Scientifico

Giuseppe Angelini

1. Certezze «scientifiche», dati «scientifici», analisi «scientifiche»: tutte queste espressioni appartengono al linguaggio corrente.
Ma cosa vuoi dire quell'aggettivo «scientifico»? In prima approssimazione possiamo tentare questa definizione: indiscutibilmente vero.
Se ci si chiedesse però che cosa vuol dire «vero», probabilmente saremmo in imbarazzo a rispondere; avremmo l'impressione che chi ci chiede questo abbia voglia di sofisticare sulle cose ovvie. Su una domanda come questa, «che cos'è la verità», si potrebbe discutere all'infinito, senza un gran guadagno, senza raggiungere mai un'intesa indiscutibile. Non esiste una nozione «scientifica», e cioè indiscutibile, di verità. Conviene allora correggere la definizione suggerita sopra: «scientifico» non vuole dire «indiscutibilmente vero», ma più semplicemente un sapere «indiscutibile». «Scientifico» è ciò su cui non si discute, non si può discutere, perché non lascia alcun posto all'opinione, al parere soggettivo, all'inverificabile apprezzamento suggerito a ciascuno dal gusto, dal sentimento o dalla fede.

2. Definito in questo modo il sapere «scientifico», ci si può chiedere se esiste altro sapere oltre quello «scientifico». Ogni preteso sapere che non abbia i caratteri dalla «scientificità» non è forse da qualificarsi più schiettamente come pregiudizio, o comunque come espressione di un'esperienza soggettiva e in- verificabile, ma non come un sapere autentico?
Che l'unico sapere autentico sia quello «scientifico» è convinzione chiara del positivismo scientifico, convinzione almeno tendenzialmente perseguita dal precedente movimento dell'illuminismo; più in generale, è la convinzione implicita in molte espressioni della diffusa cultura contemporanea.
All'origine di questa convinzione c'è il cammino trionfante delle scienze sperimentali della natura. «Trionfante» è quel cammino, perché consente una cumulazione di risultati, un progresso ininterrotto in avanti. La storia della filosofia o della teologia mostra di ritornare sempre da capo agli stessi problemi, senza produrre mai alcun consenso definitivo; invece nel campo delle scienze sperimentali si danno sì «rivoluzioni» (quella di Copernico contro Tolomeo, o quella di Einstein, per esempio), ma le «rivoluzioni» integrano tutti i risultati già raggiunti dalle teorie precedenti, e ottengono alla fine il consenso di tutti gli scienziati.
A motivo di questo successo e di questo progresso delle scienze sperimentali, si è fatta largo nella storia del pensiero europeo moderno l'utopia di un trasferimento dei loro metodi e della loro «obiettività» anche al campo delle realtà umane e non naturali.
Ma tale trasferimento si mostra irrealizzabile. Quando di fatto esso sia ugualmente perseguito, produce una disumanizzazione dell'uomo, o una «alienazione» dell'uomo: cioè una comprensione dell'uomo che lo rende «cosa», risultato materiale di determinismi meccanici, e non ne riconosce invece gli aspetti pure subito e a tutti evidenti di essere libero, capace di desiderare e temere, di scegliere e sentirsi responsabile, di sperare o disperarsi.
Il sapere «scientifico» infatti può realizzare la propria obiettività solo a prezzo di una «oggettivazione» della realtà di cui si occupa. La natura di cui si occupa la scienza è spogliata delle sue cosiddette qualità «secondarie», e cioè di quelle qualità di cui dà testimonianza l'esperienza immediata dell'uomo. Per esempio, il colore di cui parlano le scienze non è quella qualità immediatamente percepita ed evocata da parole come rosso e verde, ma è una frequenza delle onde elettromagnetiche suscettibile d'essere misurata strumentalmente.
Il sapere scientifico è possibile solo a patto che si sostituisca la percezione con la produzione tecnica e strumentale della misura.
Il sapere scientifico è per essenza un saper-fare, un saper-produrre, un sapere dell'uomo «tecnico», e non un sapere dell'uomo «umano».
Di conseguenza il sapere «scientifico» non conosce significati della realtà in rapporto all'uomo, ma solo meccanismi di correlazione tra fatti che si producono davanti agli occhi dell'uomo, eventualmente per iniziativa tecnica dell'uomo stesso. La scienza non sa nulla del rosso come colore caldo o infuocato, del grigiore noioso del cielo, della luminosità inebriante del mattino, dell'amarezza che è insieme nella bocca e nel cuore. La natura è ridotta a puro utensile; ma l'uso che di essa l'uomo fa è del tutto sottratta alla competenza del sapere scientifico.
Quando i metodi di un tale sapere dovessero essere applicati alla realtà umana, essa stessa verrebbe rappresentata come cosa riproducibile, come com. plesso di comportamenti strumentalmente misurabili, ma insignificanti. L'affermazione appare subito chiara, quando si pensa a quello che diventa la malattia nell'ottica «scientifica» della medicina: un processo materiale che non appartiene più al vissuto soggettivo dell'ammalato, ma appartiene soltanto al campo della operabilità tecnica dei medici; un processo dal quale l'ammalato è escluso; egli diventa «oggetto»; assiste alla sua vicenda di malattia o di guarigione, ma non è più soggetto di essa. Ovviamente questa constatazione non può indurre alla conclusione che la medicina è falsa; ma solo che essa conosce solo un aspetto molto parziale della malattia dell'uomo. Approfondendo la riflessione, si raggiungerebbe facilmente la conclusione che non solo la medicina non sa tutto quello che si può e si deve sapere della malattia; ma il suo stesso sapere parziale è reso possibile dal riferimento implicito a quell'esperienza propriamente umana della salute e della malattia, ch'essa non può «scientificamente» verificare.
Più in generale, la riflessione filosofica contemporanea (vedi Karl Popper e il razionalismo critico in generale) ha mostrato come tutte le scienze formalizzate particolari possono essere costruite solo in forza di quell'intesa e di quel sapere che il linguaggio comune e prescientifico consente. Le «scienze» si fondano, in tal senso, sull'opinione comune , lungi dal poterla sostituire.

3. Quando si passi dalle scienze del corpo umano alle scienze della psiche, dei comportamenti, dei rapporti sociali, cioè alle scienze umane, i problemi si fanno ancora più complessi. In comune con le scienze della natura, psicologia o sociologia hanno l'intenzione di basarsi sull'osservazione dei puri fatti.
Ma i fatti umani, proprio in quanto fatti intenzionali, e cioè legati ad una intenzione (ad una convinzione o ad un progetto, comunque ad un fattore d'ordine ideale), non sono accertabili mediante strumenti, e quindi quantificabili.
La constatazione di fatti umani è possibile solo a condizione di una «comprensione» almeno parziale del loro «significato»; questa comprensione d'altra parte è possibile solo a condizione di presupposti antropologici sui quali deve esserci consenso tra i ricercatori, perché sia possibile l'intesa scientifica. I presupposti - proprio perché supposti dalla ricerca empirica - non sono «scientifici», ma sono offerti dal sapere comune.
Certo, la ricerca empirica può mettere in crisi l'uno o l'altro dei presupposti derivati dal sapere comune; ma strutturalmente ha necessità di presupporre un modello per poter rilevare gli stessi dati empirici come fatti umani. Essa quindi opera strutturalmente basandosi sul linguaggio comune e sull'intesa ch'esso consente.
Quando voglia rivendicare per sè il compito di dire «scientificamente» tutta la verità dell'uomo a partire dai puri fatti, cade ineluttabilmente nella contraddizione, nella dogmatizzazione del pregiudizio. Ciò che di fatto spesso oggi accade nel campo delle cosiddette scienze umane.

4. In tal senso al sapere dell'uomo a proposito di se stesso rimane aperta l'altra strada: quella della filosofia, ossia quella della riflessione che non si porta fuori dall'esperienza immediata della vita comune per fare dell'uomo un puro fatto o un puro oggetto, ma a partire da quell'esperienza esistenziale cerca di esplorarne i fondamenti e di chiarirne il senso. Ma in questo tipo di sapere la scelta dell'uomo, o anche - detto sotto altro profilo - la sua fede, la sua speranza o la sua disperazione sono ineluttabilmente implicati. In tal senso i suoi risultati non sono mai indiscutibili.

RUBRICA: Voci per un dizionario dell'umano