Pluralismo

Giuseppe Angelini


1. Di solito le desinenze in «ismo» caratterizzano termini con accezione spregiativa: concordismo, moralismo, fideismo, unanimismo, decisionismo, e così via. Il termine «pluralismo» fa eccezione: che cosa esso significhi non è subito chiaro, e magari - come vedremo - non è chiaro mai; e tuttavia esso ha nell'uso corrente una connotazione decisamente positiva. Il «pluralismo» è cosa buona, quasi buona come «democrazia». Il carattere «pluralistico» della nostra società, della nostra cultura, della nostra vita politica, del nostro sistema scolastico, e di mille altre espressioni sociali è oggetto di difesa e vanto indiscusso. Ma che cosa vuol dire «pluralismo»?
Possiamo cominciare da una considerazione estremamente formale, e tuttavia non inutile. «Pluralismo» viene da «plurale»: ma dallo stesso aggettivo viene anche un altro astratto, «pluralità». «Pluralità» dice un fatto, «pluralismo» dice l'apprezzamento positivo di quel fatto, così come, per riferirci ad un caso simile, «unanimità» dice un fatto, «unanimismo» dice una valutazione questa volta negativa, e dunque una disposizione pratica nei confronti di quel fatto. II pluralismo è un valore: esso va sempre e comunque cercato.
L'impressione frequente è che l'uso di «pluralismo» corrisponde ad un'indebita sostituzione di esso al più pertinente termine «pluralità». Per esempio, si dice che la nostra società è caratterizzata dal «pluralismo» religioso, o più in generale dal «pluralismo» ideologico. Ma non s'intende forse semplicemente dire che essa è caratterizzata da una pluralità di espressioni religiose, o di visioni ideali totalizzanti in genere? Se questo fosse il caso, si potrebbe allora anche dire la stessa cosa in questi altri termini: la nostra società è caratterizzata dal «dissenso» religioso o ideale. Detta così la cosa apparirebbe subito meno positiva. E allora quando la pluralità è un vantaggio?
Anzitutto quando l'unità non sarebbe possibile che a prezzo di coercizione. Per riferirci al caso della religione, la pluralità delle idee è un vantaggio, non in quanto essa costituisce un dissenso - ché anzi, sotto questo profilo, dovremmo augurarci l'unanimità - ma in quanto, sussistendo essa di fatto, viene anche riconosciuta di diritto. «Pluralismo» diventa in tal caso press'a poco sinonimo di «tolleranza», o anche meglio di «libertà (civile) di coscienza».
Perché aggiungiamo tra parentesi l'aggettivo civile alla più consueta «libertà di coscienza»?
Perché, alla lettera, l'espressione «libertà di coscienza» è pleonastica: la coscienza, se è davvero tale, è senz'altro libera; ma ovviamente nel senso di consentire quello che appare vero, apprezzare quello che appare buono, scegliere quello che appare giusto, e così via. La libertà a cui si allude, quando si dice «libertà di coscienza», è invece quella di esprimere - di dire e di praticare - quelle convinzioni che si professano. Dunque, la libertà riguarda il rapporto sociale, e non invece immediatamente il rapporto tra coscienza e verità.
La qualifica precipitosa di ogni pluralità come pluralismo, quando ci si riferisca ai convincimenti ideali, rivela un'inclinazione diffusa e pericolosa: quella cioè a ritenere non solo civilmente legittima la pluralità dei convincimenti, e quindi a rispettare la coscienza altrui, ma a ritenere addirittura quei convincimenti insindacabili e alla fine incomunicabili. Peccherebbe in tal senso contro il «pluralismo» chiunque cercasse di mostrare la verità dei propri convincimenti, e quindi correlativamente cercasse di confutare i convincimenti diversi dai suoi.
La coscienza altrui diventa in tal caso una specie di tabù intangibile, analogo alla proprietà privata, e al tempo stesso un fatto esclusivamente privato (privacy), di cui ciascuno fa quel che gli pare senza dover renderne ragione a nessuno. È per un meccanismo sociale di questo genere che alcuni temi sono diventati tendenzialmente intrattabili nella nostra cultura: «Dio» prima di tutto, ma poi anche la «morale», e magari persino la «morte».
Nella conversazione abituale di questi temi si tace; e chi cercasse di rompere il tacito accordo della censura sarebbe sentito come inopportuno, quando non addirittura petulante, invadente, e offensivo nei confronti dei convincimenti altrui.

2. A livello di rapporti politici la patologia del «pluralismo» si manifesta soprattutto attraverso il fenomeno - da tutti deprecato, ma insieme da tutti o quasi praticato - della «lottizzazione». Cosa vuol dire? La diversità delle opinioni politiche fondamentali, tutte egualmente «degne» (ma chi l'ha detto?), è intesa come un dato di fatto indiscutibile, e tale da comandare altrettante prese di posizioni insindacabili sui singoli problemi della vita civile. Il rispetto del «pluralismo» conduce dunque a spartire il potere in «lotti», proporzionali ai suffragi, senza tentare in alcun modo un dibattito, e cercare un consenso sulle questioni via via affrontate.
A livello di rapporti scolastici si sostiene talora, in nome del «pluralismo», il diritto e il vantaggio per l'alunno di conoscere tutte le opzioni ideali di fatto presenti in un determinato contesto sociale, lasciando alla sua «libera» (ma di che libertà si tratta?) scelta di decidere per quale optare personalmente. Viene allora insieme anche formulata - o sottintesa - una regola del gioco democratico: ciascuno dica quel che gli pare, ma per carità non contraddica il collega; questo infatti sarebbe indice di intolleranza. Ma in realtà il vantaggio massimo dell'alunno non sta tanto nel conoscere la pluralità delle opzioni ideali presenti, quanto piuttosto nel guadagno di criteri obiettivi di comparazione tra di essi. Sicché egli apprende più dalla discussione reciproca che dalla presentazione parallela. Il dissenso è un fatto che certo non può essere poliziescamente represso, ma che deve essere riconosciuto come anomalo, e deve incentivare un confronto critico; non invece essere semplicemente apprezzato quale espressione di suprema «democrazia».
Accanto a pregiudizi culturali quali quelli accennati, altri fenomeni culturali operano nel senso di congelare la pluralità dei punti di vista come alcunchè di immodificabile, a dimostrazione della obiettiva situazione attuale del sapere. Intendiamo riferirci alla pluralità delle scienze, e in particolarissimo modo alla pluralità delle scienze dell'uomo, le quali si caratterizzano per diversità obiettiva dei metodi e degli obiettivi, che rendono non immediatamente comparabili i rispettivi asserti. E tuttavia, ciascuna di tali scienze - nominiamo ad esempio la sociologia, la psicologia, la psicanalisi, l'antropologia culturale, l'antropobiologia, eccetera - tende obiettivamente a coprire l'intero campo dell'umano: nel senso che ciò ch'essa afferma intende valere come teoria generale della cultura, della lingua, della morale, del sentimento, o di qualsiasi altro aspetto dell'esperienza umana. L'aspetto incongruo del «pluralismo» che così viene a configurarsi emerge con particolare evidenza in occasione delle tavole rotonde «interdisciplinari» (come si dice): sociologo, psicologo, antropologo, filosofo e magari teologo esprimono i rispettivi punti di vista, obiettivamente contraddittori tra di loro, ma senza in alcun modo cercare di precisare riflessa- mente i tratti di una tale contraddizione. E ciò in omaggio al principio «pluralistico» della diversità degli approcci. Che tale diversità costituisca virtualmente un vantaggio, un arricchimento del sapere umano, certo noi non vogliamo negarlo.
Ma perché tale vantaggio virtuale divenga vantaggio attuale occorrerebbe che gli approcci plurali fossero ricondotti ad una prospettiva sufficientemente fondamentale e comprensiva, tale da consentire alle singole componenti di ritrovarsi in essa, e quindi anche di comunicare reciprocamente e correggersi dialetticamente.
Il «pluralismo» è valore quando la pluralità dei punti di vista - riconosciuta come un dato di fatto - diventa occasione per stimolare ciascuno di essi ad un incremento di se stesso mediante il confronto con l'altro. Il «pluralismo» diventa invece una retorica deteriore quando ad esso si fa appello per sfuggire alla fatica del confronto.

3. Occorre però accennare almeno anche ad un'altra figura del «pluralismo»: quella che non si riferisce alla pluralità di punti di vista contraddittori, ma alla pluralità delle forme storiche secondo le quali può esprimersi l'identico. Pensiamo, ad esempio, alla pluralità delle «culture», e quindi delle lingue, dei sistemi di rapporto sociale, delle forme di abitazione, delle tradizioni letterarie o religiose, e così via. Di contro all'«eurocentrismo» della cultura occidentale di ieri, viene già affermato con enfasi - ma alla dichiarazione nominale poco corrisponde dal punto di vista pratico - la legittimità e l'eguale dignità di ogni cultura. Non si può certo negare che la difformità culturale è irriducibile e costituisce un obiettivo arricchimento della storia civile nel suo insieme. L'uomo infatti è realtà più ricca e profonda di quanto possa esprimere una sola cultura. La pluralità può in tal senso essere apprezzata come «pluralismo». E tuttavia anche in tal caso occorrono delle precisazioni.
Non è vero che tutte le culture si equivalgano. È vero invece che le possibilità dischiuse all'uomo dalle «culture» complesse ed evolute sono decisamente superiori e più pertinenti rispetto alle possibilità dischiuse dalle «culture» una volta qualificate come «primitive» - oggi qualificate come «non storiche». La distinzione tra «evoluto» e «primitivo» è possibile ed è necessaria - a nostro giudizio - senza per altro che ciò escluda l'eventualità che gli «evoluti» molto abbiano da imparare dai «primitivi». La storia civile infatti non procede univocamente verso il meglio, e vi possono essere verità e valori più chiari a stadi precedenti rispetto a stadi relativamente più evoluti.
Ma soprattutto, non è vero che la pluralità dei sistemi culturali possa essere intesa quasi escludesse ogni possibile comparazione e incremento vicendevole. Ogni «cultura» è cultura dell'identico uomo. Perciò con riferimento alle determinazioni più fondamentali dell'esperienza umana (vita, morte, amore...) - variamente rappresentate e vissute, ma pur sempre presenti in ogni cultura - è possibile la comprensione reciproca e l'incremento rispettivo di ciascuna di esse.
Questo confronto non conduce di necessità all'omogeneizzazione generale. Infatti la cultura, come la persona, ha uno «stile» specifico e individuante, che detta le forme dell'appropriazione degli elementi provenienti dall'esterno, senza precludere, al contrario favorendo, una tale appropriazione, e nel contempo però mantenendo la propria originalità.
Quando una cultura, rinunciando al confronto, difende gelosamente la propria differenza, mostra di sentirsi minacciata e incapace di integrazione creativa degli elementi estranei. Quando viceversa una cultura si mostra impaziente di dichiarare la propria contingenza e fungibilità, ciò significa che essa in realtà non è più cultura, ma un passato morto e ormai staccato dalla coscienza.

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