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Costruire

una comunità educante

Paola Bignardi

Genera vocazioni educative e sostiene la fatica di crescere delle nuove generazioni una comunità educante. È un concetto, questo, che sembra passato di moda negli ultimi anni; eppure si tratta di un'espressione che ha in sé una grande sapienza. Parlare di comunità educante non significa certo demandare alla comunità la responsabilità di educare, ma piuttosto riconoscere che vi è una responsabilità diffusa verso le giovani generazioni e che tale responsabilità viene assunta dalla forza e dalla qualità dei legami che tengono insieme una comunità. Parlare di comunità educante non significa delegare l'educazione alle istituzioni, ma piuttosto significa fare riferimento a tutti i soggetti che sono parte di un contesto umano e ai legami che possono stabilirsi tra di loro. Legami che non sono necessariamente spontanei, ma scelti, voluti, costruiti con pazienza, senza deleghe, in modo che ciascuno resti se stesso, facendo la sua parte, cercando e offrendo maggiore forza attraverso le relazioni che stabilisce.
Si costruisce comunità attraverso la pazienza dei legami: questo vale per la comunità cristiana come per la società civile. Vale anche per l'insieme dei soggetti che hanno la responsabilità di educare. Questo processo è particolarmente necessario in un tempo delicato e di passaggio come l'attuale, che pone in evidenza come la responsabilità dell'educazione appartiene a tutti, ciascuno coinvolto a vario titolo e in forme diverse: famiglia, scuola, comunità cristiana, associazionismo giovanile, società tutta.
Non si può educare oggi se non insieme ad altri: genitori con altri genitori, costruendo reti di sostegno e di reciproco aiuto; impegnandosi a dar vita ad esperienze di formazione appositamente predisposte per apprendere il come educare oggi. Ma soprattutto occorre che oggi tutti coloro che hanno una responsabilità educativa escano dal proprio isolamento e dalla presunzione di potercela fare da soli e inizino a costruire dei ponti verso gli altri che concorrono all'educazione degli stessi ragazzi.
È possibile dar vita ad un'alleanza tra diversi soggetti, tale che li coinvolga insieme nel ridare valore all'educazione, perché si superi l'attuale crisi e non si lascino sole le nuove generazioni nella fatica di crescere?
Un'alleanza per fare che cosa? Per condividere le coordinate di un nuovo progetto educativo, per questotempo; per dare maggiore coerenza all'azione educativa; per valorizzare e rendere consapevole la funzione educativa diffusa; per offrire ai giovani e ai ragazzi nuovi luoghi e occasioni per crescere e per abitare la propria casa e la propria città.

Un'alleanza decisiva: scuola e famiglia

La necessità di uscire dalla propria autoreferenzialità, cercando alleanze, riguarda in particolare la famiglia e la scuola.
Della famiglia si sta riscoprendo il valore di luogo primario dell'educazione. Afferma il Concilio nel documento sull'educazione: «I genitori, poiché hanno trasmesso la vita ai figli, hanno l'obbligo gravissimo di educare la prole: vanno pertanto considerati come i primi e principali educatori di essa. Questa loro funzione educativa è tanto importante che, se manca, può appena essere supplita» (Gravissimum educationis, n. 3). È ciò che, quanti hanno una cultura ecclesiale, sanno da sempre. Anche la Lumen gentium afferma che i genitori sono i primi responsabili dell'educazione dei loro figli (Lumen gentium, n. 11). Non solo dell'educazione alla fede, ma dell'educazione. Certo non sono gli unici attori di tale educazione, ma sono quelli che ne hanno la prima responsabilità. Allora viene da pensare all'atto di fiducia che ogni famiglia fa affidando i propri figli alla scuola: si pensi soprattutto ai più piccoli, o agli adolescenti; i genitori si rendono conto che li affidano a persone che influiranno con le loro idee, con il loro orientamento alla vita, con il loro modo di pensare e di relazionarsi sulla mentalità e sul futuro dei loro ragazzi! Certo la famiglia è spesso in difficoltà a educare i propri ragazzi, e tanto più a entrare in modo propositivo in una progettualità educativa, ma questo non significa che la sua responsabilità non sia primaria; caso mai, significa che essa ha bisogno di essere sostenuta nell'esercizio del suo specifico compito.
Si tratta di una consapevolezza che si va diffondendo, a partire dal riconoscimento del valore di ciò che afferma la nostra Carta costituzionale, che assegna alla famiglia il diritto-dovere di educare i propri figli (art. 30), essendo la prima agenzia educativa destinata a questo. La scuola è chiamata a svolgere una funzione di sostegno e di promozione della famiglia stessa, senza sostituirsi ad essa. La funzione strumentale della scuola verso la famiglia dovrebbe portare a realizzare una corresponsabilità educativa, frutto della condivisione del progetto educativo da realizzare con ciascuno studente e con la scuola e la classe nel loro insieme.
Sta maturando, soprattutto nei contesti più sensibili, l'esigenza di un incontro e di un'esperienza di collaborazione tra scuola e famiglia. Ma non si può non ricordare che quello tra scuola e famiglia è la storia di un rapporto difficile. La scuola teme la famiglia: il caso classico è quello del ricorso al Tar per una bocciatura ritenuta ingiusta. La paura porta la scuola a cautelarsi da questa evenienza spiacevole, e lo fa spesso con il ricorso alla burocrazia: documentare tutto ciò che fa, con l'intenzione di essere trovata a posto nel caso di contestazioni. È chiaro che con questo spirito e con questa logica, la relazione con la famiglia non può essere cordiale, fiduciosa, costruttiva.
D'altra parte, è anche vero che spesso le richieste dei genitori alla scuola sono inadeguate. Talvolta i genitori vorrebbero che ai ragazzi venissero fatti studiare certi argomenti, o fatti fare certi esercizi, che loro ricordano dalla loro esperienza di studenti. E quando questa richiesta diventa il criterio per valutare il lavoro dell'insegnante, allora diventa fonte di conflitti. A volte i genitori si lamentano per comportamenti che ritengono ingiusti nei confronti dei loro figli. Come non riconoscere qui un atteggiamento classico: pensare i propri figli solo al superlativo, bravi, belli, e irreprensibili?
Ma un insegnante sa che questo accade, e ha anche gli strumenti per affrontarlo: l'ironia, il dialogo, il mostrare anche i difetti dei ragazzi, senza svalutarli, sapendo al tempo stesso vedere in che cosa e quanto valgono. Si tratta di aspetti che non solo porterebbero ad un migliore e più fluido rapporto tra scuola e famiglia, ma che aiuterebbero i genitori a diventare migliori educatori dei propri figli, più consapevoli e più realisti.
A volte la scuola si rivolge ai genitori quando deve lamentare comportamenti negativi da parte dei ragazzi; il suo appello alla famiglia è un richiamo alla consapevolezza, alla responsabilità, ma perché non dire anche che spesso è una resa a costruire rapporti più positivi con i ragazzi e ad affrontare in proprio la responsabilità di affrontare comportamenti difficili?
Questi atteggiamenti, e l'aneddotica quasi sterminata che si potrebbe citare, rendono chiaro come la relazione scuola-famiglia sia ancora caratterizzata dalla diffidenza e della distanza; la corresponsabilità stenta ad essere correttamente intesa e a entrare come stile naturale del rapporto tra queste due istituzioni educative, che reciprocamente si percepiscono su un piano di disuguaglianza.
La scuola, collocata in posizione di preminenza, continua a valutare la famiglia come semplice utente, limitandosi a metterla al corrente delle decisioni assunte in maniera unilaterale circa la progettazione e la conduzione del processo di insegnamento/apprendimento degli alunni.
La famiglia continua a pensare la scuola come luogo dell'apprendimento di contenuti culturali e non anche di educazione e di crescita complessiva della persona dei ragazzi. Anche per questo, si percepisce in genere in una posizione di inferiorità rispetto alla scuola.
I Decreti delegati del 1974, che prevedevano «la partecipazione della gestione della scuola, dando ad essa il carattere di una comunità che interagisce con la più vasta comunità sociale e civica» non sono più nemmeno nel ricordo della maggior parte degli operatori della scuola e tanto meno delle famiglie; e d'altra parte, il recente patto di corresponsabilità imposta il rapporto scuola-famiglia su posizioni minimaliste, che sfiorano appena la questione educativa.
Il percorso verso una più decisa partecipazione dei genitori e verso un'impostazione della scuola all'insegna della corresponsabilità è ancora lungo e non si appianerà nelle sue asperità per forza naturale, ma solo per scelte intenzionali compiute insieme da una parte e dall'altra. Parlare di corresponsabilità tra famiglia e scuola significa porre l'accento su di un rapporto di reciprocità, in virtù del quale un'istituzione non prevarica sull'altra ed entrambe riconoscono di avere un proprio specifico apporto da mettere in relazione con quello dell'altra. Per questo, insieme decidono d'intraprendere un percorso collaborativo sotto il segno del riconoscimento delle tipiche competenze.
Parlare di corresponsabilità implica un modificarsi dei reciproci atteggiamenti tra scuola e famiglia, a partire da un modo nuovo di pensare la scuola, intesa da docenti e genitori come luogo in cui vengono attivati dei processi di trasmissione culturale ma anche di educazione, di relazionalità, di orientamento valoriale, di formazione in senso ampio.
Tutto questo ha bisogno non solo di convinzioni, ma anche di buone pratiche, in cui la reciprocità sia messa alla prova attraverso il dialogo, l'apertura, la disponibilità a mettersi in gioco, nel confronto con punti di vista diversi. Dove i genitori siano organizzati, attraverso forme associative o aggregazioni spontanee, tutto questo risulta facilitato dalla continuità dell'esperienza e dalla forza dell'essere insieme.

Una rete di alleanze

Mi sono diffusa a lungo sul rapporto tra la scuola e la famiglia, perché si tratta dei due soggetti istituzionali forse più forti e perché la loro reciproca relazione è stata oggetto di maggiore attenzione ed esperienza. Tuttavia altri soggetti educativi possono essere protagonisti in vista di alleanze per l'educazione; penso alla comunità cristiana e ai diversi soggetti che in essa operano: catechisti, associazioni, gruppi, educatori, allenatori sportivi (CEI, Educare alla vita buona del Vangelo, cit., n. 35).
Il rapporto della comunità cristiana con la famiglia appare il più naturale, dato il modo con cui la comunità cristiana pensa alla famiglia e alla sua responsabilità educativa; ma non è meno importante la relazione con la scuola o con le diverse realtà del territorio.
Si tratta di rapporti tutti ancora da inventare, e tuttavia questo è un tempo propizio per provare percorsi nuovi. E poiché sono nuovi, vale la pena indicare qualche criterio cui tali relazioni debbono rispondere.
Il primo è quello della corresponsabilità e della reciprocità. Si costruiscono legami positivi e duraturi se vi sono atteggiamenti di rispetto reciproco, tra le persone e tra le istituzioni e se tutti i soggetti si vivono in un rapporto di parità, senza stabilire delle gerarchie approvate o implicite. Ciò che lega questi soggetti è il comune interesse per i ragazzi, è l'avere a cuore la loro crescita: questo rende responsabili nel costruire dei legami positivi, capaci di riconoscere l'identità e il ruolo educativo dell'altro e di costruire una relazione all'insegna della valorizzazione delle specifiche originalità. Si tratta di legami da costruire, al di là della spontaneità del dialogo, con determinazione e disciplina.
Il secondo criterio è quello della identità e del dialogo. Occorre essere consapevoli del proprio specifico modo di educare: quello della famiglia, della comunità, della scuola, della società sportiva. Ciascuno educa in modo diverso e nessuno basta da solo. Ciascuno ha un contributo importante da dare ma in rapporto con il contributo di altri: una relazione dialogica, aperta, che riconosce il proprio valore e la parzialità del proprio punto di vista. È questo che può dare vita a dialoghi significativi, in cui si mettono a confronto le differenti culture educative dei soggetti in campo: la visione più affettiva della famiglia, che ha bisogno di integrarsi con quella più formale e culturale della scuola, o quella più attenta alla persona nella sua globalità della comunità cristiana.
In questa prospettiva, tutti sono chiamati a mettersi in gioco e a fare la loro parte di adulti, sollecitati in questo dalla responsabilità verso i più giovani: un'altra delle situazioni in cui appare evidente come l'educazione dei più giovani aiuti a far crescere gli adulti che si dedicano a essi. Le esperienze che meglio contribuiscono a creare questo terreno comune è quello della formazione degli educatori: "scuole genitori", corsi di formazione per gli educatori, altre iniziative formative, sono i contesti in cui si sperimenta il valore dell'essere insieme per affrontare la sfida dell'educazione.
Anche le istituzioni pubbliche hanno un ruolo importante in questo dinamismo che costruisce legami e dunque costruisce comunità, appartenenza, genera servizi migliori per i giovani. Non si tratta di pensare a iniziative di cui le istituzioni pubbliche debbano essere protagoniste; piuttosto, l'istituzione ha il compito di favorire i legami, di contribuire a tessere le reti che fanno comunità: censire ciò che di positivo esiste sul territorio, dar vita a tavoli che facciano incontrare i protagonisti, mettere a disposizione risorse perché ciò che di positivo e di serio si progetta possa essere realizzato e possa contribuire a dare sempre più valore al servizio di coloro che si dedicano alle nuove generazioni.

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