Simbolo

Giuseppe Angelini

1. Questa parola non meriterebbe di figurare nel presente breve repertorio; esso si occupa infatti del «valore d'uso» - o magari del disvalore - delle parole stesse, e «simbolo» è parola ancor poco usata dal linguaggio corrente.
Neppure si può parlare propriamente di un deperimento nell'uso, rispetto ad un passato che in ipotesi assegnasse alla parola stessa senso ed impiego più rilevante: è vero che la lingua e la coscienza d'altri tempi assai più frequentemente e costruttivamente facevano uso di simboli, ma non della parola stessa «simbolo».
perché dunque occuparsi di questa parola?
perché essa è usata di fatto varie volte in questo dizionarietto di parole e di idee; ed è usata sempre in contesti cruciali, ai fini dell'intelligenza della trama complessiva dei pensieri qui svolti. Questa è la ragione prima per cui dedichiamo alla parola qualche chiarimento più esplicito.
Ma c'è una seconda ragione strettamente congiunta alla prima. Alcuni indirizzi del pensiero contemporaneo - i più significativi, a nostro giudizio - concorrono da vari punti di vista a raccomandare la centralità del fenomeno simbolico per intendere l'enigma umano.
Pensiamo anzitutto gli indirizzi di pensiero che pongono r«ermeneutica» al loro centro: «ermeneutica» vuol dire scienza (o arte) dell'interpretare; e da interpretare è ciò che nasconde un senso; può «nascondere» un senso solo ciò che possiede un senso, e dunque - sotto altro profilo - lo manifesta. Questa appunto potrebbe essere una prima definizione di «simbolo»: una realtà che manifesta e nasconde un senso. La filosofia «ermeneutica», quella appunto che prospetta il problema della verità come problema dell'interpretazione, rappresenta perciò stessa la realtà tutta come simbolica.
Pensiamo ancora al pensiero psicoanalitico. Alla sua origine c'è l'intuizione di questa possibile struttura della malattia nervosa: una pulsione rimossa dalla coscienza continua a premere dal «profondo» su di essa attraverso immagini la cui forza appare eccedente rispetto al senso manifesto («fissazioni» dice anche il linguaggio comune). La terapia corrispondente sarebbe, nel suo nocciolo cruciale, «interpretazione»: occorre portare alla luce il senso nascosto - eppure obiettivamente proprio - del sintomo, così da consentire alla coscienza di vivere consapevolmente la pulsione anzichè soggiacere alla sua pressione estranea.
Per ciò che qui interessa, dunque, il sintomo ha valore «simbolico».
Ancora, del «simbolo» - e dei suoi parenti prossimi (segno, metafora, allegoria) - molto s'occupano la semiologia e le scienze della lingua in genere: si sa d'altra parte quale diffusione ed insistenza abbiano tali interessi nella cultura recente.

2. Partiamo però dall'uso effettivo, per quanto sporadico, della parola. «Simboli; co» ha per lo più un significato diminuito: vuol dire cioè «soltanto simbolico», e non invece «reale». Per esempio: «a titolo di risarcimento simbolico», «il momento simbolico da cui possiamo far cominciare l'era moderna...», «una stretta di mano sancì la simbolica riconciliazione dei due», ecc.
L'idea di «simbolico» che si determina per raffronto al «reale», e più precisamente come difetto rispetto al «reale», è problematica: nel senso che il «reale» stesso non costituisce affatto un metro di riferimento preciso e noto come ordinariamente si suppone. Cerchiamo di mostrarlo prendendo spunto dagli esempi abbastanza casuali sopra suggeriti.
Il risarcimento reale appare, a prima vista, facilmente determinabile e di valore decisamente più grande rispetto ad un risarcimento soltanto simbolico.
E tuttavia la realtà é più complessa. Tentiamo un esempio concreto. Ho causato, poniamo, un danno di un milione all'inquilino sottostante attraverso un allagamento del mio appartamento; l'interessato, con grande ed improbabile fair-play, non pretende il risarcimento; io sento la necessità di sdebitarmi nei suoi confronti e, sapendo che ama le piante d'appartamento, alla prima occasione gliene regalo una.
Un risarcimento soltanto simbolico - così si potrebbe interpretare il mio gesto - perché la pianta vale centomila lire ed il danno invece era di un milione. Si comprende però facilmente che questo modo di interpretare il mio gesto, ed il suo, è alquanto grossolano. La sua rinuncia ad un risarcimento «materiale» - l'aggettivo è più giusto che l'altro, «reale» - intendeva infatti essere espressione di prossimità e di amicizia: questi incidenti capitano, e non è certo il caso di costruirci sopra un caso legale. E il mio gesto magari intendeva significare: mi dispiace per quello che è successo ma - credimi - mi sta a cuore la tua casa e vorrei che essa potesse sempre essere come più a te piace. Attraverso questo scambio simbolico si è approfondito un rapporto, lungi dall'essere stata posta una pezza posticcia ad un strappo che in realtà non sarebbe stato ricucito. Il maggior valore del risarcimento «simbolico» rispetto a quello «materiale» appare ancor più evidente quando si tratti di danni - poniamo, la divulgazione di una informazione infamante - che dall'origine sono soprattutto di carattere «simbolico»: l'effettiva domanda di perdono vale più del pagamento dei danni. Ma perché la domanda di perdono sia «effettiva», non sempre basta che essa sia formulata verbalmente; che cosa occorre di più o di altro è cosa che soltanto il rapporto personale consente di intuire e quindi di fare. Il rapporto «materiale» appare sotto tale profilo meno reale del rapporto «simbolico».
Anche la scelta di una data «simbolica» o di un avvenimento da cui far cominciare l'età moderna non può essere interpretata come una convenzione in difetto rispetto alla realtà. La scelta di quella data o di quell'avvenimento infatti concorre a plasmare l'immagine dell'eta moderna: e l'età moderna non è una realtà definibile in termini oggettivistici; solo elaborandone simbolicamente l'immagine se ne riconosce la realtà. Più in generale, occorre riconoscere che ciò che più conta nella conoscenza storica non è la cronologia o la topografia degli avvenimenti, non è il rispecchiamento analitico e preciso dei fatti, ma è l'individuazione di quegli elementi o di quei personaggi o di quei movimenti tipici, che per loro natura appaiono capaci di manifestare il senso di tutta un'epoca.
Detto altrimenti, la conoscenza storica è conoscenza di un senso, e non conoscenza nuda dei fatti; di un senso, certo, che è il senso dei fatti e non di altro; ma di un senso che soltanto la sensibilità al loro valore «simbolico» consente di portare alla luce, e non invece la loro pura descrizione materiale.

3. L'esempio della conoscenza storica ci consente di chiarire il significato originario e metaforico della parola «simbolo». Essa è parola greca (symbolon) che vuol dire alla lettera: «ciò che mette insieme». Era questo una volta il nome di una tessera di riconoscimento: di un coccio spezzato, o di un anello spezzato, le cui parti, conservate da due gruppi familiari o da due persone singole, permettevano poi di riconoscere anche a distanza un vincolo antico e non subito trasparente alla memoria ed alla coscienza in genere degli interessati.
Analoga è la funzione del «simbolo» nella sua accezione traslata. Esso funge quale traccia per ritrovare l'unità del senso, nell'esperienza frammentaria. La vita umana, infatti, presenta immediatamente questo volto: essa è «esperienza». «Esperienza» vuol dire vagabondaggio, viaggio attraverso luoghi vari e sconosciuti (per-ire, andare attraverso, il prefisso ex - conferisce una nota intensiva al viaggio); «esperienza» è etimologicamente imparentata a «pericolo». In questo viaggio, l'evenienza buona ed attesa è che i luoghi via via incontrati manifestino una familiarità nei confronti del pellegrino e quindi rivelino insieme al pellegrino qualcosa della sua origine e della sua meta. Questo appunto è il «senso» di tutte le cose: il volto familiare delle cose, quel volto attraverso il quale l'uomo trova insieme il proprio volto. Le cose manifestano un «senso» quando esse appaiono come un «simbolo»: figure mediante le quali si ricompongono i frammenti dell'esperienza e si prospetta come possibile e in qualche modo prossima quell'integrità che l'uomo stesso non conosce, nè può in alcun modo conoscere, semplicemente guardandosi dentro.
Di fronte al volto frammentario dell'esperienza è sempre stata viva per l'uomo la suggestione dei miti che intendono la sua esistenza temporale come smarrimento, decadenza, perdita dell'origine. Al sospetto nei confronti della realtà, quasi essa fosse inganno, corrisponde sotto altro profilo il progetto di un cammino di salvezza nella direzione del «raccoglimento», del ritorno in se stessi e quindi della ricerca dell'«uno» attraverso l'emancipazione del molteplice: soltanto chiudendo gli occhi alla mundana varietas (varietà, ma anche volubilità, di questo mondo) lo spirito riuscirebbe ad attingere la verità semplice e immutabile.
Nella cultura moderna, viceversa, prevale la suggestione del progetto di «dominio» nei confronti del volubile reale. Ma la questione ineluttabile che tale progetto propone è appunto quella del «senso»: «dominio» in vista di che? La riflessione sul destino delle parole nel nostro tempo in molti modi ci ha mostrato come all'incremento del dominio tecnico corrisponda tendenzialmente un impoverimento di senso di tutte le cose: quanto più «materiali» esse diventano - e «materiali» esse necessariamente diventano nelle mani dell'homo faber - tanto meno esse riescono a produrre presso la coscienza umana la riminiscenza dell'origine e del destino.
La conoscenza «simbolica» è appunto quella che sola consentirebbe di rompere quella sorta d'incantesimo, per il quale l'uomo moderno sembra trasformare in bruto materiale di fabbricazione tutto ciò che tocca.

4. A conferma - mediocre conferma, ma forse non inutile - del bisogno essenziale che l'uomo ha del «simbolo», e insieme del difetto di cui soffre a questo riguardo, possiamo considerare il fenomeno della proliferazione di poveri e distorti «simboli» nel momento del cosiddetto «tempo libero». C'è una parola inglese, divenuta familiare anche in Italia, che definisce efficacemente la logica di molti consumi della società del benessere: status symbol, e cioè, «simbolo di stato», s'intende di stato sociale. La vacanza, la macchina, il luogo stesso di residenza, e molte altre cose possono essere scelte, non tanto in considerazione della loro utilità reale, o di pregi estetici immediatamente apprezzati dagli interessati, quanto invece in considerazione di ciò che quelle cose «significano» socialmente. E cioè, non è nel rapporto immediato con le cose che l'uomo trova il criterio per la scelta e l'uso più pertinente di esse; ma è l'immagine socialmente definita che induce anche l'apprezzamento personale.
Il fenomeno per altro non interessa soltanto i consumi importanti, quelli appunto che possono assurgere a valore di status symbol. Riguarda anche le magliette, i giubbotti e le camicie: l'etichetta conta di più della qualità del cotone o della fattura; é come un «simbolo». In tutti questi casi vediamo realizzata però la qualità deteriore del «simbolo», o meglio la contraffazione del simbolo: la qualità cioè per la quale il cosiddetto simbolo non istituisce il senso della realtà, ma semplicemente si sostituisce ad una realtà senza senso.
Caso ancora più ambiguo è quello dei consumi che intendono esprimere non semplicemente l'ostentazione di uno stato sociale o la partecipazione al rituale della moda, ma una cultura o comunque una sensibilità dello spirito. Attraverso la mimica esteriore si ascolta Bach, si va a teatro o alle mostre, si leggono magari anche i classici della letteratura.

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