Educare alla Costituzione /9

Raffaele Mantegazza

(NPG 2011-08-50)


Esistono al mondo almeno 5 miliardi di persone che pregano un Dio; molte di esse si riconoscono in una religione organizzata; dentro o fuori i recinti della religione moltissime di esse vivono l’esperienza del sacro, abitandone i tempi e presidiandone gli spazi.

Esistono decine se non centinaia di volti differenti attribuiti alla divinità; proliferano pluralità di rivelazioni scritte e orali a fianco di segreti misterici non rivelati; i recinti e i segni dello spazio sacro punteggiano a volte in modo plurale a volte in modo esclusivo le città, le campagne, ridisegnano gli spazi naturali apportandovi uno dei contributi tipici delle culture umane: le strutture per l’incontro col divino. Che cosa sarebbe lo spazio umano senza le chiese, le sinagoghe, i templi, le moschee, le tende dell’incontro, tutti gli spazi destinati al dialogo con il divino? Quanto saremmo più poveri e banali, quanto più aridi sarebbero i nostri spazi vitali senza questi segni di una ricerca di altro e di «alto»?

Pedagogie religiose, pedagogie laiche

La pedagogia e l’educazione hanno tenuto nei confronti di questa realtà due atteggiamenti distinti, che potremmo definire posizioni dogmatiche che si alimentano a vicenda.
Da un lato esistono le pedagogie religiose, che dovrebbero essere guida verso il divino ma che sono intese spesso come strumenti per educare a cogliere un solo volto della divinità, a interpretare una sola Sacra Scrittura, a posizionarsi entro un solo spazio sacro; pedagogie che confinano con l’apologetica ed educazioni che sfociano nella catechesi; anche nei nobilissimi tentativi di dialogo interreligioso lo sfondo pedagogico è sempre interno a una religione, quella che propone il dialogo e che cerca con difficoltà di educare soggettività aperte al confronto ma pur sempre collocate entro un ambito definito e determinato.
Esiste poi la pedagogia laica che, tranne rarissime eccezioni, sostanzialmente non si occupa di religione se non nelle diatribe tutte italiane sull’IRC e sui finanziamenti statali alle scuole confessionali. Esistono contributi di antropologia delle religioni, di filosofia delle religioni, di psicologia delle religioni; non sono purtroppo così diffusi testi di pedagogia del divino, del religioso, del sacro che cerchino di proporre un discorso laico su queste dimensioni, ma non per contrapporle o pacificarle con il discorso scientifico ma per affondare i propri strumenti di analisi nel brulicante mondo che queste tre parole delimitano per trarne indicazioni utili per educare (in) uno spazio che la laicità ha troppo spesso disprezzato: lo spazio del divino inteso come esperienza prima e precategoriale della trascendenza e dell’alterità radicale, lo spazio del religioso come categorizzazione specifica di quell’esperienza in una religione rivelata, lo spazio del sacro come campo degli effetti sul mondo di quel pensiero e di quelle categorie.
Salvaguardare questo spazio è il senso dell’educazione laica garantita dalla Costituzione e su di essa fondata: ciò significa scontrarsi con i fondamentalismi per i quali la religione è un mero strumento: che sia un pio fedele di un’altra religione o uno scettico disincantato, per il fondamentalista l’altro è sempre in errore, perché non c’è spazio nella vita umana che non debba essere occupato militarmente dal «mio» discorso religioso (o anti-religioso, per cui per i vari laicisti agguerriti alla Odifreddi non è possibile altro discorso sulla religione che non sia quello di un cosiddetto «smascheramento»).[1]
I fondamentalismi religiosi e il fondamentalismo laicista (segretamente alleati nella sistematica negazione di qualsiasi possibilità di dialogo) sono anticostituzionali perché vanno contro l’idea di libertà di culto esplicitata nel testo costituzionale: «Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.» (art. 8). Ma il testo va oltre: «Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume» (Art. 19).
Il che significa che è anticostituzionale negare ai musulmani la costruzione di una moschea, ai giudei l’apertura di una sinagoga, ai Testimoni di Geova l’inaugurazione di una Sala del Regno, ecc. E sostenere «apriremo una moschea a Como quando loro apriranno una chiesa in Afghanistan», oltre a mettere in campo una versione più o meno aggiornata del «se tu mi rubi il trenino io ti rubo la macchinina», costituisce un grave vulnus alla lettera e allo spirito della Costituzione. Che senso ha infatti giustificare una pratica antidemocratica e anticostituzionale per il fatto che altrove essa viene messa in atto? Ci mettiamo allora a giustiziare i colpevoli di omicidio perché «tanto negli USA fanno così?». La domanda che ci viene quando sentiamo questi discorsi, pericolosi per la democrazia, va al di là del discorso meramente religioso, e investe il senso stesso della Costituzione: crediamo veramente nella forza della democrazia? Crediamo veramente che uno stato laico garantisca i diritti di tutti e di tutte meglio di una teocrazia? Crediamo che l’esempio che possiamo dare rispettando le regole della democrazia possa davvero costituire un inventivo anche per quegli Stati che non sono democratici? Cosa immaginiamo che pensino i fedeli musulmani presenti nel nostro Paese quando sentono questi discorsi?
Probabilmente che il nostro essere democratici è un bluff che ci serve per tutelare i nostri diritti, ma che è sottoposto a distinguo e ad eccezioni quando sono i diritti degli altri ad essere in campo.
Ma la democrazia non conosce distinguo e i diritti non sono contrattabili: e qui ad essere in gioco non è solamente il diritto a celebrare i riti della propria religione, ma un vero e proprio diritto al sacro, ovvero l’inalienabile diritto a quello che sembra essere un bisogno almeno di una parte dell’umanità, quello cioè di interrogarsi sul senso dell’alterità radicale messa in campo dal divino.
Ovviamente la domanda sul divino deve prevedere anche la risposta negativa (l’ateismo) o la non-risposta (lo scetticismo) ed è realmente triste che ancora oggi queste due posizioni vengano attaccate da parte di alcuni fedeli con argomentazioni e virulenza degne di (per fortuna) passate epoche.

Il «diritto» al Crocifisso?

Come il diritto al sacro non entri nella discussione quotidiana soprattutto quella proposta dai mass-media lo si nota nel modo penoso di impostare la questione del crocifisso nelle aule o negli spazi pubblici. La questione ha un risvolto giuridico nel quale non vogliamo entrare perché ci interessa la dimensione pedagogica ed educativa, una dimensione che sfugge sia a coloro che vogliono eliminare dalla aule il crocefisso insieme alla Bibbia, al Vangelo, a tutti i riferimenti alla religione, sia da coloro che riempiono le aule di piccoli crocefissi da 1 € in una posizione unicamente polemica e difensiva. In comune alle due posizioni (rappresentate nei penosi salotti mediatici dai due opposti estremisti che sempre vengono invitati a discettare) è una visione tattica e strumentale della religione, che diventa un’arma in una discussione all’interno della quale l’unico fine dei contendenti è vincere la gara dialettica contro l’altro.
Domandiamo, allora, in sede pedagogica: ma perché il crocifisso sta sui muri e non sui banchi? Crediamo davvero che quella suppellettile appesa al muro sia vista dai ragazzi? Che sia quello scandalo di cui parla Paolo? Crediamo davvero che nelle scuole italiane i ragazzi entrino in contatto con la vita di Gesù, la sua scandalosa morte, il suo assassinio efferato? Crediamo davvero che i ragazzi, davanti a un piccolo oggetto ormai dato per scontato, si domandino: «Chi è quell’uomo», «Perché lo hanno conciato in quel modo?», «Chi è stato?», «Che cosa aveva fatto di male?». Siamo convinti che da una parte e dall’altra chi parla del crocefisso in aula (che a nostro parere indebolisce la forza del messaggio cristiano riducendolo a schermaglia politica) lo fa per non parlare di Gesù in aula e dunque per non rispondere alle domande di cui sopra.
I ragazzi escono dalle scuole sulla cui pareti campeggia una croce ma non sanno nulla della differenza tra sadducei e farisei nel processo di Gesù, di chi erano realmente i samaritani, di che cosa significa realmente «passare per la cruna dell’ago». Per non parlare dell’Antico Testamento: i ragazzi confonderebbero Noè con Mosè se non fosse per la canzoncina sui due coccodrilli e l’orangotango!
Ai fondamentalisti di entrambe le specie chiediamo: siete contenti che la cultura religiosa dei ragazzi sia così penosamente scarsa e che la presenza di Gesù sia lasciata a un soprammobile praticamente invisibile?
Al laici chiediamo: credete veramente che in questo modo i ragazzi possano capire non solo Dante e Manzoni ma anche Darwin e Marx?
Ai cattolici chiediamo: credete veramente che in questo modo i ragazzi abbiamo una minima intuizione del kerygma?
Cerchiamo di essere seri, perché la religione è una cosa seria: togliamo i crocefissi dai muri e mettiamoli sui banchi, facciamone oggetti didattici e pedagogici, e a questo punto che siano la pala di Isenheim, il Crocefisso di Cimabue, la Deposizione del Rosso Fiorentino.
Se croce deve essere che sia scandalo. Se laicità deve essere (e deve esserlo) che non sia crassa ignoranza.

 

NOTA

1) Altra cosa ovviamente è l'autentico smascheramento delle pratiche religiose connesse con il potere e il dominio, portato avanti dalla Teologia della Liberazione e dalla Teoria Critica della Religione di ispirazione francofortese. Per queste posizioni la religione conserva un elemento di verità, al di là della fede soggettiva, ed è proprio questo elemento ad essere tradito quando la religione viene utilizzata dalle istanze di dominio.