatura, come gli adulti: essi sono alla destra del centro. In ambito cattolico essi vanno a pescare tra i più secolarizzati e i più laici.
Infine uno degli indicatori del cambio dei valori in atto è da considerare l'atteggiamento etico valutativo differenziato verso il politico che richiede tangenti, per il quale si dimostra un disprezzo sommo, e verso gli evasori fiscali, per i quali si dimostra una certa tolleranza, fino alla quasi accettazione degli stessi piccoli furti o imbrogli («farla franca»), nei quali spesso ci si riconosce. Si ha così una doppia morale di rigore estremo verso gli altri e di ampia permissività verso se stessi.
La stessa società è percepita più permissiva verso le trasgressioni rispetto al passato, soprattutto nell'area dei rapporti sessuali e in quella dei rapporti economici: sembra emergere un potenziale anomico tra i giovani per cui le norme stanno perdendo il loro carattere coercitivo, cioè verso una maggiore ammissibilità di comportamenti non sempre corretti.
Da questo punto di vista i giovani oggi sentono i propri codici morali assai più vicini a quelli della società di quanto non facessero i loro fratelli maggiori di cinque o dieci anni fa. Ciò è dovuto alla percezione di un allentamento della doverosità civile piuttosto che al senso di maggior rigore morale nella società.
In un progressivo «dècalage» dei dati, presenti nelle tre ricerche considerate, verso una maggiore permissività morale rispetto ad una serie di comportamenti etici, unico comportamento che rileva una evidente controtendenza è il maggiore rigore nel condannare l'aborto, nel percepire verso di esso una critica più forte da parte della società (72.1% nell'83, 75.4% nell'87, 78.8% oggi), a cui corrisponde un decrescente giudizio di ammissibilità da parte dei giovani stessi (57.6% nell'83, 51.8% nell'87, 47.5% oggi).

Atteggiamenti discriminatori

Cosa pensano i ragazzi italiani di questa società multirazziale?
Il 34% ammette che gli immigrati Io disturbano, il 42% asserisce che portano via il lavoro, il 29% che sarebbe meglio che tornassero ai loro paesi. L'atteggiamento prevalente però è positivo; il 76% si interroga cioè su come aiutarli e un 84% è disposto a farlo, ma nel loro Paese. Il 35% li ritiene un arricchimento culturale.
Quantificando gli estremi di razzismo e di tolleranza, lo Iard ha individuato quattro gruppi: lo zoccolo della xenofobia che conta almeno 12 ragazzi su cento, all'opposto l'area della solidarietà (21%), quella laterale della xenofobia mediocre (35% ), al centro un'area grigia rapportata al 32%, che ha elaborato messaggi contraddittori del tipo «non mi danno fastidio, ma aiutiamoli a casa loro», oppure «sì, aiutiamoli, però così ci portano via il lavoro».
E allora? Nel nostro Paese, affermano i ricercatori Iard, non esiste una ideologia del razzismo, non esistono sistemi stereotipi consolidati, ma proprio questa assenza di ideologia collettiva fa sì che per molti quello della presenza degli immigrati sia un problema non risolto e ambivalente.
Bisogna però porre attenzione a quell'area grigia che, se opportunamente istigata, potrebbe convergere verso lo zoccolo duro degli xenofobi creando una sacca di rifiuto pari al 44%.
Di qui a nessuno sfugge quanto sia rilevante e decisivo il ruolo educativo dei mass media, della famiglia, della scuola.

RELIGIONE E COERENZA DI FEDE

Il rapporto dei giovani con la religione evidenzia particolari indicatori di trasformazione.
Si riscontra un contemporaneo aumento della religiosità e dell'accettazione della politica.
Dire maggior religiosità significa utilizzare tre indicatori per definirla, e cioè l'importanza che la religione e l'esperienza religiosa riveste nella propria vita (e questa è aumentata), la frequenza assidua alla pratica religiosa in particolare alla Messa (e pure questa è aumentata significativamente), ed infine l'impegno religioso espresso in una partecipazione a gruppi e ad associazioni cattoliche (che invece è diminuito). Sulla base di questi tre indicatori è possibile costruire un indice di coerenza/incoerenza.
Un secondo fenomeno rilevante è il progressivo crescere della fiducia dei giovani nella Chiesa e nei sacerdoti. Di fronte a tutte le istituzioni che nell'arco '87-'92 hanno perso punti nell'indice di apprezzamento e fiducia, la stima per i sacerdoti è l'unica ad avere un indice positivo (+1.3).
Analizzando il rapporto dei giovani con le istituzioni secondo l'indicatore della fiducia e lungo l'arco dei dieci anni, mentre nel primo quinquennio, dalla prima alla seconda ricerca, vi è un globale e costante aumento per tutte, dall'87 al '92 (dalla seconda alla terza ricerca) tale fiducia è crollata.
In particolare la massima sfiducia viene riservata all'apparato politico statale, alla burocrazia, ai governanti, ai politici, ai funzionari, ai sindacalisti, ai componenti del Palazzo dal quale ci si sente sempre più lontani.
La fiducia invece rimane ancora sempre più viva per le Autorità, persone vicine, quelle che collaborano a mantenere l'ordine, la corretta vita civile, che sono attente e vicine ai problemi della gente come gli insegnanti, carabinieri e la polizia.
Approfondendo il tema della religione utilizzando i tre indicatori suaccennati, potremmo dividere i giovani in due gruppi: quelli «coerenti» in cui le tre dimensioni sono tutte o positive o negative (e sono circa 2 giovani su 3), e quelli «incoerenti», in cui qualcuna delle dimensioni è di segno contrario (e sono circa il 60%). Volendo andare a ricercare le cause di tale incoerenza, sembrano emergere due interpretazioni: o quella della secolarizzazione con il «declino del sacro», o quella più personalistica e privatistica secondo cui il sacro starebbe cambiando forma e diventerebbe più qualificato, personalizzato. Su questa seconda ipotesi sembrerebbe convergere solo 1 giovane su 6.
Nell'area degli «incoerenti» dunque potrebbero essere distinte tre dimensioni: coloro per i quali la religione è soltanto importante: area della «sola credenza»: su 6 incoerenti 3 appartengono a questo tipo=«incoerenti-opportunisti»; — coloro che hanno «solo la pratica»: su 6 incoerenti, 2 appartengono a questo tipo=«incoerenti-ritualisti»; coloro che attribuiscono la massima importanza all'esperienza religiosa, ma non praticano, e sono 1 su 6: gli «incoerenti-individualisti». È il segno del cambiamento del sacro.

CONCLUSIONE E INTERROGATIVI

Rispetto alle analisi precedenti sembrano allora confermarsi alcuni fenomeni:
- il prolungamento dell'età giovanile vissuto prevalentemente all'interno della famiglia (la via italiana all'inserimento sociale);
- la crescita della partecipazione prepolitica (nell'87, 1 giovane su 2; nel '92, 2 su 3); è in regresso il ripiegamento privatistico spesse volte sbandierato;
- l'intreccio formazione-lavoro evidenzia che il momento della transizione è sempre più «combinato»: nell'87 i giovani studenti-lavoratori sono il 4%, nel '92 raddoppiano all'8%: è la cultura della compatibilità, dell'«et... et» e non dell'«aut... aut».
Tutto ciò pone dei notevoli problemi di interpretazione, per cui si richiede una maggior riflessione ed approfondimento per capire a fondo lo sviluppo di alcuni processi. Ecco alcune linee.
1. La domanda di soggettività e di autorealizzazione è il tratto culturale forse più diffuso e più profondo, con ovvie implicante positive e negative. Ad essa però si accompagna anche un'altra categoria molto preminente nell'immaginario giovanile, ed è quella della reversibilità per dare spazio al comportamento esplorativo per il tempo più lun go possibile. Ma la concentrazione sul presente comporta automaticamente l'assenza o l'eliminazione di ogni progettualità? La progettualità non sembra più lineare, ma intrecciata con diversi percorsi e diverse copresenze (lo studente-lavoratore sembra anche il più vivace e maturo).
2. I giovani sempre più numerosi continuano a vivere in famiglia.
Il nuovo che sta emergendo è la straordinaria capacità che ha la famiglia italiana a cambiare e adeguarsi alle esigenze nella sottolineatura della negozialità e dello sviluppo dei valori post-materialisti di una relazione umana pienamente espressiva.
Nello stesso tempo nella famiglia si assiste ad un passaggio dalla famigliaeducativa-etica alla famiglia-affettiva e poco normativa o strutturante: vi prevale l'orizzontalità, la democraticità, la contrattualità affettiva, forse perché anche i genitori sentono di avere bisogno prepotente dell'affetto dei figli.
L'emergenza esplosiva dell'attenzione agli aspetti relazionali-affettivi coinvolge anche la scuola, che offre ora un maggior ascolto agli aspetti relazionali della socializzazione, al ruolo affettivo del gruppo nella classe.
La pluricollocazione dei giovani evidenzia che viene meno un centro esi‑
stenziale più importante di altri. Ciò comporta forse la difficoltà di stabilire delle priorità sulle molteplici possibilità di scelta: «Quanto più scelte, tanto meno scelta»?
C'è da prendere atto che l'associazionismo tradizionale non è più praticato: non si vuole infatti entrare in strutture che siano totalizzanti nell'organizzazione della propria vita, che si vuole gestire personalmente. Ne deriva una partecipazione anche più labile, quasi come difesa contro chi voglia rubare qualche cosa della propria vita e del proprio tempo.
Concludendo l'analisi di questo decennio, ci pare di poter cogliere globalmente dei riscontri positivi ed incoraggianti.
Non sembra accettabile l'interpretazione quasi stereotipata del privatismo e del riflusso giovanile degli anni '80. Si fa infatti più politica nell'83 che nel '68. È vero che sono diminuiti i militanti, ma sono aumentati i simpatizzanti e coloro che hanno una sensibilità pubblica. Oggi questa e l'impegno sociale sono aumentati e sempre più diffusi, sia per quanto riguarda la politica come per quello che si riferisce alla religione.
Anche nell'ambito dei valori vi è un percorso a ondate: alla grande ondata dei valori post-materialisti degli anni 70, è succeduta una ripresa dei valori consumistici e materialisti degli anni '75-'80, seguita però dall'85 al '90 da una ripresa dei valori post-materialisti dell'«essere», dall'espansione della sensibilità e della responsabilità verso la cosa pubblica, tradotta concretamente nella partecipazione giovanile più aperta.
Proprio questo sembra essere il paradosso degli anni '80, da approfondire e da fare oggetto di ulteriore studio. Esso sembra infatti andare contro ogni logica di coerenza e di sviluppo a cui eravamo abituati, e cioè la copresenza delle due dimensioni di «evasione consumistica» e di «impegno sociopolitico», quasi due aspetti indipendenti ma coabitanti nello stesso tipo di giovane.