Il femminile di Dio

Adriana Valerio

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Come una madre consola un figlio, così vi consolerò (Is 66,13)

Le immagini di Dio che sono presenti nei libri dell'Antico Testamento sono frutto di esperienze diversificate e rispecchiano le condizioni sociali e storiche nelle quali questi testi sono stati elaborati. In modo particolare gli scrittori hanno fatto emergere con evidenza il punto di vista del soggetto maschile che interpreta, propone e legifera.
Per questo motivo la femminilità appare una presenza conflittuale e contraddittoria, fondamentale per la vita della comunità e allo stesso tempo inquietante per quello che essa rappresenta: l'origine della vita, la seduzione sessuale... l'alterità. La donna può diventare un rischio per l'uomo, a volte a lui ostile, e persino un pericolo: una tentatrice.'
I personaggi principali, le strutture, i valori e i pregiudizi che troviamo espressi nei testi sacri appartengono per tale motivo a un mondo maschile nel quale l'esperienza femminile trova difficoltà ad affermarsi. Non possiamo dunque nascondere questo contesto androcentrico che fa da sottofondo alla narrazione biblica. È necessario, allora, de-mascolinizzarla per far emergere i condizionamenti storici che rivestono il messaggio religioso che, per sua natura, è invece messaggio di salvezza per tutti e non per alcuni (maschi, bianchi, eterosessuali, puri e devoti) a discapito di altri (donne, neri, omosessuali, impuri e miscredenti).

Anche le rappresentazioni di Dio risentono degli ambienti storici nei quali si sono configurate: visione antropologica, organizzazione sociale e immagine della divinità sono, infatti, strettamente correlate cosicché un Dio unico e onnipotente, che esercita dominio sugli esseri umani che devono a Lui sottomissione e timore, è il riflesso della struttura patriarcale e piramidale della società. È compreso e rappresentato come maschio, con i caratteri dell'autorità e della forza: un Dio guerriero, monarca assoluto, descritto e narrato con i caratteri del potere maschile. È un Signore che chiede sacrifici, giudica, incute timore, castiga, esige obbedienza...
Eppure, l'Antico Testamento non contiene una visione teologica unitaria né presenta un solo Dio - quindi una sua immagine unica. L'Antico Testamento è infatti l'esito di una storia millenaria che riflette al suo interno una diversificata fede vissuta dal popolo e che solo nell'ultima fase di redazione (vi sec. a.C.) ha conosciuto un'evoluzione in senso monoteista con l'irrigidimento della patriarcalizzazione della società.2
La vita nel clan familiare, l'organizzazione tribale, lo stato monarchico, la dispersione dovuta alla deportazione e le comunità locali che difendono la propria identità di fronte al dominio straniero sono le tante fasi storiche che il popolo ebraico ha attraversato nell'arco di più di mille anni e che hanno comportato esperienze diversificate di vita e di fede.
All'interno della vita familiare - cuore pulsante di tutte le società antiche - la donna occupava un ruolo importante sia sul piano economico (la produzione alimentare e tessile nonché la gestione della casa erano nelle sue mani) che su quello educativo (l'educazione era affidata al padre e alla madre) e religioso (il culto domestico era condotto dalla donna).
Relativamente alla vita religiosa le donne erano attive non solo per la partecipazione alle grandi feste familiari (le Settimane, le Capanne, la Pasqua), ma anche per il ruolo da loro svolto sia nella formazione della fede da trasmettere sia nell'esercizio del culto domestico, centrato sulla protezione della famiglia.3 I problemi della fertilità, del parto e dell'allevamento dei figli, così centrali per la sopravvivenza del gruppo familiare, trovavano risposta nel culto di divinità tutelari femminili presenti nelle case israelite: recenti ritrovamenti archeologici hanno infatti portato alla luce statuette rappresentanti dee garanti della fertilità e della benedizione, protettrici della madre e dei figli, raffiguranti il seno femminile, espressione di abbondanza di cibo e di vita, o donne con bambino o donne che allattano.
Sappiamo che le donne compivano cerimonie sacrificali dopo il parto (Lev 12,6-8) e sacrifici ad Ashera, Regina del cielo (Ger 44,15-19). Si rivolgevano anche a divinità femminili dispensatrici di benedizione e di benevolenza e facevano visita a santuari locali.4 Ci troviamo in presenza, dunque, di una religiosità rapportata alla vita familiare dove Dio assume i tratti umani della divinità vicina, amica, compassionevole, "misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di amore e di fedeltà" (Sal 86,15; cfr. Sal 103).
Tanto il formarsi e il consolidarsi delle tribù quanto la nascita della monarchia a protezione da minacce esterne favoriscono l'affermarsi di un Dio bellicoso, capo degli eserciti e re supremo di una religione che assume sempre più i caratteri patriarcali e militari.
Il periodo della deportazione, segnato dal dominio babilonese e persiano, spingerà le élite maschili a costruire una forte identità per un popolo sconfitto e disperso. Saranno proprio la fede in un Dio unico, invocato come giudice e soccorritore, e il suo culto esclusivo a discapito di quello riservato ad altri dei e dee che daranno un nuovo assetto teologico alle comunità disperse (consapevoli ora della propria elezione).
Questi complessi ed evidenti accadimenti storici spiegano perché le immagini che ci sono giunte di Dio sono diverse e non sempre conciliabili: esse rimandano a esperienze di fede storicamente posizionate e condizionate e per questo contingenti, provvisorie e soggette a mutamenti.
Nell'odierna società trasformata, non più monarchica, gerarchica, patriarcale, geocentrica e prescientifica, è impensabile usare modelli e rappresentazioni che siano in contrasto con i parametri di riferimento per noi oggi validi che rimandano ai principi della democrazia, della pari dignità delle persone e della loro libertà e autonomia.

Dio non è né maschio né femmina, ma la sua immagine è impressa nelle donne e negli uomini. Come declinare
questo messaggio religioso in un mutato contesto culturale e in una rivoluzionata consapevolezza antropologica?
Ci aiutano in questo gli stessi testi sacri, proprio in forza della certezza che Dio è al di sopra della specificità sessuale e che è necessario per rappresentarlo l'uso di metafore elaborate da esperienze tanto femminili quanto maschili.
Il femminile s'inserisce nella rappresentazione simbolica di Dio attraverso immagini specifiche legate alle esperienze della cura materna rivolta ai figli d'Israele

[...] portati da me fin dal seno materno, sorretti fin dal grembo (Is 46, 3)

che illustrano il suo agire salvifico:

Come una madre consola un figlio, così vi consolerò. (Is 66,13)
[...] ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia: mi chinavo su di lui per dargli da mangiare. (Os 11,4)

E il credente si sente al sicuro nelle sue braccia:

Signore [...] io resto quieto e sereno, come un bimbo svezzato in braccio a sua madre. (Sal 131,1-2)

È significativo che la misericordia (rachamim) sia legata nella cultura ebraica, linguisticamente e concettualmente, all'utero (rachàm). È lì la sede della com-passione, della compartecipazione al dolore dell'altro, dell'accoglienza dell'altrui destino. Avere compassione è un'azione divina. Nella spiritualità ebraica Dio ha l'utero: è un Padre misericordioso.

Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. (Is 49,15)

Ma il femminile è presente nel Trascendente anche attraverso due immagini che in qualche modo si identificano con Dio stesso: la Ruah,5 forza vitale, generatrice di vita che soffia liberamente suscitando la parola profetica; la Sapienza, creatrice, che governa l'universo e che tutto rinnova. Essa è soprattutto la presenza di Dio nel cosmo che chiama l'umanità a raccolta intorno a un banchetto.

Il Dio delle donne

Ma chi è Dio per le donne delle quali abbiamo raccontato in queste pagine?
Io credo che nelle narrazioni delle matriarche, delle profetesse e delle eroine possiamo rinvenire tradizioni risalenti a esperienze femminili, conservate, trasmesse e confluite nel grande canone biblico, e che si sono tradotte in miti, saghe, racconti, canti, preghiere e profezie.
Ripercorrere questo filo nascosto, ma presente e resistente, significa in qualche maniera riconsiderare il messaggio religioso in una nuova prospettiva ermeneutica che riconsegna soprattutto dignità alle donne e aiuta lo stesso Dio salvandolo dalle immagini distorte del suo volto.
Queste donne sono presentate come protagoniste del loro destino: osano sfidare Dio come Eva che, trasgredendo, si assume la responsabilità di una vita autonoma con tutte le conseguenze che questo comporta; lei, madre dei viventi, consente l'inizio della storia umana immettendo l'umanità nei conflitti dell'esistenza.
Osano opporsi all'autorità maschile come Miriam che nei confronti di Mosè rivendica il proprio ruolo profetico - con lei la profezia ha inizio e non terminerà -, o come Giuditta che con astuzia si oppone e uccide il nemico Oloferne sovvertendo i destini di dominio.
Osano trasgredire le leggi umane per affermare principi più alti come Sara e Rebecca che intervengono nella linea della promessa, cambiandone il percorso; come le levatrici che salvano Mosè contravvenendo alle leggi ingiuste del Faraone o come Ester che aiuta il popolo ebraico a salvarsi da un sicuro sterminio sfidando le leggi dell'impero persiano.
Osano piegare le leggi maschili a difesa dei diritti delle donne come Tamar e Rut, che applicano la legge del levi-rato per mettere in sicurezza la propria identità di donne e non per l'onore dei mariti morti.
Non c'è senso né di peccato né di colpa né di indegnità in queste donne che agiscono con consapevolezza e determinazione nelle scelte della loro vita.
Esse, indipendentemente dalla loro condotta etica, sono difese e accolte da Dio: la salvezza passa per scelte ardite, attraverso le azioni umane che non sono segnate dalla santità delle persone, ma piuttosto dai loro limiti.
Il Dio delle donne dell'Antico Testamento è presente in maniera discreta, sottile e indiretta, dentro l'immanente e concreta storia quotidiana. Egli/Ella agisce attraverso i loro atti d'amore, le loro sofferenze e le loro speranze. Le difende nella loro condizione di fragilità: ascolta il loro pianto (Agar), il dolore della loro sterilità (Sara, Rachele), la sofferenza di non essere amate (Lia), il vuoto della vedovanza (Tamar, Rut, Noemi), la solitudine delle scelte coraggiose (Ester, Giuditta).
Il Dio delle donne si schiera dalla loro parte: è una presenza compassionevole che le accompagna nella vita accettando le loro scelte libere, posizionandosi sempre a fianco della loro sofferenza, ribaltando i destini e liberandole dalla loro oppressione.
Ha spesso i tratti femminili della misericordia e della vicinanza: Signore della vita, Signore-Sapienza, reso visibile nelle azioni compiute per la liberazione degli oppressi dai giochi del potere, lasciando all'umanità la responsabilità etica delle proprie azioni.
È un Dio dunque che si schiera dalla parte di quelli che nella società sono emarginati e hanno poco peso: gli ultimi, gli oppressi, i sottomessi e le donne.
Questo è il messaggio di gioia e di salvezza: attraverso l'iniziativa umana che guida la storia, i gesti di amore e di cura che promuovono la vita dell'altro, la responsabilità di vivere secondo giustizia e misericordia, Dio confonde i potenti per riconsegnare dignità a coloro che, come le donne, sono vittime di un mondo poggiato sulla violenza e sul sopruso.

L'arco dei forti si è spezzato,
ma i deboli si sono rivestiti di vigore.
I sazi si sono venduti per un pane,
hanno smesso di farlo gli affamati.
La sterile ha partorito sette volte
e la ricca di figli è sfiorita.
[...]
Solleva dalla polvere il debole,
dall'immondizia rialza il povero
per farli sedere con i nobili
e assegnare loro un trono di gloria.

(Cantico di Anna, 1Sam 2,4-8)

 

8Adriana Valerio, Le ribelli di Dio. Donne e Bibbia tra mito e storia, Feltrinelli 2014, pp.100-106)