Moderno

Giuseppe Angelini


1. «Una donna moderna», «dei genitori moderni», «un insegnante moderno», «un prete moderno», e più apprezzato ancora, perché più raro, «un vescovo moderno» o addirittura «un Papa moderno»: in tutte queste espressioni «moderno» vale come un apprezzamento positivo. Ma quale è il suo significato?
Sembrerebbe logico supporre che dal significato dell'aggettivo dipenda anche l'apprezzamento positivo che esso comporta.
Ora, se consideriamo il significato filologico del termine, non troviamo subito giustificazione per il suo valore positivo. «Moderno» significa infatti conforme al momento, al presente. Modo, l'avverbio latino da cui fu coniato modernus, vale appunto come «recentemente» o «appena ora». Non sempre la conformità al presente deve essere apprezzata come un valore; tanto è vero che l'espressione «di moda», filologicamente quasi equivalente a moderno, viene giustamente caricata di una valenza negativa. La conformità all'ora può valere quale indice di conformismo, di poca personalità, di superficialità, di leggerezza.

2. Occorre che andiamo oltre la filologia. Notiamo anzitutto come l'uso di «moderno» in senso elogiativo sia caratteristico soprattutto di quegli ambiti dell'esperienza umana dentro i quali operano di solito tendenze alla conservazione, all'immobilismo, alla ripetizione inerte del passato. Il «prete moderno» è apprezzato proprio perché nella chiesa prevalgono, almeno così si ritiene, moduli di comportamento e di giudizio stereotipi e immobili.
Che un prete se ne stacchi è considerato come un fatto di per sé promettente. Per fare un esempio, è considerato con interesse il fatto che il medesimo prete, anziché recitare le formule prevedibili del rito, ad un certo punto improvvisi ed esprima la preghiera o l'esortazione con le sue proprie parole. È un prete «moderno». Ma l'aggettivo non vuol dire in questo caso conforme alle esigenze del momento; o quanto meno non vuol dire questo, se si intendono quelle esigenze come definite da un ambiente, da un consenso comune.
«Moderno» significa qui piuttosto pressapoco come spontaneo, capace di esprimersi con parole proprie; e se capace di tanto, ovviamente perchè presente con il suo spirito, la sua persuasione, la sua sensibilità a quello che fa. Il prete che nel rito improvvisa può però anche diventare fastidioso, esibizionista, scontato; può manifestarsi addirittura più ripetitivo e implausibile di quanto non sarebbe stato ripetendo le formule previste dal libro. Non solo nel rito ma anche nella predicazione, nei modi di comportarsi, nei modi di giudicare, c'è un anticonformismo - si intende un distanziarsi da ciò che è conforme all'usanza ecclesiastica - che molto in fretta mostra la sua vuotezza; un anticonformismo che è solo una nuova forma di conformismo: la conformità alla «moda» anzichè alla tradizione. Eppure la prima volta o le prime volte che egli assume un atteggiamento anticonformista, suscita interesse: la gente, sorpresa, è come violentemente strappata al suo stesso conformismo inerte - un atteggiamento che nella liturgia purtroppo è assai facile.
L'esempio ci aiuta ad intendere il perché del valore positivo che l'aggettivo «moderno» per lo più assume nell'uso comune.
In molti campi della nostra esperienza noi siamo afflitti dall'inerzia, dalle ripetizioni scontate, dalla prevedibilità ed inautenticità dei gesti e delle parole. Magari neppure sappiamo esprimere precisamente i motivi e i contenuti della nostra allergia alla routine, come si dice. E tuttavia siamo emotivamente in attesa della novità. Quando di fatto essa si affacci è subito salutata come un vantaggio, soltanto perché novità e ancor prima di distinguerne il senso ed il valore.

3. Simile all'inclinazione emotiva è l'inclinazione culturale, che soggiace all'uso di «moderno» come aggettivo che esprime una buona qualità. L'aggettivo fu usato fin dall'origine nel contesto di dispute colte: tra il XIV e il XVI secolo si moltiplicarono controversie tra «antichi» e «moderni»: a proposito di logica, di poesia, di scienza, di filosofia. Non era allora in questione soltanto il valore dell'una o dell'altra dottrina recente (moderna) rispetto a quelle tradizionalmente affermate: ma piuttosto il valore della tradizione in genere. I detti degli 'antichi' per il sapere scolastico medievale erano «autorità»: verità indiscusse, che se mai si trattava solo di interpretare. Mentre i 'moderni' presumono a priori che gli 'antichi' non abbiano potuto sapere quanto possiamo sapere noi, perché la loro era una età inesperta. Dice incisivamente Bacone: antiquitas saeculi iuventus mundi, che vuol dire, l'antichità lungi dall'essere argomento per presumerne la sapienza di una dottrina è argomento per presumere l'ingenuità giovanile. L'aggettivo «moderno» si carica di un valore positivo in rapporto all'affermarsi dello schema evolutivo della storia, e dunque in rapporto alla persuasione che noi conosciamo tutto quello che conobbero gli antichi, e in più molto altro.

4. Il modello progressistico di comprensione della storia è diventato oggi comune: tanto ovvio e scontato da non essere neppure più discusso. Sicché siamo, per questo lato, pregiudizialmente inclini a valutare ciò che è nuovo e recente come un guadagno prima ancora di distinguerne la consistenza. Tale atteggiamento profondamente ci distanzia dal sentimento che invece era comune nelle civiltà pre-moderne: allora infatti l'antichità era considerata come indice di valore e di verità. La venerazione dell'«antico» rimane oggi valida soltanto nella sfera dell'archeologia e dei musei: magari anche dei musei domestici, dove il pezzo antico è esibito con orgoglio; ma, appunto, è esibito assai più di quanto sia compreso.
Abbiamo ragione noi, o avevano ragione gli antichi?
È impossibile dare una risposta così generale. La venerazione per ciò che è antico può effettivamente nascondere l'inerzia dello spirito e l'abdicazione acritica all'abitudine. Può anche esprimere un sospetto nei confronti del «nuovo» che ha scarsissimi argomenti a suo favore.
È vero però che è industria moltiplica i modelli «nuovi» per decretare in tal modo la svalutazione di quelli «vecchi» e costringere a comprare. Anche l'industria culturale, quella dei mezzi di comunicazione pubblica, dello spettacolo, della musica, dei consumi «intellettuali» in genere, ricorre alla stessa strategia. Il «nuovo» in questi casi è spesso soltanto una nuova parola d'ordine, una confezione appariscente per una cosa scontata. «Moderno» vale allora come «di moda», e merita lo stesso sospetto di questa seconda espressione.

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