Il ponte

di San Luis Rey

e la teodicea

Roberta De Monticelli

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In un suo magistrale racconto, Il ponte di San Luis Rey, Thornton Wilder immagina un religioso, Fratel Ginepro, alla ricerca del segreto di ciascuna delle vite immaturamente spezzate dall'improvviso crollo del ponte, sul quale si trovavano in un giorno qualunque a passare. Se ricordo bene, non sono più di una dozzina di persone le vittime del disastro, cui la ricerca del religioso restituisce un nome e la memoria di una vita incomparabile – più per un suo personale conto aperto col Padreterno, del resto, che per umana pietà – ammesso che le due cose si possano distinguere. Una dozzina al più: niente di paragonabile alle cifre apocalittiche delle catastrofi più recenti, maremoti o cicloni. Eppure l'esiguità stessa di questo plurale indica meglio di ogni argomento l'infeconda illusione su cui si basano gli argomenti, che siano di accusa o di difesa, delle teodicee: vale a dire di quei «processi a Dio» che si aprono nella mente dei filosofi di fronte all'irrompere del male – specie di quello che non si può onestamente ricondurre a una qualche intenzione umana di nuocere. Sotto il terremoto di Lisbona Voltaire seppellì la teodicea di Leibniz – benché, molto ante litteram, ci avesse già pensato Giobbe a coprire di ridicolo i ragionamenti dei teologi sul nesso fra colpe e punizioni. Anche se la teodicea di Lebniz, va detto a suo onore, non ha niente a che fare col nesso fra colpe e punizioni. Ma l'illusione di cui parlo è più circoscritta: oggi nessuno prova a «giustificare» Iddio, molti però sono sconvolti dall'enormità dei numeri del dolore. Ma se una vita individuale è incomparabile, anche una sola morte prematura è irreparabile. E per quanto questo contrasti con le nostre abitudini di calcolo, la perdita dell'assoluto di una vita non può accrescersi né diminuire con la moltiplicazione delle vite perdute.
Simile a questa, benché meno drammatiche, sono due altre illusioni che la vita quotidiana, che della quotidiana metafisica è il luogo, sembra fatta per nutrire in noi. La prima è che ci sarà tempo: per leggere altri libri, per imparare altre arti, per capire ciò che è degno di essere capito ma non è urgente. La seconda è che il numero dei libri letti, o delle arti praticate, o dei giorni nuovi vissuti, possa dare una misura di grandezza alle nostre vite. Dal dubbio, che ciascuno nutre in fondo all'anima, su queste apparenti ovvietà, nasce quella sorta di caricatura dell'onniscienza che è l'ansia delle nostre menti, tanto più dispersive e smarrite quanto più avide e curiose di novità. «Ogni mente è onnisciente - ma confusa» sorrideva Leibniz spiegando il destino delle menti finite, eppure in un senso assolute: ma che la loro assolutezza fraintendono. «C'è un non so che di architettante e armonico», scriveva ancora Leibniz, «che non appena è liberato dal compito di dirimere le idee, si mette a comporne.» Cos'è questa strana spontaneità, questa produttiva facoltà del nuovo, questo potere architettante e armonico, che sfugge talmente al nostro volere da dover essere piuttosto sempre «liberato dai compiti», per vivere e creare? La sua sola «assolutezza» è la sua unicità, che fa di ciascuno di noi il centro di una prospettiva inedita e di un agire non replicabile (si duo faciunt, non est unum). Mala nostra condizione sembra fatta apposta per nasconderci questa unicità, radice della preziosità di ogni persona. È talmente in contrasto con le nostre abitudini di vita! Solo da uno, poi da un altro, raramente da un altro ancora - e comunque da uno alla volta - noi impariamo qualcosa, e un pezzo di noi si risveglia: come se dalle mani di quest'uno fossimo donati a noi stessi. Eppure i programmi di studio, di insegnamento, di lettura nascondono l'unicità sotto l'uniforme pluralità dei riferimenti. E così è dappertutto. In una biblioteca ci sono molti libri, ma ciascuno è vivo solo in quanto sia - per il tempo in cui vive insieme a noi - l'unico. Il filo segreto dei giorni di ciascuno è legato a segni che formano, nella loro concatenazione, un linguaggio unico, creato appositamente per fare un discorso indirizzato solo a lui: ma noi, invece, siamo fatti per capire solo i linguaggi comuni. Ogni impresa che miri a realizzare del bene, materiale o immateriale, deve associare, convincere, armonizzare i molti; eppure ogni bontà ha un'origine, ogni idea sorgiva una sola fonte, e di questa solitudine si nutre.
Forse un teologo medievale, partendo da queste mute evidenze, avrebbe potuto architettare una dimostrazione armonica dell'esistenza di Dio a pluralitate rerum et unicitate vitae... Forse, in fondo a qualcuno degli innumerevoli scaffali di una delle innumerevoli biblioteche del mondo, questa dimostrazione esiste.