Tutto è cambiato ma nulla è diverso

Inserito in NPG annata 1993.


Intervista a Fulvio Scaparro

(NPG 1993-06-48)


Allora professore questi adolescenti sono veramente, a quel che si dice, così fragili ed esposti?
«Non è configurabile una mappa omogenea dell'adolescenza. Ognuno di noi conosce realtà giovanili differenziate. Non si può generalizzare».

Alcuni dati sono però incontestabili, come quello di una maggiore permanenza in famiglia rispetto agli anni passati.
«Ma quali anni') Se guardiamo anche soltanto alla mia generazione, in famiglia ci si stava più a lungo per non essere tacciati di ribellione. E adesso uscire dalla famiglia non coincide con il trovar lavoro o metter su casa da soli».

Quindi per lei nulla in effetti cambia da una generazione all'altra.
«Sì. Cambiano gli scenari, ma gli attori sono sempre i soliti. Non possono esserci mutazioni nel volgere di una generazione o di un secolo. Figuriamoci se un giovane oggi può essere diverso da quello di vent'anni fa».

Ma le tossicodipendenze così diffuse, il trionfo dello «yuppismo», una rivalutazione del privato e una mancanza di sensibilità politica. Sono differenze generazionali almeno queste?
«Le differenze ci sono, ma non nel senso di novità. Si tratta di «ritorni». Sia sul piano delle ideologie che dei comportamenti. È lo scenario che cambia completamente, ed influenza l'attore. Per le tossicodipendenze, i problemi degli adolescenti di oggi non sono diversi da quelli di un tempo, anche se sono esasperati da un'accelerazione dei tempi di vita e da una maggiore indoddisfazione legata al fatto che non si vedono obiettivi per cui valga la pena di avere una vita diversa, di lottare, di soffrire. E siccome tutti noi siamo uomini in quanto diamo un senso a quello che facciamo, quando il senso non emerge, l'alternativa non può essere che la morte e la disumanizzazione.

Proviamo a tracciare per sommi capi questi mutamenti di scenario rispetto al passato.
«La diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, innanzitutto. Questo è un fenomeno imponente che si è accelerato negli ultimi decenni.
L'enorme produzione di notizie ha dato un'apparente potenza all'individuo, perché in realtà noi sappiamo tutto direttamente, in tempo reale, su tutto ciò che avviene. In questo modo però si scambia un perfezionamento clamoroso della tecnica con un miglioramento della propria capacità di conoscere e rendersi conto delle cose. Ma in realtà mi manca la possibilità di approfondire e di farmi una ragione di quello che avviene».

Qual è il rapporto tra adolescenti e famiglia?
«Gli adolescenti di oggi sono i bambini di qualche anno fa. Quegli stessi bambini già saturati nel loro tempo dalle scelte extra-scolastiche che i genitori hanno fatto per loro: la danza, il pianofore, lo sport e quant'altro. Non guardiamo gli adolescenti come se fossero altro da noi, perché noi stessi li abbiamo pressati in questo modo. Il rifiuto di lasciare la famiglia di origine come segno caratteristico dei nostri adolescenti? Certo, ma quanto meglio si sta in famiglia, tanto meno si ha voglia di lasciarla. Ma così è sempre stato. Se c'è un rifiuto dell'emancipazione adulta, questo vuol dire che sia gli adolescenti che i genitori tendono alla «fusione» e a non rischiare. Ma in nessun caso è una responsabilità dei soli adolescenti. Anche noi adulti ci sentiamo rassicurati se i nostri figli stanno in casa e possiamo controllarne la vita. Tendiamo all'«economia chiusa» nelle nostre famiglie. C'è in generale una grande paura generalizzata di vivere».

Torniamo al discorso del senso. Dove lo si può cercare oggi, ed in cosa consiste?
«Consiste nel trovare una storia della propria vita che abbia una certa coerenza anche nei fatti che mi vedono protagonista. Spesso gli adulti di riferimento fanno nascere negli adolescenti delle immagini contraddittorie della realtà. E il ragazzo trova difficile creare coerenza in se stesso. Come ad esempio nel caso del razzismo Supponiamo che io abbia una figlia di dieci anni. Tra sei, mi si presenta con un amico senegalese di cui è innamorata. A questo punto i miei riferimenti diventano complessi e richiedono un riadattamento. Un altro esempio. No alla pena di morte. E poi mi sento dire da fonti autorevoli che è necessario distinguere e giudicare caso per caso. Dare un senso alle proprie vite è molto difficile e complesso oggi per un eccesso di proposte e per l'incoerenza dei maestri e delle fonti».

Qual è il ruolo della famiglia in tutto questo. Cosa dovrebbe mantenere e cosa cambiare?
«Bisogna evitare di fissarsi su categorie generazionali. L'età dà sicuramente un'arma in più per capire il mondo. Occorre però moltiplicare le occasioni di confronto all'interno e all'esterno. E poi si dovrebbe limitare al massimo la dipendenza dalla televisione e dal consumo privato dell'informazione e dello svago. Fare scelte alternative, incontrare altre persone, visitare altri paesi e culture, aiuta a mantenere alta la so glia di vigilanza e di senso e stimola gli adolescenti a comprendere la complessità. La pigrizia è comprensibile ma mortale. I giovani hanno per natura un maggiore dinamismo. Gli adulti non si misurano con le cose dal vivo, ma spesso si soffermano solo a «commentare». Ed ottengono molte volte un effetto di rifiuto».

(Adriano Lo Monaco, Avvenire, 3 luglio 1992)