Arte e musica

La sensualità della verità

Manfred Lütz

 bach 1

La bellezza salverà il mondo

Una delle tante volte che capitai a Venezia, ero in compagnia di un buon amico protestante e desideravo mostrargli l'opera d'arte secondo me più toccante della città: l'Assunta di Tiziano. Organizzai una piccola messa in scena. Prima andammo alla Scuola di San Rocco a fianco e vedemmo il grandioso ciclo di affreschi della storia di Gesù di Jacopo Tintoretto. Soprattutto l'imponente Crocifissione, nella quale il Crocifisso sembra precipitare sull'osservatore per includerlo, a braccia aperte, nell'evento della sua redenzione, lascia sempre una profonda impressione. Jacopo Tintoretto dipinse in un'epoca successiva al concilio di Trento, un'epoca in cui le persone tornavano a vivere in modo più profondo la fede. Non da ultimo da pii laici di Venezia, del resto, era partito lo slancio che aveva portato al nuovo entusiasmo di fede dopo il concilio di Trento. La Scuola di San Rocco a Venezia spira questa ardente devozione. Soltanto dopo passammo alla chiesa principale dei francescani, I Frari, in cui si entra dal portale laterale. Non portai subito il mio amico all'altar maggiore, ma lo condussi prima in fondo alla chiesa, davanti al portale maggiore chiuso. Poi lo invitai a girarsi. E da questo punto la si vede librarsi sopra l'altar maggiore: l'Assunta, l'Assunzione di Tiziano. Profondamente colpito, il mio amico iniziò ad avanzare lentamente. In basso si vedono gli apostoli, a seconda del temperamento turbati, gesticolanti, commossi, raccolti in se stessi, in splendidi colori. Indimenticabile il rosso ardente dell'annunciatore dell'amore divino, l'apostolo Giovanni, che addirittura cerca di levarsi al cielo dietro la Vergine, che si libra in alto, nella cerchia degli angeli, tra cielo e terra ed è attesa con amore da Dio Padre. All'improvviso il mio amico si bloccò. Fino a quel momento era partito dal presupposto che qui fosse rappresentata l'Ascensione di Gesù Cristo. Ma ora vide che era l'Assunzione di Maria a commuoverlo. In lui si fece largo una certa disillusione protestante. Eppure anche in lui rimane la grandiosa impressione artistica. Il massimo storico dell'arte dell'Ottocento, Jakob Burckhardt, anch'egli protestante, un uomo realista, scrisse a proposito dell'Assunta: «Il gruppo inferiore è la più autentica esplosione dell'ardore dell'entusiasmo; con quanta forza gli apostoli sono attirati a fluttuare al seguito della Vergine! In alcuni capi il carattere tizianesco si trasfigura a diventare bellezza celeste. In alto, nel girotondo giubilante, tra gli angeli adulti quello che porta la corona è rappresentato a figura splendida e intera; degli altri si vede soltanto il capo, di bellezza ultraterrena, mentre i putti a figura intera, sono rappresentati anch'essi, a loro modo sublimi. Se esiste un'influenza di Correggio, qui però è superata di gran lunga nella vera celestialità delle figure. Il Dio Padre è di un tipo meno ideale delle teste tizianesche di Cristo; dalla cintola in giù scompare nella gloria che circonda di luce la Vergine. Ella si erge leggera e sicura sulle nuvole ancora ideali, non pensate secondo una realtà matematica; i suoi piedi sono visibili per intero. La sua veste rossa spicca sul mantello blu scuro, che garrisce violentemente al vento ed è annodato sul davanti. L'espressione del volto però è una delle più alte intuizioni di cui l'arte possa stimarsi felice; gli ultimi vincoli terreni saltano; spira eternità».
Il fatto che la Vergine Maria in un certo senso fosse stata divinizzata non voleva entrare in testa al retto protestantesimo del mio amico. Ma la chiesa cattolica e quella ortodossa con la venerazione di Maria, la madre di Dio, non intendono affatto la sua ammissione nella Trinità divina, come proponeva ingenuamente C.G. Jung. Al contrario, Maria è venerata in maniera tanto particolare proprio perché rimase sempre, in tutto e per tutto, un essere umano. Certo, Dio l'ha preservata dal coinvolgimento nel peccato di tutti gli uomini, l'ha resa in tal modo in grado di compiere qualcosa di grandioso, cioè di divenire la 'madre di Dio'. Se Dio, infatti, voleva farsi uomo non in maniera teorica, soltanto simbolica o per sentito dire, doveva nascere davvero, come ogni essere umano. Maria, però, era una persona libera come noi. Avrebbe potuto rifiutare questo progetto poco rassicurante. Ma non lo fece. E così una parola – umana –, il suo fiat (così avvenga), sta all'inizio della storia – divina – della redenzione. Attraverso l'incarnazione di Dio, però, in un certo senso tutti gli esseri umani sono stati innalzati sullo stesso piano di Dio. Siamo tutti non soltanto figli di Dio, ma, sul serio, fratelli e sorelle di Dio, per la precisione del Figlio di Dio. Naturalmente non siamo Dio, come non lo era Maria. Ma tutti gli esseri umani, mediante l'incarnazione di Dio, si sono avvicinati a Dio in maniera quasi incredibile. E la prima che ha vissuto in maniera addirittura corporea tale vicinanza è Maria.
Perciò tanti cristiani cattolici, ortodossi e ormai anche protestanti si immedesimano con tale gratitudine in Maria che per l'eternità è tanto vicina a Dio quanto vogliamo esserlo anche noi per sempre, dopo tutte le sofferenze terrene. A nessun cristiano è lecito adorare Maria. Anche i cattolici la pregano soltanto di intercedere presso Dio, così come fanno con gli altri santi e come, forse, facciamo con alcuni dei nostri parenti defunti, a cui siamo vicini nella preghiera. Tra l'altro, Maria è rappresentata nella maggior parte delle immagini devozionali insieme a Gesù bambino perché l'orante, davanti a quest'immagine, sia contemporaneamente ispirato ad adorare il Dío che si è fatto uomo raffigurato in braccio a Maria.
L'Assunta di Tiziano, nella, chiesa dei Frari a Venezia, è una lode di Dio che ha redento gli esseri umani, che li strappa dall'accozzaglia di cose quotidiane per portarli in cielo, dove li accoglie con amore. E la speranza espressa da tale capolavoro è questa: è una di noi, la Madonna. Mentre Lutero a Wittenberg scriveva le sue tesi contro troppi vincoli ecclesiastici, Tiziano a Venezia dipingeva la grandiosa liberazione dell'essere umano da parte del Dio misericordioso, sull'altare della chiesa di Santa Maria Gloriosa dei Frari. Nel 1519, soltanto due anni dopo le tesi di Lutero, il dipinto dell'Assunta fu scoperto, con grande partecipazione della popolazione. La fede e l'anelito degli apostoli, la gioia di Maria, la grazia del Dio benevolo, tutto ciò era molto vicino al riformatore tedesco,che ha scritto commoventi preghiere mariane. Peraltro, il mio amico protestante, decenni dopo quest'esperienza, mi ha regalato un libro interessante su Maria. Protestante egli lo è ancora.
Anche se nella Bibbia non c'è molto su Maria – c'è molto di più sui dottori della legge –, sarebbe un fraintendimento grottesco delle Sacre Scritture, ma anche di qualunque altro scritto, se si volesse misurare la rilevanza qualitativa delle persone citate, per così dire, in maniera quantitativa. Nella Bibbia Maria fa la sua comparsa in maniera breve e chiara. Dice il suo «sì» all'annuncio dell'Angelo. Vive poi molti avvenimenti che attestano che Gesù è Figlio di Dio e «serba tutte queste cose nel suo cuore», come sta scritto. E poi, nell'ora decisiva sotto la croce, ritorna. Non tiene un discorso, non ha una grande parte, c'è e basta.
Soprattutto la devozione tedesca del basso Medioevo ha rappresentato con la massima drasticità fisica questo perseverare, rassegnato al volere di Dio, nel sommo dolore. In fondo, l'assistere alla morte per tortura del proprio figlio – una crocifissione in realtà non era nulla di meno – è quasi insuperabile per crudeltà. Maria con le sette spade nel cuore, i sette dolori di Maria, Maria con il corpo del proprio Figlio in grembo, la Pietà. Chi oggi considera tutto ciò esagerato, non sa immedesimarsi nel dolore indicibile delle persone di quell'epoca e nemmeno intuisce qualcosa della sofferenza che un giorno potrebbe colpirlo. Davanti a queste immagini devozionali, con la Madre di Dio sofferente, per tutti questi secoli si inchinarono migliaia di madri, dopo che avevano appena perso un figlio per morte precoce, dopo che il loro marito era caduto in una delle tante guerre assurde, dopo che la peste, la carestia o altre iniquità avevano annientato tutte le speranze terrene. E davanti alla Maria sofferente si sentivano comprese nella loro terribile pena, la pregavano di intercedere presso il suo Figlio, che adoravano con le lacrime agli occhi. Anche nell'impressionante film di Mel Gibson, La passione di Cristo, la terribile via crucis di Cristo si può vivere soprattutto nel viso compassionevole dell'attrice che impersona Maria. Maria, quindi, è sempre una di noi. E per questo Michelangelo da Caravaggio prese sempre a modello per le sue Madonne delle ragazze semplici del popolo e mai delle nobili dame. Certo, la chiesa non ha mai imposto ai cristiani di invocare l'intercessione di Maria. La gente ha cercato da sola questa via. E i padri spirituali saggi si sono sforzati amorevolmente che la venerazione di Maria non sconfinasse nell'adorazione di Maria.
Agli italiani, viziati dal sole, le opere d'arte che miravano interamente al raccoglimento interiore mediante delle impressioni sensoriali risultavano piuttosto estranee. Rappresentazioni della Pietà erano quindi, all'arte italiana del xv secolo, sconosciute. Perciò, quando il cardinale francese Jean de Villiers de la Grollaye, nel 1498, ordinò al giovanissimo artista fiorentino Michelangelo Buonarroti di creare una scultura per la cappella dei sovrani francesi nella basilica di San Pietro, fu con tutta probabilità da attribuirsi alle sue conoscenze dell'arte sacra d'Oltralpe il fatto che commissionasse allo scultore ventitreenne una Pietà. E Michelangelo creò un'opera d'arte di valore eterno, l'unica che completasse fino alla politura. La Pietà, che oggi si trova nella prima cappella laterale destra in San Pietro a Roma, è l'espressione sensibile affascinante e sconvolgente della fede cristiana nel Dio fattosi uomo, com-passionevole e redentore. Nelle inquiete pieghe della veste di Maria sembra ancora riecheggiare il dolore straziante, ma quanto più ci si avvicina al volto, tanto più tranquille diventano le linee e nel meraviglioso viso giovanile della Madonna ogni angustia e ogni sofferenza sono superate. Quest'espressione del volto non è enigmatica come nella Monna Lisa di Leonardo, è piena di sapere misterioso. Composta, anzi, quasi sorridente, rivolge lo sguardo al Figlio morto che tiene in grembo.
In questo Cristo morto splendidamente modellato Michelangelo ha rappresentato, con tutta l'arte del suo tempo e del proprio genio, l'uomo per eccellenza – l'essere umano, questa meravigliosa creatura di Dio, che nasce da una madre, soffre e muore – e della cui certa risurrezione il sorriso della Madonna è già a conoscenza. Incarnazione di Dio, passione, morte e risurrezione – la Pietà abbraccia tutto il cristianesimo. Ma la Pietà di Michelangelo a San Pietro non è un dialogo silenzioso tra la madre e il figlio. È un'immagine devozionale, perché, con il braccio sinistro, la Madonna ci invita con dolcezza ad adorare insieme a lei il Figlio di Dio in questo Cristo. Chi segue quest'invito è cristiano. La Pietà del de-notissimo Michelangelo fa parte delle opere d'arte contemplando le quali si può diventare cristiani.
La bellezza salverà il mondo, dice lo scrittore Dostoevskij e il fisico Albert Einstein aggiungerà: «La cosa più bella che possiamo vivere è il misterioso. È la sensazione di fondo che sta presso la culla della vera scienza e della vera arte». La Pietà deriva dalla profonda tradizione devozionale tedesca e Michelangelo ce l'ha donata nella bellezza latina. Alla vigilia della Riforma in questo modo la verità dello spirito e la bellezza dei sensi si sono ritrovate ancora una volta. Dieci anni dopo, quando Martin Lutero arriva a Roma, molto probabilmente l'avrà vista, la Pietà. Ma non riporta nulla in proposito; la verità dei sensi che sta nella sua bellezza con tutta probabilità non lo toccò. Forse la storia della chiesa e la storia d'Europa sarebbero andate diversamente se quel tedesco avesse compreso meglio quell'italiano – e se i papi e i prelati italiani della curia avessero pregato con maggiore devozione di fronte a quest'immagine devozionale italo-tedesca.

 

Un volto misterioso

Miliardi di cristiani hanno pregato davanti alle innumerevoli immagini di Maria di questo mondo. Il loro significato religioso non di rado ne ha superato di molto il valore artistico. La Madonna di Czestochowa non ha mai lasciato cadere nella disperazione i polacchi, pur con tutte le pene della loro storia. E senza la splendida scultura della Madonna di Guadalupe, dalle sembianze indie, la cristianizzazione dell'America con tutta probabilità sarebbe stata difficilmente pensabile. Persino alcune Madonne di cattivo gusto, davanti alle quali la gente cercò e trovò conforto, hanno più significato umano del ritratto di Maria, notevole dal punto di vista artistico, nel deposito di quadri del Louvre.
La preghiera di intercessione che la gente ha rivolto innumerevoli volte a Maria, 1'«Ave Maria», è altrettanto semplice e breve delle menzioni di Maria nella Bibbia, a cui fa riferimento: «Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno, Gesù. Santa Maria,
Madre di Dio, prega per noi peccatori adesso e nell'ora della nostra morte. Amen». La preghiera termina con l'invocazione dell'intercessione di Maria nei due momenti più importanti della nostra vita. Senz'altro non è un caso che proprio questa preghiera, nella messa in musica di Schubert o Bach/Gounod, goda di particolare popolarità. Va diritta al cuore, come si dice.
Il cristianesimo è la religione che dà maggiore importanza ai sensi, perché crede al farsi uomo, all'incarnazione di Dio. Dio, quindi, non è una grandezza astratta, un'idea o un postulato filosofico. Dio ha un volto umano. Il volto di Gesù Cristo. Per noi oggi, dopo duemila anni di cristianesimo, un'idea corrente, ma in fondo qualcosa di estremamente peculiare. E per i cristiani di epoche passate senz'altro un problema. Non ti farai idolo né immagine alcuna di Dio, dice il secondo comandamento nell'Antico Testamento. Ma, alla luce dell'incarnazione di Dio, ciò venne letto in modo nuovo. Le sculture continuarono a non poter essere adorate come divinità, ma, come rappresentanti del sacro, alcune immagini che venivano recepite attraverso i sensi divennero naturali in questa religione che dava importanza ai sensi. A un certo punto, poi, nell'vm secolo, nel cristianesimo d'Oriente sorse il movimento contrario. Dei gruppi fanatici tentarono di spazzare via tutte le immagini. Molte icone assai venerate trovarono accoglienza in Italia. L'iconoclastia però fallì e da allora le immagini, proprio nel cristianesimo d'Oriente, furono oggetto di particolare venerazione. Già l'atto di dipingere un'icona non è un processo tecnico o anche soltanto artistico. L'icona viene «scritta» dal pittore devoto tra continue preghiere. Così, già nel procedimento della pittura, Dio contribuisce dando una mano. Queste icone che risplendono in maniera misteriosa comunicano la presenza di Dio tra gli uomini. A me è capitato più di una volta: ho guardato negli occhi di un'icona. Ero presente. E Dio era presente.
La vera immagine di Cristo sarebbe stata ritrovata. Così si poteva leggere sui giornali qualche tempo fa. La storia suonava come un autentico giallo: in un paesino dell'Italia centrale, in Abruzzo, da quasi quattrocento anni si venerava un panno di bisso, che mostrerebbe l'immagine di Cristo. Il giornalista Paul Badde aveva però scoperto che in realtà doveva trattarsi del veneratissimo e antichissimo cosiddetto «Sudario della Veronica», sparito da Roma circa quattrocento anni fa, che nel sepolcro era stato posto sul volto di Gesù. Chi lo ha visto è rimasto profondamente colpito dall'espressione del volto di Cristo che si poteva scorgere su di esso. Non può tuttavia trattarsi di arte, perché sul bisso i colori non tengono. Naturalmente ora ci sono accesi dibattiti sull'autenticità e la particolarità del panno. Ma in fondo l'autenticità è di importanza secondaria. Il fatto che i cristiani credano in un Dio di cui potrebbe esistere un'immagine del genere, questa è l'intuizione sensoriale a Manoppello. Persino il papa si è recato in visita a Manoppello. Non ha né confermato né contestato l'autenticità dell'immagine. Ma, in questo luogo, ha rammentato a se stesso e a tutti i cristiani in maniera percettibile che, in Gesù Cristo, Dio ci ha mostrato il suo volto umano. E che ci è lecito guardarlo senza – come dovevano ancora fare gli angeli in Isaia – velare il nostro volto davanti allo splendore infinito dí Dio.
Il clou delle reliquie, a ogni modo, non è se siano davvero autentiche. Ciò interessava già la gente del Medioevo solo marginalmente. Il clou è che qui il Dio incarnato diventa percettibile con i sensi, in maniera addirittura fisica. E così la reliquia aiuta la persona in preghiera, che si inchina davanti a essa, a rendere più profonda la propria preghiera sul piano spirituale e, allo stesso tempo, a indirizzarla sul mondo concreto, di cui la reliquia indubbiamente fa parte.
Uno spettacolo incredibile ebbe luogo a Parigi il 12 agosto del 1239. Si vide il re di Francia, a piedi nudi e con indosso soltanto una lunga camicia, portare un vaso per le strade della città. Molta gente si era radunata lungo la via imboccata dal re. Ma questi aveva occhi soltanto per il prezioso contenuto del recipiente che stava portando solennemente nella sua capitale. Era il re Luigi IX, che in seguito sarebbe stato chiamato «il Santo». E l'oggetto della sua commossa devozione era una reliquia quasi inimmaginabile: era la corona di spine di Cristo, che il re aveva acquistato in Oriente e che ora portava a casa in Francia, la «figlia maggiore della chiesa». Quella corona di spine, quell'oggetto tangibile e visibile, aveva toccato, ferito, tormentato il Figlio di Dio, ed era quindi parte della passione di Cristo, che aveva aperto a tutti gli uomini la strada per la vita eterna presso Dio. Gli uomini del Medioevo vivevano in maniera molto più intensa di noi, soprattutto più sensuale, come ha descritto magistralmente Johan Huizinga nel suo celebre Autunno del Medioevo. E gli abitanti di Parigi assistettero in silenzio e trattenendo il fiato a quella toccante sacra rappresentazione: il sovrano dell'orgogliosa Francia, all'epoca il re più potente d'Europa, si era spogliato di tutte le insegne del suo potere regale e portava umilmente, di persona, la corona di spine del suo Signore per Parigi.
Dove avrebbe deposto quell'oggetto prezioso? Quale luogo era degno di quella santa reliquia? Poteva essere soltanto il cielo, il re ne era certo. Ma sul cielo non dominava, il potente sovrano di Francia, soltanto sugli uomini. E così ordinò di creare, apposta per quella corona, la più santa di tutte, il paradiso in terra, la chiesa più bella di allora: la Sainte Chapelle suine de la Cité, nel cuore di Parigi. Quando l'opera fu finalmente terminata, erano presenti il re e tutta la corte. Come ammaliate le folle videro come il loro re, Luigi il Santo, entrasse per la prima volta nel più grande reliquiario che fosse mai stato creato, il miracolo di vetro della Sainte Chapelle. Quando entrò in quello spazio mistico, inondato dalla luce multicolore delle prezione vetrate che tendevano all'infinito, il re divenne parte di un mondo rapito all'aldiqua.
La Sainte Chapelle era la rappresentazione terrena dell'aldilà, creata con tutte le finezze tecniche allora disponibili, con una fede sincera e con gli strumenti della massima arte. Soprattutto le vetrate erano state realizzate con la massima perfezione artistica. Le storie sacre vi erano raccontate magistralmente fin nel minimo dettaglio e questi sfarzosi tappeti di immagini si estendevano fino alla volta della santa cappella, che si librava nell'infinito.
Queste storie, realizzate con finezza estrema, dovevano apparire meravigliose anche là in alto – ma nessuno, proprio nessuno, poteva vederle, in quell'epoca priva di binocoli. Che senso aveva, allora? Perché si creava dell'arte somma, che nessuno poteva osservare? Questa domanda per l'uomo medievale sarebbe risultata del tutto incomprensibile. Le vetrate, infatti, non erano fatte per essere fissate con curiosità da parte dei gruppi di turisti, che nei secoli a venire sarebbero piombati su questi templi dell'arte come sciami di insetti. Le splendide vetrate erano fatte a maggior gloriadi Dio ed erano parte di un'idea affascinante. Così come l'uomo medievale viveva questo mondo terreno molto più intensamente di noi, anche l'aldilà gli era presente in maniera plastica, come realtà. E quando alzava lo sguardo nella Sainte Chapelle e nei grandiosi cori delle cattedrali gotiche, poteva vedere con i propri occhi spazi che esistevano realmente, ma in cui in vita sua non sarebbe mai potuto entrare, spazi reali di suprema magnificenza con meravigliose vetrate che nessun uomo mortale avrebbe mai potuto vedere – come il paradiso, il cui presagio terreno dovevano essere questi spazi. Il paradiso era però la contemplazione beata di Dio.
Ma come si può accrescere ancora quest'impressione paradisiaca? Attraverso quell'arte, naturalmente, che sprezza la materia terrena ancora di più di quei prodigi di vetro trasparenti per il cielo: attraverso la musica.

 

Ciò che fanno gli angeli nel tempo libero

Nel coro dell'enorme chiesa conventuale di Cluny, in cui innumerevoli monaci ogni giorno lodarono Dio in possenti canti gregoriani, delle splendide figure rappresentavano le otto note fondamentali della musica. Ognuna di queste statue, scolpite intorno al 1120, che anelano estasiate al di là di ogni cosa terrena, mostra un proprio temperamento musicale. Trecentosessant'anni dopo Melozzo da Forlì donerà all'umanità i suoi meravigliosi angeli musicanti, nell'abside della chiesa romana dei Santi Apostoli, personaggi sensuali e spiritualizzati a un tempo, pieni di magnifica vitalità, che oggi contribuiscono alla fama mondiale della Pinacoteca Vaticana. Gli angeli sono creature di puro spirito e, secondo una credenza antichissima, uniscono l'aspetto spirituale a quello sensibile, l'aldilà all'aldiqua, Dio agli esseri umani. Portano il messaggio di Dio ad Abramo, al profeta Elia, a Maria. Il vago desiderio religioso degli uomini di oggi ha riscoperto gli angeli, che sono utili agli uomini e, allo stesso tempo, rivolti a Dio con tutte le loro forze. Non ci si è mai potuti immaginare altro, se non che questi angeli, al cospetto di Dio, suonino. Il loro entusiasmo per Dio si tramuta in musica visto che anche la musica può portare all'entusiasmo per Dio.
Così questo libro su Dío termina necessariamente con la musica.
Nel 2006 il film tedesco dell'anno fu Le vite degli altri. È una pellicola toccante che mostra il mutamento di un agente della Stasi, fedele alla linea del regime, che si trasforma in un uomo buono. La svolta decisiva avviene quando il funzionario, altrimenti sempre controllato e corretto, mentre ascolta la sua vittima ignara sente della musica. Il regista spiato suona il pianoforte e a quel punto, molto lentamente, dagli occhi del brillante attore Ulrich Mühe scorrono delle lacrime. Da quel momento in poi è perso ai fini del suo mestiere inumano. Si trasforma nell'angelo custode della sua vittima. Il regista Florian Henckel von Donnersmarck ha detto che l'idea del film gli è venuta davanti a una citazione di Lenin. Questi avrebbe detto, a proposito dell'Appassionata di Beethoven: «Non posso ascoltarla, altrimenti non porto a termine la rivoluzione». Un pensiero forte, che sorregge l'intero film, pieno di sensibilità. La musica non eleva l'essere umano in un qualunque modo e per qualsiasi parte. La musica qui eleva l'essere umano a essere un uomo migliore – cosa che, peraltro, come era noto già a Kant, in questo mondo non porta al successo. Il mostro convertito all'umanità nella Germania est viene distaccato a compiere mansioni estremamente ottuse, nella Germania ovest diventa uno di quelli che distribuiscono riviste. Un'esistenza fallita, per così dire. Ma alla fine del film anche lo spettatore desidera seguire quel cammino che era stato aperto dalla musica.
Anni fa volevo ascoltare il Requiem di Verdi per la prima volta in vita mia. Era il Venerdì santo e Georges Prétre, un celebre direttore d'orchestra francese, doveva eseguirlo all'Opera di Roma. Le gallerie erano riempite da un pubblico costituito dalla buona società romana. Si spensero le luci e in quel momento avvenne qualcosa di strano. Gli altoparlanti diffusero un annuncio: «Oggi è Venerdì santo, il giorno della morte del nostro Signore Gesù Cristo. Il direttore, l'orchestra e il coro pregano di rinunciare agli applausi». In tono tranquillo questo testo fu letto in circa dieci lingue. Poi iniziò il Requiem. Chi lo conosce comprenderà quanto ero commosso.
E poi finì. Silenzio. L'Opera di Roma sembrò trattenere il respiro. Nessuno si mosse. Si aveva un bisogno quasi indomabile:allentare la tensione e applaudire. Ma non si poteva. Tutti sedevano come ammaliati. Il direttore d'orchestra lasciò il podio senza nemmeno uno sguardo al pubblico. Il coro, l'orchestra, lasciarono il palcoscenico a passi lenti e nel massimo silenzio. Il pubblico rimase a sedere. Soltanto piano piano si alzò una persona, poi un'altra. Alla fine la gente, esitante, come in trance e in silenzio, si avviò al guardaroba. Anch'io mi alzai, ancora tutto compreso da quella musica. Non avrei mai più vissuto un'esperienza del genere. Per settimane il Requiem di Verdi continuò a risuonarmi nelle orecchie e a molti altri spettatori sarà capitato qualcosa di simile. Penso che quest'impressione c'entrasse con il fatto che, quel Venerdì santo, il Requiem di Verdi all'Opera di Roma non fu offerto, come altrimenti tanto spesso, al giustificato applauso del pubblico, ma che io e probabilmente tutti noi avemmo l'impressione che quella splendida musica fosse salita direttamente a Dio dal cuore dell'Opera romana, tanto mondana. E noi eravamo stati presenti.
Alcuni si lamentano che oggi le chiese spesso vengono usate soltanto come sale da concerto. Ma ciò che vi avviene, se avviene con dignità, non è molto lontano dalla liturgia che gli angeli celebrano nei secoli dei secoli.
Johann Sebastian Bach ha lasciato un'opera omnia musicale che, come nessun'altra, a partire da una fede profonda, ha tradotto il cristianesimo in musica. La persona a cui il Dio degli atei non dice nulla, che si è lasciata alle spalle il Dio dei professori e il Dio degli scienziati e a cui il Dio dei filosofi non ha saputo dare una risposta viva, nella possente Passione secondo Matteo e nell'appassionata Passione secondo Giovanni del direttore del coro di San Tommaso a Lipsia può forse vivere davvero il Dio di nostro Signore Gesù Cristo. Chi ha sperimentato personalmente la sofferenza, chi ha sperimentato l'assurdità, la disperazione, nella Passione secondo Matteo può sperimentare, con tutta l'emotività e la drasticità che il Seicento padroneggiava, un Dio che ha condiviso e continua a condividere tutto ciò e che pure, attraverso tutta quest'oscurità, ci conduce vigorosamente, con mano dolce, alla luce redentrice. «O Haupt voll Blut und Wunden, voll Schmerz und voller Hohn, o Haupt, zum Spott gebunden mit einer Dornenkron, o Haupt, sonst schön gekrünet mit höchster Ehr und Zier, jetzt aber frech verhöhnet: gegrüβet seist du mir» [«O capo, coperto di sangue e piaghe, di dolore e scherno, o capo, per beffa circondato da una corona di spine, o capo, altrimenti incoronato di somma gloria e onore, e ora impudentemente schernito: ti giunga il mio saluto»]. E, a partire dall'adorazione, il canto diventa una preghiera esistenziale: «Wenn ich einmal soll scheiden, so scheide nicht von mir. Wenn ich den Tod soll leiden, so tritt du dann herfür. Wenn mir am allerbängsten wird um das Herze sein, so reiβ mich aus den Ängsten kraft deiner Angst und Pein» [«Quando un giorno dovrò dipartirmi, non partirtene da me. Quando la morte dovrò patire, sorgi tu vicino a me. Quando il cuore nell'angoscia al massimo mi sarà stretto, strappami dal timore in virtù della tua angoscia e della tua pena»].
Il grande teologo protestante Karl Barth disse una volta che era sicuro che in servizio gli angeli eseguissero Bach. Nel tempo libero, però, di certo suonavano Mozart. Il genio di Mozart ha saputo esprimere in maniera trascinante tutta la piena voglia della vita terrena e tutta la speranza incrollabile in una vita eterna presso Dio. Il compositore delle arie dell'allegro Papageno scrive anche il Laudate Dominum nel suo Vesperae solemnes de confessore, che ben difficilmente lascia qualcuno impassibile e che eleva l'anima a Dio. Anche Mozart, al termine della propria esistenza, ha composto un Requiem toccante che, incompiuto quanto lui era imperfetto, sarebbe diventato il suo Requiem. Ma in ogni nota questa messa funebre promette la sicura perfezione eterna. Ci si può immaginare che questa musica si sbagli?
Il filosofo Robert Spaemann ha da poco presentato una prova grammaticale dell'esistenza di Dio. Se non ci fosse un Dio, non si potrebbe più dire davvero: ci sarà stato qualcosa. Prima o poi, infatti, non ci sarà più nessuno che si ricordi e questa sarebbe anche la fine di ogni passato. Voi, cari lettori, e io, l'autore di questo libro, non saremo esistiti. Poiché non ci sarà più nessuno per cui esista o sia esistito qualcosa. Un'idea che è quasi impossibile pensare fino in fondo. Allora, però, non sarà esistito nemmeno Bach, nemmeno Mozart e tutti gli altri idealisti. Ma voi, cari lettori, riuscite a immaginare che questa musica un giorno non ci sarà più, che anche ciò che suscita sia soltanto un errore controllato dagli ormoni, che svanirà per tutta l'eternità? Soltanto se Dio esiste «nessuna parola non sarà mai stata non detta, nessun dolore non sarà mai stato non sofferto, nessuna gioia non vissuta». Resistente a Nietzsche, ha definito Robert Spaemann questa prova dell'esistenza di Dio e lo stesso Nietzsche ha detto: «Temo che non ci libereremo di Dio, perché crediamo ancora alla grammatica».
La musica non si può fissare materialmente, non consiste nello spartito, a meno che si scambi il menù scritto del ristorante con quello che viene servito sul piatto. La musica è la dimostrazione esistenziale che c'è qualcosa di immateriale e che può essere cosa buona e sussistere. Spesso accordiamo al mondo più eternità di quanto gli spetti, per esempio al telegiornale, che, dopo il giorno della nostra morte, per noi in realtà non esisterà più. Ma in verità non sfioriamo l'eternità con il telegiornale, bensì nell'amore esistenziale realmente vissuto per le persone e anche nella musica realmente vissuta, toccante in una maniera che supera ogni comprensione. E quest'eternità sussiste.
La persona a cui, per finire, le argomentazioni dicono poco e che alla fine della propria esistenza irrequieta ascolta della musica che la commuove, per esempio il secondo movimento della Pastorale di Beethoven, la quiete ristoratrice dopo la tempesta, potrà forse chiedersi se, prima del suo ultimo respiro, non desideri pregare ancora Dio, che ha dovuto aspettarla tanto a lungo.
Questo libro è iniziato con il lamento funebre – pagano – per Lady Diana. Pochi giorni dopo Lady Diana, morì a Calcutta Madre Teresa, l'angelo dei poveri. In questo casò fu trasmessa in tutto il mondo una cerimonia funebre totalmente diversa. Si videro le consorelle dell'ordine di Madre Teresa occuparsi degli ospiti quasi con allegria. Stranamente, neppure per un attimo, si ebbe l'impressione che alle sue più strette collaboratrici Madre Teresa mancasse, perché erano visibilmente sicure che la fondatrice del loro ordine in quel momento era presso Dio – e poteva essere invocata per la sua intercessione. Quell'intercessione da allora ha già aiutato molte persone.
Il culmine di quella cerimonia funebre naturalmente fu la santa messa. In ogni messa il sacerdote raduna esplicitamente tutti gli angeli e i santi intorno all'altare, la liturgia eterna celeste e la celebrazione terrena si uniscono in un unico momento. E se la messa è particolarmente solenne, è cantata. Una messa del genere in una cattedrale gotica è davvero uno spettacolo completo. Quello che si sente, infatti, allo stesso tempo lo si vede: un'immagine del cielo. Ma il culmine della fede cristiana non è la commozione estetica durante una messa nella Sainte Chapelle. Madre Teresa disse una volta: «Non so esattamente come sarà il paradiso, ma so che, quando moriremo e verrà il momento in cui Dio ci giudicherà, non ci chiederà: "Quante cose buone hai fatto nella tua vita?". Ci chiederà piuttosto: "Con quanto amore hai fatto ciò che hai fatto?"». E un'altra volta disse: «È importante trovare Dio. E non può essere trovato nel rumore e nell'irrequietezza. Dio è amico del silenzio. Guardate come la natura cresce in silenzio: gli alberi, i fiori, l'erba. Guardate le stelle, il sole e la luna, come seguono la loro orbita in silenzio. Abbiamo bisogno di silenzio per diventare capaci di toccare le anime...».

(Dio. Una piccola storia del più Grande, Queriniana 208, pp.266-280)