Gioco

Giuseppe Angelini


1. «Il loro furibondo lavoro senza respiro - il vizio peculiare del nuovo mondo - comincia già per contagio a inselvatichire la vecchia Europa e a estendere su di essa una prodigiosa assenza di spiritualità».
Sotto accusa è l'american way of life: già allora. Siamo nel 1882. Chi scrive è F. Nietzsche, il filosofo che disse di se stesso d'essere in anticipo di un secolo rispetto al suo tempo; effettivamente ad un secolo di distanza egli sembra divenuto meno «inattuale». L'opera cui appartengono le righe citate si intitola: «La gaia scienza». Un titolo emblematico, per un argomento difficile: scienza e gaiezza sembrano infatti radicalmente opporsi nell'esistenza dell'uomo moderno. Non solo nel senso che la scienza appare «laboriosa», e dunque, afflitta dalla stessa serietà che qualifica per antonomasia il lavoro; ma anche e soprattutto nel senso che la scienza analizza, scompone, divide e rinvia. Rinvia ad altre esperienze ad altri momenti della vita umana, ad altre prospettive. Rinvia soprattutto quando essa è interrogata a proposito del senso, o del significato, o della verità, o in genere di ciò che è ultimo. Rinvia quando è interrogata a proposito delle cose per cui si gioisce; essa sa parlare soltanto delle cose di cui ci serve.
La scienza dunque è seria, è triste. Ma Nietzsche intitola audacemente la sua opera «La gaia scienza».
Lì dunque si denuncia il «furibondo lavoro senza respiro» come una barbarie nuova, un sorprendente difetto di spirito, che dal nuovo mondo si contagia al vecchio:
«Ci si vergogna già oggi del riposo, il lungo meditare crea quasi rimorsi di coscienza. Si pensa con l'orologio in mano, come si mangia a mezzogiorno appuntando l'occhio sul bollettino di Borsa; si vive come uno che continuamente potrebbe farsi sfuggire qualcosa. 'Meglio fare una qualsiasi cosa che nulla' - anche questo principio è una regola per dare il colpo di grazia a ogni educazione e gusto superiore».
È ormai demodée questa norma dell'etica civile, che impone il fare come atto supremo?
Certo, a livello di affermazioni esplicite, di formali dichiarazioni di principio, le espressioni sono oggi diventate più caute; la celebrazione della laboriosità apparirebbe anch'essa inopportuna - come per altro ogni celebrazione possibile. Addirittura capita talora di assistere a celebrazioni polarmente opposte: viene esaltata la dimensione ludica della vita. Pensiamo a certe manifestazioni pubbliche, variamente intitolate: «la fantasia al potere», «donna è bello», «energia nucleare? no grazie», o più recentemente i policromi slogans ecologisti.
Ma non si può davvero dire che queste celebrazioni siano più convincenti di quelle una volta dedicate, in toni più composti e con forme meno appariscenti, alla laboriosità.
Anche la teologia ha conosciuto una stagione «gioiosa» - breve per altro, e abbastanza conformista -.
Tra «la festa dei folli» di H. Cox (1 968) e lo stile pittoresco di certe manifestazioni ecologiche dei nostri giorni sembra di scorgere la stessa ispirazione: un'ispirazione evasiva e futile, anziché una conversione responsabile di miti e di valori.
Ma tutto questo appartiene soltanto alla superficie, all'iconografia superficiale e teletrasmettibile del nostro tempo. Nel costume feriale e comune le considerazioni di Nietzsche mantengono una spiccata attualità. Continuiamo ancora un poco sulla citazione.
Oh, che vergogna questo crescente venire in sospetto della gioia!
Il lavoro ha sempre più dalla sua tutta la buona coscienza: la inclinazione alla gioia si chiama già «bisogno di ricreazione» e comincia a vergognarsi di se stessa. È un dovere verso la nostra salute, si dice, quando si è sorpresi durante una gita in campagna.
Anzi, si potrebbe ben presto andare così lontano da non cedere a una inclinazione alla vita contemplativa (vale a dire all'andare a passeggio, con pensieri e amici), senza disprezzare se stessi e senza cattiva coscienza. Ebbene! Una volta era tutto il contrario: era il lavoro ad avere su di sé la cattiva coscienza... «La nobiltà e l'onore sono soltanto nell'otium e nel bellum», così suonava la voce dell'antico pregiudizio (Tutte le citazioni sono tratte da par. 329 de «La gaia).
Non si può non consentire, almeno ad una prima lettura, con la vergogna che Nietzsche sente di fronte a «questo crescente venire in sospetto della gioia»; certo appare convincente la sua denuncia che scorge una sorta di pervertimento dei valori, nella necessità che l'uomo perbene sente di scusarsi per il proprio otium. Da una denuncia come questa di Nietzsche nasce appunto, facile ed insieme superficiale, la proposta di restaurare l'antica gerarchia: anzitutto, «giocare», o magari «danzare»; e poi, soltanto poi, nella stretta misura del necessario, lavorare.

2. Ma che cos'è «gioco»? E perché è valore il «gioco»? E che razza di valore è il «gioco»? E come si fa a «giocare», quando non si è più bambini e se n'è persa dunque la genialità nativa?
È più facile dire che cosa non è «gioco», e cioè che cosa è «serio», o forse soltanto «serioso». «Seria» è ogni cosa fatta in serie; ogni azione che cerca la propria giustificazione in ciò che viene dopo, che intende essere solo un anello di una catena di cui nessuno vede la fine, ma della quale a nessuno viene chiesto il fine. Sei stanco, deluso, vuoto, nervoso, insoddisfatto, alla fine di una giornata di lavoro? Beh, non è così strano; e neppure è un'obiezione contro il lavoro: si sa che il lavoro non diverte, ma serve. Questo è il punto: a che serve? Sì, certo, si può rispondere: al cibo, al vestito, alla casa, alla salute, e a molte altre cose ancora. Da capo però sorge la domanda: e il cibo, a che cosa serve? Il Vangelo ammonisce di non ridurre la vita al cibo, e il corpo al vestito. Ma quanto alle dimensioni non ridotte della vita e del corpo, il Vangelo si esprime in termini poco precisi: «Guardate gli uccelli del cielo... i gigli del campo...» (cfr. Mt 6, 25-30).
Nasce un'intuizione: e se il «gioco» fosse appunto la vita degli uccelli del cielo e dei gigli del campo? Così sembra che abbiamo pensato press'a poco i «figli dei fiori» degli anni '60.
Ma la cosa degenerò in fretta in una risibile pagliacciata.
Fermiamo un momento l'attenzione su questo lato della faccenda: il «gioco» è, effettivamente, ciò che non «serve»; ciò che non rimanda ad altro la propria giustificazione; ciò che è «contento», è contenuto in se stesso, trova in sè il proprio valore. Così accade del gioco dei bambini: e proprio per questo quel gioco è a suo modo una cosa «seria». Non certo «seria» nel senso d'essere penosa ed angustiante, o fatta nella grave certezza di corrispondere ad un dovere. «Seria» nel senso di apparire assolutamente convincente, e dunque necessaria e non arbitraria, ma insieme anche divertente e grata. Queste medesime caratteristiche dovrebbe avere tutta la vita dell'uomo adulto: ogni suo impegno dovrebbe apparire insieme «serio» e «grato», necessario e tuttavia non servile e pedante.
La passeggiata invece, e specie quella «laboriosissima» del week-end, o quella costosissima della vacanza turistica scelta in agenzia, appare a chi la compie come arbitraria e non persuasiva.
Per questo l'uomo civile in fondo se ne vergogna e sente la necessità interiore di giustificarla: «Bisogna pur evadere, distrarsi, riposarsi», appunto come notava Nietzsche.

3. L'inclinazione alla «vita contemplativa» non è inclinazione alla passeggiata e al vagabondare con pensieri od amici. È piuttosto l'inclinazione - o diciamo meglio il desiderio, la nostalgia, o magari anche la ricerca - che si dirige verso una vita che sia «contenta»: che mostri cioè giorno per giorno, ora per ora, il suo senso e il suo valore. Solo se si mostra questo, si può anche «contemplare». È possibile la vita «contenta»? È possibile una vita che, dunque, perpetui anche nell'età adulta il miracolo del gioco infantile?
È possibile, certo. Ma è possibilità, che non può, non deve realizzarsi nella forma futile del gesto di chi per «giocare», rimuove tutto ciò che è «serio», che ha una regola, una disciplina, un ordine, una necessità. È possibilità invece
che deve realizzarsi a questo prezzo: attraverso la regola e la disciplina andare al di là di tutto ciò che si riduce soltanto a regola e che in quanto tale si ripete uguale, prevedibile, interminabile e noioso per tutta la serie dei giorni. È troppo facile e insieme troppo sciocco e deludente il «gioco» inteso alla maniera pascaliana del divertissement, dell'evasione provvisoria e fugace dalla realtà feriale, abbandonata per parte sua al destino di un'invincibile noia.
È il lavoro stesso che deve diventare «contento»; deve cioè sfuggire a quella unidimensionalità che lo condanna a rinviare il proprio senso e il proprio frutto ad un domani che mai giunge.
È innegabile, certo, che anche questa è dimensione propria del lavoro, così come d'ogni opera umana costretta nei confini del tempo. Ma essa non ha da essere l'unica dimensione.
L'opera umana, oltre ad essere mezzo in vista del domani, è anche segno in vista dell'eterno. Anzi, il suo senso primo e fondamentale è appunto quello d'essere segno dell'eterno e quindi opera che non attende dal domani il proprio compimento, ma dal presente immediato di Dio. «Cercate il regno di Dio, e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta», dice il testo del discorso della montagna in cui si parla di uccelli e di gigli (Mt. 6,33).
Ecco, se noi riuscissimo a riconoscere nell'opera di ogni giorno, anche nella più consueta e prevedibile, la trasparenza di una giustizia, di un comandamento che abbia la sovranità stessa di Dio al suo principio, allora potremmo liberarci dalla «seriosità» e dalla catena interminabile dei gesti che attendono da un domani incerto la propria compiutezza e la propria certezza.

RUBRICA: Voci per un dizionario dell'umano