Sull'attenzione

Roberta De Monticelli

lattenzione

La pagina che abbiamo letto di Simone Weil sulla bellezza ci parla soprattutto di un caratteristico risveglio e rinnovamento della mente che ne è l'effetto. L'opera d'arte, ad esempio di poesia, può risvegliarci dal sonnambulismo, aprirci gli occhi alla profondità del reale. Ma come può fare questo? Non nasce, la poesia stessa, dall'immaginazione?
Siamo stati abituati ad associare la poesia alla fantasia, all'immaginazione. Ma è davvero «dall'immaginazione» che nascono le immagini poetiche? Questa, che ha l'apparenza di un truismo, di un'ovvietà, rischia invece di essere un'idea sbagliata, o per lo meno vuota. In ogni caso è un'idea romantica, in cui i migliori poeti e i migliori filosofi non hanno mai veramente creduto fino in fondo. Scrive ad esempio Mario Luzi: «La nascita dell'immagine durante la quale l'animo si equipara... all'oggetto stesso della sua emozione, è il momento necessario che il poeta, vissuta la sua prosa, aspetta non dalla sua immaginazione, ma dal suo plenario sgomento».
Quanto a Simone Weil, lei torna incessantemente sull'esperienza dei suoi diciassette anni: l'arresto del respiro e di tutte le «facoltà lavoratrici», il loro silenzio stupefatto e grato:
«Quando si fa perfettamente attenzione a una musica perfettamente bella (e lo stesso vale per l'architettura, la pittura, ecc.), l'intelligenza non vi trova alcunché da affermare o negare. Ma tutte le facoltà dell'anima, compresa l'intelligenza, fanno silenzio e sono sospese all'ascolto... E l'intelligenza, che non vi afferra alcuna verità, vi trova però nutrimento».
Ci vuole quel vuoto d'aria pura, di cielo limpido, che è la mente sgombra, non solo per vedere la prima realtà, ma anche per vedere la seconda realtà di cui parla Platone. «Vedere». Anche Leopardi, che pure parla molto dell'immaginazione, la definisce proprio come una seconda vista:
«All'uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo e immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà con gli occhi una torre, una campagna; udrà con gli orecchi un suono di una campana; e nel tempo stesso (...) vedrà un'altra torre, un'altra campagna, udirà un altro suono. In questo secondo genere di oggetti sta tutto il bello e il piacevole delle cose. Trista quella vita (ed è pur tale la vita comunemente) che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione».
C'è un'altra vista, oltre a quella degli occhi, e il suo nome è attenzione. Ecco come si esprime su questa Cristina Campo, in un saggio dal titolo Attenzione e Poesia:
«L'attenzione è il solo cammino verso l'inesprimibile, la sola strada al mistero. I simboli delle sacre scritture, dei miti, delle fiabe, che per millenni hanno nutrito e consacrato la vita, si vestono delle forme più concrete di questa terra: dal Cespuglio Ardente al Grillo Parlante, dal Pomo della conoscenza alle Zucche di Cenerentola. Davanti alla realtà l'immaginazione indietreggia. L'attenzione la penetra invece, direttamente e come simbolo. (...) la parola svela istantaneamente a quale grado di attenzione sia nata».
L'attenzione non è certamente solo la virtù dei poeti: anzi, lungi dall'essere una virtù minore, forse è il fondamento stesso di ogni virtù. Forse le più belle sue definizioni ce le ha date proprio Simone Weil, che nei suoi poco più che trent'anni di vita ha condensato l'esperienza di ogni assoluto — morale, estetico, teologico. Ecco cosa scrive, ad esempio, sull'attenzione:
«L'attenzione consiste nella sospensione del pensiero, nel lasciarlo disponibile, vuoto e penetrabile all'oggetto, a mantenere dentro di sé, vicine al pensiero, ma a un livello inferiore e senza contatto con esso, le diverse conoscenze acquisite che si è costretti a utilizzare. (...) Ma soprattutto la mente deve essere vuota, in attesa, non cercare niente, ma essere pronta a ricevere nella sua verità nuda l'oggetto che sta per penetrarvi».
Secondo un'altra pensatrice esperta d'assoluti, Edith Stein, l'attenzione è: «la capacità di accogliere veramente la realtà nella sua individualità e nelle sue esigenze».
Presuppone evidentemente rispetto e umiltà, senso dell'evidenza e senso della trascendenza, capacità di ritrarsi e fiducia in ciò che è offerto, sentimento della profondità nascosta e fedeltà a quanto ciascuna cosa è, e infine abbandono e distacco. Forse dall'attenzione si dovrebbe partire per scrivere un piccolo trattato delle virtù. Non solo quelle del contemplativo. Forse bisognerebbe cominciare a rendere conto, e a rendere ragione, del fondamento silenzioso, quieto, ricettivo, e per nulla «attivo» della ragione pratica, e di ogni fare «giusto», adeguato. Del suo fondamento contemplativo.