9. Non dire falsa testimonianza

Gratuità e parola

Carmine Di Sante

(NPG 05-02-51)


Comandando di “non dire falsa testimonianza”, il testo biblico sottrae la parola alla menzogna e la pone a servizio della verità da accogliere, custodire, trascrivere, obbedire e tramandare. E anche se non sappiamo “cos’è la verità”, come pretende Pilato di fronte a Gesù (Gv 18,24), sappiamo comunque che nessun gruppo, associazione o società potrebbe sussistere un solo giorno al di fuori del vincolo della parola data e accolta come dotata di verità. Senza il presupposto della verità che la inabita, la parola – ogni parola - degraderebbe a puro suono, stimolo, gioco, apparenza o illusione, e piuttosto che promuovere la coesione sociale ne costituirebbe la disgregazione. Nel suo libro autobiografico, Forte come la morte è l’amore. L’uomo dei tre mondi: una autobiografia (San Paolo, Cinisello Balsamo MI, 1994), A. Chouraqui racconta di Camus che, preparandosi a scrivere La peste, si recò da lui per farsi aiutare nella lettura dei passi biblici nei quali ricorreva – per ben 49 volte – il termine oscuro e minaccioso della peste e che, alla sua annotazione che il termine ebraico per peste è deber, che solo una impercettibile differenza separa da dabar, che vuol dire parola e che i greci traducono con logos, lo scrittore reagì con un interrogativo folgorante: “Ma allora la peste sarebbe la conseguenza di una deformazione della parola?”, ottenendo da lui come risposta: “Non lo so… I nostri cabalisti sono comunque pieni di insegnamenti che vanno in questo senso; tradisci il dabar e ti ritroverai il deber, uccidi la parola e avrai la peste, il sangue, la fame e la guerra” (M. M. De Saint Cheron, in “Tribune Juive”, 30 giugno 1994, p. 43).
Sottrarre la parola alla menzogna è vincolarla all’ordine della verità senza la quale non è possibile né la comunicazione umana né la costruzione della polis, come ha ricordato Vittorio Foa, uno dei grandi padri della Costituzione italiana, nel suo recente libro: “Io credo possibile una politica diversa. A cominciare dal suo linguaggio. Viviamo in tempi molto sgradevoli per quel che riguarda il linguaggio, non penso solo alle bugie clamorose, penso, almeno per quello che riguarda l’Italia, a una crescente irrilevanza del linguaggio. Chi governa può dire qualunque cosa e il suo opposto a seconda delle convenienze immediate, a seconda di chi ascolta e nel momento in cui ascolta. Quando le parole diventano irrilevanti cade un impegno etico: non c’è più bisogno di rispettare la parola data. Questo meccanismo del linguaggio e della sua irrilevanza è certamente legato alla gestione del potere e anche alla preponderanza dei media, ma tende a diventare un costume generale. Proprio perché sono quasi sempre stato all’opposizione ho capito molte volte che anche noi avevamo bisogno di più rigore, di più verità. Di non usare le parole a vanvera e di far seguire i fatti alle parole” (V. Foa, Sulla curiosità, Einaudi, Torino 2003, p. 10).
Istituzione della dimensione etica della parola, il comandamento biblico la sottrae alla menzogna e l’innalza alla dimensione veritativa. Ma in cosa consiste, per la bibbia, la verità della parola? Quale il segreto che in essa si vela e si svela?
Se per il pensiero greco la verità della parola è nella sua potenza disvelativa dell’essere, di tutto ciò che esiste e può esistere, di cui il logos – la parola appunto – è la reduplicazione consapevole e il riflesso (per questo essa è sempre, insieme e inseparabilmente, essenza, pensiero e linguaggio), per la bibbia la verità della parola è nella sua potenza interpellatrice che, rivolgendosi all’altro, da parte del tutto, lo costituisce a interlocutore o partner di fronte a un “tu”. Più che svelatrice dell’essenza delle cose, la parola, per la bibbia, è costitutrice dell’umano come responsabilità, dove l’io è risposta – e può essere solo risposta – all’anteriorità o grazia che lo previene e gli fa dono di ogni cosa. La verità che custodisce la parola biblica non è la verità del Dio aristotelico che si contempla e si riflette nella totalità dell’essere offerta alla ragione in grado di rifletterla, come in uno specchio (per cui il vero è adeguatio rei et intellectus, corrispondenza tra la cosa e l’intelligenza, secondo la definizione divenuta celebre e corrente nella tradizione occidentale), ma è la verità del Dio di Abramo e di Gesù che ama l’uomo gratuitamente e gli è sempre fedele. La verità della parola biblica è la verità della fedeltà e della misericordia – la verità come fedeltà e come misericordia – che abbraccia tutti, buoni e cattivi, giusti e ingiusti, ed è sempre per l’altro e mai contro.
L’originale ebraico per “non dire falsa testimonianza” è lo tanné, che tradotto letteralmente vuol dire: “Non risponderai (lo tanné) contro il tuo prossimo da testimone di menzogna”. “Dire falsa testimonianza” è usare la parola contro l’altro, rispondendogli negativamente invece che positivamente: “In ebraico questa parola [lo tanné] ha la stessa radice di ‘far soffrire’... Il comandamento… vuole proibire una sofferenza inflitta ad altri, una violenza fatta al prossimo” (M.-A. Ouaknin, Le Dieci Parole, cit. p. 224). Per cui, sempre secondo Ouaknin, il senso generale del nono comandamento potrebbe essere così enunciato: “‘Non utilizzare la parola per far soffrire l’altro’. Poiché, se l’uomo è un corpo parlante c’è anche, in lui, la capacità di agire sul corpo mediante il discorso, al punto di farlo soffrire” (ivi, 238).
Il nono comandamento è messa in guardia dal potere male-fico della parola che, da trascrizione e svelamento della volontà di bene dell’io per l’altro, può farsi espressione della propria volontà di male nei suoi confronti. La mal-dicenza è la parola dell’io contro l’altro, nelle sue figure pressoché inesauribili: dalla indiscrezione, al pettegolezzo, alla diffamazione, alla falsa testimonianza. Quest’ultima la figura estrema ed esemplare della dimensione maledicente e malefica della parola che da creatrice dell’altro se ne fa distruttrice accusandolo – per interesse, paura, vendetta o altro – di azioni mai commesse. “Secondo Maimonide, ci sono tre cose che impediscono all’uomo del mondo dei vivi di far parte del mondo futuro: l’idolatria, l’incesto e l’omicidio. Ma, dicono i maestri, c’è di peggio di queste tre cose, ed è la maldicenza: utilizzare la parola per far soffrire l’altro dicendone male, è peggio che commettere omicidio, incesto o idolatria” (M.-A. Ouaknin, Le Dieci Parole, cit. p. 239).
Se la verità della parola non è la sua adeguazione al contenuto oggettivo che in essa si trascrive (secondo il principio dell’“adeguatio rei et intellectus”), ma la benevolenza e misericordia di cui di volta in volta è portatrice, si comprende come, in determinati casi, essa può essere formalmente violata, come quando, durante la persecuzione nazista, veniva chiesto se nella propria casa o in un determinato quartiere ci fossero nascosti degli ebrei o dei rifugiati. In casi come questi, biblicamente parlando, non si tratta di falsa testimonianza perché, al di là dell’apparenza della dissonanza verbale, essa testimonia, a prezzo della propria vita, un di più di amore all’altro (questo sì e non la adeguatio, misura e giudizio di ogni nostra parola e della verità che custodisce). In una prospettiva dove la parola è parola etica, parola instauratrice di relazione e di misericordia “si può dire che l’affermazione difforme dal pensiero è menzogna, ma che questa non è intrinsecamente immorale, perché l’etica della parola non sta nella sua correttezza ma nella sua disponibilità a servire la comunione tra gli uomini. Ovviamente, la condizione normale perché questo servizio possa svolgersi è il rispetto della correttezza, della verità formale della parola. Ma tale verità non è ancora, come tale, verità etica; ne è il presupposto e il materiale. Per cui, quando il pronunciarla diventasse un impedire la comunione invece che favorirla, essa si convertirebbe nel suo contrario: in menzogna etica incarnata nella sincerità verbale” (A. Rizzi, Crisi e ricostruzione dell’etica, SEI, Torino 1992, p. 83).
La parola, la cui verità è di essere a servizio della relazione e della comunione, può farsi menzogna anche nella lettura o rilettura della storia, sempre incontro di volti riconosciuti o negati, dove tra il grido delle vittime e la crudeltà dei carnefici resta una differenza – la differenza – mai colmabile: “La menzogna ha l’effetto perverso di insinuare il dubbio sul vero. I ‘revisionisti’ si sforzano di dimostrare che i sei milioni di ebrei vittime del nazismo sono un’invenzione. Essi approfittano del clima di disillusione che pervade l’opinione pubblica dei paesi liberi. Se l’intellighenzia europea non si fosse lasciata ingannare dai discorsi totalitari dello stalinismo e del maoismo, un personaggio come Faurisson sarebbe stato impensabile. In realtà la disillusione provocata dalla scoperta dei gulag e dei bagni penali maoisti ha favorito questa tendenza a rimettere tutto in discussione, anche i fatti accertati. È questa una malattia tipica delle nostre società postmoderne, impregnate di relativismo” (A. Chouraqui, Il fuoco dell’alleanza, cit. p. 131).
Contro la perenne tentazione di falsificazione della parola umana, che fa violenza al prossimo e alla storia in cui risuona il grido degli sconfitti e delle vittime, vigila la parola divina che comanda di “non rispondere contro il tuo prossimo rivolgendogli contro la parola”. La verità della parola, come di tutte le parole – religiose, poetiche, letterarie e scientifiche – che riempiono le biblioteche di tutto il mondo costituendone l’espressione più alta e l’orgoglio, è nel suo essere ponte di comunione tra gli esseri umani perché circoli liberamente e responsabilmente l’amore di Dio che – bontà, gratuità, misericordia e disinteressamento – chiama ed eleva l’io ad essere altrettanto.