Quei ragazzi senza Edipo che Freud non capirebbe

Inserito in NPG annata 1993.


Intervista a Gustavo Charmet

(NPG 1993-06-46)


Massacro scolastico, «ecatombe», «trenta per cento di respinti»: con simili espressioni catastrofiche si annuncia in questi giorni sui quotidiani la chiusura dell'anno scolastico nelle superiori. Ginnasi e licei, convertiti alla linea forte, hanno appunto rovesciato sugli adolescenti «una valanga di bocciature».

Ma chi sono le vittime dell'ira funesta dei professori? Giriamo la domanda a Gustavo Charmet, che insegna psicologia dinamica alla Statale di Milano ed è autore di numerosi saggi sull'adolescenza, l'ultimo dei quali, scritto insieme a Elena Rosci, è La seconda nascita, uscito nella collana «Minori» delle edizioni Unicopli (pagine 220, lire 28.000). La prima notizia che ci colpisce è che essi «sono degli sconosciuti».
«Quello che manca, quello che adesso si cerca disperatamente di costruire, è una cultura dell'adolescenza che sia pari alla cultura dell'infanzia dei nostri giorni.
Le maestre d'asilo e delle elementari sono come professoresse della Sorbona. Anche grazie a una martellante divulgazione psico-pedagogica, sanno la differenza tra un bambino di tre anni e uno di tre anni e mezzo, riconoscono anche il più piccolo segnale di ritardo scolastico o di malessere affettivo...
Gli insegnanti delle superiori invece non sanno niente di come è fatto un quindicenne e perché è diverso da un diciassettenne. Vedono studenti buoni, tranquilli, pacifisti, ecologisti, creativi, non polemici né contestatori, ragazzi che non spaccano più niente e anzi desiderano che la loro scuola funzioni, che non danno problemi di disciplina; e allora si dedicano alla trasmissione del sapere e basta, giudicano con severità l'apprendimento e ignorano tutto il resto».

Dunque adesso è necessario colmare questa lacuna. Perché già si vedono segni che possono preoccupare: nascono le prime bande violente, anche se sono ancora lontane da quelle americane che bruciano le città. Ma perché nascono proprio adesso?
«Mah, in una organizzazione sociale che sposta sempre più in là l'ingresso nel mondo del lavoro è possibile che nasca l'angoscia del futuro. Queste bande sono fatte di giovani che non si sentono desiderati dalla società, non vedono un domani, e allora cercano di anticipare un futuro impensabile. Al contrario dei loro coetanei «normali», loro sì, diventano grandi subito. Le loro sofferenze, che non sono per niente quelle descritte da Freud e non c'entrano con l'Edipo o con il sesso, diventano visibili attraverso le mode che rendono il corpo orribile, deforme».

Ma al di là di queste frange periferiche che suscitano nei mass media uno sgomento e un pessimismo forse esagerato, come sono gli adolescenti oggi? Come mai sono tanto diversi da quelli di vent'anni fa da risultare praticamente degli sconosciuti?
«Sono i figli della loro infanzia. Sono pochi, progettati, spesso figli unici, accolti tra le braccia del padre nel momento stesso della nascita, in sala parto. Ed è questo il primo degli infiniti gesti materni che i padri compiono e compiranno nei riguardi dei figli. E questi sono costretti a una socializzazione molto precoce, fin dal nido, perché la madre abbia la possibilità di rassicurarsi dicendo a se stessa: «Il mio bambino sta bene con gli altri bambini, non resta in casa da solo, impara presto a cavarsela...», e di conseguenza può andarsene a lavorare, assumendo a sua volta un ruolo tradizionalmente paterno.
Alle scuole materne, elementari e medie ogni momento della vita del bambino viene riempito di lezioni di nuoto, danza, inglese... E non solo per dargli possibilità e interessi diversi, ma per proteggerlo sia dal pericolo della solitudine, sia da quegli altri pericoli che i genitori «vedono» fuori dalla cerchia della famiglia e dei compagni ben scelti. È un percorso solo apparentemente autonomo: difatti, crescendo, i ragazzi non potranno più fare a meno del gruppo, riusciranno a lavorare solo nel gruppo. Fanno venire in mente i figli del kibbutz descritti da Bruno Bettelheim. Il gruppo nell'adolescenza finisce col diventare la famiglia alternativa».

E come viene accolto dagli adulti questo «stare continuamente insieme» dei ragazzi?
«Nella adolescenza si raccolgono i frutti degli anni precedenti. Accade che la madre chieda perentoriamente al padre di assumere il suo ruolo paterno. Ma lui è ormai completamente - anche se inconsciamente - maternizzato: è allenato a trasmettere affetto, non princìpi di etica. E allora è la madre che tenta di mettere ordine nella vita domestica, negli orari dei pasti, nell'impegno dello studio. Ma il comportamento adottato in tutte le case è il dialogo coi figli, così intenso da rendere un po' adolescenti anche i genitori, che assumono a poco a poco gli stessi gusti dei ragazzi in fatto di mode, cibi e musica, che è il loro massimo consumo, tendente a sostituire la parola. Accade così che tutta la vita familiare si adegui a questo comporta mento. La casa si apre al gruppo degli adolescenti che possono fermarsi a mangiare e a volte a dormire. Ed è cancellata ogni conflittualità generazionale, con la conseguenza di una adolescenza protratta per lunghi anni, di una permanenza eterna nella casa dei genitori, di studi che tendono a non concludersi mai, di una difficoltà di distacco anche patologica».

Il problema quindi è oggi quello di separarsi dai genitori e dal gruppo, di trovare la propria individualità...
«Effettivamente sui libri sta scritto che l'adolescenza è la fase caratterizzata dalle difficoltà di costruire la propria identità sessuale: al centro di essa Freud poneva la figura castrante del padre. Oggi non troviamo più traccia di questo processo: non vi sono più angosce di tipo sessuale, ma piuttosto di tipo depressivo. Quando la crisi si esprime è con malinconia, sentimento di vuoto, sintomi della patologia narcisistica. Nelle tossicodipendenze pare che i problemi legati al sesso non c'entrino. Appena ieri l'adolescenza era caratterizzata da una corsa golosa verso ogni forma di autonomia. Oggi, al contrario, pare che i ragazzi non sentano la necessità di trovare spazi autonomi: insomma si è stabilito un nuovo contratto tra l'adolescente e la famiglia».

Un contratto che si basa sulla convivenza pacifica...
«Certo. Anche perché il gruppo, come già abbiamo visto, non serve per uscire di casa, ma se mai per restarci: l'adolescente ha paura di crescere se ciò significa individuarsi e separarsi dal gruppo. E la crisi dell'autorità paterna può anche essere messa in relazione con il debutto sessuale prococe e incontrastato di questi ragazzi dai «fidanzamenti» lunghissimi. Ma qui si entra in un altro discorso».

(Giulia Borgese, Corriere della sera, 19 giugno 1992)