Platone o Kant?

Roberta De Monticelli

platone

La vita umana si affaccia ad infiniti mondi: e non solo quella dei navigatori stellari dei film di fantascienza, che vagano per le galassie, e neppure solo
quella dei filosofi, che nel più pallido regno dell'immaginazione li imitano, navigando per i mondi possibili. No: anche la vita di ciascuno quaggiù, in questo mondo reale e quotidiano, e perfino in questo nostro piccolo Paese. Dove le città non crescono come in altri Paesi d'Europa, d'Asia e d'America verso il cielo, con forme che l'architettura contemporanea ha liberato da ogni vincolo funzionale e proiettato nello spazio poetico («è del poeta il fin la meraviglia»: del poeta, intendo, in questo senso un po' minore, di incantatore fanciullesco d'altri fanciulli). Che importa: vi basterà visitare una mostra d'architettura contemporanea, come quella tenutasi nel 2004 a Genova, e vedrete tutto. Vedrete la parete luccicante di un grattacielo stagliarsi nell'azzurro, e invano ne cercherete il volume, il corpo del parallelepipedo, mutando prospettiva. Non c'è: è un edificio bidimensionale. Camminerete virtualmente per marciapiedi fatti d'acqua e di luce, osserverete navigare in cielo palazzi a forma di nave, seguirete le masse sinuose e scintillanti di musei o teatri che vi ricordano bizzarre forme di animali arcaici, balene o testuggini, o gigantesche lucertole di vetro. E poi risalirete indietro nel tempo, e vedrete i sogni immani dei nostri futuristi, che sulle tele delle loro menti avevano già visto tutto questo — anche la fine dei solidi regolari, anche l'esplosione delle forme organiche e delle città astronautiche: e uno si chiede come mai di questi sogni, unici fra i sognatori di tutti gli altri Paesi, non abbiano fatto nulla, o quasi. Ma poi uscendo e ritrovandovi di fronte alle barocche delizie di Palazzo Ducale vi risponderete da soli: come si fa ad aggiungere Futuro a un Paese che tracima di Passato da tutte le piazze, dove le strade svoltano nel Rinascimento o nel Medioevo, e ad ogni svolta si profila la prospettiva di un secolo perduto?
E se poi fuggite dai mondi passati e futuri rimasti impigliati nelle città di questo — se fuggite ad esempio verso il largo del Paesaggio, fuori porta, in campagna, o verso l'alto del Cielo, ben comodamente seduti nell'aereo che vi riporta a casa, quante altre prospettive di realtà inesauribile vi si spalancano davanti, sopra, sotto. La realtà è dovunque una fonte infinita di informazione: non vi basterebbe una vita a conoscere compiutamente un solo, sia pur minuscolo, frammento di realtà, mentre se cercate di contare le colonne di un tempio nella vostra immaginazione, o nel ricordo, non ci riuscirete affatto. L'informazione, nella fantasia, finisce quasi subito. Per restare a un esempio architettonico: provate a contare le colonne del Partenone sull'immagine mentale che ne avete!
La realtà, invece, quella che ci si offre grezza e quella che fabbrichiamo con le nostre mani, non solo è fatta di una profondità indefinita — e di profondità assai più che di materia, dato che anche quella che tocchiamo si sminuzza in se stessa fino ad abissi di immaterialità; non solo letteralmente non finisce mai di insegnarci com'è; ma porta nelle nostre vaghe menti forma e legge, limiti e costrizione: tanto più sottile e severa quanti più limiti superiamo. Non si può costruire con la pietra allo stesso modo che con il legno, o foggiare il marmo allo stesso modo della creta.
Platone – che scioccamente ci insegnano a leggere come uno che guardava nell'altro mondo e non in questo – fondò la filosofia quando capì il potere che hanno le cose reali di dare legge e buona regola, cioè infine bontà, al nostro fare; e spiazzò l'arbitrio delle singole volontà di potere spalancando la loro angusta visuale alle esigenze della realtà, mostrando che il bene è essenzialmente il rispondere bene a queste esigenze. Come il medico non può agire a suo talento per avere buoni risultati, ma deve seguire le regole dell'arte, così il politico non dovrebbe agire come gli aggrada, ma obbedire alla norma indicatagli dal bene della Città.
Kant è passato alla storia, invece, per la posizione opposta. Non nelle cose, ma nelle nostre menti stanno le forme e le leggi – e perfino l'infinito. Un filosofo italiano recentemente ha suscitato un vespaio provandosi a congedare finalmente l'ombra di Kant dai nostri occhi, perché possano aprirsi all'«immensa ontologia invisibile» cui ogni cosa reale rimanda. Gli hanno detto perfino che pareva uscito da un seminario arcivescovile di fine Ottocento, per la sua sfacciataggine. Si vede che anche i seminari arcivescovili avevano finestre sul mondo.