Piacere-dovere

Giuseppe Angelini

1. Queste due parole, e la loro antitesi - la loro almeno presunta antitesi - ingombrano da lungo tempo, quasi da tempo immemorabile la lingua e le esperienze dell'uomo occidentale. L'antitesi s'è poi accentuata in epoca moderna. Non sapremmo datare quella grossolana sentenza che dice «prima il dovere, poi il piacere»; ma così a naso essa ci pare ben situata nel clima della cultura moralistica e puritana dell'800. L'antitesi sembra però spuntarsi in epoca contemporanea. Spuntarsi e non risolversi. L'antitesi si spunta anzitutto a motivo dell'offuscarsi delle categoria del «dovere». Il dovere, perché? E più radicalmente, dovere di che? O addirittura, il dovere cos'è? Una raccomandazione un tempo tanto ovvia, quale quella rivolta ai ragazzi e ai giovani di fare il proprio dovere, oggi non persuade. Non che essa susciti necessariamente la reazione infastidita di chi non sopporta imposizioni. Piuttosto - ed è forse eventualità più grave - essa appare fumosa, vaga, pretenziosa e insomma senza preciso significato.
Nel '68 ancora risuonarono slogans ribelli nei confronti dell'idea di «dovere»: ricordiamo per esempio il «proibito proibire». Circolarono saggi enfatici dedicati alla celebrazione della nuova «liberazione» che avrebbe finalmente conciliato l'eros (e dunque il «principio del piacere») con la civiltà. Oggi gli ideali sembrano farsi molto più sobri; la polemica nei confronti dell'autorità e del dovere si stempera. Non però - così ci sembra - quasi si fosse di nuovo scoperto il valore del dovere; piuttosto perché sembra ormai tacere ogni autorità tanto pretenziosa da proporre qualcosa come un dovere. Certo rimangono molte le cose che «si devono» fare.
Si tratta però di «doveri» per modo di dire: non «doveri» eticamente connotati, «doveri» cioè corrispondenti all'autorità indiscussa di un «bene» o di una «legge» che si imponga quale norma della libertà; ma «doveri» che corrispondono piuttosto alla soggezione rassegnata nei confronti di necessità esteriori. Si deve lavorare, si devono pagare le tasse, si devono osservare le leggi in genere, si devono anche magari rispettare alcune convenzioni sociali: non perché tutte queste azioni siano belle e buone, tali dunque da imporsi come valore alla libertà personale; piuttosto perché se no la vita comune diventa impossibile. Il dovere sembra scadere al livello di una specie di costo della vita sociale; è come un inconveniente ineluttabile, che si accompagna agli attriti della convivenza. Il dovere così intenso si oppone al diritto, assai più che al piacere. Il «diritto» d'altra parte è inteso in senso soggettivo, quale attesa legittima dell'individuo nei confronti degli altri, e non come ordinamento «giusto» o addirittura «buono» del rapporto interumano.
Il dovere dunque tende a dissolversi, quale categoria etica.

2. Il «piacere» tende ad occupare, correlativamente, il posto naturale di criterio esclusivo di comportamento per tutti quegli ambiti della vita in cui non emergono necessità esteriori. Si tratta, tipicamente, degli ambiti raccolti sotto l'etichetta generale del cosiddetto «tempo libero». Criterio di comportamento? Non criterio, piuttosto resa all'assenza di criteri. Assai più di una resa ci sembra infatti si tratti, anziché dell'affermazione sicura e convinta di un principio: una sorta di sotterfugio, in mancanza di meglio.
Questo aspetto dimesso del ricorso al criterio del «piacere» appare particolarmente evidente da alcuni indizi offerti dalle chiacchiere quotidiane. Ricordiamo forse tutti qualche occasione in cui quella domanda ovvia - «Ti piace?» - ci è parsa imbarazzante e vile: imbarazzante appunto perché troppo generica e vile. Magari qualcuno ci ha chiesto se ci era piaciuto il tal film o il tal romanzo; e magari si trattava di film o romanzo «impegnato»:come riassumere nei temini di questa sciocca alternativa, mi-piace/non-mi piace, una valutazione del genere? Siccome non è così facile uscire dai clichè delle chiacchiere convenzionali, abbiamo forse tentato di allentare lo schematismo rozzo della domanda con una risposta evasiva: «Sì, interessante». Per svolgere il senso di tale risposta subito saremmo stati costretti a discorrere delle massime questioni, del cielo e della terra. perché «interessante» può essere soltanto ciò che ci riguarda, quello in cui riconosciamo essere impegnato il senso stesso della nostra vita. Tra noi e noi sta di mezzo (inter-est, è in mezzo appunto) il mondo.
Ecco, anche quando si tratta di una questione relativamente futile qual è quella di esprimere il nostro giudizio a proposito di un film, ci accorgiamo facilmente come il criterio del «piacere» sia un'abbreviazione sbrigativa - faute de mieux - per esonerarci dal dire ciò che forse non sapremmo dire, che in ogni caso sarebbe estremamente difficoltoso da esprimere.
Molto di più questo é vero quando non si tratti di un film, ma si tratti di scegliere se continuare o meno un rapporto, se insistere o meno su un'amicizia, se fidarci o meno di un sentimento, o addirittura se credere o meno in Dio. Anche in tutti questi casi, il criterio sembra talora configurarsi - a livello di esperienza psicologica immediata - come criterio del «mi piace». Ma insieme sentiamo come questa prima e confusa configurazione sia soltanto una approssimazione: un'intuizione, forse, che anticipa un senso e chiederebbe di cercarne pazientemente l'articolazione. perché di fatto si produca una tale ricerca, però, occorre credere all'intuizione, riconoscerne la vaghezza, ed insieme avere argomenti per impegnare la libertà nella formulazione di molte domande - a noi stessi prima di tutto e poi anche agli altri.

3. Domandare infatti equivale ad impegnare la propria libertà. Lo verifichiamo facilmente nella conversazione quotidiana. Quando siamo trattenuti dalla preoccupazione di non approfondire il rapporto, quando temiamo di alimentare una consuetudine con l'altro che percepiamo come virtualmente esigente, moderiamo le domande.
Domandare è come autorizzare l'altro a dilagare. Noi invece siamo nell'atteggiamento di chi spia l'opportunità di troncare il discorso - senza però apparire troppo scortesi, per carità. Domandare equivale, prima ancora, a manifestare un interesse: e spesso non ci sembra prudente scoprirci di fronte all'altro fino a tal punto.
Il desiderio nascosto di strappare all'altro questa o quell'altra informazione - senza esporci quanto la domanda esplicita comporterebbe - rende la nostra parola ed in genere il nostro comportamento subdolo e quasi furtivo.
Ecco, quest'immagine offerta dal nostro rapporto personale può forse aiutarci a comprendere il rapporto «furtivo» dell'uomo col piacere: con un piacere che, in tal caso, diventa cattivo e vile. Si tratta di quel rapporto per il quale vorremmo far nostro il piacere, senza consentirgli di parlare e dunque senza consentirgli di interpellare la nostra libertà e ipotecare il nostro domani.
Non è questo il preteso vantaggio del piacere? Tutto quello che ha di buono, lo dà subito; non promette nulla, né ci chiede alcuna promessa; è concluso nell'attimo.
Al contrario il dovere è tutto e solo una promessa, e a noi stessi chiede senza fine impegni per domani, per dopodomani e per sempre.
Il piacere è senza senso: infatti che importa un «senso», una direzione del cammino e dei desideri, quando il presente appare pieno, «contenuto», concluso in se stesso? Il dovere invece suppone un senso, è comprensibile soltanto nell'ottica di una distanza dell'uomo dalla sua meta. Ma - ed è questo l'aspetto per cui il dovere appare fastidioso e petulante - al «senso» il dovere rimanda, senza mai dirne nulla. Lo suppone noto ed indiscusso; ed in suo nome ordina e prescrive.

4. C'è un dovere arrogante, che pretende governare la vita dell'uomo senza in nessun modo chiedere pareri al sospetto piacere; esso si nutre talora della rappresentazione del bene dell'uomo quale «fine», che sarebbe insieme chiaro alla mente e lontano dalla realtà. Per raggiungere quel «fine» - la vita eterna o come altrimenti la si voglia chiamare - soltanto la ragione è competente a giudicare dei mezzi. Le sensibilità, le «passioni», i sentimenti, insomma tutto ciò che nell'uomo è «patologico» - nel senso di connesso al pathos - deve essere fatto tacere.
Il dovere diventa, in tale prospettiva, come l'utile. Quest'utile che può, al massimo e marginalmente, unirsi al dilettevole, ma in ogni caso non ne dipende. Già Agostino aveva proposto questa schematica ed incauta classificazione di tutte le cose: quelle che servono e quelle che piacciono.
Più precisamente, egli distingueva «le cose di cui ci si serve» e «le cose di cui si gode». Correlativamente, sembra di dover concludere, due, e due soltanto, sono le possibili forme dell'agire umano: quella strumentale volta al raggiungimento di un fine esterno all'agire medesimo, e quella viceversa fruitiva, giustificata dal piacere che l'accompagna. Agostino, prevedibilmente, affermava poi che solo Dio è «cosa di cui si gode»: sicché ogni altro piacere appariva a lui sospetto, se non addirittura senz'altro da condannarsi quale fonte d'illusione e di inganno. Paradossalmente una teoria «edonista» del bene - è cioè una teoria che riduce il bene a piacere (edonè in greco significa appunto piacere) - conduceva insieme alla condanna di tutti i piaceri tranne uno.
Ma Dio non si conosce, non si può cercare, né si può amare senza piacere. Senza l'aiuto, cioè, determinante che a tale ricerca dà l'esperienza del piacere. O meglio, l'esperienza delle cose che piacciono. Si tratta d'intendere il messaggio (i signa, come lo stesso Agostino chiama altre volte le «cose di cui ci si serve») di quelle cose che piacciono.

5. «Piacere», verbo di stato da una radice plak - spiega G. Devoto, nell'Avviamento alla etimologia italiana - che significa «concordare». Gli corrisponde il verbo causativo «placare». Piace dunque ciò che placa: alla radice del piacere sta l'inquieto essere dell'uomo.
Inquieto è l'uomo perché non contento, non contento in se stesso, dall'origine destinato a cercare il senso ed il compimento di quell'abbozzo inconcluso che egli è in ciò che lo supera. Meglio, in ciò che gli consente di superarsi.
Non in ciò che tacita un bisogno: ché anzi il bisogno appena tacitato appare subito come non umano, infraumano, animale. A Callicle, che sosteneva appunto la tesi secondo la quale bene è ciò che piace, Socrate obiettava che dunque per conoscere il bene occorre conoscere il bisogno, l'indigenza, la sempre ritornante fame e sete, senza di cui cibi e bevande perdono per l'uomo ogni ragione di bene. L'uomo é come un otre forato: è indispensabile che perda tutto ciò che per un momento è suo, per poter essere sempre da capo riempito e conoscere il piacere. La conclusione - troppo ovvia - dell'argomentare di Socrate era questa: «Se questa è la vita, forse dobbiamo meglio chiamare vita la morte e morte la vita».
Che cosa può «placare» l'uomo? C'è in lui una fame che, placata, non si avvilisca ai suoi occhi e non sfugga dalla sua persona?
Sì certo, c'è questa fame. Ha molti nomi, perché nessuno di essi è perfetto. Il Vangelo la chiama per esempio «fame e sete di giustizia»: essa sola può essere saziata (Mt. 6,6). Ma la Bibbia la chiama anche, e più esplicitamente, «sete del Dio vivente» (Sal 42,3).
Tratteniamoci però un poco prima: la fame dell'uomo è fame di un vivente. È fame cioè di uno che, divenendo «nostro», non cessa di essere altro da noi. Il nome più adatto per la fame dell'uomo, sotto tale profilo, appare quello magico di «amore». La sazietà di questa fame certo conosce il «piacere»: ma un piacere trasparente, un piacere che non chiude e non uccide il desiderio, piuttosto dà ad esso la possibilità di essere generoso, di compiacersi nel dono, nell'attenzione all'altro, nella dimenticanza fiduciosa di sè. Chi ama, si può anche dire così, si sente in debito nei confronti dell'altro. Ma questo debito, questo «dovere», non si contrappone al «piacere» che al contrario lo realizza.
Solo nel dono di sé infatti l'uomo vede placata la sua inquietudine, ma non spenta la sua attesa e la sua libertà, non delusa la sua speranza di vivere.

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