Due stupori,

o della giovinezza

della mente

Roberta De Monticelli

stupore1

C'è uno stupore di stupidità e uno di meraviglia. La differenza è un po' come quella che c'è fra le orecchie otturate in un aereo che decolla e la giusta pressione ristabilita dopo uno sbadiglio. Nel primo stato i suoni perdono il loro ssnso, e quel che ne resta è come un punto di domanda: ma sono punti di domanda ottusi. Nel secondo stato, nel silenzio trascendentale che per un attimo si instaura dopo lo sbadiglio, e prima che ricominci il chiacchiericcio confuso, il rumore di fondo della vita, i suoni, nitidi e come nuovi, diventano di nuovo enigmatici, ma questa volta come per eccesso di senso. Così è lo stupore di meraviglia.
Ciò che ordinariamente chiamiamo stato di veglia, purtroppo, è più simile alla prima condizione che alla seconda. O forse è solo una condizione intermedia fra le due, che ci consente di carpire alle cose quel tanto di senso necessario a trattarle rapidamente come si conviene: prendere il tram, scegliere le verdure al mercato, cercare informazioni in rete, ecc. Abbiamo già evocato qualche esempio del nostro ordinario sonnambulismo. È forse più facile accorgercene per quanto riguarda il sonnambulismo morale, e più in generale la sordità o cecità ai valori: estetici, ad esempio. Il sonno del sentire e i risvegli del cuore: tutti ne abbiamo esperienza. La tradizione biblica ci fornisce anche espressioni proverbiali per questo: il cuore «accecato», per esempio. La sua «durezza».
C'è, lo sappiamo, anche un sonnambulismo della mente, o per essere precisi, un più generale sonnambulismo della coscienza, che è píù difficile da riconoscere. I poeti e gli uomini di religione, che sono i professionisti dei «passaggi di stato» –dallo stupore di stupidità allo stupore di meraviglia – l'hanno sovente lamentato, riconosciuto – e scosso – anche negli altri. Fra i filosofi, alcuni sono intensamente consapevoli di questa differenza fra i due stupori – che è poi la differenza fra l'ovvietà quotidiana e la silenziosa evidenza del non ancora detto. Fra i filosofi del passato furono acutissimamente consapevoli di questa differenza Platone e Leibniz. Fra quelli del presente lo sono soprattutto i fenomenologi.
Bisognerebbe, per capire bene il senso di questa bella parola, «fenomenologia», avere nell'orecchio anche il senso spettacolare di «fenomeno»: «portento», anche, ciò che si fa ammirare. È nella prima giovinezza, di solito, che siamo in questo senso sensibili al fenomeno, se non di ciascuna cosa, almeno di qualcuna. È allora che intravediamo la profondità essenziale della cosa che si vede: ogni bel volto colpisce con l'enigma della bellezza, ogni atto ingiusto ferisce con l'incomprensibilità del male. L'essenza di qualcosa, per alcuni, diventa una causa di vita, ci si dedicano i propri studi e tutto il proprio ingegno. Noi sappiamo che il mondo esiste da un pezzo, e che molti e molti altri hanno vissuto prima di noi: ma lo viviamo, necessariamente, come dovette apparire al primo uomo, dato che ognuno di noi vive per la prima volta. Lo dimentichiamo presto, perché il mondo lentamente ma inesorabilmente si ricopre dei concetti belli e fatti che apprendiamo con la nostra lingua. E cessa di stupirci.
In un certo senso, la fenomenologia è la filosofia della giovinezza, o della novità del mondo. I suoi maestri furono soprattutto colpiti da questo, e il primo di loro estrasse, dalla meraviglia del nuovo darsi di ogni cosa, la forma più comprensiva della giovinezza della mente, e la chiamò coscienza pura. I migliori fra i suoi seguaci lo contestarono su un punto: coscienza pura è la prima parola, ma non l'ultima, della fenomenologia. La seconda, e più importante perché risponde all'amore di verità che è la filosofia, è la parola realtà. E l'aggettivo principale di questo sostantivo è «infinita». Passare dallo stupore di stupidità a quello di meraviglia è riscuotersi un momento dallo stato di svagatezza-incoscienza-ignoranza in cui possiamo agire, per accorgersi che approfondire anche un solo dettaglio dell'essenziale di ciascuna cosa - il volo di quest'ala d'aereo, per esempio, che fende il cielo affidato all'esattezza dei calcoli di chi l'ha costruito, o l'universo spirituale racchiuso entro queste dodici battute di musica, di cui giunge al mio orecchio solo la carezzevole superficie -  richiederebbe una vita intera. Una per ciascuna cosa.