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Essere educatori

Paola Bignardi

Le riflessioni svolte fino qui hanno mostrato come l'educazione sia una questione della generazione adulta. E se oggi vi è una crisi dell'educazione, essa riflette semplicemente la crisi degli adulti, spesso specchiata nelle immaturità e nelle inquietudini dei più giovani.
Tutti gli adulti, a prescindere dalla loro condizione e della loro collocazione sociale, hanno qualche responsabilità educativa (cfr. CEI, Educare alla vita buona del Vangelo, cit., n. 50). Dunque la sfida educativa riguarda tutti e coinvolge in maniera particolare coloro che hanno responsabilità educative dirette.
Si potrà uscire dall'attuale situazione di crisi dell'educazione attraverso una rinnovata presenza di figure educative, ad ogni livello e in ogni contesto: genitori che ritrovino il senso dell'educare i propri figli e che in questa cura recuperino la dimensione più matura del loro essere adulti; insegnanti che tornino ad appassionarsi alla relazione con i ragazzi di oggi, e non solo alla disciplina che insegnano; catechisti, educatori di oratorio e di associazione per i quali il servizio educativo torni ad essere una vocazione, un'azione importante che dà un'impronta a tutta la loro esistenza e alla loro spiritualità.
Le comunità cristiane sono sempre più sguarnite di presenze educative e sempre più timorose di parlare di vocazione educativa. Nella scuola è sempre più difficile trovare persone che si dedicano ai ragazzi e ai giovani, desiderose di contribuire a comunicare loro ragioni di vita e orizzonti di senso.
Occorre che gli adulti riscoprano la bellezza e la passione di educare. La crisi dell'educazione è occasione per riflettere su come tornare a far emergere delle vocazioni educative, anche accogliendo l'invito degli Orientamenti pastorali per il prossimo decennio, dove si afferma: «Si avverte il bisogno di suscitare e sostenere una nuova generazione di cristiani che si dedichi all'opera educativa, capace di assumere come scelta di vita la passione per i ragazzi e per i giovani, disposta ad ascoltarli, accoglierli e accompagnarli, a far loro proposte esigenti anche in contrasto con la mentalità corrente» (n. 34).
Molti conservano nella loro memoria il ricordo di educatori significativi": qualche insegnante, qualche catechista o educatore, qualche prete. Se cerchiamo gli ingredienti del loro successo, possiamo ritrovarli nella loro umanità, in primo luogo. Non li si ricorda in quanto persone perfette, ma perché persone ricche, dalle quali si riconosce di aver ricevuto: affetto, considerazione, fiducia, parole vere, insegnamenti preziosi, esempi di vita.
Si ricorda la loro capacità di relazione e il loro interesse per i ragazzi. Educatori capaci di giocare con i ragazzi e al tempo stesso di fare con loro discorsi serissimi; persone che non avevano bisogno dell'autorità del ruolo per farsi valere, ma che si facevano valere perché trasmettevano l'idea che i ragazzi a loro stavano a cuore: elemento preziosissimo per l'educazione, che è una relazione complessa e ricchissima. Non erano interessati solo a trasmettere idee e valori, ma interessati ai ragazzi, come persone.
Sono stati stimati perché avevano degli ideali di vita; un educatore, se non ne ha, trasmette una dottrina o una cultura, non qualcosa di sé. E, alla fine, non convince. Gli educatori che ci sono rimasti nella memoria e nel cuore erano persone che vivevano per degli ideali, a servizio dei quali mettevano la loro vita; ideali che erano più grandi di loro. Nel tempo, pur condividendoli o meno, abbiamo ammirato il fatto che li avessero.
Ci fossero oggi altre e nuove vocazioni educative, nella scuola, nella comunità o nelle associazioni, l'educazione avrebbe dei riferimenti fondamentali; i genitori avrebbero degli alleati sicuri; e i ragazzi saprebbero dove trovare un punto di forza per una crescita meno solitaria.

Dalla responsabilità di educare alla vocazione educativa

Da dove iniziare per dar vita ad una nuova generazione di educatori?
Nella comunità cristiana, tra credenti, penso si debba ripartire dalla riscoperta della vocazione educativa. Il termine "vocazione" nel linguaggio comune non ha molta popolarità: oggi ad esempio non si può parlare di vocazione all'insegnamento o di vocazione a fare il medico; è come se la dimensione della chiamata sottraesse qualcosa a quella della professionalità. Anche nella comunità cristiana, ambiente naturale della vocazione, questa dimensione ha scarsa attrattiva.
Vocazione ed educazione costituiscono un binomio stretto: se l'educazione è la delicata azione di aiutare i più giovani a scoprire i valori della vita, è compito cosi importante da meritare che ad esso ci si dedichi per vocazione, che sia l'oggetto di una chiamata di Dio, che ha a cuore la vita dei piccoli che devono crescere.
Se l'educazione è una vocazione, essa dà un'impronta a tutta la vita dell'educatore, si traduce in una vera e propria spiritualità, che permetterà di scoprire come educare sia una straordinaria esperienza umana, che contribuisce a costruire anche l'umanità degli adulti. Attraverso un discorso appassionato ed esigente come quello della vocazione, gli adulti possono oggi riscoprire l'educazione non semplicemente come un impegno da assolvere o una serie di attività da portare avanti, ma come una componente costitutiva della vita adulta nel suo orientamento al dono di sé e dunque come dimensione imprescindibile della propria maturità.
Essere educatori ed educatrici in questo tempo confuso e tormentato è un compito che richiede coraggio, quasi un'attitudine materna a passare attraverso il travaglio che è di un'epoca, di una cultura, di tante coscienze, credendo che quello di oggi è un dolore che genera vita.

Identikit di un educatore, per questo tempo

Chi è l'educatore, in questo tempo? Vorrei provare a tracciare, attraverso alcune affermazioni sintetiche, il profilo di un educatore per l'oggi.

L'educatore è una persona che ama la vita e sa presentarne il volto più bello.
Gli adulti educatori – genitori, insegnanti, preti, catechisti... – devono essere in grado di mostrare il valore e la bellezza dell'esistenza, in tutti i suoi aspetti; di proporre le ragioni per cui vale la pena avere fiducia in essa; di far intravedere la sapienza che si trasforma in stili di vita coerenti. L'educazione deve mostrare la bellezza di un'umanità realizzata, attraverso una vita credibile, attraverso la stessa umanità di chi educa, attraverso la serenità con cui si affronta la vita. Certe proposte arcigne, fatte solo di no e di divieti, fatte da persone tristi e spente, non possono esercitare nessun fascino, né suscitare alcun interesse.

L'educatore è una persona credibile.
Vive con convinzione ciò che propone e che chiede; in qualche modo, lo fa vedere, al di là delle parole che pronuncia. Tutto questo è evidente nella vita quotidiana, soprattutto nella famiglia dove ha un banco di prova interessante. I genitori trasmettono valori, modelli, comportamenti, attraverso lo stile del vivere di ogni giorno; il catechista o l'educatore parrocchiale, attraverso la capacità di accoglienza, di preghiera, di solidarietà, mostrano lo stile evangelico di un'esistenza. A scuola, educano la serietà della relazione, la competenza professionale, la profondità della cultura; colpisce che insegnanti severi ed esigenti a volte siano stimati dagli studenti più di altri accondiscendenti: i ragazzi cercano e riconoscono l'autorevolezza.

L'educatore è una persona capace di relazioni e interessata a prendersi a cuore le persone.
Non esiste educazione senza relazioni. L'educazione deve comunicare: valori, pensieri,
ideali, regole, orientamenti di vita. La comunicazione è efficace se sa essere calda, attenta, cordiale; se sa ascoltare, accogliere, decifrare anche i pensieri non detti o detti male.
Costruire relazioni schiette, delicate, sensibili, attente ai ragazzi dà loro fiducia in se stessi: quella fiducia che trae origine dal fatto di essere considerati. E si sa che la fiducia è una condizione fondamentale per crescere: i ragazzi si impegnano nella misura in cui sentono che vi sono adulti che credono in loro e per i quali farlo. Al tempo stesso, la relazione si esprime nell'ascolto, cioè nel desiderio di capire e di accogliere le persone che abbiamo davanti così come sono, per poter fare un tratto di strada con loro. La relazione è di importanza fondamentale, molto di più delle cose che si dicono, o dello spessore dei pensieri che si comunicano: si possono dire cose semplicissime, ma se sono dette con il cuore, con verità, sono più efficaci di discorsi raffinati e di riflessioni dotte, fatte con distacco, con freddezza, mantenendo le distanze.
Una relazione vera dice ai ragazzi: tu mi interessi; io sono qui per te.

L'educatore è una persona libera.
Può essere educatore, capace di far intravedere la bellezza e il valore della libertà, chi cerca giorno per giorno di conquistare per sé una libertà più grande. Nella relazione educativa, questo si manifesta nella capacità di non legare le persone a sé, facendole dipendenti dai modi di fare e di vedere degli educatori, e dunque non libere; si manifesta nell'attenzione e nel rispetto verso gli altri e le scelte che vanno a poco a poco maturando. Così, l'adulto che educa accetta di diventare progressivamente inutile, fino a scomparire dall'orizzonte dei ragazzi che gli sono affidati, una volta che abbiano acquisito la capacità di compiere responsabilmente scelte libere.

L'educatore è una persona che non teme di esercitare l'autorità.
Oggi l'idea di autorità è screditata. Esercitare l'autorità in educazione non è facile. Richiede – tra le altre cose – energia, capacità di "tenere"; la disponibilità a diventare impopolari e di perdere il consenso dei ragazzi; la necessità di affrontare situazioni di conflitto.
La parola "autorità" significa azione volta a far crescere; deriva dal latino auctoritas, da augeo, accrescere, far crescere. Da certi punti di vista, l'autorità appartiene alla struttura stessa del fatto educativo.
Sappiamo che spesso essa è esercitata come scorciatoia per raggiungere alcuni risultati che corrispondono al progetto del più forte. Questo è autoritarismo e rende debole l'educatore che lo esercita.
Ma c'è un'autorità che sostiene, che indica la strada, che orienta, che aiuta effettivamente a crescere. È quella che sa fare proposte; che sa indicare regole; che sa fare da sponda perché le norme vengano rispettate, senza durezza ma con fermezza; spiegando, motivando, ma mostrando con decisione chi è l'educatore. È l'autorità di chi sa chiedere, sa esigere, sa dare un metodo di vita; e al tempo stesso sa entusiasmare con una proposta di alto profilo. Può farlo perché è forte, ma di una forza buona, che nasce dall'esperienza vissuta e dall'affetto; questo dà credibilità. È l'autorità che viene riconosciuta, perché si è certi che essa desidera solo del bene per noi. Questa autorità, faticosa da esercitare, fa crescere. Questa autorità è autorevolezza.

L'educatore è una persona che si sente sostenuta dalla comunità.
L'educatore non è un eroe solitario. È espressione di una comunità, che sente di avere dietro le spalle, come sostegno ma anche come inviante. È la comunità tutta che si sente responsabile della crescita della nuove generazioni e anche del loro orientamento nella fede. Mentre l'educatore si sente un mandato, al tempo stesso sollecita la comunità a non delegare, a non dimenticarsi che la prima titolarità dell'educazione dei più giovani è sua.
L'educatore è una persona di speranza e dunque capace di pazienza.
Chi educa sa che deve seminare per il futuro. Come il contadino: semina oggi, non vede più il seme che sparisce sotto la terra, ma sa che vedrà germogliare quel seme, se avrà la pazienza di attendere, di prendersi cura del seme che non vede più e del germoglio che non vede ancora. E tuttavia semina con generosità, senza temere di perdere il seme che affida alla terra, perché ha fiducia nella forza di esso, e anche nella fecondità del terreno. E dopo aver seminato, sa pazientare, accompagnare l'attesa del germoglio con la passione, che è amore, che è fiducia, che è la forza di non lasciarsi intimorire dal tempo che passa.

Per una nuova generazione di educatori

Come generare educatori in grado di vivere un'avventura umana di così grande fascino e impegno?
Genera chi è adulto; può generare nuove vocazioni educative chi vive con maturità il proprio servizio educativo; chi sa mostrarne la bellezza e l'attrattiva; chi è testimone credibile della vocazione che vorrebbe suscitare negli altri.
Generano nuove vocazioni educative quegli educatori che vivono il loro servizio con il carattere di una dedizione personale che ha la sua radice in un progetto di Dio e non semplicemente nel gusto di fare per un po' di tempo un'attività che coinvolge e appassiona. È un impegno che dà una fisionomia alla propria personalità umana e cristiana, perché la interessa tutta, a partire dal livello più profondo che è quello spirituale e che si traduce in una serie di atteggiamenti che sono la declinazione in termini educativi del dono di sé. Una spiritualità fatta dell'esercizio dell'autorità per insegnare a camminare nella libertà; fatta dell'ascesi del dialogo; della pazienza che sempre ricomincia; dell'umiltà di cercare e costruire alleanze. Stanno qui i tratti tutti umani di una spiritualità dell'educazione.
In questa prospettiva, il servizio educativo ha il carattere della stabilità, della risposta ad una chiamata che non ci siamo dati ma che è stata ricevuta. Educatori che non aggiungono l'educazione alle mille cose che già fanno –in parrocchia, o in Azione cattolica, o in oratorio – ma che la scelgono come impegno qualificante della loro vita, del loro servizio associativo, della loro identità ecclesiale. L'educazione apparirà così come una vera scelta, che implica la disponibilità a sacrificare altre cose: quando si sceglie si sacrifica sempre qualche cosa. E si sacrifica in nome di ciò che vale e del bene che si trova. Anche questo è un modo per dire il valore del servizio educativo.
Non si può essere educatori convinti, quali possono essere coloro che sono motivati da una vocazione, senza un'adeguata preparazione. Le riflessioni precedenti si sono soffermate sulla complessità dell'azione educativa, che non può essere affidata solo all'intuizione innata. Ha bisogno della maturità di gestire un processo con consapevolezza, con padronanza di sé, con impegno, data la fatica che comporta. Ha bisogno anche di preparazione ad assumere i compiti che essa implica in forme diverse nelle diverse età della vita.
Dalla vocazione può nascere una nuova passione per il compito educativo. Una passione è un'esperienza che coinvolge profondamente, perché i ragazzi stanno a cuore; pertanto il servizio educativo supera i canoni dell'orario o del ruolo, ma si lascia ispirare dall'amore. Vissuta con questo spirito, l'esperienza dell'educazione si rivela motivo di grande arricchimento per gli adulti che la scelgono come una delle forme della loro testimonianza nel mondo e del loro servizio alla Chiesa.
Ed è scelta che vale la pena compiere e che ha già in sé la sua ricompensa. La pratica educativa costituisce un continuo tirocinio di dedizione agli altri e un esercizio di gratuità che rende gli adulti che vi si dedicano più liberi, più capaci di voler bene nel disinteresse e – se occorre – anche nel sacrificio.

L'educazione è donna?

Occorre constatare che tra gli educatori – docenti, catechisti, educatori professionali...– la presenza delle donne è numericamente di gran lunga superiore a quella dell'uomo. Del resto, anche in famiglia, spesso vi è una delega implicita alla donna ad occuparsi dell'educazione dei figli.
Significa forse che nell'educazione compare, quasi indiscussa, quella separazione di compiti tra uomo e donna che si cerca di superare in altri ambiti? Come spiegare questo rapporto preferenziale tra donna ed educazione? E d'altra parte, quali conseguenze ha il prevalere della figura femminile nella relazione con le nuove generazioni? Secoli di storia, che hanno visto i ruoli maschili e femminili dividersi gli ambiti di competenza — alla donna la casa e la famiglia, all'uomo il lavoro e la vita pubblica — fanno sì che alcuni elementi di mentalità si siano consolidati nel tempo e siano difficili da modificare. D'altra parte, se si considera lo stretto rapporto tra la madre e il figlio - che alla madre è legato fisicamente, dipende da lei per alimentarsi, ha bisogno delle sue cure per sopravvivere - si può comprendere come la relazione tra il figlio e la madre sia la più stretta in assoluto; la cura e l'accudimento sono una forma di continuazione della generazione fisica che prosegue nella sollecitudine per la crescita e nell'educazione.
Da qui le deleghe alla madre, favorite anche dal fatto che l'uomo, impegnato nel lavoro, aveva poco tempo da dedicare ai figli. Quello con la madre è un legame che si stringe sempre più nel tempo, e rischia di divenire inestricabile, dove non vi siano l'intelligenza e la decisione di vigilare su di esso.
Nella madre vi è un'intuizione educativa che può divenire una ricchezza cui può attingere anche il padre. Il ruolo femminile-materno, con il suo stile, pieno di affetto e propenso alla comprensione, è fondamentale per dare al figlio quella fiducia in sé e negli altri necessaria per affrontare la vita. Ma quando la madre è l'unica figura educativa, il suo rapporto con il figlio è esposto al tranello di un eccesso di protezione e di un legame che diviene simbiosi, attaccamento che rende impossibile la crescita della libertà. Per un'educazione equilibrata è indispensabile anche il ruolo paterno, che favorisce il distanziarsi della madre e del figlio, che avvia il distacco necessario per avventurarsi con fiducia nel mondo esterno, avendo assunto quelle regole che sono necessarie per comprenderlo e per vivere in esso. In modo analogo, il ruolo femminile e maschile dovrebbero integrarsi in altri ambiti educativi come la comunità cristiana o la scuola. In essi, una presenza femminile così numerosa rende l'educazione ricca della dimensione affettiva e dell'intuizione della situazione dei più piccoli. Un tirocinio anche per gli educatori maschi, che però non possono delegare alle donne tutto il compito di educare: la loro presenza è necessaria per arricchire l'educazione dell'aspetto oggettivo e normativo, indispensabili per crescere.

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