I titoli di Gesù

Pedro Barrado

gesusignore

Facciamo menzione, anche se brevemente, di alcuni epiteti attribuiti a Gesù dalla comunità cristiana primitiva, che con essi proclamò la sua fede in lui. Ne presentiamo sette, i più classici e più importanti. Come si potrà vedere, s'inseriscono in un quadro di riferimenti ebraici, per la semplice ragione che i primi discepoli di Gesù erano ebrei e la loro fonte d'ispirazione era l'Antico Testamento, letto dalla prospettiva della fede cristiana.

Figlio di Dio

Nell'Antico Testamento troviamo vari personaggi chiamati in questo modo, per esempio gli angeli della corte celeste (Sal 28,1), i re (Sal 2,7; 2Sam 7,12-16), il giusto (Sap 2,12; Sir 23,1-4). È un epiteto che vuole stabilire una relazione di molta prossimità tra un personaggio e Dio; non si tratta, però, di una paternità «biologica», com'era intesa nel mondo egiziano, ma simbolica o figurata. Nel mondo romano troviamo qualcosa di simile nel caso di Ottaviano Augusto, il quale faceva coniare monete e incidere iscrizioni con l'epiteto di divi filius: Figlio di dio o del divino Giulio Cesare, suo padre adottivo.
Per quanto riguarda Gesù, sembra che egli stesso si attribuisse questo epiteto, per esempio celandosi nella figura del figlio inviato ai vignaioli omicidi, nella parabola omonima (Mc 12,1 ss). Inoltre, secondo il testo di Mc 14,61-62, Gesù assume chiaramente questo epiteto nel dialogo con il sommo sacerdote: «Il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: "Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?". Gesù rispose: "Io lo sono! E vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo"». Secondo gli altri vangeli, però, l'affermazione di Gesù non è così netta ed esplicita; secondo Matteo, Gesù risponde al sommo sacerdote: «Tu lo hai detto» (Mt 26,64); secondo Luca: «Anche se ve lo dico, non mi crederete» (Lc 22,67); secondo Giovanni, ma in un altro contesto cronologico: «Ve l'ho detto e non credete» (Gv 10,24). D'altronde, abbiamo già parlato del modo particolarissimo con cui Gesù si rivolge a Dio: Abbà, «padre», facendo capire, chiaramente, che si considera suo figlio. Infine, è interessante notare come nel Vangelo di Giovanni, Gesù introduce una distinzione tra «mio Padre» e «vostro Padre» (dei discepoli, di tutti).
Tutti questi riferimenti ci portano a concludere che, sebbene Gesù non applicasse mai direttamente a sé l'epiteto di Figlio di Dio – sono sempre altri ad attribuirglielo, per esempio l'angelo Gabriele, i demòni, Caifa... – tuttavia è lecito pensare che avesse la coscienza chiara di sentirsi legato al Padre in modo singolare.
Per questo, i cristiani delle origini poterono esprimere la loro fede nella relazione filiale tra Gesù e il Padre, chiamandolo «Figlio di Dio». Anche noi, quando parliamo di Gesù come «figlio» usiamo l'iniziale maiuscola, proprio per esprimere la nostra fede nella sua assoluta e singolare relazione filiale con Dio, in linea con l'evangelista Giovanni che parla di «unigenito di Dio», figlio unico (Gv 1, 14.18).

Signore

La parola greca corrispondente è Kyrios, ed è la stessa che la traduzione greca della Bibbia ebraica usava per sostituire il nome impronunciabile di Dio (Yahvè). Questo significa che la comunità cristiana, attribuendo a Gesù l'epiteto di Kyrios lo riconosceva uguale a Dio. Pertanto, siamo dinanzi a una proclamazione equivalente a quella dell'inno della Lettera ai Filippesi: «[Gesù Cristo] pur essendo di natura divina...» (Fil 2,6). Comunque, dobbiamo dire che nei vangeli il termine kyrios è usato anche come semplice formula di trattamento.
Nelle comunità o ambienti linguistici aramei si faceva uso del termine maran «Signore nostro», con lo stesso senso di Kyrios. Da essi abbiamo recepito la formula liturgica maranatà (vieni Signore), che troviamo in 1Cor 16,22 in aramaico, e in Ap 22,20 tradotta in greco.
Con riferimento a questo epiteto, dobbiamo anche dire che, nel mondo romano, l'imperatore divinizzato era chiamato Kyrios.
In correlazione con «Signore» si trovano, frequentemente, altri due epiteti: Dio e Salvatore. Nel Nuovo Testamento, molto raramente Gesù è chiamato «Dio». L'unica affermazione esplicita la troviamo nella confessione di Tommaso, in Gv 20,28. In due testi, Rm 9,5 e 1Gv 5,20 l'espressione non è chiara e il testo presenta alcune difficoltà d'interpretazione. Per quanto riguarda il famoso testo di Gv 1,1 «e il Verbo era Dio», la traduzione più appropriata sembra essere: «E la parola era divina»; questa traduzione sembra più corretta perché nel testo greco manca l'articolo determinativo che dovrebbe precedere il nome Dio. Letteralmente il testo dovrebbe dire «il Dio».
Per quanto riguarda l'epiteto «Salvatore» – in greco Soter – si tratta di un termine che procede dall'ambiente ellenista, dove l'imperatore vittorioso era indicato con l'epiteto di Soter. Anzi, alcuni re greci dell'Egitto e della Siria incorporarono l'epiteto al loro nome, per esempio nel caso di Tolomeo IX Soter o Demetrio I Soter.

Messia o Cristo

Nella lingua ebraica mashìach è colui che è unto con l'olio. Nella storia d'Israele ci si riferisce ai re, ai profeti e ai sacerdoti come «unti», per indicare la loro designazione divina. La traduzione di mashìach in lingua greca è christòs. Nell'Antico Testamento l'epiteto mashìach è attribuito soprattutto alla dinastia dei re davidici, i re della Giudea. Con il passare del tempo e con la progressiva rovina della dinastia davidica, l'idea di messia cominciò a essere riferita alla speranza ultima e definitiva della ricostruzione e della liberazione della nazione d'Israele. Anche la figura del messia ebbe varie connotazioni; per esempio i monaci di Qumran aspettavano un messia con caratteristiche sacerdotali. Peraltro, la connotazione politica del «messia» era presente anche nel tempo di Gesù e quest'accezione permetteva che fosse intercambiabile con l'epiteto di «figlio di Davide» o di «re dei giudei». Per questo, i due discepoli di Emmaus possono confessare che avevano sperato che Gesù fosse il «liberatore d'Israele» (Lc 24,21).
In Gv 6,15 Gesù rifiuta di essere proclamato re dalla folla, mentre in Mc 12,35-37 vediamo che argomenta contro la sua identificazione con il «figlio di Davide». Probabilmente, Gesù volle rifiutare proprio quelle connotazioni politiche che erano molto sentite nel suo tempo.
È molto verosimile che Gesù si ritenesse «messia» (c'è chi dice «agente messianico»), ma di un messianismo molto differente da ciò che intendevano i suoi paesani e i suoi discepoli. Un riscontro si può avere dalla lettura di Mt 20,20-28, che ci presenta l'episodio della madre di Giacomo e Giovanni che si rivolge a Gesù per chiedergli che i suoi due figli siedano uno alla destra e l'altro alla sinistra quando diventerà re. La risposta di Gesù sposta totalmente il discorso, portandolo dal potere al servizio: «Colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo» (v. 27)dice ai discepoli. Vogliamo ricordare, inoltre, che l'entrata di Gesù a Gerusalemme si presenta con una connotazione molto chiara di messia pacifico, in linea con il testo paradossale di Zc 9,9-10.

Figlio dell'uomo

Questo epiteto è molto importante perché Gesù stesso se lo attribuisce. Meraviglia non poco, invece, che la comunità cristiana primitiva lo abbia lasciato in oblio e abbia preferito riferirsi a Gesù con altri epiteti, come quelli di Messia, Signore e Figlio di Dio. L'origine dell'espressione «figlio dell'uomo» è reperibile in Ezechiele (1,26-28) e Daniele (7,13-14), i quali parlano di una figura di sembianze divine che, inviata da Dio, viene in terra per giudicare gli uomini e instaurare il regno.
L'espressione «figlio dell'uomo» – bar nasà in aramaico – designa un uomo generico; ma nei vangeli sinottici, Gesù la assume per se stesso pronunciandola con l'articolo determinativo: «il figlio dell'uomo». Nell'uso di quest'espressione possiamo cogliere tre aspetti principali: il Figlio dell'uomo proiettato nel futuro (per esempio nelle parole di Gesù dinanzi a Caifa); il Figlio dell'uomo identificato con la stessa persona di Gesù (in Lc 12,8ss); il Figlio dell'uomo che soffre la passione e la morte: è l'epiteto che Gesù attribuisce a se stesso nelle predizioni della sua passione.
Quest'ultima caratteristica è particolarmente importante perché si contrappone alla concezione gloriosa del «figlio dell'uomo» che troviamo nell'immaginario ebraico del tempo, per esempio nello scritto apocrifo Apocalisse di Esdra (4Esdra nella dicitura cattolica post-tridentina), un testo apocalittico, come dice il titolo, databile alla fine del I secolo d.C.: «Ecco si è alzata una tempesta furiosa dal mare, che ha agitato le sue onde. Guardai fisso e vidi che la tempesta fece alzare dal profondo del mare la figura di un uomo [come un «figlio di uomo»]. Guardai verso il luogo dove egli volgeva lo sguardo e vidi che tutto ciò che fissava con gli occhi tremava [...]. L'uomo che hai visto salire dal mare è quello che l'Altissimo tiene pronto, già da molto tempo, per riscattare la sua opera; egli guiderà i sopravvissuti [.. .]. Quando tutto questo avverrà e appariranno i segni che ho annunciato, si manifesterà mio Figlio, l'uomo che hai visto salire dal mare» (13,25-32).

Servo

La figura del «servo» nell'Antico Testamento è sviluppata soprattutto dal profeta Isaia (capitoli 42; 49; 50; 52,13-53,12). Nella visione di Isaia si tratta di un personaggio misterioso (un profeta? un popolo?) che ha la missione di restaurare l'alleanza con Dio e di espiare le colpe di tutti con la sua sofferenza. Per queste sue caratteristiche la comunità cristiana, sin dai primi tempi, vide in questa figura misteriosa un'immagine di Gesù. Così, per esempio, in Rm 4,25 Paolo dice che Gesù «è stato messo a morte per i nostri peccati»; in Gv 10 si parla del pastore che sacrifica la vita per le sue pecore, e in Mc 10,45 si afferma che: «Il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».
Questo stesso significato hanno le raffigurazioni di Gesù come agnello o agnello pasquale in At 8,3233; Ap 5,6-9; Gv 19,28-36, ecc. Quest'identificazione è particolarmente incisiva nella lingua aramaica, nella quale il termine talya significa tanto «agnello», come «servo» (cf. Gv 1,29-36).
In questa prospettiva, come il sangue dell'agnello pasquale preservò le case degli israeliti dalla spada dell'angelo sterminatore, allo stesso modo il sacrificio del Servo Gesù – con la sua morte, ma anche con la sua vita – dona la vita e stabilisce una nuova alleanza tra Dio e gli uomini: «Preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: "Questo è il mio corpo che è dato per voi" [.. .] "Questo caliceè la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi"» (Lc 22,19-20).
Nella scena del battesimo di Gesù, secondo la narrazione di Matteo (3,13-17), nelle parole della voce di Dio che scende dal cielo: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto», probabilmente è presente un'allusione a Is 42,1 (primo «canto del Servo»). In greco, la parola pais significa tanto «figlio» quanto «servo», com'è attestato frequentemente dalla versione della parola ébed (servo) con pais nella traduzione della Bibbia ebraica.

Profeta

Nel tempo di Gesù il fenomeno del profetismo era pressoché scomparso in Israele, e al suo posto stava sorgendo la figura del maestro o rabbi. Ma gli ebrei aspettavano l'arrivo di un profeta per gli ultimi tempi, una specie di Mosè o Elia redivivi –secondo alcune interpretazioni di Dt 18,18 e di Ml 3,23-24 – come pure di testi apocrifi che riproponevano questi e altri personaggi.
Dai vangeli risulta evidente che Gesù era considerato un profeta e un maestro. Però, bisogna rilevare che Gesù non si adatta bene allo stereotipo né del profeta né del rabbi. Quanto al primo, nella sua predicazione non usa mai le formule tipiche del linguaggio profetico: «Oracolo del Signore», «Così dice il Signore», ecc. Non solo ignora queste formule, ma le corregge, e ridefinisce la comprensione della parola di Dio presentata dalla Torah: «Avete inteso che fu detto agli antichi... Ma io vi dico» (Mt 5,21-22). Inoltre, mentre il profeta si rivolge agli ascoltatori esortandoli a seguire la parola di Dio, Gesù propone se stesso come la «Via» da seguire (cf. per esempio Mt 4,19). Per quanto riguarda la figura del rabbi, Gesù insegna con autorità e sceglie i suoi discepoli – cosa che i maestri del suo tempo non facevano – e tra essi accoglie le donne, anche questa una cosa impensabile per un rabbi del suo tempo.
La comunità cristiana, considerando attentamente le caratteristiche profetiche della vita di Gesù («Nessun profeta è bene accetto in patria», Lc 4,24; «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te!», Lc13,34), sin dalle origini lo identificò con la figura aspettata per gli ultimi tempi. Proprio per questo, nell'episodio della Trasfigurazione Gesù è visto tra Mosè ed Elia. Così lo presenta anche Pietro nel suo discorso in At 3,19-26. In questa stessa prospettiva si afferma che, a differenza dei profeti dell'Antico Testamento: Gesù non portava un annuncio di Dio, come Isaia o Geremia, ma egli stesso era la parola di Dio, come dice il prologo del Vangelo di Giovanni (Gv 1,1) o la parola ultima e definitiva di Dio, com'è scritto all'inizio della Lettera agli Ebrei: «Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio...» (Eb 1,1-2).

Sacerdote

Tralasciando il testo di Gv 19,23, dove si parla della «tunica senza cuciture» che i soldati tirano a sorte, e con la quale si potrebbe alludere ai vestiti sacerdotali; omettendo anche Ap 1,13, dove si parla di Gesù vestito con «con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d'oro»; una sola volta, nel Nuovo Testamento viene attribuito a Gesù il titolo di «sacerdote», precisamente nella Lettera agli Ebrei. Questa lettera fu indirizzata a una comunità cristiana che stava passando per una crisi di fede, e si trovava in aperta polemica con il giudaismo. In questo contesto entra in scena la figura del sommo sacerdote: Gesù è il sommo sacerdote perfetto, superiore al sacerdozio degli ebrei; perciò la sua discendenza viene da Melchisedek, re di Salem, e non dal «sacerdozio di Aaron», come quello dei sacerdoti ebrei.
Tuttavia, per tessere questa tela, l'autore della Lettera agli Ebrei ha dovuto prescindere totalmente dalla «storia» personale di Gesù, il quale non era di stirpe sacerdotale e perciò non poteva essere sacerdote. Di fatto, per gli ebrei il sacerdozio non era legato alla vocazione ma alla famiglia, alla tribù di nascita; perciò, poteva essere sacerdote solo chi nasceva dalla tribù sacerdotale. In realtà, all'autore della Lettera agli Ebrei interessava mettere in risalto la funzione mediatrice del sacerdozio e applicarla a Gesù, con esclusività. Dire che Gesù è il sommo sacerdote perfetto significa dire che è il mediatore ultimo e definitivo — colui che fa da ponte — tra Dio e gli uomini.
Se, grazie ai sacerdoti e al sistema sacrificale da loro gestito, Israele è potuto entrare in contatto con Dio, alla stessa maniera, ma in modo perfetto e definitivo: «Cristo, venuto come sommo sacerdote di beni futuri, attraverso una Tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano di uomo, cioè non appartenente a questa creazione, non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna [...]. Per questo egli è mediatore di una nuova alleanza, perché, essendo ormai intervenuta la sua morte per la redenzione delle colpe commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l'eredità eterna che è stata promessa» (Eb 9,11-12.15).

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Quelli che abbiamo elencato sono i principali epiteti che le comunità cristiane delle origini hanno attribuito a Gesù. Ognuno di essi era coerente con le tradizioni e le cosmovisioni di quelle comunità. Nei secoli posteriori, i concili hanno fissato i significati teologici e l'uso corretto di quegli epiteti. E l'hanno fatto con le categorie filosofiche del loro tempo. E noi? Noi dobbiamo continuare a confessare la stessa fede in Gesù. E dovremo farlo ricorrendo all'uso di quegli stessi epiteti e di quelle stesse formulazioni dogmatiche che costituiscono la nostra tradizione. Ma, quando è necessario, dobbiamo approfondire la comprensione del loro significato e impegnarci a tradurlo nelle categorie teologiche e lessicali del nostro tempo.