Lavoro

Giuseppe Angelini

1. Il lavoro è diventato uno dei valori fondamentali, intorno ai quali si costituisce la coerenza dell'universo civile moderno. La nostra Costituzione dà espressione esplicita ed enfatica a tale centralità, quando addirittura proclama il lavoro fondamento della Repubblica, dunque della «cosa comune», intorno alla quale si edifica la vita sociale, e quindi politica: «L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Ma che cos'è questo lavoro al quale viene riconosciuto così grande valore?
Dobbiamo riconoscere che l'idea di lavoro, man mano che acquista rilievo nell'evoluzione civile moderna, perde di univocità, e forse anche di verità. «Lavoro» è, nella nostra cultura, anzitutto una parola polemica: e cioè, una parola mediante la quale si esprime la diffidenza e la critica dell'uomo nei confronti dell'altro uomo, del singolo nei confronti della società. Se andassimo a studiare la genesi del primo articolo della Costituzione, scopriremmo che il riconoscimento solenne del lavoro quale fondamento della Repubblica intende escludere che, nei rapporti sociali, possa essere riconosciuto al singolo altro titolo per la sua partecipazione ai vantaggi della vita sociale che non sia il lavoro; escludere, per esempio, la nobiltà, il privilegio, la cultura, e così via. I diritti dell'uomo - così se ne dovrebbe concludere - sono i diritti del lavoratore, e chi non lavora non ha neppure diritto a mangiare.
L'affermazione è, quasi alla lettera, anche in S. Paolo: «Se qualcuno non vuole lavorare, neppure mangi» (2 Tess. 3,1 0). Ma in S. Paolo essa intende valere quasi argomento per assurdo, quale contestazione dell'atteggiamento di quei cristiani che vivono nell'ozio invocando il pretesto «religioso» che il lavoro ormai non ha più senso né valore per l'uomo 'spirituale'. Certo Paolo non intendeva ridurre l'uomo e i suoi diritti alla figura del lavoratore.
Nell'esperienza civile moderna invece l'affermazione è espressione del sospetto generalizzato che gli altri approfittino del lavoro del singolo. E quel sospetto a sua volta è connesso all'esasperata divisione sociale del lavoro, al generale carattere «dipendente» del lavoro, al carattere cioè per cui ciascuno nel suo lavoro dipende da molti altri, da un complessissimo sistema di scambi,la cui equità non è sicura, nè tanto meno subito evidente. Al contrario, il singolo, prestando un lavoro da cui non ricava immediatamente alcun apprezzabile vantaggio, ma solo un salario, è incline a pensare che il «sistema» lo derubi. L'articolo della Costituzione, come più in generale l'enfasi «lavoristica» della cultura contemporanea, ha alla sua origine il carattere conflittuale dei rapporti di lavoro, e quindi il movimento dei lavoratori: inizialmente, il movimento operaio, poi tutto il movimento sindacale, che significativamente estende alla generalità del «lavoratori» - o più semplicemente, alla generalità dei cittadini, tutti considerati come lavoratori - le rivendicazioni e i metodi di lotta degli operai. La tradizione marxista addirittura stabilisce l'equazione di principio: l'uomo «universale», o anche «onnilaterale», è l'operaio; la «classe operaia» non è una classe tra le altre, ma rappresenta l'umanità di domani.

2. La pretesa di ridurre l'uomo e i suoi diritti alla figura del lavoratore, ovviamente, appare insostenibile, ingiusta ed assurda; anche se certo dev'essere riconosciuto che ciascuno deve partecipare, secondo le sue possibilità e inclinazioni, al lavoro complessivamente richiesto da un determinato livello sociale di vita. Ma soprattutto, l'accezione di lavoro calcata sulla rivendicazione sociale è vuota di contenuti ideali determinati. «Lavoro» è, in questa accezione, ogni attività stipendiata; e dunque, ogni attività alla quale è così riconosciuto socialmente un valore. Ma quale sia tale attività, se esistano e quali siano le caratteristiche obiettive che fanno di una certa attività umana un lavoro, qui non è detto.
È curioso per esempio osservare come nel nostro mondo diventino «lavoratori» anche gli attori, gli artisti, gli intellettuali. Fra un po' diventerà «lavoro» anche il mestiere di mamma; da varie parti infatti si propone di pagare uno stipendio anche alle casalinghe. Intendiamoci bene: non si vuole qui contestare l'eventuale opportunità di misure del genere, nè l'eventuale opportunità di omologare tutte le attività retribuite sotto l'etichetta «lavoro» agli scopi previdenziali, assicurativi o simili. Quello che vogliamo sottolineare è soltanto che, così definita, l'idea di lavoro perde ogni preciso senso antropologico ed ogni valenza etica.
Si potrà vedere, per esempio, a quali conseguenze conduca l'idea di «lavoro intellettuale» - cioè di attività pensante la quale cerchi la propria legittimazione sociale prospettandosi come «lavoro»; e non come ricerca della verità - nel suggestivo volumetto di J. Pieper, «Otium» e culto (Morcelliana, Brescia, 1956).

3. C'è tuttavia un altro ordine di fattori che concorre a istituire il primato del lavoro nella civiltà contemporanea: meno appariscente, ma più profondo e pericoloso. Intendiamo riferirci al rilievo crescente che lo sforzo tecnico assume nel complesso dell'evoluzione civile.
Che cos'è la «tecnica»? È anche questo un termine dai molteplici impieghi. L'immaginazione spontanea lo associa alla meccanica, in generale agli apparecchi che facilitano e incrementano la produttività dell'uomo nel suo sforzo di dominio sulla natura. Si parla però - e giustamente - di «tecnica» anche a proposito di attività prettamente «spirituali»: pensiamo ad esempio ad espressioni quali «tecnica mnemonica», «tecnica didattica», o addirittura «tecniche di raccoglimento» o «tecniche di preghiera». Potremmo forse tentare la definizione della «tecnica» quale know how, «saper come», sapere cioè volto non alla verità (che cos'è la verità?, la domanda scettica di Pilato definisce un clima diffuso nella cultura contemporanea), ma al metodo. Alla «tecnica» intesa quale sapere corrisponde poi un fare, che non ha il suo significato e il suo valore in se stesso, ma nella sua attitudine a raggiungere risultati predefiniti.
La «tecnica» è per un lato intrinsecamente strumentale: per altro lato intrinsecamente scambiabile. È scambiabile perché è esterna rispetto al centro cosciente della persona. L'affermazione vale sia per il fare - che per il conoscere d'ordine tecnico. Si può vendere il know-how, perché esso è appunto scambiabile; ma non si potrebbe vendere un sapere nel quale fosse implicata la libertà della persona: poniamo, il sapere morale o quello religioso, che appunto toccano il centro cosciente - il cuore - dell'uomo.
A proposito di tali forme di sapere - anche di agire - è possibile la testimonianza, ma non l'apprendimento.
E se la vita sociale fosse fondata su tali forme, anziché sul «lavoro»?
La conoscenza e i prodotti di ordine tecnico crescono vorticosamente nelle civiltà moderna, si accumulano, sono subito acquisiti al comune apprezzamento, determinano in maniera prevalente gli obiettivi collettivi della trasformazione civile. Ad acquisizioni tecniche sono intitolate alcune delle trasformazioni più significative dei tempi moderni: prima la rivoluzione industriale, oggi quella telematica. Tutto ciò concorre ad incoraggiare l'immagine dell'uomo come faber, e della sua grandezza storica («progresso») come incremento di «potere», anzitutto nei confronti della natura, ma poi anche nei confronti della sua stessa natura. «Lavoro» appare in tale quadro il nome dell'attività eminente dell'uomo: dell'attività volta appunto ad esercitare e ad accrescere il «potere».

4. Il dramma di un uomo che si concepisca come faber, o sinonimamente come uomo della «tecnica», è quello di vedere svanire il «senso» del suo essere e il «valore» della sua vita.
Il «lavoro» è infatti per sua natura «servile»: nel senso che esso «serve», ma non dà risposta alla domanda circa ciò che ha ragione di fine e non di mezzo nella vita umana. L'uomo «dominatore» della natura, quello che tendenzialmente riduce la natura stessa a laboratorio di esperimenti, o addirittura a cava di materiali per i suoi progetti, l'uomo della «scienza» (che è sempre - come noto - un sapere come si fa ma non un sapere che cosa si fa, e perchè si fà), è un uomo che perde parallelamente di «sapienza», di attitudine ad intendere il senso e il «sapore» (meglio diremmo il «valore») della realtà, di disposizione «contemplativa» od «oziosa». L'otium della tradizione classica, o la vacatio della tradizione monastica cristiana, non si definivano negativamente, e cioè per differenze rispetto alla cosa seria (presunta tale) che sarebbe il lavoro: ma costituivano i momenti umanamente più grati e insieme significativi. Oggi quelle parole rischiano di designare soltanto l'ambito del futile e dell'arbitrario. Sui rischi di una civiltà del «lavoro», e quindi del «potere», si leggono ancora con frutto le meditazioni di R. Guardini Il potere e La fine dell'epoca moderna, (Morcelliana, Brescia).
Sono questi soltanto alcuni spunti frammentari, per indurre a riflettere sul fatto e sulla problematicità del fatto, costituito dal primato civile del lavoro. La riflessione dovrebbe però essere assai prolungata, per chiarire il senso che ha il lavoro quale parziale momento della vita umana; e magari anche per chiarire in che senso il lavoro possa essere immagine - ma soltanto immagine - di tutta la vita presente. Il settimo giorno infatti, quello in cui sarà concesso all'uomo di riposare e di raccogliere il frutto della propria fatica, è celebrato qui soltanto nei segni. Quello comunque è il giorno più importante.

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