4. Ricordati

del giorno di sabato

per santificarlo

La legge della gratuità

Carmine Di Sante

(NPG 04-05-54)

I dieci comandamenti o parole sono formulati in negativo (“non avrai altri dèi di fronte a me”, “non nominare invano il nome di Dio”, “non uccidere”, “non rubare”, ecc.) ad eccezione di due, il primo dei quali è proprio il quarto comandamento che, a differenza degli altri, non ordina ciò che non bisogna fare ma ciò che bisogna fare. E ciò che bisogna fare – dove il “bisogna” non esprime la volontà padronale del Dio repressivo ma la sua offerta di senso all’uomo frutto della sua bontà o benevolenza – è “ricordarsi del giorno di sabato per santificarlo” o, secondo la dizione cristiana divenuta corrente, “santificare le feste”. 

Poiché il senso della santificazione delle feste è lo stesso che “ricordarsi del giorno di sabato”, è su questo che si concentrerà la riflessione. Sarà pertanto alla luce del sabato che si comprenderà o ricomprenderà il senso stesso della festa la cui eccedenza è l’eccedenza stessa dell’umano sull’animale. 

Parola istitutrice di un positivo, di un “qualcosa” che va posto categoricamente perché è su questo pre-sup-posto che fiorisce l’umano nella sua dimensione veritativa e ultimale, il senso di questo positivo è espresso nel testo biblico attraverso il termine sabato, transilitterazione dell’ebraico shabbat che, come vuole uno dei più grandi maestri dell’ebraismo del secolo appena trascorso, è la categoria più rappresentativa e originale della concezione ebraica del reale: “Si può sintetizzare in un’unica espressione lo spirito dell’ebraismo? Esiste un termine nel quale si possa racchiudere la sua specifica essenza? Volgiamo la nostra attenzione al testo dei Dieci Comandamenti, questo monumento più di ogni altro rappresentativo dell’insegnamento ebraico e vediamo se un tale termine vi può essere rintracciato. I Dieci Comandamenti sono stati tradotti in tutte le lingue con un frasario che è diventato parte della letteratura di tutti i popoli. Se leggiamo questo testo famoso in una qualsiasi traduzione, greca, latina o inglese che sia, siamo colpiti da un fatto sorprendente: tutte le parole del testo ebraico sono state rese facilmente con vocaboli equivalenti. Vi è una parola che corrisponde a pesel: idolo; vi sono parole che corrispondono, per esempio, a shamayim e a eretz: cielo e terra. Tradotto fedelmente in un’altra lingua, il testo suona come l’originale. Ma, fatto curioso, solo per una parola ebraica non si è trovato l’equivalente in nessun’altra lingua: Shabbat. ‘Ricordati del giorno di sabato’. Nel greco della versione dei Settanta leggiamo Sabbaton; nel latino della Volgata Sabbatum; in aramaico Shabbata; nella versione di Re Giacomo Sabbath” (A.J. Heschel, Dio alla ricerca dell’uomo. Una filosofia dell’ebraismo, Borla, Torino 1969, p.449). 

Sul piano lessicale shabbat, nella sua forma verbale, vuol dire cessare o interrompere l’azione che si stava compiendo, e nella sua forma sostantiva, identica a quella verbale, sospensione del lavoro e quindi riposo. Questa accezione elementare è rimasta anche in molte lingue moderne occidentali, come ad esempio nella frase “prendersi un periodo sabbatico”, che vuol dire interrompere il proprio lavoro per un certo tempo. 

Ordinando quindi di “ricordarsi del giorno di sabato”, Dio istituisce per Israele e, attraverso Israele, per l’umanità di cui Israele è il rappresentante, uno spazio oltre e altro dal lavoro. 

Per l’opinione pubblica generale, soprattutto cristiana, il sabato è noto soprattutto per i molteplici divieti di non lavorare sui quali la tradizione rabbinica si confronterà appassionatamente dedicando ad essi un apposito trattato dal titolo omonimo Shabbat in cui, con dovizia di particolari, vengono precisate tutte le attività da evitare: dall’uso degli strumenti, all’accensione del fuoco, alla cucina, ecc. A parte l’elenco delle proibizioni, legato al contesto culturale e materiale delle epoche storiche, l’importante comunque è capire il perché del divieto e della sua assolutezza. Il senso di questo perché non è da individuare nella necessità del riposo dalla fatica settimanale. Anche se l’istituzione di un giorno di riposo nell’arco della settimana resta una delle conquiste più grandi nella storia della civiltà umana e uno dei doni più straordinari della bibbia all’umanità, il senso più profondo del sabato biblico va però ricercato altrove: non nell’affermazione che l’uomo deve riposarsi dal lavoro, bensì nell’affermazione che l’uomo è oltre e altro dal lavoro: oltre e altro dall’essere “produttore” dei suoi fini e dei suoi mezzi. Lavorare vuol dire infatti scoprirsi dotato di “potere” (nel senso elementare di “poter fare”) con cui l’io fissa i suoi fini e i suoi mezzi per colmarsi come essere di bisogno e realizzarsi. Il divieto di lavorare coincide così con il divieto di viversi come io “prometeico” o progettuale, come soggetto di potere, capace di soddisfarsi come essere di bisogno. Divieto assoluto: perché la riduzione dell’io a soggetto di potere – che, in forza di se stesso, si soddisfa – coincide, per la bibbia, con l’alienazione stessa dell’umano, essendo l’uomo, per essa, non ciò che egli fa ma – evento e grazia! – ciò che gli è fatto dall’alterità di Dio che liberamente e sovranamente si china su di lui prendendosi cura del suo bisogno e avvolgendolo nello spazio della sua sollecitudine. Si comprende così quanto sia riduttiva la distinzione invalsa fino al Vaticano II tra lavori materiali, proibiti, e lavori intellettuali, raccomandati. La vera discriminante, per la bibbia, non passa tra chi lavora con le braccia e chi lavora con la mente (distinzione questa dovuta al dualismo platonico), ma tra chi si vive come soggetto di potere e chi, oltre e altro, come oggetto di gratuità o grazia. 

L’orizzonte della grazia o del gratuito è il senso ultimo e radicale del sabato che, per l’uomo di oggi “oeconomicus” e “capitalista” – l’uomo del McMondo, come è stato chiamato da B.R. Barber (Guerra santa controMcMondo. Le sfide del terrorismo alla democrazia, Marco Tropea Editore, Milano 2002), cioè l’uomo consumatore che vive il mondo come un Mcdonald globalizzato – suona come provocazione e scandalo: “In una società che conosce solo acquisti e vendite e incontri sociali sulla base dell’‘io do una cosa a te e tu la dai a me’ [la gratuità] è un gesto che contraddice il sistema e quindi è rivoluzionario. Dove per rivoluzionario non si deve intendere solo un’insurrezione di piazza, ma ogni comportamento che, sfuggendo ai codici di lettura con cui una società concepisce se stessa, promuove un mondo diverso e lo prefigura come possibile” (U. Galimberti, in “Donne” de “La Repubblica” 12 marzo 2002, p. 362). Si è così in grado di capire la carica sovversiva del gratuito istituito dal sabato biblico o “santificazione delle feste”. 

Nel dossier introduttivo di gennaio si era notato che nel Deuteronomio l’osservanza del sabato è motivata con il riferimento all’esperienza esodica: “Ricorda di essere stato schiavo in terra di Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso. Perciò il Signore tuo Dio ti ordina di osservare il giorno dello shabbat” (Dt 5,15). Ricordare l’esodo è ricordare ciò che Dio ha fatto ad Israele in Egitto, e ciò che Dio ha fatto ad Israele è il suo esserglisi rivelato come amore disinteressato, liberandolo “con mano forte e braccio teso”, nutrendolo nel deserto con la manna dal cielo e con l’acqua dalla roccia, conducendolo sul Sinai per la stipulazione del patto o alleanza e facendogli dono di una terra dove scorre latte e miele. Stando alla formulazione del Deuteronomio, fare shabbat è “ricordarsi” di quanto Dio ha fatto ad Israele in Egitto: vivere cioè nella consapevolezza dell’evento fondante che è la gratuità divina dalla quale l’umano è preceduto e avvolto. 

Altra però è la motivazione formulata nell’Esodo: “Perché in sei giorni fece il Signore i cieli e la terra, il mare e tutto ciò che è in essi e si riposò nel giorno settimo. Perciò il Signore benedisse il giorno dello shabbàt e lo santificò” (Es 20, 11). Qui il sabato è fondato non sulla liberazione ma sulla creazione. Motivazione paradossale che, come la liberazione dall’Egitto, richiama l’ordine del gratuito ma un gratuito esigente da imitare. Creare per la bibbia non vuol dire infatti che Dio pone in essere il non essere, come vuole la tradizione cristiana subendo il fascino delle categorie della filosofia greca, ma che libera il mondo dal caos, per offrirlo come casa (come eden!) all’uomo e – cosa ancora più importante – offrirlo non per essere ringraziato ma per essere imitato. Di qui l’affermazione biblica secondo la quale Dio fa shabbat (si riposa) perché l’uomo faccia shabbat (si riposi). Che vuol dire: perché l’uomo faccia della gratuità divina l’imperativo del proprio agire: liberando, amando e dando gratuitamente come Dio. Di qui l’insistenza sugli ultimi e gli emarginati compresi quegli ultimi che Paolo De Benedetti chiama “i fratelli minori”, gli animali: “Non farai alcuna opera, tu, tuo figlio, tua figlia, il tuo servo e la tua serva, il tuo bue, il tuo asino, tutte le tue bestie, lo straniero ospite in casa tua, affinché il tuo servo e la tua serva si riposino come te”. 

Paul Celan ha scritto: “È tempo che si sappia!/È tempo che la pietra accetti di fiorire,/che l’affanno abbia un cuore che batte./È tempo che sia tempo./ È tempo”. 

È tempo che “la pietra accetti di fiorire”. Che i poveri del terzo e quarto mondo abbiano pane e acqua a sufficienza. Che i ricchi del primo mondo riscoprano la bellezza della sobrietà e della solidarietà. E che la violenza che oggi minaccia la sopravvivenza stessa del pianeta venga infranta. 

”Ricordare il sabato” o, secondo il linguaggio cristiano, “santificare le feste”, è annunciare la potenza del gratuito capace di far fiorire la pietra. La potenza stessa, per il cristiano, del messia morto e risorto. Per questo al centro delle proprie celebrazioni è il segreto stesso del tempo e di tutti i tempi. 

La leggenda vuole che Omero sia morto per non essere riuscito a decifrare l’enigma con cui un gruppo di giovani pescatori gli risposero alla domanda con cui chiedeva se avessero pescato qualcosa: “Tutto quello che abbiamo visto e preso lo lasciamo; tutto quello che non abbiamo visto né preso lo portiamo”. Anche se per Eraclito, con questa risposta, i giovani pescatori, più che rispondere ad Omero, intendevano prendersi gioco di lui parlando d’altro (“Lo ingannarono infatti quei ragazzi che schiacciavano pidocchi quando gli dissero: Tutto quello che abbiamo visto e preso lo lasciamo; tutto quello che non abbiamo visto né preso lo portiamo”), il loro detto resta comunque un enigma da svelare e tale svelamento, per Sandro Tarter, riguarda la vacuità di ogni forma di appropriazione e di possesso nell’interpretazione dell’umano: “Nonostante quello che gli uomini credono, lasciamo ogni cosa ritenuta in nostro possesso, tutto quanto la mano può afferrare e l’occhio vedere. La presa, illusione di forza, si muta in negazione e perdita; necessaria e ineluttabile nella misura in cui nutre la nostra vita, ma anche rischio estremo, nel quale, noi stessi che ci illudiamo di tenere e di vedere davvero, siamo trascinati e sedotti. Sortilegio dell’enigma: più la presa sembra solida e definitiva, più lo smarrimento è realizzato” (S. Tarter, La riva di un altro mare. Alterità, soggettività, giustizia: a partire da Lévinas, Edizioni ETS, Pisa 1995, p. 70). 

Affermazione e istituzione della gratuità come la legge stessa del reale, lo shabbat ebraico è svelamento, contemporaneamente, dell’enigma irrisolto da Omero: tutto quello che proviene dall’io è destinato ad essere abbandonato (“Tutto quello che abbiamo visto e preso lo lasciamo”), tutto quello che all’io è fatto dall’alterità divina è quanto resta all’io e ne costituisce la sua forza (“tutto quello che non abbiamo visto né preso lo portiamo”).