Ideologia

Giuseppe Angelini


1. Molto s'è ormai attenuato il furore degli anni '60 contro tutto ciò che intendesse valere come verità definitiva ed indiscussa. Forse anche perché le verità che elevano una tale pretesa si fanno sempre più rare.
Quell'ondata impetuosa ritirandosi ha tuttavia lasciato sul terreno dei relitti. Per esempio, alcune parole che una volta erano riservate a pochi addetti, e oggi sono di uso corrente.
Una di queste è «ideologia», ancora più l'aggettivo corrispondente «ideologico».
Si tratta di una parola senza storia. Senza storia, intendo dire, che affondi fino a quel passato remoto e irraggiungibile in cui nasce il linguaggio, dove le parole svelano un senso che prima di esse già c'era, ma senza di esse non potrebbe apparire. La mentalità antica vedeva quel tempo remoto come tempo arcano del quale solo il mito poteva raccontare, e vedeva le parole come un dono degli dei agli uomini. Oggi negli dei non crediamo più, ma della prima origine delle parole sappiamo tanto poco, meno di quanto sapessero gli antichi. In ogni caso «ideologia» non ha una storia così lunga: è nata verso il 1800. Non nasce dal dono degli dei ma da una invenzione fatta a tavolino: quella di un filosofo (Destutt di Tracy, se interessa il nome) sospettoso nei confronti delle idee. Egli non poteva soffrire la loro volubilità, la poliedricità sfuggente delle suggestioni suscitata dalla parola umana. Decise che fosse giunto il tempo di eliminare anche questa residua magia dal mondo civile ormai disincantato: la magia appunto delle parole. Si propose quindi di elaborare una scienza che finalmente chiarisse - il «chiarimento», o l'«illuminismo» era allora la parola chiave della filosofia - i modi di produzione delle idee; e facesse ciò col metodo della biologia, della psicologia, della geografia, della sociologia, e di ogni altra scienza positiva. Quelle scienze infatti davano la confortevole impressione di discorsi precisi e senza sbavature.
Ma, possiamo chiederci, non accade per caso che le scienze positive possano essere così precise perché non si occupano di ciò che è essenziale, e cioè del senso dell'uomo? Non è la loro chiarezza raggiunta a prezzo di una radicale povertà di «idee»? Di «idee» - s'intende - quali quelle più fondamentali portate alla luce dalle parole primordiali di cui sopra si diceva. Parole come «vero», «bello», «buono», «giusto», «generoso», «coraggioso», eccetera. Parole che manifestano un senso, ma non lo comprendono, non lo definiscono, non possono circoscriverlo. Perché all'origine c'è il senso che interpella l'uomo e gli chiede una decisione; non del senso come di una cosa che gli appartenga.
Non intendiamo qui però occuparci dell'impossibile progetto di Destutt di Tracy, né della storia che il termine «ideologia» conobbe, passando di tavolino in tavolino.

2. Ciò che invece intendiamo brevemente considerare è il significato che il termine ha nell'uso corrente di oggi: esso infatti aiuta a riconoscere alcuni aspetti sintomatici del difficile rapporto tra uomo e verità nel nostro tempo.

a) «Ideologico» ha spesso press'a poco il significato di astruso. Per esempio: «Non perdiamoci in discorsi ideologici, veniamo ai fatti concreti».
Oppure significa campato per aria, privo di fondamento obiettivo: «Questo è tutto quello che può dirci oggi la scienza, il resto è ideologia».
Non a caso, torna la contrapposizione tra «scientifico» e «ideologico». Torna dunque, insieme all'uso spregiativo del termine «ideologico», il presupposto che il solo sapere che meriti questo nome è la scienza. Per i problemi che suscita tale presupposto dobbiamo rimandare alle riflessioni intorno al termine «scientifico».
In accezione un poco più determinata, «ideologica» è qualificata ogni affermazione oppure ogni scelta pratica che una persona o un gruppo sociale sostenga per esigenze dottrinali, anche a prezzo di contrasto con ciò che l'esperienza immediata suggerirebbe. Ad esempio, alcuni qualificano come «ideologia» la condanna cattolica di alcuni comportamenti di fatto diffusi, legalmente consentiti, e corrispondenti ad una forte pressione dell'inclinazione psicologica: pensiamo ai soliti temi dell'aborto, dell'eutanasia o anche solo dell'adulterio. La coerenza delle idee - questo è il senso della denuncia - induce a non tener conto delle persone e delle situazioni; ancora una volta vengono messi in contrasto idee generali e situazioni concrete, e viene scelta la parte delle situazioni concrete. Il senso della cosiddetta «etica della situazione» è appunto questo: proclamare l'impossibilità di intendere e valutare il concreto mediante la griglia rigida di poche idee generali ed immutabili.
Il campo di applicazione della denuncia contro l'«ideologia» intesa quale coerenza dottrinale non riguarda soltanto la morale. Alcuni libri di teologia recenti (specie quelli latino - americani appartenenti all'area della «teologia della liberazione»), molti scritti di carattere catechistico o comunque religioso, ripetono fino alla noia che il cristianesimo non è un'«ideologia». Sull'affermazione in sé non si può che consentire. Ma com'è intesa? Spesso - sarei tentato di dire, per lo più - essa è intesa nel senso che il cristianesimo non è dottrina, visione generale delle cose, non è una forma coerente di pensiero.
Correlativa a questa affermazione è l'altra: il cristianesimo è una «esperienza», o più drasticamente, è un «fatto», o ancora è una «prassi».
Non ci interessa in questo momento chiarire che cosa sia il cristianesimo: ci interessano invece queste contrapposizioni in quanto esse offrono un chiaro documento del sospetto diffuso nei confronti delle dottrine e delle esigenze di coerenza teorica. L'aderenza ai fatti e alle esperienze però rischia di condurre non solo all'impossibilità della comunicazione e della comunione con chi non sia nell'esatta situazione in cui mi trovo io (e chi mai oltre me può essere in quest'esatta situazione?); ma di condurre alla frantumazione incomparabile dei miei stessi successivi momenti di vita. Proprio così spesso accade: difficile è la comunicazione, ciascuno proclama dogmaticamente la propria esperienza, e difficile è l'unità della vita attraverso il variare delle circostanze. Andando alla ricerca dell'aspetto positivo di questa sensibilità contemporanea, occorre riconoscere l'aspetto pertinente, nell'accusa rivolta alla dottrina d'essere semplice ideologia: la dottrina, per non essere schema logico formale abusivamente applicato alle interpretazioni e al giudizio d'ogni situazione concreta, deve mostrarsi capace di plasmare la mia intelligenza e il mio sentire, e non solo la mia lingua. Quando ciò di fatto non accada - ed è eventualità frequente - l'accusa della dottrina di essere «ideologia» è pertinente: ed essa significa allora che la dottrina è in realtà semplice algebra verbale, e non intelligenza del reale.

b) Ma il senso più frequente (e anche storicamente più giustificato) di «ideologico» è quello che lo riferisce ad una forma di pensiero tendenziosa, volta alla legittimazione di un interesse non dichiarato. Le idee servono soltanto a dare aspetto decoroso ad interessi che per se stessi sarebbero assai meno decorosi, a legittimare ciò che in realtà dovrebbe essere fuori legge perché non conforme giustizia. È il significato del termine raccomandato dalla critica marxista, la quale più di ogni altra corrente di pensiero ha storicamente concorso alla diffusione della nuova parola «ideologia».
Gli interessi legittimati dall'ideologia sono proprio quelli di un gruppo sociale, non invece quelli dell'individuo.
Ma nell'ambito politico il termine «ideologia» è usato non solo per denunciare forme di pensiero tendenziose. È più generalmente usato per qualificare ogni concezione sintetica del sistema sociale. «Ideologie» sono tradizionalmente qualificati il liberalismo, il marxismo, lo stesso cattolicesimo considerato nel suo aspetto di dottrina sociale. Questo schema delle tre «ideologie» sembra alquanto frusto e sbiadito, e tuttavia continua ad essere usato con pigra monotonia in infinite occasioni della vita pubblica italiana. Questo stesso uso ossessivo manifesta una persuasione di fondo, che è insieme motivo di sfiducia nelle ideologie: esse funzionerebbero press'a poco come dogmi, o comunque come ortodossie incomparabili, incapaci di venire a fruttuoso confronto, e comunque di evolversi mediante il confronto reciproco.
Di contro alle rigidità delle «ideologie», è avanzata da un'altra parte, la proposta di una realpolitik o anche di una «politica a spizzico», che rinunci ad ogni
troppo pretenziosa sintesi generalizzante e si accontenti di affrontare empiricamente i problemi di decisione politica uno per uno. Già nel 1960 negli Stati Uniti, Daniel Bell, uno dei più acuti e noti analisti della società contemporanea, annunciava «la fine delle ideologie»: non come programma da perseguire, ma come tendenza già in corso. Fu in qualche modo smentito dai furori politici degli anni '60. E tuttavia, al di là di quella breve stagione, questa sembra essere la tendenza di più lungo periodo destinata a realizzarsi anche nei paesi europei, tradizionalmente più inclini ad investire nel dibattito politico le grandi idee sull'uomo e sul suo destino.
Valgono, a riguardo di tale tendenza, le considerazioni che già nel 1971 Paolo VI proponeva nell'Octogesima adveniens. «Se oggi si è potuto parlare di regresso delle ideologie, ciò può indicare che è venuto un tempo favorevole ad una nuova apertura verso la trascendenza del cristianesimo»: che vuol dire, il «regresso delle ideologie» è da apprezzare come un vantaggio, se esprime la consapevolezza del fatto che una dottrina politica non può essere mai una dottrina di salvezza per l'uomo; mentre di fatto proprio questa è stata la tendenza storica delle grandi «ideologie» dell'800 e del primo '900. «Ma può indicare anche - prosegue Paolo VI - uno slittamento più accentuato verso un nuovo positivismo: la tecnica generalizzata come forma dominante di attività, come modo assorbente di esistere e magari come linguaggio, senza che la questione del suo significato sia realmente posta».

3. In conclusione, il sospetto nei confronti delle idee, che si esprime attraverso il facile uso spregiativo di «ideologia» per giustificare questo sospetto, ha un motivo obiettivo: la tendenza dei grandi sistemi ideali a trasformarsi in rigide e vuote algebre verbali, specie nella comunicazione pubblica della società di massa. Ma il rimedio a questo inconveniente non può essere cercato nella direzione di un disprezzo generalizzato delle idee, e quindi di un ritorno al concreto inteso come rassegnazione alla frammentarietà casuale della vita.
Deve essere piuttosto cercato nella direzione di una rinnovata ricerca ideale che consenta di rompere l'angustia di una vita vissuta caso per caso, e di mostrare invece come in ogni frammento possa essere riconosciuta e perseguita la traccia all'eterno.

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