Noia

Giuseppe Angelini

1. Quando si consideri l'uso che il nostro discorrere quotidiano fa della parola «noia», quando si guardi in particolare alla frequenza con cui quella parola ritorna come semplice e banale interiezione - «Che noia!», o più sbrigativamente: «Uffa!» - verrebbe naturale concludere: nulla di grave, neppure merita che ci si rifletta più di tanto.
Le interiezioni però costituiscono talora la sostanza del discorso; specie quando si consideri il discorso stesso nel suo significato espressivo, e cioè quale manifestazione dell'animo, e dei suoi sentimenti. L'animo d'altra parte sembra oggi senz'altro ridursi ai suoi sentimenti. I sentimenti sono le qualità che l'animo, o diciamo pure, l'uomo stesso nel centro sfuggente della sua persona, riconosce come più indubitabilmente proprie. Non: «penso, dunque sono»; ma: «sento, dunque sono».
Detto altrimenti, quello che sono riesco a scoprirlo, solo cogliendolo di sorpresa attraverso i moti sentimentali. Ogni altra via mi pare dubbia. Non cerco di conoscere chi sono attraverso la memoria di quello che ho fatto e che mi è accaduto: tutto questo è ormai troppo lontano e complicato. Neppure cerco di conoscere chi sono attraverso la considerazione di ciò che attualmente faccio o di ciò in cui attualmente credo: c'è in tutto questo un evidente sforzo, che dimostra appunto come il mio vero «io» sia dietro le azioni e i pensieri. Chi mi parla di me sono i sentimenti. E quelli, si capisce, si possono conoscere solo sorprendendoli di passaggio.
In questa luce, dunque, anche le frequenti e banali espressioni di noia acquistano un interesse particolare.

2. Perchè tanto annoiati? Ma prima ancora, davvero tanto annoiati? E più radicalmente, che cosa vuoi dire «annoiati»?
I sentimenti hanno un senso, ma di fatto essi sono oggi vissuti quali semplici «stati d'animo». Che intendiamo dire affermando che i sentimenti hanno un senso? Che essi costituiscono una modalità della coscienza «intenzionale», e
cioè della coscienza che «intende» la realtà tutta. «Intende» vuol dire: capisce, conosce, ma insieme valuta, apprezza o disprezza, desidera o teme, spera o dispera. Invece la rappresentazione del sentimento quale «stato d'animo» riduce appunto il sentimento a modalità dell'animo (o dell'anima, della psyche) considerata per se stessa, quasi essa fosse sciolta da ogni rapporto intenzionale con il reale.
Riferiamo tali considerazioni generali alla noia. Il linguaggio comunemente parlato dà conferma al fatto che la noia è per lo più rappresentata e vissuta come «stato d'animo».
«Mi annoio», si dice per lo più; non invece: «questa persona o quell'altra, questa situazione o quell'altra, mi annoiano». E anche quando la noia è riferita a qualche evento o situazione concreta esterna al soggetto, ciò che si dice di quell'evento o di quella situazione è appunto l'estraneità: non m'importa niente, non trovo alcuna ragione d'interesse - alla lettera di interesse, d'esser dentro, d'essere implicato e coinvolto con ciò che accade intorno a me. La noia però, a pensarci bene, non dice soltanto estraneità nei confronti di ciò che accade; dice anche fastidio per lo spettacolo dell'accadere.
Gli accadimenti che più frequentemente annoiano sono i discorsi altrui: essi non sono solo superflui, ma, proprio perché superflui, fastidiosi. «Che cosa, mio signore?» - chiede Polonio all'annoiato amico Amleto, e questi risponde: «Parole, parole, parole» (Amleto, Il, ii, 1 90s). Le parole, si sa, non dovrebbero essere solo parole; le parole sono per dire.
Quando la parola non dice, non è solo inutile, ma falsa. Ed è appunto tale falsità che alimenta quell'esperienza di fastidio, che poi si dichiara come «noia». Ma se davvero le cose stanno così, allora occorre concludere che anche la noia mente; o meglio, l'uomo che si annoia, che dice di annoiarsi, mente. Mente, nel senso di nascondere a se stesso l'attesa che nutriva nei confronti delle parole ascoltate, e quindi nel senso di non sapere (o non volere) neppure dire in maniera più determinata le ragioni della sua delusione. La delusione vissuta soltanto quale vago sentimento, questo appunto sembra essere in tal caso il senso della noia.
La noia che suscitano facilmente in noi, come in Amleto, le parole prolisse ed inutili da cui siamo circondati offre un paradigma eloquente per intendere il senso di ogni altra noia.
La noia d'altra parte è da molto tempo, dall'inizio forse, esperienza privilegiata dell'intellettuale, dell'uomo cioè che ha a che fare con molte parole, e poco ha a che fare con le cose.
Se oggi è esperienza così diffusa, ciò dipende dal fatto che, in certo senso (in brutto senso), siamo un po' tutti «intellettuali».
Se scaviamo nel passato, troviamo quale premonitore della moderna noia il taedium, descritto quale vizio capitale - e insieme vizio diffuso - della vita monastica: la «noia della cella». Riportiamo un brano medioevale, di un monaco certosino del XII secolo, Adamo Scoto; un brano che - penso - apparirà a ciascuno assai «moderno».
Spesso, quando sei solo in cella, si impadronisce di te una certa inerzia, un'insensibilità mentale (languor spiritus) ed una nausea del cuore (taedium cordis). Avverti un'enorme ripugnanza. Sei un peso per te stesso, e quella gioia interna che ti faceva sentire così felice ti ha abbandonato. La dolcezza che provavi ieri o l'altro ieri si è trasformata in grande amarezza; il flusso di lacrime che tutto ti bagnava si è inaridito.
Sospendiamo un attimo la citazione, per sottolineare alcuni aspetti notevoli. «Dolcezza di ieri» o invece «flusso di lacrime» non fanno molta differenza: l'uno o l'altra cosa erano molto meglio del languore attuale dello spirito; erano infatti il documento della vita, della tensione dello spirito, dell'interesse, della presenza dell'io al suo mondo. Mentre invece quel languore - assai vicino già alla «nausea» di cui tanto spietatamente e arrogantemente parlerà J.P. Sartre nel '900 - sembra essere documento soltanto dell'esteriorità del mondo intero rispetto allo spirito. L'esteriorità del mondo d'altra parte induce una inevitabile estraneità dello spirito a se stesso. Così di fatto continua il testo monastico:
La tua anima è in pezzi, confusa e divisa, triste e amareggiata. Quando tenti di placarla, non riesci. Non ti piace leggere, la preghiera non ti dà la pace che cerchi, né riesci a trovare la dolce pioggia della meditazione spirituale. Cosa dire ancora? Non esistono gioia spirituale e letizia in te. Sei disposto e pronto agli scherzi, alle storielle e alle conversazioni oziose, ma sei lento sul far silenzio e nell'assumerti un impegno serio o un esercizio. O che orribile cambiamento nei tuoi progetti!
Certo, il sentimento originario qui descritto ha una gravità che non si rende bene con il termine di «noia»: dobbiamo piuttosto dire «nausea», o addirittura «angoscia», «vertigine del nulla». E tuttavia esattamente ad una esperienza tanto grave Adamo Scoto riconduce anche quella «noia» più superficiale, che suole accompagnare le occupazioni futili e le conversazioni nelle quali il monaco cerca rifugio per sfuggire alla prova della solitudine.
Al di là del Medioevo, fino alle origini del monachesimo dovremmo risalire per trovare le prime e già precisissime descrizioni della noia della cella, o dell'eremo: della noia cioè che costituisce, non si dice certo il destino ineluttabile, ma la prova prevedibile con la quale deve cimentarsi chi si dedica alla vita solitaria. Sentiamo la parola anche di uno di questi monaci antichi; è Evagrio Pontico (seconda metà del IV secolo):
L'occhio di chi è nell'accidia guarda con insistenza alla finestra, il suo spirito immagina sempre visitatori. La porta scricchiola, subito egli balza in piedi. Ha sentito una voce, subito guarda dalla finestra, e non se ne allontana che per sedersi e sonnecchiare. Quando sta leggendo, chi è preso d'accidia sbadiglia abbondantemente e facilmente si lascia prendere dal sonno. Si stropiccia gli occhi, stira le membra, poi - levati gli occhi dal libro - guarda il muro; ricomincia per un po' a leggere; sfoglia il libro per vedere quando finisce e così perde il suo tempo.
Alla descrizione icastica corrisponde in altri testi l'elenco puntiglioso delle figlie dell'accidia. Per Cassiano ad esempio esse sono otto: oziosità, sonnolenza, inopportunità, inquietudine, divagazione (pervagatio), instabilità della mente e del corpo, loquacità e curiosità. Attraverso le figlie è più facile riconoscere l'identità della madre, e la sua parentela stretta con la nostra piccola e diffusa «noia».

3. Perché tanta noia, dunque? Quale noia?
La realtà quotidiana tutta sembra talora essere divenuta per noi come il libro su cui sonnecchia il monaco: senza attenderne un messaggio (anche lui, come Amleto, in fondo al cuore pensa: «Parole, parole, parole»), ma senza trovare il coraggio di dichiarare francamente che esso è inutile. Sonnecchiamo sulla mediocre vita quotidiana, senza deciderci a cambiarla, senza però rinunciare a dichiarare che essa ci annoia, e senza soprattutto rinunciare ad inseguire ogni scricchiolio della porta ed ogni voce reale o immaginaria che ci raggiunga attraverso la finestra. Perché questo? Perché oggi più di ieri? Perché - suggerivo sopra - siamo tutti diventati «intellettuali»: e cioè, staccati dalla realtà che ci circonda come un monaco dal libro, ed esiliati, quanto al desiderio profondo dell'anima, come l'eremita dall'intero consorzio umano. L'alternativa alla noia, o all'accidia, per il monaco della cella, era una sola: la conversione a Dio. Fondamentalmente, questa è l'unica alternativa anche per noi.

RUBRICA: Voci per un dizionario dell'umano