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Le risorse e la loro organizzazione

 

cf Appunti per un corso di "PASTORALE GIOVANILE"


Incomincio da una proposta di tipo generale. È necessaria perché siamo in una situazione in cui non solo le realizzazioni concrete sono diverse, ma soprattutto possono cambiare persino gli orientamenti di fondo. Quel­lo del metodo è infatti un ambito dove le posizioni, teoriche e pratiche, sono differenziate e nessuna scelta può mai essere troppo sicura e perentoria.

Di fronte al­la pluralità di prospettive, la verifica e il confronto può avvenire solo se sono dichiarate le intenzioni e sono esplicitate le indicazioni di orientamento.

In questo modo, anche chi condivide le prospettive generali suggerite, può poi procedere verso il concreto secondo le sue sensibilità e le esigenze che il vissuto gli lancia. Chi, al contrario, non le condivide, può spingere il suo senso critico fino al­la radice del­le scelte, motivando meglio il proprio dissenso.

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21.      La vita è la grande risorsa

 

La mia proposta è molto precisa: considero la vita, concreta e quotidiana, come la grande risorsa, da cui selezionare e riorganizzare tutte le altre di cui dispongono le comunità ecclesiali.

Esistono model­li educativi e pastorali che considerano la vita quotidiana come un ostacolo da control­lare; altri sono tutti impegnati nel­lo sforzo di fuggirla o, almeno, di ridurne al minimo i condizionamenti. La mia ipotesi è molto diversa. Ho costruito l’obiettivo attorno al­la vita, al­la sua accoglienza nel nome del Signore del­la vita, fino al­la scelta di immergere la propria vita nel mistero santo di Dio. Riconosco che la crescita nel­l’esperienza cristiana corre paral­lela con l’accoglienza del­la propria vita, come mistero impegnativo e interpel­lante. Riconosco, di conseguenza, che questa stessa vita offre in modo germinale i contributi più rilevanti per la sua pienezza e autenticità. La considero, in altre parole, la grande risorsa, che dà senso e prospettiva a tutte le altre risorse educative.

Certamente, questo orientamento va precisato e sviluppato. Le necessarie precisazioni non hanno però la funzione di ridurre l’indicazione e nemmeno quel­la di avanzare tante di quel­le riserve da vanificare, al­la fine, la sua portata. Preciso per dare compimento e per assicurare una convergenza in modo maturo e critico. Le precisazioni sono perciò il modo più concreto per affermare con forza l’orientamento.


21.1.   Quale vita?

 

La prima precisazione riguarda l’oggetto del­la proposta.

Quale vita?

Non posso rispondere subito in modo esaustivo: dovrei anticipare in que­sto momento quel­lo che ho intenzione di proporre nell'insieme del­le pagine che seguono. Chiedo al lettore la disponibilità a mettersi in cammino, fondando i suoi primi passi in una specie di grande scommessa esistenziale. Del resto, si fa così per tutte le cose che contano veramente, dal momento che è difficile dimostrare le ragioni del­la vita e del­la speranza e le logiche del­l’amore, con la stessa fredda sicurezza con cui si risolvono le leggi fisiche e i problemi matematici.

Un po’ al­la volta, la scommessa assumerà spessore e quel­lo che era stato con­segnato sul­la fiducia, potrà essere verificato in modo critico.

D’altra parte, come ho già ricordato, l’ipotesi è radicata e giustificata sul­le riflessioni teologiche che hanno costruito l’obiettivo.

La meditazione di Evangelium vitae conforta molto la fiducia sul­la vita. Aiuta a col­locarla nel­l’orizzonte di comunione con Dio e con i fratel­li che la Pasqua di Gesù ci ha restituito. E dà una risonanza originale e concreta.

Forse per la prima volta in termini così espliciti, in un documento del Magistero solenne, il richiamo al­la vita corre infatti verso la vita quotidiana, ai problemi che l’attraversano, al­le prospettive in cui ne sogniamo una qualità rinnovata. «Presentando il nucleo centrale del­la sua missione redentrice, Gesù dice: Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza (Gv 10,10). In verità, Egli si riferisce a quel­la vita nuova ed eterna, che consiste nel­la comunione con il Padre, cui ogni uomo è gratuitamente chia­ma­to nel Figlio per opera del­lo Spirito Santificatore. Ma proprio in tale vita acquistano pieno significato tutti gli aspetti e i momenti del­la vita del­l’uo­mo» (EV 1). «In simile prospettiva, l’amore che ogni essere umano ha per la vita non si riduce al­la semplice ricerca di uno spazio in cui esprimere se stesso ed entrare in relazione con gli altri, ma si sviluppa nel­la gioiosa consapevolezza di poter fare del­la propria esistenza il luogo del­la manifestazione di Dio, del­l’incontro e del­la comunione con lui» (EV 39).

Questa è la vita che considero come la grande risorsa del progetto metodologico: da assumere con amore disponibile, e da portare a compimento, facendo maturare quel­lo che essa si porta dentro solo germinalmente.

Attorno al­la vita si concentra la passione e l’impegno del­la comunità ecclesiale.

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21.1.1.      Una prospettiva educativa

Il riconoscimento del­la vita come grande risorsa si realizza sempre in una esplicita e intensa preoccupazione educativa. L’accoglienza del­la vita, infatti, per ogni credente, è fondata nel­l’esperienza gioiosa del­la Pasqua del Crocifisso risorto.

L’accoglienza non è accettazione del­la situazione di fatto in modo rassegnato, come se quel­lo che esiste sia già tutto quel­lo che va assicurato. Accogliere significa condividere per portare a compimento. Momento qualificante del­l’accoglienza è, di conseguenza, l’impegno per trasformare continuamente quel­lo che è stato accolto incondizionatamente.

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21.1.2.      Una risorsa che chiede col­laborazione

Chi riconosce nel­la vita, concreta e quotidiana, la risorsa fondamentale del progetto educativo e pastorale, assume un atteggiamento di ampia col­la­borazione con tutti. La vita e la sua qualità sono infatti un problema davvero comune a tutti al­lo stesso titolo: riguarda giovani e adulti, educatori ed educandi, credenti e non credenti.

Per questo, la comunità ecclesiale, nel­la sua fede e nel­la sua speranza, si impegna in un terreno comune e cerca la piena col­laborazione con tutti coloro che amano veramente la vita e vogliono lottare contro la morte. Attorno al­la vita essa sol­lecita la responsabilità di tutti.

La sottolineatura è piena di conseguenze di estrema importanza. Ne ricordo una, quel­la centrale.

Il servizio del­l’evangelizzazione, se riguarda la vita e la speranza come problema comune, esclude naturalmente ogni tentazione di fare dei proseliti, sottraendo le persone ai compiti comuni e rinchiudendoli in uno spazio protetto e staccato. Al contrario, servendo la pienezza di vita, opera sul piano del­la umanizzazione, restituisce a ciascuno quel­la qualità di vita che rimbalza poi come dono per tutti. Facendo pastorale giovanile, la comunità ecclesiale si impegna sul­la frontiera del­la promozione di umanità. Lo fa nel nome del suo Signore. E lo fa mettendo a disposizione di tutti il contributo specifico del­la sua missione evangelizzatrice.

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21.2.   La vita tra «attese» e «proposte»

 

La seconda precisazione riguarda il model­lo antropologico che la scelta del­la vita come risorsa intende evocare. La prima scommessa sul significato teologico del­la vita si concretizza in una nuova e più impegnativa scommessa sul­la sua qualità.

Ci chiediamo spesso: chi è l’uomo? Quando è vivo? A quali condizioni sta bene? Come possiamo aiutarci reciprocamente a far crescere la qualità del­la nostra vita?

I differenti interrogativi esprimono, indirettamente, la stessa preoccupazione: a quali condizioni possiamo ritenere la vita quotidiana come risorsa educativa e pastorale?

Considero l’uomo un ricercatore e produttore di senso. Cresce in umanità nel­la misura in cui sa interrogarsi. Ed è aiutato a crescere in umanità attraverso le risposte che, attorno a lui, scienza e sapienza continuamente gli suggeriscono.

Due indicazioni sono evocate dal­l’affermazione. La prima riguarda il livel­lo del domandare; la seconda quel­lo del rispondere. L’una e l’altra coinvolgono, a titoli diversi, lo stesso soggetto.

L’uomo è maturo, quando riesce a vivere la sua vita quotidiana come appel­lo, continuo e progressivo, verso quel mistero in cui è col­locata la sua esistenza. Le risposte che riesce a costruirsi nel­la fatica personale del confronto e del­l’ascolto, e quel­le che incontra mediante il contributo di coloro che con­dividono la sua stessa passione, saturano la sua attesa solo in modo parziale e provvisorio. La domanda si riapre, proprio nel momento in cui sta sperimentando la gioia del­la scoperta e del­l’esperienza.


21.2.1.      Livel­li diversi del­l’unica domanda

Queste domande riguardano tutte, almeno implicitamente, la vita e il suo senso, perché questo è l’unico, grande problema. Sono però col­locate a diversi livel­li di profondità esistenziale.

Molte domande si riferiscono ai problemi concreti e quotidiani del­l’e­si­sten­za: investono la vita nel suo spessore tecnico e pragmatico. A questo livel­lo operano le scienze del­l’uomo, nel­l’autonomia relativa che loro compete. Chiamo queste domande (e le esperienze che le generano) «domande di significato».

Nel profondo di queste domande di significato emergono gli interrogativi che investono in modo tematico e riflesso le ragioni ultime del­l’esistenza. Sono le «domande di senso». Anche queste domande di senso incontrano molte risposte nel­la sapienza del­l’uomo. Molte altre restano aperte e brucianti anche dopo il confronto con tutte le risposte a disposizione del­l’uo­mo. Queste risposte, anzi, spalancano ulteriormente la domanda. In questo ca­so, le domande sono «invocazione» ad un di più di senso: sono frecce lanciate verso un qualcosa di ulteriore, capace di dare saturazione a questa ricerca inquietante.


21.2.2.      Risorse comuni e condivise

Tutte queste domande sono le risorse educative di cui possiamo disporre: tutte lo sono, da quel­le più superficiali a quel­le più profonde, da quel­le che riguardano le ragioni pragmatiche del­l’esistenza a quel­le che l’investono sui suoi fondamenti ultimi. Sono ugualmente preziose risorse educative le risposte che qualcuno può offrire, al livel­lo di scienza, di esperienza e di sapienza.

Le considero come autentiche risorse nel­la misura in cui sanno stare al gio­co del­la domanda: la saturano, restituendola al suo protagonista come ragione di vita nuova; e la rilanciano, per far crescere quel­la qualità di vita che si esprime in un continuo, progressivo interrogarsi.

La vita è grande risorsa perché è il luogo esistenziale dove si intrecciano domande e risposte. Essa è risorsa comune e condivisa, perché chi fa doman­de aiuta sé e gli altri a crescere in umanità e chi offre risposte, si sente intensamente coinvolto nel­la stessa preoccupazione. Chi domanda e chi risponde sono, come in un gioco aperto, continuamente proponente e destinatario di una ricerca che investe la vita e la sua qualità.

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21.3.   Quale organizzazione del­le risorse?

 

La scommessa antropologica che mi ha portato a riconoscere la voglia di vita e il suo consolidamento attorno al gioco tra domande e risposte, ha spin­to a fare precise selezioni nel quadro del­le risorse educative disponibili. Chi parte da altre preoccupazioni, preferisce selezionare differenti risorse.

La selezione è importante; ma non è sufficiente. La seconda operazione, necessaria per un buon metodo, è l’organizzazione del­le risorse selezionate. Ho già ricordato di non poter arrivare a proposte eccessivamente concrete. Traccio solo una specie di orizzonte dentro cui operare.

Questa è la mia proposta: organizzare le molte domande e risposte che affol­lano l’esperienza educativa di un giovane attorno a quel­l’esperienza (e re­lativa domanda) che ho chiamato, poco sopra, «invocazione». Essa rappre­senta il luogo esistenziale dove la vita si apre verso il trascendente e dove il trascendente incontra e riorganizza la vita, in un dinamismo di reciproca integrazione e crescita.

La progressiva maturazione del­la capacità d’invocazione restituisce l’uo­mo al­la pienezza del­la sua umanità e lo apre concretamente verso l’avven­tu­ra religiosa. L’evangelizzazione, quando sa esprimersi realisticamente dentro le attese e le speranze degli uomini, può far scatenare una capacità di invocazione, proprio mentre la satura e la rilancia.


21.3.1.      Se questa è invocazione...

Per precisare cosa è, per me, «invocazione», invito a pensare agli esercizi al trapezio, che abbiamo visto, tante volte, sul­la pista dei circhi.

In questo esercizio l’atleta si stacca dal­la funicel­la di sicurezza e si slancia nel vuoto. Ad un certo punto, protende le sue braccia verso quel­le sicure e robuste del­l’amico che volteggia a ritmo con lui, pronto ad afferrarlo.

Il trapezio assomiglia moltissimo al­la nostra esistenza quotidiana. L’espe­rienza del­l’invocazione è il momento solenne del­l’attesa: dopo il «salto mortale» le due braccia si alzano verso qualcuno capace di accoglierle, restituen­do al­la vita. Nel­l’esercizio al trapezio, nul­la avviene per caso. Tutto è risolto in un’e­spe­rienza di rischio calcolato e programmato. Ma la sospensione tra morte e vita resta: la vita si protende al­la ricerca, carica di speranza, di un sostegno capace di far uscire dal­la morte.

Questa è l’invocazione: un gesto di vita che cerca ragioni di vita, perché chi lo pone si sente immerso nel­la morte. Rappresenta, nel­la mia ipotesi antropologica, il livel­lo più intenso di esperienza umana, quel­lo in cui l’uomo si protende verso l’ulteriore da sé.

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21.3.2.      Invocazione è esperienza di trascendenza

L’invocazione è una esperienza di confine. Essa è esperienza personale, legata al­la gioia e al­la fatica di esistere, nel­la libertà e nel­la responsabilità, al­la ricerca del­le buone ragioni di ogni decisione e scelta importante. Nel­lo stesso tempo, essa è già esperienza di trascendenza, sporgenza verso il mistero del­l’esistenza.

Lo è ai primi livel­li di maturazione. L’uomo invocante si mostra disposto a consegnare le ragioni più profonde del­la sua fame di vita e di felicità, persino i diritti sul­l’esercizio del­la propria libertà, a qualcuno fuori di sé, che ancora non ha incontrato tematicamente, ma che implicitamente riconosce capace di sostenere questa sua domanda, di fondare le esigenze per una qualità autentica di vita.

Lo è soprattutto nel­la espressione più matura, quando ormai la ricerca personale si perde nel­l’accoglienza del mistero del­l’esistenza. Ci fidiamo tan­to del­l’imprevedibile, da affidarci ad un amore assoluto che ci viene dal silenzio e dal futuro.

Anche quando la persona raggiunge il livel­lo più alto di maturazione religiosa, l’invocazione non si spegne, come se la persona avesse finalmente raggiunto la capacità di saturare tutte le sue domande esistenziali. A questo livel­lo è riconsegna al silenzio inquietante di una presenza che sta oltre la propria solitudine, che viene dal mistero del­la trascendenza.

Superiamo il limite del­la nostra esistenza per immergerci nel­l’abisso scon­finato di Dio. Fondati nel­la fiducia, ci affidiamo al­l’abbraccio di Dio.

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21.3.3.      Riunificare l’esistenza attorno al­l’invocazione

L’invocazione non è riducibile ad una del­le tante esperienze che riempiono la vita di una persona, paragonabile per esempio al­la ricerca del lavoro o a qualche hobby che impegna le energie nel tempo libero... Essa rappresenta invece, di natura sua, il tessuto connettivo di tutte le esperienze di vi­ta: quasi una nuova radicale esperienza che interpreta e integra le esperien­ze quotidiane, in un qualcosa di nuovo, fatto di ulteriorità cosciente e in­terpel­lante.

La capacità di riunificazione sta nel­la ricerca di un significato per la propria vita, sufficientemente armonico e capace di dare consistenza al senso e al­la speranza.

Al livel­lo iniziale l’invocazione è soprattutto tensione verso un ulteriore, capace di dare ragioni e fondamento al­l’esistenza personale. Ogni frammento di vissuto ed ogni esperienza personale, infatti, lancia e satura qualcuna del­le tante domande di senso e di speranza che salgono dal­la nostra quotidiana esistenza. Queste diverse domande si ricol­legano in una più intensa che attinge le soglie profonde del­l’esistenza: a questo livel­lo, la domanda coin­volge direttamente il domandante e, normalmente, resta domanda spalancata verso qualcosa di ulteriore, anche dopo il necessario confronto con le risposte che ci costruiamo o che accogliamo come dono che altri ci fanno.

Al livel­lo più alto e maturo, quando la domanda stessa si perde nel­l’abis­so del mistero incontrato e sperimentato, l’invocazione è affidamento ad una «presenza» che è sorgente del­la vita del­lo stesso domandante. Nel­l’ab­bandono ad un tu scoperto e sperimentato, l’io ritrova la pace, l’armonia inte­riore, la radice del­la propria speranza.

Come si nota, la riunificazione non sta nel «possesso», ma nel­la «ricer­ca»: non sono i dati sicuri quel­li che possono fondare l’unità, ma la tensione, sofferta e incerta, verso un ulteriore e la riconsegna di tutta la propria esistenza a questo «evento», sperimentato e incontrato, anche se mai posseduto definitivamente.

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21.4.   La proposta metodologica

Ho suggerito un criterio per organizzare le risorse che ho selezionato in vista di una proposta di metodo.

Considero la vita, nel suo gioco di domande e risposte, come la grande risorsa comune a tutti. Immagino la riunificazione di questa trama complessa di risorse attorno ad un model­lo antropologico unificante. L’unificazione del­le risorse è dettata quindi dal­l’unità profonda di queste stesse risorse: la vita, compresa nel suo livel­lo più alto e impegnativo di qualità, come «invo­cazione».

L’invocazione rappresenta dunque, nel­la mia ipotesi, l’indice più alto di maturazione cui la persona può giungere, anche attraverso la guida educativa e, nel­lo stesso tempo, il luogo in cui il Vangelo può risuonare veramente come proposta significativa e salvifica, perché capace di saturare l’invoca­zio­ne e di rilanciarla verso il mistero del­la fede cristiana.

Di conseguenza, nel­la prospettiva metodologica in cui sto lavorando, mi interrogo sul modo attraverso cui scatenare l’invocazione in chi è distratto, sostenerla in chi la vive in modo germinale, autenticarla in coloro che già la stanno sperimentando.

Il consolidamento e lo sviluppo del­la capacità di invocazione sono un tipico problema educativo. Riguarda in altre parole la qualità del­la vita e l’influsso del­l’ambiente culturale e sociale in cui essa si svolge. Abbiamo biso­gno di restituire al­l’uomo una qualità matura di vita; e lo facciamo entran­do, con decisione e competenza, nel crogiolo dei molti progetti d’uomo sui quali si sta frantumando la nostra cultura.

Non tutto però può essere ridotto a interventi solo educativi. L’educa­tore credente sa che senza l’annuncio di Gesù Cristo e senza la celebrazione del suo incontro personale, l’uomo resta chiuso e intristito nel­la sua disperazione. Per restituirgli veramente felicità e speranza, siamo invitati ad assicurare l’incontro con il Signore Gesù, la ragione decisiva del­la nostra vita. Que­sto incontro è sempre espressione di un dialogo d’amore e di un confronto di libertà, misterioso e indecifrabile. Sfugge ad ogni tentativo di intervento del­l’uomo. In esso va riconosciuta la priorità del­l’iniziativa di Dio.

Le due convinzioni non possono essere sperimentate e proposte come se fossero alternative. Purtroppo, qualcuno le vive così, producendo conseguen­ze che considero preoccupanti. Educare senza evangelizzare è troppo poco per un buon progetto di pastorale giovanile. Evangelizzare ignorando le logiche esigenti del­l’educazione, ci porta verso forme di esperienza religiosa, rigide e reattive.

Il confronto con il vissuto di tante comunità ecclesiali, impegnate, con la stessa passione, sul­la frontiera del­l’educazione e su quel­la del­l’evangelizza­zione, mi sol­lecita a riaffermare, anche in questo contesto, il criterio del­l’e­du­cabilità indiretta del­la fede, su cui ho già a lungo riflettuto.

Sono consapevole che la vita quotidiana, nel suo ritmo normale, è carica di germi di invocazione. Per questo ogni domanda e ogni esperienza si porta dentro frammenti di esperienza religiosa. Va accolta, educata e restituita in autenticità al suo protagonista.

L’evangelizzazione, nel­lo stesso tempo, quando risuona dentro la ricerca di senso che attraversa ogni esistenza, può scatenare questo processo di maturazione del­l’invocazione; lo sa provocare in coloro che vivono ancora distratti e superficiali; lo satura in coloro che sanno ormai esprimere autenticamente la loro voglia di vita e di felicità.

Per questo, concentro la mia ricerca su due precise preoccupazioni metodologiche:

– quale educazione verso l’invocazione

– e quale evangelizzazione per scatenare e saturare l’invocazione.

Di ciascuno dei due argomenti studio le esigenze (per comprendere meglio il processo) e gli interventi (che ne possano assicurare il raggiungimento). Lo faccio con una costante attenzione ai problemi del­la comunicazione. Cerco infatti un model­lo linguistico in cui veicolare la proposta di Dio e la risposta del­l’uomo in modo che il significante trascini facilmente verso la real­tà significata, con un buon indice di coinvolgimento intersoggettivo.

Aggiungo infine un ultimo rilievo per mettere in evidenza lo spirito che anima la proposta.

La proposta è costruita pensando al­la situazione complessiva del­l’attuale condizione giovanile e, al suo interno, preferendo i giovani più poveri. Certamente, singoli giovani e gruppi possono trovarsi ad uno stadio più avanzato di quel­lo previsto qui come punto di partenza. La scelta del­l’accoglienza incondizionata, in questo caso, deve significare veramente un intervento pastorale relativo «al­le attitudini e necessità di fede dei singoli cristiani e al­l’am­biente di cultura e di vita in cui si trovano» (RdC 75). Sarebbe poco corretto e, al­la fine, contraddittorio elaborare un itinerario al­l’insegna del­l’ac­­coglienza e del riconoscimento del­la radicale dignità di ogni giovane, con la pretesa di farlo diventare poi obbligatorio per tutti. Esso ha un carattere par­ticolarmente propositivo solo quando l’azione pastorale si rivolge a grup­pi non omogenei: preferire i più poveri comporta infatti prima di tutto il rispetto dei loro ritmi, per presumere in modo serio di rispettare quel­li di tutti.

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