Metafisica

del «come stai?»

Roberta De Monticelli

comestai

Sulla rivista «Science» sono stati pubblicati nel 2004 i risultati di una ricerca empirica americana sul rapporto fra le percezioni soggettive del proprio. stato di benessere o malessere fisico (stanchezza, sonnolenza ecc.) e psichico (umore) da un lato, e le concezioni che i soggetti hanno di quello che conta e non conta per la loro «felicità». A quanto risulta da un accurato commento di Massimo Piattelli Palmarini a questa ricerca, ci sarebbe una discrepanza sorprendente fra ciò che «viviamo» come negativo e positivo e ciò che crediamo esser tale. Certo, in un semplice articolo di giornale è difficile rendere il senso della scienza, ma qui davvero si resta a bocca aperta di fronte alle conclusioni, servite con una sicumera statistica dall'effetto lievemente comico. A meno che sia una confusione così diffusa da essere ormai la norma, quella di prendere la vicenda degli stati e degli umori, la dimensione, diciamo così, metereologica dell'affettività quotidiana, per la questione eminentemente personale delle proprie ragioni e passioni d'essere, delle cose e persone che stanno più o meno a cuore, e insomma di ciò che mette in gioco addirittura la felicità: cioè la fioritura, la pienezza che è la vita conforme alla propria essenza, per ciascuno diversa.
Se proprio vogliamo scomodare la parola «felicità», allora non è giusto dissociarla dalla dimensione cui appartiene, quella della fioritura di una persona, che molto dipende dalla terra comune che accoglie il seme del suo talento. Se è arida quel seme si secca: da qui la drammatica contingenza, anche, del nostro destino, e il legame fra felicità e fortuna, che la parola francese «bonheur», letteralmente «il buon momento», accentua. Ma «felicità» è anzitutto (difficile) riuscita di una vita personale, presuppone un'unicità, un nome proprio – e l'identità morale che quel nome designa. Felicità è il realizzarsi dei valori che ci stanno a cuore, nell'ordine di importanza che hanno per noi. Felicità è, dunque, anche la capacità di soffrire a causa di quello che ci sta a cuore, ma potendo ancora acconsentire a questo stesso «ethos» che ci espone a molte sofferenze possibili. Questo ordine di importanza dei valori, acconsentendo al quale confessiamo la nostra identità profonda, noi lo chiamiamo anche senso. E infatti nulla mette a più dura prova la felicità possibile che il dolore privo di senso, il dolore assurdo. La felicità non è il contrario della sofferenza ma dell'apatia. È la piena attivazione, il vigere dalla superficie all'estrema profondità, di tutti gli strati del sentire che ci costituiscono.
Ma infine, è possibile che sia davvero tanto diffusa quanto questa ricerca empirica accerta, la confusione fra il senso della domanda «come stai» e il senso della domanda «chi sei?» Cioè: dove è il tuo buon demone, quello che regge il filo fragile della tua «eudaimonia», o felicità? Che cosa veramente rallegra te, che cosa ti resuscita dai morti? Che cosa ii risveglia a una possibilità d'essere che è essenzialmente tua, che cosa attiva in te un più profondo consenso all'essere e anche a ciò che tu sei? Che cosa ti rende capace di dar vita a ciò che tocchi, qui ed ora, nei nostri brevi giorni?
Temo non fossero queste né simili le domande del questionario sulla felicità quotidiana, poi corredati dalla lista elettronica degli stati somatici e amorali di ciascun soggetto, per coglierlo in flagrante delitto di incoerenza fra le sue lamentele e le sue sensazioni. Ma noi da questa ricerca impariamo due cose. La prima è la ragione per cui molti si dilungano tanto al telefono, quando si sentono rivolgere la domanda «come stai»? Com'era meglio, a pensarci, la perfetta spietatezza con• cui una nostra grande saggista e scrittrice, Cristina Campo, chiudeva certe sue lettere chiedendo al destinatario, invece di informarsi sulla sua salute: «Su che cosa fonda oggi la sua vita? Che cosa legge?» La seconda, è la statistica che ci conferma quanto sia diffusa (forse non solo in America, purtroppo) la riduzione del sentire alla sua superficie, quella appunto dove uno incontra i propri stati fisici e psichici, ma ancora non incontra se stesso, il che avviene solo quando incontra le cose che gli stanno a cuore. E questa è una delle cause che ci offuscano la vista su quel dato di quotidiana metafisica che è l'unicità d'essenza di ciascuno, radice della sua preziosità.