Violenza

Giuseppe Angelini


1. «Violenza», più che una parola chiave del linguaggio corrente, è una realtà che manifesta la sua insistente e preoccupante presenza nella generalità dei rapporti umani. Anche in quel rapporto che dovrebbe essere per eccellenza non- violento. Intendo dire la comunicazione tramite la parola.
Perché al dilagare della violenza possa essere posto un argine, perché possa determinarsi un consenso e quindi anche una coalizione di forze in questa opposizione, occorre che il fenomeno sia compreso e in qualche modo circoscritto. È infatti noto, ed è anche troppo spesso ripetuto, che la violenza genera violenza, che cioè violenta diventa quasi ineluttabilmente l'opposizione alla violenza. Pensiamo tipicamente alla forma più tragica di violenza che oggi ci minaccia: quella costituita dall'armamento bellico in genere, e nucleare in specie. L'accusa indignata del militarismo sovietico rischia di diventare l'ideologia giustificatrice della prolificazione nucleare in occidente. Oppure pensiamo alla violenza del terrorismo: anche in questo caso l'opposizione indignata ad essa rischia di alimentare richieste come quella della pena di morte, o in generale quelle di misure poliziesche che accrescerebbero il carattere violento della nostra convivenza civile.

2. Proponiamo in prima approssimazione questa definizione di violenza: «uso della coercizione fisica contro l'uomo».
Da sottolineare è innanzi tutto l'aspetto «contro l'uomo». Hanno oggi una certa diffusione, anche nelle nostre civiltà occidentali, ideali non-violenti di derivazione vagamente orientale, i quali sembrano lasciar cadere questa specificazione: violenta sarebbe anche l'uccisione dell'animale, e quindi il fatto di alimentarci di carne, o addirittura ogni alterazione artificiale degli equilibri ecologici - intendendo con tale espressione ogni equilibrio «naturale» delle diverse forme di vita biologica. La violenza sarebbe contro «la vita», anzichè «contro l'uomo». Che occorra molta cautela e previdenza, quando si tratti dell'agire tecnico dell'uomo capace di alterare gli equilibri ecologici, è certo vero: ma non sembra invece possibile qualificare come «violenza» una tale alterazione, a meno di svuotare il termine del suo preciso senso etico.
Anche i gesti cruenti contro la vita animale possono talora essere qualificati come espressione di violenza; ma ciò accade per il valore simbolico che essi assumono, quali espressioni di crudeltà, di compiacenza sadica; e quindi per ciò che essi dicono dell'animo umano, assai più che per ciò che essi producono sugli animali.
La violenza per eccellenza riguarda l'uomo, e riguarda ostilmente l'uomo. Ogni altra ostilità di cui l'uomo è capace ha al suo fondo un antropomorfismo. Il bambino che rompe con ira un oggetto, che butta per terra il piatto con il cibo, che scarabocchia il quaderno del compagno, è sempre violento contro una persona, e non contro le cose: le cose sopportano le conseguenze del fatto di portare scritte in qualche modo l'immagine delle persone. E l'adulto spesso non è molto diverso dal bambino.
L'altro aspetto da chiarire è quello della «coercizione fisica». Esso non è subito chiaro. Esistono infatti forme di coercizione fisica sulla persona umana che non costituiscono però esercizio di violenza. Pensiamo tipicamente alla coercizione fisica che talora si deve usare nei confronti dei bambini; che esistano circostanze di questo genere è messo in dubbio soltanto da una pedagogia ingenua, astrattamente illuministica, che ha ormai fatto il suo tempo.
È vero tuttavia che, perché la coercizione fisica possa essere costruttivamente usata in senso pedagogico, occorre che ne risulti in qualche modo al bambino l'intenzione «buona». La difficoltà ad usare la coercizione da parte di genitori ed educatori moderni, assai più che da dubbi principi pedagogici «non- violenti», dipende dall'insicurezza: essi non sono abbastanza sicuri che appaia chiara al bambino l'intenzione «buona», che rimanga chiaro il fatto che essi gli vogliono bene. Per questo dubitano di poter usare mezzi coercitivi: essi potrebbero essere intesi come rifiuto della persona del bambino, anziché come rifiuto di un suo comportamento sbagliato.
Questa considerazione consente subito di intuire come, per intendere che cosa sia violenza, occorre introdurre un terzo termine tra l'uomo e l'altro uomo - adulto o bambino - e cioè il «codice», o, se dispiace questo termine, la norma, l'ordine obiettivo, la regola che s'impone alla volontà mia come a quella dell'altro. È infatti in nome di quella regola che si può anche castigare e in qualche modo costringere un bambino, senza alcuna intenzione ostile nei suoi confronti; ma si può castigare e costringere - certo in forme diverse - anche un adulto, che peraltro non cessa mai di essere un po' bambino. Lo svanire tendenziale della regola obiettiva - o comunque della evidenza di essa alla coscienza soggettiva - conduce inevitabilmente a identificare la non-violenza (o l'amore) con l'accondiscendenza alle attese dell'altro, qualsiasi esse siano. Correlativamente, la stessa tendenziale evanescenza delle regole obiettive induce il soggetto individuale a interpretare come violenza ogni limite opposto alla propria spontaneità. In un saggio su «La violenza in Italia» (di G. Salierno) si legge ad esempio:«La violenza non si identifica soltanto nelle azioni che attentano all'incolumità fisica, ma anche in tutti i segnali, intenti, comportamenti, istituti, regole, ecc., che comunque influiscono sugli aspetti psicosociali umani (dal matrimonio al carcere)».
Emblematico è l'accostamento del matrimonio al carcere.
È da sottolineare come una tale concezione della violenza - ma più che di teoria solo eccezionalmente espressa si tratta di un modo di sentire assai diffuso - di fatto moltiplichi la violenza che vorrebbe condannare. In ogni legame umano impegnativo e durevole si vedono violazioni e condizionamenti della propria libertà: sicchè tali legami sono rotti. Privato di tali legami, che consentono un'identificazione di sè e una comunicazione effettiva con l'altro, l'individuo sradicato diventa arbitrario e incapace di reciprocità dialogica non violenta. Dunque, non ogni coercizione è violenza; ma la coercizione ostile, «contro l'uomo», contro la persona dell'altro, e non semplicemente contro una sua attuale dichiarazione di volontà. Ma come distinguere la persona dalla sua attuale dichiarazione di volontà?

3. Per dare risposta a questa domanda consideriamo un momento il gesto supremo di violenza, l'uccisione dell'altro. Esso sembra smentire la spiegazione di violenza come coercizione: chi uccide non castiga, ma annulla.
Ma questo, appunto, è sempre il senso radicale, anche se latente, della coercizione violenta. Non a caso Gesù nel Vangelo interpreta il comandamento «non uccidere» come condanna anche del semplice insulto. Si comincia ad uccidere, si esprime un'intenzione omicida, anche con il semplice insulto: in generale, con ogni gesto che intenda cancellare l'altro come «altro prossimo». E cioè, come «altro» che in quanto tale ha una libertà irriducibile alle mie attese nei suoi confronti, e insieme come «prossimo», e dunque come uno che mi riguarda, come uno dalle cui scelte dipende in qualche misura anche la mia vita. L'unico modo di conciliare alterità e prossimità dell'altro è il dialogo: e cioè, la parola con la quale si esprime un'intenzione e un'intesa nei confronti dell'altro, ma insieme ci si pone in ascolto dell'altro, nella fiducia di poterlo intendere e di potersi fare intendere. Il dialogo suppone sempre la fiducia; e la fiducia suppone sempre il riconoscimento di una comunanza di verità e di valori che precedono e offrono insieme un codice d'intesa. Quando venga meno tale fiducia, di fronte al contrasto tra le mie attese e gli effettivi comportamenti dell'altro non rimane altra risorsa che cancellare l'altro dalla mia vita: costringendolo al silenzio, togliendogli la parola, interrompendo in qualsiasi modo la sua possibilità di farsi presente come soggetto a me - e il soggetto si fa presente appunto mediante la loro parola, o comunque mediante un gesto intenzionale che mi riguarda. Al limite estremo, cancellando la stessa esistenza fisica dell'altro. Prima di uccidere Stefano, quelli del Sinedrio «proruppero in grida altissime turandosi le orecchie» (Atti 7,57): è detto qui con chiarezza icastica come la condizione preliminare e l'inizio dell'omicidio sia appunto il gesto di impedire all'altro di esprimersi, sia l'insofferenza per la parola dell'altro.
Per opporsi veramente ed efficacemente alla violenza occorre ritrovare il coraggio della parola dialogica: della parola che non sia clamore assordante, protesta che ciascuno proclama senza capacità di ascolto per la parola dell'altro. Ma questo coraggio d'altra parte non è possibile, non ha plausibile fondamento, qualora sia venuta meno la fiducia in una radicale comunanza umana, in una virtuale prossimità quale quella espressa dalla «norma»: s'intende, non il regolamento estrinseco stabilito dalla convenzione umana, ma la norma essenziale scritta nell'essere stesso dell'uomo. Tale norma una volta si chiamava «morale»: ma sembra che anche questa sia diventata una di quelle parole che l'uomo contemporaneo non sopporta di ascoltare

RUBRICA: Voci per un dizionario dell'umano