Fede / fideismo

Giuseppe Angelini

1. Non si tratta di parole molto in uso, quando meno a giudicare dalle ricorrenze sulla carta stampata. Ma sappiamo che il linguaggio della carta stampata, pur esercitando un effetto di attrazione sul linguaggio orale e quotidiano, non lo riflette fedelmente. L'uso parsimonioso dei termini in questione è indice del generale fenomeno di regressione nella sfera del «privato» - e dunque del non detto, e alla fine dell'indicibile - di tutto ciò che riguarda la religione ed in genere le questione ultime della vita. Della fede infatti si parla, tradizionalmente, soltanto con riferimento a Dio, o magari alla Chiesa, alle dottrine catechistiche.
Ma questa riserva del vocabolario della fede all'ambito religioso non appare del tutto giustificata: la fede infatti appare strettamente connessa all'atto del credere, e di tale atto si parla - giustamente e necessariamente - non soltanto con riferimento a Dio.
Il termine «fede» è spesso associato all'aggettivo «cieca».
La «fede cieca» d'altra parte è necessariamente valutata come atteggiamento umano indebito, dimissorio, vile: realizza, in altri termini, la figura deteriore del «fideismo». In questo caso, come sempre o quasi sempre, la desinenza in «ismo» esprime la squalifica del termine a cui essa è aggiunta.
Ma ci chiediamo: non è la fede per sua natura cieca? Non si definisce come fede esattamente l'atto umano dell'accordar credito all'inevidente, a ciò che non si vede? Non è dunque ogni fede ineluttabilmente un fideismo? È questa la persuasione espressa da correnti diffuse della cultura contemporanea, le quali di conseguenza associano i valori della libertà, della tolleranza, della ragione, della scienza - dunque, press'a poco tutti i valori caratteristici di una società «democratica» - al dubbio.
La grandezza etica dell'uomo sarebbe legata alla sua permanente disposizione a dubitare.
Il dubbio infatti non potrebbe essere escluso dalla vita umana se non mediante un atto di arbitrio, una rinuncia, rigida ed oggettivamente violenta, al pensiero critico, rinuncia che genererebbe a sua volta nuova violenza. Del resto un luogo comune della diffusa cultura riconosce nelle «fedi» i massimi focolai di violenza nella vita sociale dei popoli. Le «fedi» poi sono solitamente individuate, con riferimento al presente, nel cristianesimo e nel marxismo, mentre la coscienza razionale-liberale-democratica è senz'altro identificata con l'anti-fede, ossia col dubbio.

2. Prendendo in esame l'obiezione, osserviamo anzitutto come non ogni violenza sia criminale, e cioè sia offesa della libertà dell'altro. Tutti, o quasi tutti, sono disposti a riconoscere come eticamente positiva la violenza di colui che si ribella alla violenza ingiusta. La ribellione è sempre violenta: qualche volta materialmente violenta, nel senso che impugna le armi; altre volte - magari meno frequenti statisticamente, ma sono queste le forme più pure della ribellione - spiritualmente violenta. Come comprendere la violenza spirituale? Come comprendere quella violenza raccomandata dal Vangelo stesso, là dove afferma che «il Regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono» (Mt. 1 1 , 1 2 )?
Già l'Evangelo di Luca sembra essere come spaventato dalla crudezza di questo detto di Gesù, e lo traduce in termini più morbidi: «La Legge e i Profeti giungono fino a Giovanni; da allora in poi viene annunziato il Regno di Dio e ognuno si sforza per entrarvi» (Lc 16, 16). Ma come intendere questo «sforzo», questo uso della forza, se non come «violenza» dello spirito? Che cosa è dunque la «violenza spirituale»? È l'atteggiamento dell'uomo che non si arrende alla forza bruta dei fatti, ma spera e vuole contro ogni evidenza. Non è vero infatti che ogni forza è bruta, così come non è vero che ogni fede è cieca. Approfondendo la riflessione si deve dire che non solo c'è una violenza dello spirito, ma addirittura lo spirito è sempre violento. Non a caso nel Nuovo Testamento il nome più usato, per chiamare colui che la fede cristiana poi chiamerà abitualmente lo Spirito Santo, è appunto dynamis, forza. Rimaniamo però, per un momento almeno, sul terreno umano: lo spirito dell'uomo è violento, e dove manca violenza manca anche spirito.
Spieghiamo l'affermazione. C'è spirito nell'uomo là dove c'è libertà, e c'è libertà là dove l'uomo è capace di volere al di là del piacere, del benessere, del confronto che viene a lui dal diffuso consenso; in generale, là dove l'uomo è capace di volere senza il sostegno offerto dall'esperienza di un vantaggio attuale. C'è libertà là dove c'è motivazione «morale» dell'agire. Ma quella «morale» è appunto una motivazione dell'agire umano creduta, e non incontrovertibilmente constatata.
Tentiamo di illustrare questa nuova affermazione, che estende la qualità della «fede», alle motivazioni morali dell'agire umano in generale, con un solo esempio - estremo, come sono spesso gli esempi, per essere più chiaro -. L'amico a cui voglio bene è malato. La sua malattia è mortale. Tutto ciò che io posso fare per lui mi appare evidentemente inutile. Non solo ciò che io posso fare, ma anche ciò che io posso dire mi pare evidentemente inutile, o addirittura falso; ciò che dovrebbe essere detto, qualora io intendessi dire la verità, appare insieme indicibile e inutilmente crudele. La ragione, l'obiettività, quella lodata disposizione a lasciarsi inquietare dal dubbio di cui sopra si diceva, il rispetto della libertà altrui, tutto sembra concorrere a suggerirmi la diserzione.
Se resistendo a tutte queste suggestioni io di fatto non diserto, e riesco a trovare atti e parole che all'amico si rivolgono e impediscono il suo abbandono alla solitudine, ciò può avvenire in forza di una persuasione «violenta», che sfida la violenza terroristica della morte imminente. L'uomo che non sappia riconoscere nella vita altro che quello che la vita evidentemente dimostra, dall'evidenza della morte è subito sconfitto. L'uomo che voglia amare la vita, che voglia promuovere la vita - non la semplice sopravvivenza, ma tutto ciò che fa la vita davvero umana, come il dialogo, l'amicizia, il confronto, la compassione, e cioè la partecipazione alla passione dell'altro - anche di fronte alla violenza della morte, può farlo con verità e senza finzione unicamente a prezzo di riconoscere nella vita stessa una profondità di senso che va oltre tutto ciò che incontrovertibilmente appare. Tale profondità di senso è ciò che possiamo chiamare senso simbolico della vita stessa. Il senso simbolico della vita può essere creduto, ma non può essere spassionatamente e oggettivisticamente constatato.
Proprio perché creduto, quel senso si dischiude alla libertà che vi consente, e non invece all'intelligenza che cercasse di «spiarlo», di scoprirlo cioè prima di decidere a consentirvi.
La fede dunque, considerata in questa sua prima figura morale e non (ancora) religiosa, lungi dall'apparire come una scelta arbitraria dell'uomo, appare come la scelta senza la quale svanisce ogni senso della vita. Di una scelta, certo, si tratta; e dunque, non di un'evidenza che persuada a monte rispetto ad ogni impegno della libertà. Eppure si tratta di una scelta «ragionevole», sul senso che il rifiuto di quella scelta condurrebbe alla rassegnazione - questa sì «vile» - nei confronti del carattere assurdo della vita umana.
Meglio è però rinunciare all'aggettivo «ragionevole»: che cos'è infatti «ragione»? Uno dei più dubbi miti dell'uomo contemporaneo. Invece che «ragionevole» qualifichiamo quella scelta come «coerente» con tutto ciò la coscienza umana universale giudica come buono, conveniente, degno di lode. La scelta contraria viceversa è da valutare come «vile» nel senso che essa si arrende alla prepotenza dei fatti, accettando subito di smentire nel momento della prova tutto ciò che pure la coscienza ha invece valutato come buono e degno nei tempi ordinari della vita.

3. Ma rimane in questa prospettiva la possibilità di distinguere la «fede» non cieca, ma anzi vedente al di là d'ogni evidenza puramente passiva, dal «fideismo»? Che cos'è «fideismo»?
«Fideismo» è la contraffazione della fede, la figura caricaturale di essa, quella che ne usurpa il nome. Il «fideismo» è l'atteggiamento di colui che ha sostituito un testo immutabile e securizzante al testo sorprendente e difficilmente decifrabile che propone la vita reale.
Il testo immutabile è scritto anzitutto con le parole: è fatto cioè di formule passe-par-tout che si possono ripetere in ogni circostanza senza bisogno di chiedere autorizzazione alle circostanze stesse, e soprattutto senza bisogno di chiedere autorizzazione agli interlocutori a cui esse si rivolgono. Il testo immutabile è fatto poi anche di gesti e atteggiamenti che a loro volta non lasciano alcuno spazio alle sorprese della realtà.
Mentre la fede, che pare attingere all'inevidente, plasma poi l'evidenza, le dà figura e senso, il fideismo seleziona le evidenze e accetta di considerare soltanto quelle che gli convengono. La fede - per tornare all'esempio sopra accennato - non si lascia sopraffare dall'evidenza della morte imminente, non cede al suo terrore, ma le resiste con forza e così facendo ne muta anche il volto. Il fideismo invece non si ribella, semplicemente ignora il linguaggio terrorizzante dei fatti, e passando accanto ad essi continua a ripetere ossessivamente parole - certo nominalmente parole di speranza - che pure nessuno ode, nessuno sente risuonare dentro di sé come un appello alla speranza e al coraggio; parole dunque che alla fine annoiano, o peggio offendono ed irritano per la loro «leggerezza».
Finchè si considerano soltanto le parole, fede e fideismo possono anche confondersi; l'una e l'altra dicono: «la morte non vince».
Ma quando si considerino, al di là delle parole, gli atti e gli atteggiamenti la differenza appare grande: la fede combatte, usa «violenza» appunto, contro l'evidente violenza dell'aggressione perpetrata dalla morte contro l'uomo; il fideismo invece non combatte, ma si chiude (nelle intenzioni e nelle dichiarazioni soltanto, certo, perché al di là di questi la chiusura non è possibile) entro il muro sicuro delle parole note.
Dunque, dovremmo cambiare la massima sapienzale dell'umanesimo razionai- liberal-democratico in questi termini: la fede non è certo subito disposta a dubitare di fronte ad ogni evento che scuota la sua certezza, ma neppure inclina a rimuovere quell'evento; piuttosto esercita coraggiosamente contro ogni evento che minacci le sue certezze la «violenza» della speranza.

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