Tabù

Giuseppe Angelini


1. La parola tabù è relativamente recente nel linguaggio italiano ed europeo in genere.
Viene dalla Polinesia, e fino al secolo scorso era parola nota soltanto agli etnologi.
Essi constatavano come il termine fosse usato per qualificare luoghi, tempi oppure oggetti, nei confronti dei quali era proibito ai polinesiani compiere atti che - all'osservatore esterno - apparivano del tutto inoffensivi e in circostanze comuni senz'altro leciti. I divieti espressi mediante il tabù erano insomma incomprensibili, in termini razionali, meglio - per non scomodare un termine tanto impegnativo ed incerto come «razionale» - potremmo dire in termini «di senso comune».
Ma la fortuna della parola tabù in Europa non è certo dovuta all'interesse per le civiltà polinesiane. L'oscura istituzione polinesiana del tabù parve offrire un modello suggestivo per spiegare (ma meglio diremmo per qualificare) aspetti della civiltà occidentale, e dunque della «civiltà» per eccellenza, che apparivano altrettanto oscuri e primitivi. Ricordo personalmente che da piccolo mi fu insegnato che non è lecito far cadere a terra il pane: questo atto, o anche solo questo accadimento fortuito, era da me percepito come una sorta di sacrilegio: ecco, questa prescrizione ad esempio verrebbe oggi facilmente qualificata come tabù.
Tabù vale qui come prescrizione di comportamento ingiustificata, ma la qualifica si applica a materie meno peregrine. Per esempio, una persona credente una domenica sta male e non va ovviamente alla Messa; accade ancor oggi (sempre più raramente per la verità) che quella persona la domenica successiva si senta obbligata a confessare quel fatto, mostrando così di considerarlo una sorta di inesplicabile colpa. Anche in questo caso si parla facilmente di concezione mitica del peccato. Tabù vale qui pressappoco come prescrizione di comportamento inteso in senso tanto rigido da considerare colpa anche la sua trasgressione involontaria. Tra i due aspetti accennati - prescrizione di una norma senza plausibile motivazione; prescrizione di una norma la cui osservanza o meno è valutata materialisticamente, senza considerare l'intenzionalità dell'atto - c'è trasparente rapporto: quanto meno comprensibile è una prescrizione di comportamento, tanto più rigidi e materialisti sono i criteri secondo i quali è misurata la sua osservanza. Mancano infatti i motivi che consentono di misurare le intenzioni, e prima ancora che consentono di avere intenzioni determinate nell'osservanza di quelle prescrizioni.

2. Il fatto nuovo, databile grosso modo da 20-25 anni a questa parte, è l'applicazione della qualifica di tabù a tutta una serie di prescrizioni, che una volta erano invece indubitabilmente considerate sensate ed attendibili. Si tratta soprattutto di precetti riguardanti la materia religiosa e quella sessuale. È comune, ad esempio, che oggi venga giudicata come ancora legata a tabù desueti la persona credente che pensi di dovere andare alla Messa (s'intende quando sia in buona salute); oppure la persona che ritenga di non dovere avere rapporti sessuali al di fuori del matrimonio. Addirittura, da una certa mentalità, relativamente diffusa, è considerato come tabù ogni norma morale assoluta la quale pretenda sottrarsi al giudizio di merito da parte della persona che la deve osservare caso per caso. Non si deve bestemmiare? Sì, certo, per lo più non è conveniente; ma nel caso concreto è l'interessato che deve giudicare; qualche volta ci vuole anche una bestemmia. Non si deve insultare il prossimo? Sì, certo, per lo più... eccetera. La svalutazione di tutte le norme perentorie, dequalificate al rango di tabù, avviene fondamentalmente in nome delle esigenze del benessere psicologico: attenersi a norme di quel genere sarebbe «nevrotizzante».
Alla radice dell'estensione inflattiva del termine tabù sta dunque, fondamentalmente, l'incomprensione o comunque il rifiuto della perentorietà degli imperativi morali, i quali, appunto perché morali, sembra debbano essere considerati come perentori, incondizionati, non soggetti cioè alla condizione del «me la sento» o del «non me la sento».

3. Di fatto, la teorizzazione più illustre del tabù è quella proposta da S. Freud (Totem e tabù, del 1913) che si appella alla categoria polinesiana per «spiegare» quella che egli giudicava l'irrazionalità del Super-io. Il Super-io (categoria definita per la verità più tardi, e cioè nel 1923) è nella sua ottica il nuovo nome psicanalitico della coscienza morale. È, nella teoria di Freud, un fenomeno irrazionale, spiegabile soltanto ricorrendo all'analisi dei processi inconsci; proprio perché tale, la coscienza morale, è facilmente origine di nevrosi. All'accostamento tra norma morale e tabù Freud giunge attraverso un passo intermedio: l'accostamento cioè del tabù polinesiano con i rituali di certe nevrosi ossessive.
Quei rituali - incomprensibili in termini «razionali» - sono spiegati da Freud come forme sostitutive per combattere un senso di colpa che nasce dagli intensi e frequenti desideri di morte che inconsciamente si agitano nel soggetto. Ci sarebbe alla base del rituale ossessivo, una credenza magica nell'onnipotenza del pensiero - esattamente come nel caso dei tabù polinesiani – e quindi nel carattere efficace degli inconfessati desideri di morte. Non potendo controllare direttamente questi sentimenti ambivalenti e pericolosi, il nevrotico controlla ossessivamente altri atti che egli associa inconsciamente a quei sentimenti.
Ma l'accostamento è successivamente esteso da Freud agli imperativi morali della civiltà, intesi come in qualche modo equivalenti a quelli della nevrosi ossessiva (Freud d'altra parte, definisce espressamente la religione come «nevrosi ossessiva universale dell'umanità», e alla religione strettamente congiunge la morale). «Il tabù in fondo - così è scritto in Totem e tabù - corrisponde all'imperativo categorico di Kant, che opera in forma coattiva, escludendo ogni motivazione cosciente».
Kant è qui ricordato, non tanto in base ad una considerazione attenta del suo pensiero (che anzi per lui l'«imperativo categorico», lungi dall'essere senza motivazione cosciente, è imperativo della ragione), ma semplicemente come il «moralista» per eccellenza.
Ma che cosa è motivazione cosciente per Freud? È motivazione riconducibile ai due criteri fondamentali detti «principio del piacere» e «principio della realtà»; e cioè, ai criteri che così si possono sintetizzare: persegui la soddisfazione delle tue pulsioni (principio del piacere), tenendoti nei limiti imposti da quelle realtà che tu non puoi cambiare (principio della realtà). Per l'uomo che viva alla luce di questi criteri la morale non ha senso, è tabù da spiegare analiticamente, facendo appello all'ambivalenza dei sentimenti rimossi. Il problema nostro però è quest'altro: ha «senso» un uomo che viva alla luce di questi criteri?

4. In un'ottica credente la risolutezza dell'imperativo morale è invece intesa sullo sfondo di quest'altra più profonda convinzione. Il bene e il male nella vita dell'uomo non sono ultimamente apprezzati mediante l'esperienza soggettiva del «sentirsi bene o male». Se così fosse, ogni atto dell'uomo sarebbe soltanto una prova, un'«esperimento»: ogni atto sarebbe per natura ritrattabile e mai posto assolutamente. Il bene ed il male sono invece istanze ideali nei cui confronti l'uomo si riconosce incondizionatamente debitore, al limite anche a costo di perdere la vita in omaggio ad essi. La «categoricità» dell'imperativo è solo riflesso dell'incondizionatezza di questa dedizione. Ma certo la dedizione incondizionata non si rivolge ultimamente ad una legge, o ad una regola materiale degli atti; si rivolge invece ad una presenza: a quella di Dio, e di riflesso a quella delle creature che egli ama. L'osservanza morale appare dunque obbedienza a Dio, riconosciuto ed amato come custode del mistero della nostra vita. È obbedienza, in quanto non possiamo controllare il vantaggio che da essa ci proviene; ma non è soggezione cieca ad una regola incomprensibile (tabù) perché, al contrario, i suoi comandamenti sono quelli che consentono di dare un senso ed una speranza al nostro volere. Volere diventa sempre più l'equivalente di «amare». Il modo di cui la morale cristiana si sottrae (deve sottrarsi, di fatto non sempre si sottrae), al sospetto d'essere morale tabuistica è quello per cui essa mostra di realizzare una effettiva polarizzazione dei desideri e delle attese (del «cuore» si direbbe biblicamente) dell'uomo credente, e non semplicemente una disciplina dei suoi «atti esterni».

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