Tre angeli

Lettere al figlio

Roberta De Monticelli

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Di nuovo è stato giorno ed è di nuovo sera, e vorrei trovare parole di ringraziamento per questa miniatura d'eternità che è ogni giornata d'estate. Noi siamo qui, fra il salice e la quercia, di fronte alla vigna. Laggiù, quando l'aria è più limpida, si vede la città, con le sue mura e la sua torre. E io penso a quest'altra immagine del vivo, e a quest'altra figura d'essere che resiste al tempo: la Città. Penso a molte città – le rivedo, una per una, così diverse, più dei volti umani: e penso alla Città, che non è affatto una città astratta e universale, una cosa che non esiste: ma un altro fermo fondamento del vivere, ciò che Platone chiamava un'Idea. Un disegno di senso, che dà ordine ai giorni.

Non fuggire, spaventato dai miei filosofemi. Lascia che provi a spiegarti che cosa intendo dire. Ogni volta che leggiamo un libro, guardiamo un quadro, ascoltiamo musica, per un breve lasso di tempo, noi siamo alla presenza di un disegno. Lo afferriamo più o meno distintamente; riemergerà più chiaro a ogni nuova lettura, contemplazione o ascolto della stessa opera. E mentre del tempo che sta passando perdiamo completamente la nozione, se siamo immersi nell'opera, alla fine il disegno è tutto lì, presente e intero, come fuori dal tempo. Questo disegno, che è ben difficile da definire, come la fisionomia di un volto, è quello che conferisce «vita» e «unità» all'opera, la quale senza di esso si sparpaglierebbe in polvere di dettagli: frasi, colori, suoni... Questo disegno è l'idea dell'opera. È una fortuna che la lingua ci abbia conservato questo termine in questo senso apparentemente così piano e semplice, perché chi non ha letto un libro, guardato un quadro, ascoltato una sonata? E chi ignora che un'opera senza un'idea è un aborto? È una fortuna, perché così abbiamo una sicura base di esperienza di cosa sia un'Idea – nel senso che intendeva Platone. Che è un senso ancora più ricco, ma sicuramente comprensivo di questo, che tutti conoscono.

Ogni opera ci mette a disposizione un'Idea, per farne specchio alla nostra vita. Per vedere l'ordine del tempo nell'ordine del significato. Non so come avvenga che fra mille opere amate una, improvvisamente, avanzi alla ribalta della mente e dica: vieni qui. Lasciati leggere da me. Io ti contengo – e ho spazio per ben altro ancora. Guardali qui, i tuoi anni, nell'ordine giusto.

Le opere ci leggono, e in questo è la loro bontà. Occorre dapprima che, passandoci noi davanti, riconosciamo in loro qualcosa che ci è noto, che ci appartiene da sempre – come per caso salendo su un tram può avvenirci di trovare improvvisamente riflesso nel vetro della portiera un dettaglio della nostra figura, magari sgradevole. Ma in quell'altro caso, l'appartenenza ancora solo confusamente percepita del dettaglio che ci colpisce non è quelladi un naso o di una spalla, ma quella di un tema della nostra vita – che solo per mezzo di quel dettaglio si fisserà infine, arriverà a coscienza, troverà una sua immagine appropriata. Dico «tema» – ma, vedi, è ancora una parola per «Idea».

Il tema che mi colpì dapprima, nell'opera di cui voglio parlarti, è quello dell'Albero. Dell'Albero ormai sai qualcosa anche tu. Fu nel tempo la prima figura del vivo – l'altra, prima ancora, fu prima del tempo. Fu la figura di una vita nuova.

L'opera di cui voglio parlarti è un'icona, nome che in greco significa immagine, ma in russo anche visione, ed è la più famosa delle antiche icone russe. Devi sapere che in quel genere di pittura gli artisti, che erano monaci e teologi, lavoravano su temi fissi – le Idee appunto, le non molte Immagini canoniche dell'Invisibile, cioè di Dio e della vita eterna. Uno di questi temi era la Visita ad Abramo da parte dell'Eterno, quale la Bibbia la racconta. A causa dei Padri greci che interpretarono il racconto, le icone della visita ad Abramo furono intese come immagini della Trinità.

In queste antiche icone tre angeli siedono alla tavola dell'Ospite. Nella più bella e perfetta di esse, non ci sono altre persone vive che 'queste tre. Ma in tutte si vede al centro, dietro il secondo angelo, un albero. Quest'albero, nelle icone forse meno perfette, ma più ingenue e fiabesche, è la cosa più viva che ci sia. Le sue fronde sono a volte fiamme pure, astratte, a volte ali verdissime e rosa d'angeli, altre uccelli di fuoco. Infine resta di questa vita solo il movimento lieve, che ripete quello con cui l'angelo centrale si volge appena verso il primo angelo, inclinando la testa.

In alto a sinistra, dietro il primo angelo, si vedono cupole e torri, una Città – e nella più perfetta di queste icone, un semplice, purissimo Edificio.

In alto a destra, dietro il terzo angelo, si vede il deserto: bianco deserto di rocce e cavità – che non ha sfondo né figura: nulla vi si fa tema – tutto vi si staglia, come in luce viva. Dice infatti un Padre antico, molto studiato dai monaci pittori, che il bianco è «della stessa categoria della luce divina». Solo «della stessa categoria», essendo un colore – o piuttosto un vuoto di colore, una pura potenza del colore. L'oro, invece – l'oro dei nimbi e degli sfondi –non è un colore: è, in un certo senso, la luce stessa.

Un'opera, quanto più è semplice e perfetta, tanto più riflette dell'essenziale di ogni vita, comprese quelle minime, le nostre. Io non mi debbo vergognare dunque se, guardandola, credevo di veder rutilare in un giro immobile tutte le Idee dietro cui la mia vita si era persa: l'Uno e i Molti, l'Identità e la Differenza, la realtà degli Universali, la Fondazione e l'Edificazione, e l'Albero che non può bruciare, e l'ascesi e la felicità mentale, e la Persona e il Volto e l'Individualità Essenziale. Tutto risolto e pacificato, tutto raccolto e chiaro: le aporie di Platone, le vertigini di Dionigi, le folgorazioni di Leibniz, i tormenti di Husserl. Tutto disposto in ordine, distinto in un Triangolo, inscritto in un Ottagono, circoscritto da un Cerchio.

E tu non devi ridere, mio grande, se ti dico che non ricordo affatto cosa mi parve di capire allora! Neppure i sessantasei corsi di filosofia che ho tenuto finora nella nostra città sono ancora bastati a chiarirlo un pochino ai miei studenti... Ma io decisi, a titolo di ringraziamento, che avrei in futuro dedicato una meditazione a ciascuno dei tre angeli dell'icona, a cominciare da quello centrale, qualunque ne fosse stata la forma, e per inadeguatoche ne fosse il contenuto. E così, vedi, ho cominciato questo racconto d'estate.

Molte, mio grande, sono le liberazioni e le scoperte, nella vita di una persona – ti dicevo. Ma per quanto infine uno diventi quello che era: che mai può aver capito di questo vivere, che cosa mai che sia di qualche utilità per gli altri, e anche per te, mio grande, una che ha vissuto così, perduta dietro i Triangoli e i Cerchi e la realtà degli Universali, e tutte quelle Idee che ti dicevo? Talmente poco, caro, così poco, che ora quasi mi scoraggia il pensiero dei due angeli che mi restano da ringraziare. Che cosa ho appreso, ancora?

Occorre una dimora ombrosa, per abitare il vivo. L'albero, quando è cresciuto alto e ampio, protegge dalla vampa del cielo: e non lo nasconde, come fa l'edificio. Ma una casa nel vivo, si può fare? È possibile edificare sul vivo? Repubbliche, Chiese, o anche solo sistemi di Idee?

Farei meglio a tacere delle cose che ignoro. Io che vivo in esilio dalla Storia, dall'Attualità, dal Mondo, e al massimo smonto e rimonto le leggere, le vacillanti impalcature dei filosofi, questi vertiginosi muratori del vivo.

Ma forse edificare nel vivo non si può – o almeno, forse non lo possiamo noi. L'Edificio è sfondo ed attributo del primo angelo, che non si volge, come gli altri due, a chi guarda. Fondare il inondo con le sue città, è il privilegio della sua potenza. Eppure, salvezza non è solo il Paesaggio, il tempo non umano e più che umano della vita nuova, delle estati e dell'Albero. Qualcosa s'è salvato, in noi, del mondo: qualche nome, qualche volto, qualche città. Un po' del tempo umano, che ci è stato affidato e dobbiamo pure custodire.

Guarda l'icona, guardala bene e a lungo. L'Ospite manca – o forse, l'Ospite guarda, come noi. Al centro della tavola c'è un calice, che raccoglie in un punto lo spazio, lasciandovi convergere tutte le linee del triangolo angelico, e i raggi del cerchio in cui è inscritto. E raccoglie ogni nostro sguardo, ogni pensiero. Contiene l'anima di chi guarda: contenta – nei pensier contemplativi.

Raccogliere, contenere, tenere insieme: in quanti modi si dice, in lingua filosofica. Greca, latina, tedesca... Sforzo, ascesi, il pensiero, nostra orazione di raccoglimento. Ascesa a Uno – ricerca anche questa di una felicità, la condizione unita, l'attualità del vivere, il punto pullulante dell'origine continua (dice il poeta). Prima che l'Intelletto si volgesse indietro, e dividesse sé riflettendo quest'Uno (dice il filosofo)...

Ma cosa, infine, s'è perduto o sperso? Eppure è questa la condizione quotidiana che la nostra ansietà riconosce propria: dispersione.

Così lungo il filo monotono del suo rosario la contadina un tempo raccoglieva ogni sera l'anima dispersa nelle cure quotidiane. Era la sua orazione di raccoglimento. Ma anche lo sforzo del pensiero è orazione di raccoglimento, incanto di monotonia.

Filosofia: ascesi all'Io Trascendentale, sempre più puro, nudo, spoglio. L'io, senza il vivo! Senza i punti in cui il vivo s'è disperso, i punti vivi, i Molti. Le stelle di una costellazione – e per ciascuno, forse, quella sotto cui nacque.

Lascia che i vivi raccolgano il vivo. Cresce da sé, come un raccolto. I suoi semi si fanno temi. Non tesi, non concetti, non trame, non storie. Ma quasi punti di condensazione della nebulosa interiore, vortici al centro dei quali pulsa una felicità remotissima, la cui luce ci raggiunge ora – una stella.

Poesia – orazione di quiete.

(Dal vivo. Lettere a mio figlio sulla vita e sulla felicità, Rizzoli 2001, pp. 79-84)