L'ispirazione

Roberta De Monticelli

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«Pregava lei, pregava, / ed era / pregata intanto dalla sua preghiera». Sono versi di Mario Luzi.
«Lei» è Maria nell'Annunciazione di Simone Martini, una delle più perfette della storia della pittura. Lei guarda solo obliquamente l'angelo – potremmo dire che anche il suo sguardo ascolta. In una mano tiene un libro, l'altra si piega in un gesto di protezione e raccoglimento in sé, che quasi oppone all'angelo un gesto di sgomento. Di «plenario sgomento»: così in un suo saggio Luzi chiama lo stato di poesia, l'attenzione profonda a tutti i fili delicati che prolungano le cose nell'invisibile. Oppure, con parola più corrente, l'ispirazione.
La più bella meditazione sull'ispirazione si trova nel XIII libro delle Confessioni di Agostino, il libro dedicato all'indagine di quello che potremmo chiamare l'aspetto più dolce e più felice del divino: quello per cui ebraico, greco e latino hanno parole simili a un soffio, a un alito di vento, che non solo designano, ma evocano quasi il respiro del vivo. «Soffia dove vuole», e quando soffia avviva, accende ogni cosa dall'interno, come fa un raggio di sole improvviso. Per un attimo le cose sono lucenti e come nuove, esaltate nella loro propria natura. Le cose appaiono più intensamente se stesse, sono come rianimate nella propria essenza. Questo ha visto con occhio limpidissimo un'altra nostra grande poetessa, Margherita Guidacci, che dà del tu a questo soffio lucente e lo chiama con il suo antico nome divino di Apollo: «Rocce, piante, animali e acque, tutto / ridiviene se stesso, ritrovando / in te colore e forma...»
«Dono» è uno dei nomi divini dello Spirito nella tradizione cristiana, dono di vita. Ma quello che rende lo spiritus, quando viene e allevia e rallegra ciò che sfiora, simile al soffio lucente di un vento leggero, è proprio questo: che ciascuna creatura non ne riceve in dono altra vita che la propria, la quale pareva smarrita o assopita. Risveglia, questo soffio, e rinnova o ri-crea: come la luce, nulla rivela ma tutto rileva. Fa più che renderci a noi stessi: risveglia la profondità di ciò che siamo, l'unicità della nostra essenza, il poco di assoluto che ciascuno incarna. Perché l'individuo è questo, un punto di vista unico e assolutamente irripetibile su tutto l'esistente, comparabile in questo – scrisse Leibniz – a una «fulgurazione della Divinità». Come scrive il grande Duns Scoto, proprio l'individuo che ciascuno di noi è, è «la cosa ultima»: la cosa che «principaliter in principalissimis» viene all'esistenza. O meglio, ciascuno sarebbe questa cosa ultima, e per questo infinitamente preziosa, se ciascuno potesse vivere a partire dall'intera profondità di sé, come <dei» quando ascolta, «pregata dalla sua preghiera». Ma Leibniz e Duns Scoto non fanno che commentare Agostino: «ut initium esset creatus est homo», un'intuizione di Agostino che ci accompagnerà ancora in queste pagine: fu creato per essere un inizio. Perché il presente di ciascuno fosse il principio del mondo, e la profondità di ciascuno, il suo senso.
Hegel scrisse che la lettura dei giornali è la preghiera mattutina dell'uomo moderno. Già – per lui e per Heidegger, più tardi, e per tutti quelli che li hanno seguiti – lo Spirito si serve soltanto degli individui: non loro, non la loro libertà, non la loro colpa, non la loro fioritura e il loro dolore sono la «cosa ultima». Non ha nomi propri, il cosiddetto «destino dell'Occidente». Nulla di divino c'è nell'unicità di ciascuno. Paradossalmente, i più fra noi hanno dato ragione a Hegel. Con che ragione? Perché non ci basta lo spirito dei quotidiani, che è il dio dell'epoca in cui la scienza della persona vuole ridursi alla sociologia. Quella lettura mattutina non ci ricrea né ci dona a noi stessi.
Quello di Hegel è il mondo delle città, della pubblica agorà, della storia. Dove i «fenomeni» sono le cose che hanno visibilità pubblica. Dove quello che di nuovo accade è il risultato imprevedibile dell'«astuzia della Ragione», l'opera di tutti e di nessuno. Se lo «spirito» ha ancora qualcosa a che vedere col soffio che ravviva, con la sua segretezza, la sua dolcezza, con un richiamo che chiama uno per nome, la vera fenomenologia dello spirito è ancora tutta da scrivere.

(Nulla appare invano, Baldini Castoldi dalai 2006, pp.36-39)