Politica

Giuseppe Angelini


1. Non è il caso di indugiare troppo sulla descrizione della cattiva fama di cui è circondata la «politica» nell'opinione dell'uomo comune. È frequente - in fabbrica come nella scuola - l'imperativo categorico: per carità, teniamo fuori la politica. «Politicante» è sinonimo di trafficante losco, tendenzioso, falso. Il fatto che un prete parli di politica in chiesa, poi, è valutato spesso come il sommo della sconvenienza, e quindi anche del dubbio carattere del suo ministero religioso.
È vero che qualche tempo fa - nella famosa stagione calda successiva al '68 - sembrò prevalere per un momento una corrente di senso tutto contrario: e cioè, una corrente di idee e di sensibilità che sembrava sistematicamente individuare nella radice «politica» d'ogni problema il livello risolutivo per una chiarificazione di esso. Quella stagione è passata, e forse un po' anche ad essa dobbiamo l'accresciuta diffidenza per la politica, intesa quasi come sinonimo di fanatismo, radicalismo velleitario, ideologismo astratto e insieme confuso, e così via. Ma che cos'è, al di qua di ogni apprezzamento o deprezzamento, la «politica»? Molti forse risponderebbero: tutto ciò in cui c'entrano i partiti. Altri, più sobri e precisi, diranno: tutto ciò che riguarda lo Stato.
Notiamo per altro che, mentre l'aggettivo politico è usato per qualificare l'attività del parlamento e del governo, non è invece usato per qualificare l'attività giurisdizionale che pure è indubitabilmente - accanto a quella legislativa ed esecutiva - attività dello Stato. Quando si afferma che i magistrati devono starsene fuori dalla politica, o quanto meno tenere ben divisa ogni loro convinzione o ambizione politica dall'esercizio delle loro funzioni, «fuori dalla politica» equivale qui a fuori dalle divisioni e dai conflitti tra le parti politiche. È verificata anche per tal via l'associazione privilegiata tra il termine politica e i partiti.

2. È giustificata una tale associazione privilegiata, oppure essa è soltanto risultato di una situazione per così dire «patologica»? La situazione patologica è per molti aspetti certamente reale. I partiti hanno nella nostra vita sociale una presenza per molti aspetti prevaricante. Lo verifichiamo per esempio nel caso della nomina del presidente di un ospedale, o di una azienda di trasporti pubblici, o di un ente pubblico di qualsiasi altro genere: queste - si dice - sono cariche politiche, e se ne conclude che la loro attribuzione debba essere decisa mediante una trattativa (o una «spartizione») tra i partiti, anzichè mediante criteri di competenza tecnica o culturale. Al crescente rilievo delle istituzioni pubbliche nella vita civile recente corrisponde dunque una crescente occupazione del potere da parte dei partiti; e ciò mentre, paradossalmente, i medesimi partiti sembrano di fatto perdere consenso da parte della società civile. Ma per altro verso occorre riconoscere come la mediazione dei partiti sia indispensabile in un ordinamento democratico; e occorre ancora riconoscere come sia nella natura dei partiti ambire al potere.

3. Per chiarire il senso e le ragioni di questa ultima affermazione occorre che finalmente tentiamo di definire che cosa sia l'istituzione politica, da cui ultimamente prende nome ogni altra realtà qualificata come politica. Per definire l'istituzione politica dobbiamo riferirci alla società; o più precisamente, alla società civile, di cui quella istituzione è una funzione. La società civile non è semplicemente l'insieme degli uomini; ma è quell'insieme, in quanto strutturato secondo un complesso di ordinamenti, che autorizzano attese determinate da parte di ciascuno nei confronti di ogni altro. Per essere appena un po' più concreti, concorrono a strutturare la società civile gli ordinamenti economici, quelli familiari, quelli più indefiniti stabiliti dalle tradizioni e dal costume. Questi ordinamenti sono per un lato immediatamente espressi dalla società, attraverso un cumulo di comportamenti e rappresentazioni comuni, la cui origine è difficile da ricostruire analiticamente, ma che di fatto ottengono il comune consenso. Gli ordinamenti civili sono ordinamenti precari: tanto più precari quanto più larga e complessa è la società in questione. Si può immaginare che un gruppo tribale viva senza istituzione politica (pensiamo alla condizione delle tribù d'Israele nel periodo nomade), ma non una città. La funzione dell'istituzione politica è anzitutto quello del potere legittimo: e cioè, quella di un potere capace di garantire l'osservanza della legge, e cioè di quell'ordine giusto espresso dalla società civile.
Lo stato, nella sua funzione legislativa, codifica questa legge che esprime l'ordine giusto della società: tutto ciò prende il nome di diritto. La codificazione è infatti garanzia obiettiva dell'osservanza del diritto. Propriamente però lo Stato non crea il diritto, solamente lo riconosce.
Funzione ulteriore dello Stato è quello esecutiva: lo Stato usa il potere per perseguire quegli aspetti del bene comune - pensiamo tipicamente alla difesa nazionale - che non possono essere realizzati immediatamente dalla società civile stessa. Crescendo nella società complessa il numero di questo funzioni collettive (pensiamo soprattutto al governo dell'economia come sistema complesso), cresce anche il potere dello Stato.

4. Lo strumento istituzionale mediante il quale lo Stato deriva dalla società il suo potere, e insieme al potere i criteri della sua gestione, sono quelli della rappresentanza parlamentare, e dunque sono anche i partiti; essi si curano di suscitare coalizioni del consenso sociale e di gestire il potere conseguente. I partiti cercano dunque il potere per la loro stessa natura: ma cercano un potere qualificato, un potere volto alla realizzazione di una politica determinata, sulla quale appunto chiedono il consenso. perché la vita politica, e la competizione che ineluttabilmente l'accompagna, non distorca l'insieme dei rapporti sociali è però indispensabile che, al di là della lotta per il potere, sussista nelle città un confronto ideale non immediatamente funzionalizzato alle esigenze del governo della istituzione pubblica. Tale confronto, per altro, riguarda anche l'istituzione pubblica - in tal senso è anch'esso politico - ma la riguarda nel senso di cercare di incrementare la base ideale del consenso sociale, non invece nel senso di organizzare immediatamente la gestione. Se è da deprecare l'elefantiasi della politica intesa quale attività volta all'occupazione del potere istituzionale, è invece da lamentare la troppo scarsa sensibilità alla politica intesa come interesse per la città, per il bene comune della società civile.

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