Coordinamento e formazione nelle PG diocesane

Inserito in NPG annata 1993.


(NPG 1993-06-21)


Le chiese particolari sono chiamate ad essere il «soggetto» della prassi di pastorale giovanile. Dall'analisi dei risultati abbiamo notato che la PG viene oggi sempre meno delegata ai singoli, individui o gruppi che siano, mentre trova sempre più la sua caratteristica fondamentale nella «ecclesialità». Le diocesi stanno compiendo uno sforzo progressivo di coinvolgimento di tutte le associazioni, movimenti, gruppi e delle istituzioni pastorali.

IL COORDINAMENTO E LE DIFFICOLTÀ

Il coordinamento però non sempre è facile perché l'azione e i progetti delle associazioni e dei movimenti tendono a monopolizzare la pastorale giovanile delle singole comunità.
Spesso manca anche la mentalizzazione verso un lavoro comunitario e coordinato.
L'esigenza è però avvertita dalla totalità dei soggetti testati, un fatto ris elativo di una crescente riflessione corale intorno all'evangelizzazione delle nuove generazioni.

Le difficoltà

«Quando l'oggetto da realizzare coinvolge l'esperienza religiosa ed ecclesiale, come è nel nostro caso, le difficoltà crescono, invece di diminuire. Da una parte, infatti, il pluralismo culturale attraversa questa esperienza in termini molto marcati. Dall'altra, poi, l'esperienza religiosa è di natura sua sbilanciata verso la soggettività: solo nella personale confessione della stessa fede nell'unico Signore diventa proclamazione per gli altri» (R. Tonelli).
Iniziamo l'analisi circa le possibili difficoltà con cui si può scontrare la PG.

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Le difficoltà di collegamento tra i gruppi

La prima serie di difficoltà riguarda il collegamento tra i gruppi. I gruppi sono il luogo in cui i giovani possono fare esperienza di Chiesa; vi può essere però il rischio che si chiudano in se stessi assolutizzando l'esperienza aggregati- va e le proprie attività, dimenticando la dimensione diocesana. Questa difficoltà emerge chiaramente dalle percentuali: il 62.5% considera il poco collegamento tra i gruppi una difficoltà di medio valore, e il 20.8% la considera grave. Sommate insieme, le due percentuali ci presentano un quadro molto grave della situazione: la quasi totalità dei soggetti che hanno dato una risposta considerano i gruppi poco collegati tra loro; di conseguenza il coordinamento delle attività subisce una influenza negativa. Le proverbiali lagnanze e recriminazioni nei confronti di gruppi e movimenti (isolamento, autoesaltazione, spirito settario, difficoltà di integrazione) trovano in queste alte percentuali una conferma. Nei gruppi vi è una immaturità nei rapporti «ad extra», una mancanza di apertura verso gli altri, poca capacità di dialogo e di collaborazione. D'altra parte però è pur vero che la Chiesa si presenta più come istituzione che come comunione, per cui il volto umano e liberante della comunione di fede è spesso oscurato, e ciò provoca una crisi di appartenenza ecclesiale.[1]

Mancanza di interesse nei giovani

Il disinteresse dei giovani a proposito delle attività diocesane di PG non assume i toni oscuri notati nel punto precedente. Vi è una netta maggioranza (58.3%) che si pone in una valutazione media di questa difficoltà. Una valutazione che conferma l'ambiguità con cui i giovani si pongono in rapporto con le istituzioni. «Si può dire che oggi tale rapporto è caratterizzato da una sostanziale ambivalenza; è vero che si sono molto attenuati gli atteggiamenti di critica indifferenziata verso tutte le istituzioni, ben evidenti durante gli anni '70, ma è anche vero che il rapporto non è di piena lealtà verso le istituzioni. Semmai si può dire che le istituzioni sono valutate e apprezzate nella misura in cui servono alla formazione della propria identità e a fornire risposte alle proprie contraddizioni; dunque 'dentro le istituzioni' ma sostanzialmente in atteggiamento strumentale (G. Milanesi, I giovani nella società complessa. Una lettura educativa della condizione giovanile, LDC, Leumann 1989, p. 96).
Sono pochi i soggetti (6.3%) che considerano grave questa difficoltà. L'ipotesi è che questi incaricati abbiano colto nei giovani una tendenza al rinvio delle grandi decisioni e delle scelte fondamentali della vita. Questa pratica di differenziazione «è causa immediata di abbassamento del tasso complessivo di progettualità tra i giovani; si progetta poco e si cerca molto di vivere alla giornata; si tende a diventare 'cani sciolti' che appartengono solo a se stessi; c'è il timore che la scelta di campo e l'etichettamento possano rappresentare più un limite che una reale occasione di promozione umana» (ib, p. 97). Una considerazione del genere fa comprendere il disinteresse totale nei confronti delle istituzioni, per cui diventa impossibile programmare qualsiasi attività o iniziativa.

Ostacoli da parte dei preti

Nell'analisi della domanda in cui si misurava la collaborazione dei preti alle attività diocesane, abbiamo avuto modo di notare che la valutazione degli incaricati si poneva in maggioranza sull'indifferenza. In un'altra domanda si pone maggiormente la considerazione sulla difficoltà, e su ciò che a livello diocesano si percepisce come ostacolo alle attività. Questa visuale ha portato gli incaricati di PG ad accentuare la negatività del rapporto con gli altri sacerdoti. Il 21.9% considera gravi gli ostacoli da parte dei preti, e il 44.8% li valuta di una gravità media. Ancora una volta ci troviamo di fronte a medie alte di negatività che sembrano contraddire tutta la svolta comunionale che il Concilio ha cercato di imprimere alla Chiesa. Un richiamo autorevole a procedere in questo cammino è stato inserito proprio nel documento più volte citato: «Ciascuno, secondo il proprio ministero e il dono ricevuto, deve sentirsi impegnato in prima persona a edificare la comunità nell'amore di Cristo, partecipando con piena corresponsabilità alla sua vita e alla sua missione: ... i sacerdoti, corresponsabili della nostra carità pastorale e chiamati a crescere nella fraternità e nella comunione di vita per essere vincolo di unità del popolo di Dio» (CEI Evangelizzazione..., cit., n. 26).
È difficile quantificare o ipotizzare di quale natura siano gli ostacoli che vengono percepiti dagli incaricati diocesani. Leggendo in sinossi questa domanda con la precedente, sembra più opportuno ipotizzare una indifferenza e un disinteresse dovuti ad una formazione preconciliare fondata su individualismo intimistico che non dava alcun peso alla progettazione comunitaria e portava ciascuno ad interessarsi solamente delle proprie attività. Non è facile invece ipotizzare ostacoli concreti tesi a impedire positivamente le attività diocesane.

Incompatibilità con i programmi di associazioni e movimenti

Anche in questa domanda la negatività dei rapporti è rappresentata a tinte forti. Vi è una percentuale del 18.8% che considera grave questa difficoltà e una percentuale del 39.6% che si pone su una valutazione media. La maggioranza dei soggetti testati trova pertanto difficoltoso il rapporto tra la programmazione diocesana e quella offerta dalle associazioni e dai movimenti.
In questo caso però pare opportuno far notare una contraddizione, ponendo in sinossi tutti i risultati riguardanti associazioni e movimenti.
Si era notato che il 46.9% si pone in clima di collaborazione con la realtà del laicato associato. Il 44.8% dice che vi è un certo parallelismo tra le attività diocesane e quelle dei movimenti, e nessuna presenta una realtà di scontro.
Circa la partecipazione dei responsabili di associazioni e movimenti, vi sono delle percentuali tendenti maggiormente verso il positivo. Il 27.1% afferma che sono pienamente inseriti nella consulta diocesana. Il 17.7% dice che si fanno carico delle attività comuni. Una percentuale del 40.6% afferma che, quando sono coinvolti, sono impegnati nella animazione delle attività. Solo l'8.3% evidenzia in negativo che non si interessano delle attività della diocesi, e nessuno dice che disturbano il normale lavoro diocesano.
Non pare quindi che i dati confermino la negatività espressa precedentemente.

Mancanza di mentalizzazione negli operatori di pastorale

La mancanza di mentalizzazione degli operatori di pastorale ha il pregio di essere nello stesso tempo un riassunto e una causa di tutte le difficoltà presentate. È in questo item che la valutazione media e grave delle difficoltà raggiunge le percentuali più alte. Viene valutata grave dal 29.2% e media dal 46.9%. Solo una percentuale dell'8.3% non considera come difficoltà la mancanza di mentalizzazione. Ci troviamo di fronte al punto nodale di tutte le difficoltà.
La PG come interesse è relativamente nuovo; chi si trova in prima persona a coordinare le attività percepisce che molti operatori pastorali non hanno recepito ancora una mentalità che metta al centro dell'azione multiforme della comunità ecclesiale il giovane, il suo cammino per elaborare un organico progetto di sé, il suo processo di integrazione tra fede e vita. In questa mancanza di mentalizzazione viene collocata la maggiore delle difficoltà per la realizzazione di una pastorale costruita sulla misura dei problemi tipici dell'età adolescenziale e giovanile. Coloro che svolgono un servizio di coordinamento hanno espresso chiaramente il bisogno di percepire che tutta la comunità ecclesiale sia proiettata verso la maturazione cristiana dei giovani, creando un clima in cui i giovani stessi possano dare un contributo attivo alla loro crescita di fede. In Italia non si percepisce ancora questo clima; la sensazione, espressa dagli incaricati di PG attraverso queste percentuali di risposta, mette in evidenza che la comunità ecclesiale non offre ancora:
- una struttura significativa che sia veramente e soggettivamente luogo di identificazione;
- una struttura che risulti intensamente comunionale per sostenere l'esperienza di quella salvezza di cui la comunità ecclesiale è sacramento;
- una struttura in cui si inveri oggettivamente il progetto di Gesù Cristo, così come è espresso nell'autocoscienza attuale della Chiesa, per fare veramente esperienza di Chiesa.

Il coordinamento

Una delle mete proposte dal documento «Evangelizzazione e testimonianza della carità» della CEI, come già detto, riguarda «l'avvio o l'incremento di organismi diocesani di coordinamento e di partecipazione» (cit., n. 45).
È ovvio che uno dei compiti principali della PG diocesana è proprio il coordinamento. «La comunità ecclesiale a cui riconsegno la globale responsabilità per la causa della salvezza in situazione giovanile, è la Chiesa locale. Essa è il soggetto unico, impegnato ad assolvere la sua missione in modalità differenti e specializzate. Per compierla, convergono i diversi carismi e ministeri (organismi, movimenti e associazioni, comunità religiose e ministeri ordinati...). Sulla grande causa che essa persegue, tutti si misurano, per mettere le diversità al servizio del Regno, nel dialogo e nel confronto (R. Tonelli, Pastorale giovanile e animazione. Una collaborazione per la vita e la speranza, LDC, Leumann 1986, p. 61).
Per gli organismi diocesani della PG risulta necessario riuscire a coordinare tutti i carismi e i ministeri esistenti in modo dà condurre dal disinteresse alla responsabilità, dall'inerzia all'azione; «occorre incoraggiare le Associazioni. i movimenti ed i gruppi di fedeli, siano essi destinati alla pratica della pietà, all'apostolato diretto, alla carità ed all'assistenza, alla presenza nelle realtà temporali... ogni Associazione di fedeli in seno alla Chiesa ha il dovere di essere, per definizione, educatrice della fede. Appare in tal modo più chiara la parte attribuita ai laici nella catechesi odierna, sempre sotto la direzione pastorale dei loro Vescovi» (CT 70). Compito arduo diventa pertanto aiutare le realtà esistenti nel territorio diocesano a passare, attraverso il confronto, dai personali progetti ad un progetto nuovo comune e condiviso.

I risultati sulla presenza di associazioni e movimenti

In base ai risultati della nostra ricerca cercheremo ora di osservare i movimenti e le associazioni che con maggiore frequenza sono presenti nelle diocesi italiane. Due domande rilevavano la presenza delle associazioni e movimenti più conosciuti nelle diocesi italiane, e la richiesta di scelte per comprendere quale di queste realtà associative abbia una maggiore incidenza sul territorio e la vita della diocesi.
La realtà associativa che raccoglie una percentuale che sfiora la totalità delle presenze è l'Azione Cattolica [2] (97.9%). Una diffusione dovuta alla natura stessa dell'associazione che ha un posto teologicamente motivato nella struttura ecclesiale. Il Concilio la configura come «collaborazione dei laici nell'apostolato gerarchico» (AA20). Gli stessi vescovi ne hanno voluto l'incremento: «Si inculchi insistentemente che i fedeli, secondo la loro condizione e capacità, hanno il dovere di fare dell'apostolato e si raccomandi loro di partecipare e di dare l'appoggio alle varie opere dell'apostolato dei laici e specialmente dell'azione cattolica» (ChD17). L'AC senza dubbio ha quindi ricevuto un forte appoggio della gerarchia ecclesiastica. Ovviamente però non si può ridurre a questo appoggio la diffusione capillare che l'AC ha avuto in tutte le diocesi italiane.
Dai risultati del questionario e dai commenti, non quantificabili in dati, degli incaricati di PG, i caratteri di questa associazione che sembrano spiegarne la sua propagazione possono essere concentrati attorno ai nuclei della diocesanità e della popolarità. Caratteri, peraltro, costitutivi dello stesso «Progetto Giovani» di AC.
A proposito della diocesanità viene detto: «la realtà concretissima in cui scegliamo di vivere con costanza e semplicità è la Chiesa particolare. In essa la Chiesa una e cattolica, santa e missionaria si rende presente» (ACI, Progetto giovani, Roma 1988, p. 59).
E della popolarità si dice: «La popolarità dell'Azione Cattolica, il suo essere tra la gente comune, ci aiuta ad immergerci con consapevolezza sempre maggiore nel concreto cammino del popolo di Dio; ci insegna a comprendere la bellezza e la fatica dell'avere passi diversi in uno stesso procedere, aprendoci all'incontro di chi è diverso da noi per età e condizione di vita; ci rende capaci di tradurre insieme in storia nuova la consegna ricevuta dall'appartenenza alla Chiesa» (cit., p. 60).
Dal punto di vista immediatamente quantitativo comunque l'AC sembra avere una prevalenza assoluta e viene considerata l'associazione che raccoglie il maggior numero di giovani.
Con percentuali lievemente inferiori segue l'AGESCI. È presente nel 93.8% delle diocesi e nel 75.0% di esse raccoglie un numero considerevole di giovani. Anche questa associazione raduna molte simpatie da parte degli incaricati di PG Anzitutto per il suo metodo che coniuga insieme educazione ed evangelizzazione; come dice infatti la Carta Cattolica dello Scoutismo, «l'evangelizzazione si pone all'interno dello scoutismo che suscita l'adesione personale e la testimonianza di vita, mediante i suoi programmi, le sue attività, la sua pedagogia comunitaria e attiva».
L'originalità e il successo dello scautismo in Italia e nel mondo sono da attribuirsi all'aver saputo combinare insieme diversi aspetti che offrono importanza e responsabilità ai giovani.
Percentuali di presenza identiche sono raccolte sia dal Movimento dei focolari, sia da Comunione e liberazione. Ambedue i movimenti sono presenti nel 62.5% delle diocesi; CL però raggiunge una percentuale del 20.8% tra i movimenti che raccolgono il maggior numero di giovani, mentre il movimento dei focolari si ferma ad una percentuale del 13.5%. Due movimenti differenti tra loro; più orientato alla spiritualità e all'apostolato il movimento dei focolari, e maggiormente impegnato a coniugare religione e politica, religione e impegno storico CL; hanno però in comune una maggiore diffusione nel nord dell'Italia.
È questa una caratteristica che si mantiene tale per tutte le forme associative presentate nel questionario: i movimenti fanno segnare indici maggiori di presenza soprattutto al nord. [3]
Fanno eccezione a questa regola i gruppi guidati da religiosi e i gruppi missionari.
I gruppi missionari hanno una diffusione del 42.3% al Sud, del 34.6% al Nord e del 23.0% nel Centro Italia. Ciò potrebbe delineare una tendenza per il Sud verso un associazionismo con un accentuato interesse politico-umanitario per i popoli in via di sviluppo.
I gruppi guidati da religiosi hanno una uguale percentuale di diffusione sia al Nord che al Sud: 38.4%; mentre al centro hanno una diffusione del 23.0%. È però da considerare che si trova nel Sud il 64.7% dei gruppi di religiosi che raccolgono il maggior numero di giovani; [4] a fronte del 23.5% nel Nord e dell'11.7% al Centro.[5]
I movimenti guidati da famiglie religiose che registrano una maggiore presenza nel territorio nazionale sono il MGS (Movimento Giovanile Salesiano): 57.6%; GIFRA (Gioventù Francescana): 55.7%; CVX (Comunità di Vita Cristiana): 19.2%. Sono presenti anche altri movimenti guidati da religiosi, ma dalla ricerca emergono semplicemente casi singoli o a diffusione molto limitata.
Una forte differenza tra le varie aree geografiche e culturali del nostro paese si registra a proposito dei gruppi di volontariato sociale, forme di associazione che hanno come fine primario il servizio al territorio e alla comunità, impegnando le loro energie nel settore del disagio e dell'emarginazione. Il 47.5% di queste associazioni si trova dislocato nelle regioni del Nord, il 28.5% rispettivamente al Centro e al Sud. Anche questo risultato viene confermato da altre ricerche,[6] mettendo in evidenza che l'azione socio-assistenziale della Chiesa non si distribuisce in modo uniforme in tutto il paese, ma privilegia alcune aree geografiche a scapito di altre. «Anche nel settore socio-assistenziale... la presenza della Chiesa sembra favorire le aree del paese caratterizzate da maggior dinamicità, quelle in cui la società civile e politica pare informata da maggiori risorse e capacità organizzative». [7] Il volontariato ha ormai assunto in Italia una importanza evidente, tanto da interessare l'ambito legislativo nazionale e regionale. Basti considerare la legge quadro 266 che regola i rapporti tra il volontariato e le istituzioni. «Le forme dell'associazionismo in Italia si sono rese molto articolate, sia a livello nazionale che locale, orientandosi verso finalità sempre nuove e destinatari assai differenziati. Una medesima associazione si è fatta carico di progetti pluridimensionali. La massiccia presenza di giovani operatori ha contribuito inoltre ad avviare una 'nuova cultura della solidarietà' che sta diventando motivo di aggregazione tra le forze più generose del Paese ed anche i più sensibili al problema sociale.
Le stesse associazioni che non avevano per fini primari il servizio al territorio e alla comunità, stanno impegnando le loro energie migliori per riorientarsi nella direzione di un contributo al sociale nel settore del disagio e dell'emarginazione. L'ultimo rapporto IREF sull'Associazionismo ne testimonia la prodigiosa fioritura e il notevole impegno».
Ormai il volontariato può contare sulla presenza di 10.000 gruppi e coinvolge il 10% della popolazione italiana, e nell'ultimo quinquennio ha avuto un enorme aumento quantitativo e qualitativo fino a costituire oggi una forza sociale e un evidente potere parallelo a quello statale. È una trasformazione di portata storica questo spostamento dall'attività politica al volontariato, ed è un passaggio a cui tutta la comunità civile deve prestare attenzione.
Anche le chiese particolari sono chiamate a riconsiderare i rapporti reciproci nei confronti di questi gruppi di volontariato. Nei confronti delle Chiese particolari si registrano tra i gruppi posizioni non omogenee: tutti percepiscono l'esigenza che la comunità cristiana sia coinvolta nei problemi dell'emarginazione. Pochi però sembrano aver trovato finora uno spazio e canali concreti di rapporti continuativi. La situazione, presentata diversi anni fa, trova ancora riscontro oggi: è sufficiente esaminare la scarsa considerazione e lo scarso impegno delle Chiese particolari nei confronti di un progetto unitario per gli ultimi e gli emarginati, oggetto particolare di attenzione dei gruppi di volontariato. È naturale quindi che non vi sia molto spazio per il dialogo e per una reciproca messa in discussione. I Vescovi italiani, nei loro documenti, si sono interessati a varie riprese di questo fenomeno, ma un effettivo dialogo non è stato mai avviato: «Strada da percorrere per contribuire alla formazione della vita in tutte le sue forme è il volontariato: esso deve essere sostenuto e caratterizzato dalla disponibilità a dare di più con gratuità e disinteresse personale, nell'attento discernimento delle cose che conta fare oggi, allo scopo di colmare le insufficienze di umanità dovunque presenti» (CEI, La Chiesa in Italia dopo Loreto. Nota pastorale elaborata dalla XXV assemblea della Conferenza Episcopale Italiana, n. 35).
Rispetto alle risposte già presentate, ha ampia rilevanza (34.4%) la risposta «altro» nell'elenco delle realtà associative giovanili. L'analisi particolare di ciascun questionario ci ha permesso di comprendere il significato di questa risposta. Molto spesso è stata fraintesa: sono stati indicati dei movimenti che non sono esclusivamente giovanili, quali il Rinnovamento nello Spirito e il Cammino Neocatecumenale. Queste realtà, pur avendo una componente giovanile al loro interno, si rivolgono ad una fascia di età molto più ampia, per cui non possono essere catalogati come movimenti giovanili. Altre volte sono stati indicati i gruppi parrocchiali come realtà che raccoglie molti giovani. Ovviamente concordiamo sul fatto che in questi gruppi convergano molti giovani, ma non possono essere considerati un'unica realtà associata.
Poche diocesi hanno indicato alcune delle realtà legate in qualche modo all'AC: la FUCI e le ACLI. È interessante che siano state presentate dagli incaricati, ad indicare che queste associazioni hanno una vita autonoma piuttosto vivace e distinta rispetto all'AC.
Un'altra indicazione offerta è relativa agli Obiettori di coscienza. Certamente non possono essere considerati un movimento; la segnalazione però merita attenzione perché indica che ormai questa realtà dell'OdC si va diffondendo e sono molti i giovani che, avendo fatto un cammino di formazione all'interno dell'associazionismo cattolico, sentono la necessità di fare una scelta coerente con i valori assimilati. Dalle risposte risulta evidente che sono parecchi gli obiettori che fanno riferimento alle strutture diocesane, in modo particolare alla Caritas.
Altre realtà che sono state indicate con una certa frequenza sono la GiOC, il CSI, il MEG.
Infine sono stati presentati anche dei movimenti che hanno una diffusione locale e non sono conosciuti a livello nazionale.

La situazione a riguardo del coordinamento

Una semplice analisi quantitativa dei dati riguardanti le associazioni e i movimenti rileva che le regioni ecclesiastiche che in assoluto godono di una maggiore concentrazione di associazioni e movimenti sono il Triveneto, la Sicilia, il Piemonte, la Toscana e la Lombardia.
Risulta molto significativo far notare che tutte queste regioni (ad eccezione della Toscana) hanno già avviato un progetto di coordinamento della PG regionale; ovviamente l'ampia concentrazione di tutte queste realtà stimola terso un coordinamento comune e richiede un impegno molto forte di tutte le Chiese particolari per riuscire a valorizzare i vari carismi presenti nel loro territorio.
Nel nucleo tematico delle attività, abbiamo notato che la rispondenza dei movimenti all'attività diocesana si pone in buona percentuale (44.8%) sul parallelismo. Ciò vuol dire che ancora non si è pervenuti ad un equilibrio nel coordinamento.
Gli incaricati di PG hanno espresso la sensazione di una non completa integrazione degli stessi responsabili di associazioni e movimenti. La maggioranza dei soggetti testati (40.6%) risponde che i responsabili sono impegnati solo quando sono coinvolti: a testimoniare che non vi è una piena partecipazione alla progettazione e all'organizzazione della PG diocesana. Il 27.1% delle diocesi afferma che i responsabili sono pienamente inseriti nella consulta diocesana. La percentuale però scende al 17.7% quando viene richiesto se questi responsabili si fanno carico dell'organizzazione delle attività comuni. Ridotta è la percentuale (8.3%) di coloro che affermano che non si interessano alle attività della diocesi, e nessuno ha risposto che disturbano il normale lavoro diocesano.
La conseguenza che si può trarre circa i rapporti con associazioni e movimenti è la presentazione di una situazione in cui non si è pervenuti ad un efficace coordinamento. Si sono stemperati i toni duri del passato, in cui spesso si parlava di lotta tra le diocesi e i movimenti e tra i movimenti stessi. Non si è però ancora trovata la strada per una pastorale unitaria rispettosa dei vari carismi.
La medesima conseguenza può essere tratta a proposito dei gruppi e movimenti guidati dai religiosi, anche se le percentuali offrono indici maggiormente rivolti verso una pastorale parallela rispetto a quella diocesana.
Al coordinamento del laicato associato vanno aggiunti naturalmente i rapporti con la rappresentanza pastorale di parrocchie e vicariati. La situazione presenta dei rapporti improntati alla «sufficienza», in cui si pone una percentuale del 74.0% , che non brillano per eccessivo interesse, ma non sono nemmeno conflittuali.
Unendo ai risultati appena presentati quelli riguardanti la rispondenza alle attività proposte dalla diocesi, si può notare che la PG delle diocesi italiane sembra avere un rapporto ancora poco chiaro con tutte le realtà presenti nel territorio diocesano, non fondato su un progetto unitario e su una comune unità di intenti.

LA FORMAZIONE E I SUSSIDI

Uno dei nuclei tematici del questionario tocca la formazione e i sussidi utilizzati a questo scopo. È un ambito cui è stata dedicata parecchia attenzione da parte delle diocesi italiane, un settore della PG con un notevole investimento di energie. Facendo adesso riferimento alle domande da cui si possono evincere le attività messe in atto dalle diocesi per la formazione, cercheremo di presentare un quadro unitario e completo, verificando tempi, modalità e mezzi.

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Le attività riguardanti la formazione

Le diocesi stanno profondendo un impegno molto ampio nel campo della formazione, ma quali sono le attività maggiormente diffuse, non solo per la formazione dei giovani, ma anche degli operatori di PG?
L'attività che raccoglie il maggior numero di indicazioni nell'impegno delle diocesi a proposito della preparazione di parroci, preti e diaconi, è la libera iniziativa (66.7%). L'attenzione per la PG è ancora piuttosto nuova, per cui ancora non vi sono delle iniziative ben coordinate. Sono diversi coloro che utilizzano gli annuali corsi di aggiornamento che vengono organizzati da varie agenzie (22.9%), o si basano sull'esperienza che ci si può fare direttamente sul campo. Pochissime le diocesi (6.3%) che preparano i futuri operatori e responsabili della PG attraverso la specializzazione in una facoltà di pastorale.
Diversa la situazione per quanto riguarda la formazione dei giovani. Le attività presentate hanno trovato tutte delle medie alte di presenza, manifestando il bisogno di offrire ai giovani una solida formazione.
Si può facilmente notare che scuole di animazione, campi estivi, giornate di spiritualità fanno parte del patrimonio comune della maggior parte delle diocesi per la formazione.
Gli istituti di teologia per laici stanno divenendo anche per i giovani un punto di riferimento stabile per avere una solida formazione teologica che permetta di giungere alle ragioni profonde della propria fede.

La formazione degli animatori

Dalle risposte si evince che l'unico dato che mantiene una omogeneità è quello riguardante la formazione degli animatori. L'animazione infatti è un metodo educativo che a mano a mano si sta facendo strada nella considerazione degli operatori di pastorale.
La pastorale giovanile deve utilizzare una sana pedagogia il più possibile adeguata ai suoi fini. L'animazione si presenta come un modello pedagogico capace di educare un cammino basato sulla scommessa che ogni giovane, pur nella sua fragilità, è capace di progettarsi, di sperimentare una crescita e una solidarietà con gli altri, di aprirsi al trascendente, di incontrare il Signore della vita. Nell'ottica della pastorale giovanile si rende necessaria quell'azione educativa che mira alla maturazione globale del soggetto in un rapporto di interrelazione con l'ambiente in cui è inserito. Tale linea trova la sua forza nella teologia dell'incarnazione: fondata cioè sulla scelta di umanizzazione operata dal Signore Gesù per salvare l'uomo.
Il dato omogeneo viene confermato là dove si chiedono informazioni a proposito delle attività più comuni nelle diocesi e quali di queste sono più valide per la formazione dei giovani. [8] Più della metà delle diocesi che hanno risposto all'indagine hanno quindi una struttura consolidata per la formazione degli animatori. L'animazione rappresenta un modello educativo ideale per realizzare le esigenze della educazione alla fede.
Ecco perché nasce la necessità di formare gli animatori. Animazione è uno stile educativo che va sperimentato nell'esperienza, però va anche «studiato»; gli animatori vanno preparati con attenzione ed investendo forze e mezzi necessari alla loro formazione. La scuola di animazione diventa la palestra dove formare i giovani che divengano animatori di altri giovani, ma nello stesso tempo protagonisti della loro crescita e della vita della Chiesa.
Unendo questi dati a ciò che emerge dai progetti, si nota che vi è un'ampia convergenza delle diocesi sulle attività formative. L'attenzione per la formazione degli animatori pertanto è da considerarsi come una delle linee fondamentali della PG delle diocesi italiane.
In questo contesto assume una rilevanza particolare considerare l'incrocio di questi dati con il dato riguardante la presenza/assenza del progetto. Il 79.4% delle diocesi che dispongono di un progetto ha risposto positivamente a questa domanda a conferma che i progetti o le linee di progettazione creano una convergenza anche nell'azione concreta.
Significativo anche notare che il 79.1% delle diocesi che hanno risposto positivamente a questa domanda considerano i loro giovani ben inseriti nelle strutture organizzative diocesane. Ovviamente i giovani che hanno scoperto il valore dell'animazione sentono il bisogno di partecipare alla vita della diocesi, si sentono a servizio di una causa per la quale sentono di dover impegnare se stessi.

L'idea di formazione

Analizzando i risultati sulle attività formative e confrontandoli con le altre attività, ci poniamo un interrogativo: quale idea di formazione emerge? Forse una idea molto stretta e legata ad attività «sacrali». La preoccupazione formativa resta molto legata a parole come preghiera, missione... per cui la formazione resta incapace di dare significato formativo alle attività ricreative, culturali, sociali. [9]
«Nella cultura giovanile odierna si sta assistendo ad una valorizzazione della dimensione ludica dell'esistenza. La crisi delle istituzioni, la crisi economica, le trasformazioni sintattiche e semantiche del linguaggio, la crisi dei grandi sistemi ideologici e di pensiero e la crisi di meccanismi di trasmissione culturale, per non citare che alcuni degli eventi sociali attuali rilevanti per la condizione giovanile, sono indubbiamente all'origine di quella crisi di identità del giovane che è connessa al senso di estraneità che egli prova nei confronti dei riti, dei comportamenti, dei valori e del vivere la vita e i rapporti umani, che sono dominanti in quanto in uso e attuali nel mondo degli adulti». [10] In un periodo nel quale il tempo libero viene considerato come il tempo nel quale il giovane si percepisce come soggetto attivo e responsabile del proprio progetto di vita, sembra strano che la pastorale si disinteressi di queste attività. È proprio della PG creare le condizioni per moltiplicare i legami ad estendere gli interessi, promuovere occasioni di incontro e aumentare il grado di partecipazione, superando livelli di estraneazione o di individualismo o di separazione presenti nei giovani.
Da notare ancora, lo abbiamo già espresso con abbondanza di dati, lo scarso valore che viene attribuito al volontariato, a fronte della grande attenzione e del fiorire di organizzazioni in tutta Italia.
L'attività principale della PG è rivolta ai formatori, ma dai dati di tutto il questionario si riscontra latente la tendenza a ritagliarsi una fetta di giovani che non provochino problemi e più facilmente raggiungibili, non essendo possibile raggiungere le domande della maggioranza.

L'aggiornamento degli incaricati

La realtà giovanile è una realtà in continuo cambiamento; è quindi necessario, per chi vuole operare con loro, mantenersi in stato di continuo aggiornamento. Ha risposto positivamente alla richiesta se si partecipa ad un corso di aggiornamento il 42.7% , mentre il 46.9% si pone sul no, ed il 10.4% non ha risposto. Meno di metà del campione sente l'esigenza di offrire una rinnovata base di riflessione alla propria prassi. La maggior parte però risponde negativamente, non partecipando a corsi di aggiornamento.
Tentare di offrire una spiegazione valida alle cifre negative non è semplice; si possono tentare alcune ipotesi.
Anzitutto la disaffezione verso l'aggiornamento può essere dovuta all'accumularsi di altre attività che non permettono di trovare la disponibilità, forse desiderata, verso le iniziative che permettano di confrontarsi e di aggiornarsi. Come facevamo già notare, gli incaricati diocesani molto spesso sono impegnati anche in altri compiti, per cui risulta difficile poter partecipare a corsi di aggiornamento.
A volte invece può nascere l'idea che solo l'esperienza può offrire un vero aggiornamento. Si rifiuta quindi ogni stimolo culturale che possa permettere di avere una coscienza riflessa della prassi.
Una terza ipotesi può essere la mancanza di conoscenza dei corsi di aggiornamento organizzati da varie agenzie che si occupano di produrre idee ed esperienze a proposito della PG.
Il 42.7% che ha risposto positivamente a questa richiesta si affida in maggioranza alle due agenzie che in Italia stanno facendo scuola a proposito di pastorale giovanile: NPG e AC.
La rivista «Note di Pastorale Giovanile» da diversi anni sta svolgendo un'opera di promozione della PG: oltre al contributo che può offrire la rivista, organizza periodicamente incontri e convegni che permettono agli incaricati di PG di incontrarsi, confrontarsi su alcuni temi e scambiare le esperienze che ciascuno realizza nella propria diocesi. Coloro che hanno detto di partecipare a questi incontri sono il 34.1%.
L'Azione Cattolica organizza annualmente dei convegni di aggiornamento per i delegati e per i vicepresidenti del settore «giovani». Anche questi convegni sono occasione di scambio di esperienze e di riflessione su alcuni temi proposti. È il 24.4% di coloro che hanno risposto positivamente che approfitta dei convegni dell'AC per il proprio autoaggiornamento. Il 29.3% usufruisce di corsi differenziati organizzati localmente dalle stesse diocesi o da altri movimenti.
Dalle risposte degli incaricati viene evidenziato che il ruolo di NPG e dell'AC nella formazione dei presbiteri impegnati nella PG è importante, anche se è ancora troppo largo il ricorrere solo alle iniziative personali. Da alcune risposte risulta infatti che la maggior parte della formazione degli operatori di PG viene lasciata alla libera iniziativa. Anche per chi già opera non vi sono iniziative ben coordinate per offrire la possibilità di autoaggiornarsi. È notevole comunque la creatività personale e la passione educativa su cui si possono innestare le iniziative specializzate di formazione dei formatori.

I sussidi formativi

Nella formazione rivestono un ruolo molto importante i sussidi, perché permettono di dare una continuità al compito educativo e permettono di operare maggiormente secondo una mentalità da itinerario.
Alcune diocesi (27.1%) producono autonomamente questi sussidi. È una percentuale piccola e perlopiù sono diocesi collocate nelle regioni che, come in varie occasioni abbiamo già avuto modo di vedere, hanno una maggiore attenzione verso la PG. È interessante notare che il 63.3% di queste diocesi possiede già un progetto di PG: ovviamente per queste diocesi la necessità di produrre in proprio dei materiali per la formazione nasce anche dal bisogno di offrire una sussidiazione alla progettualità che guida la vita della diocesi.
La maggior parte delle diocesi (64.6%) invece non producono autonomamente sussidi formativi. È probabile che esse utilizzino i sussidi offerti a livello nazionale dalle agenzie che operano per promuovere la PG in Italia. Il 35.4% ha risposto che non utilizza sussidi prodotti a livello nazionale, mentre ne usufruisce il 54.2% del campione. Di questa percentuale che ha risposto positivamente, il 75.0% utilizza i sussidi offerti da NPG, il 9.6% utilizza quelli preparati dall'AC e l'11.5% invece si affida ad altre agenzie. Anche per la formazione degli animatori sia la rivista NPG con la realtà che ruota attorno al mondo salesiano sia l'AC svolgono un ruolo molto importante e significativo.
L'utilizzazione di questi sussidi ci permette di individuare nel medesimo tempo i modelli ideali a cui si ispira la pastorale delle diocesi.

I sussidi informativi

Per il coordinamento e il collegamento dei vari gruppi e delle realtà che partecipano alla vita diocesana è importante la diffusione delle notizie. La partecipazione è strettamente legata alla struttura di comunicazione possibile tra il coordinamento diocesano, le strutture pastorali e il laicato associato. Questa struttura di comunicazione influisce sull'efficienza stessa di tutta la pastorale.
Sull'importanza della comunicazione all'interno dei gruppi sono stati condotti molti studi. Una condizione strutturale che appartiene all'ambiente del gruppo è la rete di comunicazione all'interno del gruppo stesso. È ampiamente riconosciuta l'importanza della comunicazione nel gruppo, perché da essa dipende la vita e lo sviluppo di tutta l'attività dei membri di esso.
A partire dalla comunicazione all'interno del gruppo si inferisce, di conseguenza, l'importanza della comunicazione all'interno delle realtà più ampie, come la diocesi. I canali di comunicazione e collegamento acquistano una notevole rilevanza e diventa necessario dotarsi di strumenti adatti che permettano il flusso di notizie e di messaggi.
Le diocesi che si sono dotate di uno strumento di collegamento per la PG sono una percentuale molto ridotta (17.7%), e queste concentrate soprattutto in alcune regioni. [11] Si nota quindi che non si fa molto affidamento su questo strumento utile per il collegamento.
A modificare notevolmente questa bassa percentuale sulla dotazione di strumenti di collegamento intervengono però i commenti e le aggiunte che sono stati fatti in margine al questionario. Parecchi incaricati di PG utilizzano per il collegamento i settimanali o i bollettini diocesani, affidando a questi mezzi la comunicazione. Purtroppo ancora non pare che nelle diocesi italiane si sia fatta una scelta energica verso questi strumenti.
I titoli delle riviste esistenti e le copie che sono state inviate in allegato indicano che perlopiù si tratta di strumenti che servono per irradiare notizie e attività. Sono strumenti diversi per dimensioni e contenuti, spesso solamente dei «fogli di collegamento» senza alcuna pretesa. Alcune diocesi invece ne hanno fatto uno strumento formativo dove vengono comunicate idee e progetti della PG; sono presenti infatti relazioni di convegni o di momenti importanti per la vita della diocesi.
A partecipare alla redazione di questi strumenti sono per la maggior parte preti interessati alle problematiche della PG, responsabili di gruppi parrocchiali e responsabili dei movimenti. Ancora una volta si vede come a farsi carico delle attività della PG sono coloro che sono maggiormente inseriti e hanno interesse Simili le percentuali per la rappresentanza pastorale e per il laicato associato, e le percentuali confermano che ambedue queste realtà, quando sono coinvolte, partecipano alla vita della diocesi.

Il punto sulla formazione e sussidi

Dai dati emerge che la formazione è una delle maggiori preoccupazioni delle diocesi italiane. Non si è pervenuti ancora ad una progettualità che permetta al servizio diocesano per la PG di seguire i formatori nei due campi che sono stati analizzati.
Per la formazione dei presbiteri non vi è ancora un progetto serio volto a dare ai vari corsi scolastici o di aggiornamento una veste di minore provvisorietà.
Non si prevede ancora una prossima generazione di incaricati di PG che si prepari al compito in maniera meno occasionale o di emergenza ma attraverso corsi universitari adeguati.
La formazione degli animatori laici è diffusa ormai ovunque. È notorio che la PG è innervata da tanti giovani che aiutano i più giovani o da adulti appassionati che condividono con i presbiteri la preoccupazione educativa. A volte però questi corsi sono improvvisati o generici; emerge l'esigenza di ripensarli in termini nuovi, in collegamento con la pastorale catechistica, con il volontariato e la Caritas.
Vi è lo sforzo di produrre ed utilizzare degli strumenti formativi, ma ancora non è nata una mentalità da itinerario che preveda una formazione completa e orientata verso degli obiettivi comuni, utilizzando sussidi che aiutino a dare una formazione comune ai giovani animatori e agli operatori di pastorale. Da considerare con attenzione il ruolo che in questo campo svolgono NPG e l'AC per promuovere la PG in Italia.
Debole invece il tentativo di produrre strumenti per il collegamento della PG nelle diocesi.

 

NOTE

 

1) C'è da considerare che le risposte al questionario sono state date dagli incaricati di PG, per cui la loro valutazione non è esente dal condizionamento di chi vede tutto a partire dalle esigenze della istituzione diocesana. E importante sentire anche le ragioni di chi ha trovato nel gruppo una autentica esperienza di riaffermazione della propria identità culturale e storica ed una esperienza di comunione. Diventa fondamentale quindi la creazione di strutture collegiali, di luoghi e di occasioni di vero dialogo, di promozione e valorizzazione dei carismi e dei ministeri, la libera circolazione della parola e dei beni, l'accettazione del pluralismo, la gestione non autoritaria dei conflitti.
2) Parlando di Azione Cattolica ci riferiamo in particolare al «settore giovani» di tale associazione, essendo questo il settore che soprattutto interessa la nostra ricerca.
3) Anche altre analisi condotte sull'associazionismo in Italia confermano questa tendenza. Alcuni dati quantitativi a proposito dell'associazionismo cattolico vengono offerte dal già citato volume Religione e Chiesa in Italia. Emerge che «il Centro Italia sembra essere l'area più povera di associazionismo religioso, mentre il fenomeno registra livelli analoghi al dato medio nazionale o più elevati sia al Nord che al Sud. Appartengono all'associazionismo religioso organizzato il 6.4% della popolazione residente nelle regioni centrali del paese, a fronte del 10.6% dei residenti nelle regioni del Nord e del 10.3% di quanti popolano il Mezzogiorno d'Italia». Interessante anche la differenziazione di questo associazionismo nelle varie aree geografiche e culturali della nostra penisola. «Nelle regioni del Centro e del Sud l'associazionismo religioso si presenta prevalentemente come un fenomeno di provincia, come una realtà maggiormente radicata nei centri di piccole dimensioni. Nel Centro d'Italia risultano coinvolti nel fenomeno il 5.1% dei residenti nei grandi centri (oltre 20.000 abitanti) e l'8% di quanti risiedono nei piccoli centri. Parallelamente, nel Mezzogiorno, fanno parte di gruppi-movimenti religiosi il 4.1% di quanti abitano i centri di grandi dimensioni e l'11.4% di chi risiede nei piccoli. Le regioni del Nord evidenziano invece un maggiore equilibrio territoriale tra gli aderenti all'associazionismo religioso. Sia nei centri di grandi dimensioni che in quelli piccoli gli aderenti ai gruppi-movimenti religiosi ammontano a poco più del 10% della popolazione». (F. Garelli, Religione e Chiesa in Italia, Il Mulino, Bologna 1991, p. 242).
4) Interessante notare che il 35.2% di questa percentuale si riscontra nella sola Sicilia. Diverse diocesi dell'Isola hanno fatto notare che l'associazionismo religioso ha assunto punte rilevanti di presenza.
5) Sono risultati che potrebbero confermare la tendenza della popolazione del Sud d'Italia a legarsi maggiormente ad istituzioni consolidate che siano rassicuranti e nello stesso tempo deresponsabilizzanti nei confronti di un impegno personale e creativo. D'altra parte possono attestare una maggiore incisività nella PG delle famiglie religiose al Sud della nostra penisola.
6) Pasini e Tavassi avevano già presentato una geografia dei gruppi di volontariato di ispirazione cristiana. I risultati confermano sostanzialmente le percentuali emerse nella nostra ricerca: la concentrazione maggiore di gruppi di volontariato si trova soprattutto al Nord della nostra penisola. Le percentuali in questa cartina dei gruppi di volontariato in Italia sono ancora più sbilanciate: il 58.9 dei gruppi si trova al Nord, il 28.0% al Centro e il 13.0% al Sud d'Italia. Un'ottima trattazione sui gruppi di volontariato viene presentata da questi due autori nel loro saggio: G. Pasini-Tavassi M.T., Volontariato di ispirazione cristiana, in Favale A.(a cura di), Movimenti ecclesiali contemporanei. Dimensioni storiche, teologico-spirituali ed apostoliche, LAS, Roma 19822, pp. 403-413.
7) F. Garelli, Religione e Chiesa in Italia, Il Mulino, Bologna 1991, p. 200. Interessante l'osservazione che viene presentata in questo contesto: «Considerando le dinamiche nazionali, l'indicazione che qui emerge appare ad un tempo plausibile e assai problematica. La plausibilità deriva dal fatto che una società civile e politica più ricca di risorse e maggiormente dinamica rappresenta il naturale entroterra di una presenza ecclesiale più attenta nel campo dell'assistenza e dell'intervento sociale. Anche la Chiesa infatti partecipa della ricchezza di risorse presenti sul territorio, rispecchia – nelle proprie azioni e interventi – l'insieme delle forze che caratterizzano una determinata area geografica.
L'aspetto problematico è invece individuabile nel fatto che anche la chiesa, cioè anche una forza sociale che appare costitutivamente orientata a compensare le disuguaglianze e a riequilibrare le disparità, contribuisce di fatto – nel campo socio-assistenziale – ad aumentare gli squilibri a livello nazionale» (Idem 201). Una indicazione che merita una attenta considerazione da parte di tutte le diocesi italiane e nello stesso tempo una opportuna progettazione nella pastorale in genere ed in quella giovanile in particolare. Questa situazione è stata confermata anche da una intervista avuta direttamente con il dott. L. Tavazza, segretario generale della «Fondazione Italiana per il Volontariato», il quale, però, aggiunge che nel Sud vi è un grande risveglio di volontariato: esso è la zona del paese con un maggiore incremento annuo (il 5%).
8) Circa le attività riguardanti la formazione si hanno queste percentuali: incontri per i responsabili dei gruppi 59,4%; campi estivi 47,9%; giornate di spiritualità 54,2%; scuole di animazione 52,1%.
9) È emblematico notare che a fronte del 36.5% delle diocesi che avevano risposto positivamente alla presenza di attività sportivo-ricreative, nessuno le considera come attività degna di nota, e solo il 5.2% dice che raccoglie il maggior numero di giovani.
10) M. Pollo, L'animazione culturale dei giovani. Una proposta educativa, LDC, Leumann 1986, p. 104.
11) In Lombardia sono 5 le diocesi che hanno uno strumento di collegamento, nel Triveneto 4 e 2 in Piemonte.