Moralismo

Giuseppe Angelini

1. Anche questo aggettivo è diventato relativamente frequente nell'uso corrente; diciamo «relativamente», e cioè in relazione all'uso assai più raro dell'aggettivo «morale», che pure dovrebbe essere quello di più normale uso. Espressione addirittura stereotipa è quella di «falsi moralismi»: una tautologia, infatti il «moralismo» non può che essere falso. Cosa vuoi dire infatti «moralismo»? Vuol dire appellarsi ad un criterio di valutazione morale là dove quel criterio non c'entra, e quindi l'appello suona falso. Per esempio, pensiamo al caso di un governo che approvi un provvedimento di spesa per la difesa militare; un gruppo di opposizione, a disapprovazione del provvedimento, ricorda che nel mondo muoiono di fame ogni anno tanti milioni di persone: la maggioranza facilmente parlerà di «falsi moralismi». Oppure, un gruppo di operai fa picchetto in occasione di uno sciopero; alcuni operai accusano quel comportamento come lesivo della libertà personale, il gruppo organizzato rifiuta l'accusa come «falso moralismo». O ancora, un'azienda tiene un doppio bilancio, perché una quota del prodotto è venduta senza regolare fatturazione e quindi senza pagarvi le relative imposte; è quasi normale, lo fanno tutti; un impiegato amministrativo si oppone per motivi di coscienza: il datore di lavoro facilmente qualificherà quel comportamento come «moralismo».

Il fatto che si diffonda l'uso del termine «moralismo», e diminuisca invece l'uso del termine «morale» - quando accade di doverlo usare lo si fa addirittura con un senso di vergogna, quasi si trattasse di una parola sconveniente - è un chiaro sintomo. Si moltiplicano i criteri di valutazione prossima dell'agire umano diversi dal criterio morale, come ad esempio i criteri politici, tecnici, scientifici, psicologici, economici, ecc. Il criterio morale diventa sempre più marginale, mediato, indiretto, o alla fine scompare del tutto dall'orizzonte dei discorsi pertinenti. Sembra sempre impertinente; chi di fatto vi ricorra appare come responsabile di «moralismo».
Offre facile riscontro a questa obiettiva tendenza della nostra «civiltà» (se ancora possiamo così qualificarla) una constatazione che ognuno può facilmente verificare: è praticamente assente dal dibattito pubblico della nostra società una riflessione sul senso, sui contenuti, sui fondamenti della norma morale dell'agire. A livello di riflessione politica la morale è facilmente interpretata come «ideologia»; e cioè come legittimazione di interessi di classe o comunque di gruppo; a livello di riflessione psicologica la morale è ridotta a condizionamento educativo o civile; a livello di scienza economica il modello dell'agire umano è quello utilitaristico. In ogni caso, determinare se e in che modo possa essere stabilita una norma di bene e di male per l'agire dell'uomo è problema eluso, come non di competenza del rispettivo approccio scientifico alla realtà umana.

2. Quando tentiamo di individuare le cause di questa tendenziale evanescenza dell'istanza morale nel pensiero e nella prassi dell'uomo contemporaneo, penso si possano individuare due ordini di fattori privilegiati: la consapevolezza della mediazione sociale dell'agire e la consapevolezza della mediazione psicologica dello stesso. Vediamole distintamente.

a) La mediazione sociale. Forse ancora molte persone oggi sono disposte a riconoscere come «valori», eventualmente come «valori morali», atteggiamenti come l'altruismo, la solidarietà, la fedeltà ai rapporti umani, il preminente interesse per l'«essere» anziché per l'«avere», e così via. Ma questo riconoscimento rimane un fatto personale e privato. A livello di rapporti sociali non sono questi i valori pertinenti: per stabilire norme obiettive e coercibili di rapporto interumano, quello che soprattutto conta è l'esatta determinazione del «mio» e del «tuo», dei confini che consentono alla mia libertà e alla tua di coesistere come distinte e come compossibili. Il «diritto» si occupa fondamentalmente di questo: di distinguere i rispettivi diritti individuali, e quindi di separare l'uomo dal suo «socio», dall'altro che vive in società con lui. Non si occupa del «prossimo», e cioè dell'altro uomo in quanto non altro estraneo, ma altro dal quale dipende la mia stessa vita, altro il cui bene strettamente s'intreccia con il mio bene. Viceversa la considerazione morale è possibile soltanto quando si prenda coscienza di questi rapporti di «prossimità» tra gli uomini. Di fatto poi accade che la massima parte dei rapporti umani oggi siano rapporti tra estranei, rapporti stabiliti sul fondamento della «convenzione», del «contratto», dello scambio di cose e prestazioni, senza che sia in essi implicata la persona nella sua identità complessiva. In tal senso la «morale» - così pare - non c'entra, c'entra solo il diritto.
Ma è apparenza falsa. Lo stesso diritto, lo stesso riconoscimento dei diritti individuali della persona, non è possibile senza far riferimento a valori morali, che facciano della libertà individuale una libertà in qualche modo orientata e densa di contenuti (vivere, avere salute, conoscere, esprimersi, avere possibilità di lavoro, di farsi una famiglia, di educare, ecc.), e non un puro arbitrio. La misura di tutti questi diritti, suscettibile di essere obiettivamente garantita attraverso il potere legittimo, è sempre limitata e in difetto, rispetto a ciò che è «giusto» in assoluto. Ma è indispensabile conoscere un «giusto» in assoluto per valutare e realizzare il possibile in concreto. Altrimenti il rapporto sociale degrada a bruto conflitto di poteri, individuali o collettivi. In tal senso un codice di valori «morali» - pure non immediatamente applicabile ai rapporti sociali (come invece è immediatamente applicabile da parte del singolo alle proprie scelte libere) - è indispensabile fondamento dello stesso codice «civile».

b) La mediazione psicologica. Non basta che un determinato valore morale - poniamo per esempio, la sincerità - sia riconosciuto come in sé valido per qualificare come colpevole il comportamento difforme del singolo. Quando si tratti di bambini che mentono, è facile spesso riconoscere che probabilmente non si tratta di colpa morale ma solo di un sintomo:questo o quell'altro aspetto dei rapporti interpersonali non è ancora trasparente e riuscito.
L'appello alla norma morale può essere, in tal senso, precipitoso e impertinente, «moralistico» appunto. Ma non sono qualitativamente diversi dai bambini gli stessi adulti: l'interpretazione dei loro (o anche dei nostri stessi) comportamenti in chiave di condizionamenti psicologici diventa sempre più frequente. Ma, come nel caso del bambino, il riferimento alla norma morale - anche se non può essere sempre e subito l'unico criterio di valutazione - è indispensabile criterio di formazione alla libertà e al rapporto adulto e responsabile. Quando viceversa l'attenzione alla psicologia induce, inavvertitamente o meno, a fare della non-repressione e della distensione nervosa l'unico criterio di valutazione dell'agire, ai. : a si perde non solo la morale, ma la stessa umanità dell'uomo. Il «benessere» sostituisce il «bene», o più esplicitamente ancora l'«amore», al vertice delle preoccupazioni umane.

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