Fantasia

Giuseppe Angelini

 

1. Tra gli slogans della stagione «folle» - alludiamo al '68 naturalmente, a quello strano fremito di «rivoluzione» ai confini tra il progetto politico e il delirio dei desideri - figurò anche questo, ed anzi vi ebbe un posto privilegiato: «La fantasia al potere». Si trattava di uno slogan paradossale, naturalmente, non di un progetto pensabile: come pensare infatti che fantasia e potere possano concludere un'alleanza? Nulla di più pedante, piatto, prevedibile, meccanico, materiale del potere; e il «movimento» lo sapeva bene, tant'è che in molti modi criminalizzò il potere («proibito proibire», e naturalmente anche «proibito comandare»). E viceversa nulla di più agile, leggero, imprevedibile, creativo e spirituale della fantasia.
La verità dello slogan, al di là della sua follia, era quella di una protesta: la protesta contro il carattere feriale e ripetitivo della vita, di quella individuale così come di quella collettiva.
Ora, ad una tale protesta offre sicuramente motivo la civiltà contemporanea; e tuttavia, al solito, la nuda protesta appare sterile, se non è accompagnata da intelligenza, e quindi anche da invenzione. La fantasia è per eccellenza un bene che non può essere «rivendicato», non può chiedere il privilegio del «potere». Quando effettivamente di fantasia si tratti, il suo «potere» è immediatamente garantito; ma quando essa manchi, nessuna redistribuzione del potere può magicamente produrla.
I problemi da chiarire a proposito della fantasia, così come a proposito di tutti gli aspetti fondamentali dell'esperienza umana, appartengono a due livelli distinti: quello civile e quello umano universale. Per essere più chiari, al primo livello ci chiediamo: perché la fantasia oggi langue (se pure davvero langue)? Al secondo livello ci chiediamo: ma cos'è la fantasia?

2. Cominciamo dal secondo e più radicale interrogativo. La fantasia è spesso contrapposta, nel linguaggio corrente, alla realtà: questa contrapposizione è un'implicita definizione della fantasia. Fantastico sarebbe l'immaginario, ciò che prende corpo soltanto nella nostra immaginazione, ma non ha riscontro nella realtà effettiva.
La fantasia così concepita si colora immediatamente di una connotazione negativa: essa sarebbe la porta dell'evasione, della fuga dalle responsabilità, del ceprecabile tentativo dell'uomo di sottrarsi al confronto duro e doveroso con i fatti. Al massimo si potrebbe riconoscerle un diritto quale espressione del momento ludico della vita. Rimarrebbe per altro da chiarire quale spazio e quale legittimità riconoscere a tale momento ludico. Si può giocare nella vita? In ogni età della vita? E che cosa vuol dire giocare?
La civiltà laboriosa propria dell'800, e per molta parte anche del '900, guarda con sospetto al gioco e accorda ad esso al massimo la funzione di momento di riposo, o di evasione provvisoria. E tuttavia al riposo e al gioco è riconosciuto anche l'attributo di «ricreazione». Se si tratta di «ricreazione», il gioco non è semplicemente intervallo tra le occupazioni serie della vita, ma momento di rigenerazione dello spirito e della sua libertà. Il gioco ricrea il senso del lavoro, che per natura sua tende a degenerare in opera senza senso, in pedante prosecuzione di ciò che s'è iniziato e che già è cristallizzato nei suoi obiettivi e nei suoi modi.
Così come il gioco non è pura evasione, la fantasia non è semplice rifugio in uno spazio immaginario, in cui basti desiderare perché subito il desiderio si adempia. Detto positivamente, l'esercizio fantastico di dare immagine ai nostri desideri è esercizio indispensabile perché i nostri occhi diventino capaci di riconoscere il possibile e il desiderabile che si schiude anche nella realtà effettiva dell'esistenza quotidiana.

3. Qui la riflessione si fa subito impegnativa. In questione infatti dev'essere messa l'idea tanto diffusa - è un tipico «pregiudizio» moderno - della verità come obiettività, come corrispondenza speculare e meccanica delle «idee» alle «cose». Conoscere non vuol dire «riflettere». Conoscere vuol dire intendere il senso; e il senso non si manifesta se non a chi guardi allo spettacolo del reale con un desiderio, con un'attesa. Il senso delle cose infatti si schiude quando le cose stesse acquistano per la coscienza dell'uomo consistenza di «immagini».
E «immagine» vuol dire non riproduzione sbiadita, ma figura coerente, figura integra, figura che dischiude un senso, appunto. La coscienza coglie nella realtà un'immagine, o meglio una costellazione sinfonica di immagini, quando riconosce in essa i segni che annunciano un'integrità per un verso progettata idealmente, ma nel contempo nutrita di esperienza; un'integrità verso la quale si orienta il desiderio profondo dell'uomo, ma insieme un'integrità che non può ricevere parola e figura se quel desiderio non si nutre dello spettacolo del reale. In tal senso, la conoscenza umana è fragile ed esige coraggio: non può infatti essere realizzata se non dalla coscienza che accorda credito a questa spinta del desiderio, pur non sapendo subito dire se e come quel desiderio possa essere esaudito. La conoscenza esige un impegno libero: quella che abbiamo chiamato «fragilità» si deve chiamare piuttosto «fede». A chi ponga un ultimatum scettico del tipo di quello posto dall'apostolo Tommaso ai suoi compagni -. «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e non metto il dito...» (Gv. 20,25) - la realtà nasconde il suo segreto, e mostra al contrario un volto ostile. Il libro della Sapienza enuncia quasi a modo di teorema questa legge: «La creazione a Te suo creatore obbedendo, si irrigidisce per punire gli ingiusti, ma s'addolcisce a favore di quanti confidano in Te» (Sap. 1 6,24).
È impossibile la cosiddetta obiettività. Se non è il desiderio buono e generoso a consentire che si manifesti l'immagine di tutte le cose, sarà il desiderio cattivo e sospettoso: «Anche se nulla di spaventoso li atterriva, spaventati al passare di bestiole e ai sibili dei rettili, morivano di tremore, rifiutando persino di guardare l'aria, a cui nessuno può sottrarsi» (Sap. 1 7,9). Ciò che il libro della Sapienza con molte figure cerca di far intendere è questo: la qualità di ciò che si vede nel mondo dipende dalla qualità di ciò che sta nel cuore dell'uomo.

4. Immaginazione e fantasia vengono spesso intese come sinonimi. Talora invece si attribuisce al primo termine un significato spregiativo, quasi fosse funzione dell'immaginario, anzichè funzione dell'immagine, e al secondo termine viceversa un significato positivo, intendendola quale capacità di creare immagini, anzichè quale semplice divagazione nell'ambito dell'irreale. Ci sembra più plausibile distinguere tra le due, senza per altro separarle come il bene e il male. L'immaginazione dice la funzione essenziale dell'uomo di conferire immagine, e quindi senso, al reale. La fantasia viceversa si esprime nella forma dell'invenzione, quindi in particolare nella forma della narrazione del possibile; ma una tale invenzione non ha necessariamente le caratteristiche dell'evasione, quanto piuttosto quelle della rappresentazione di ciò che è «bello e buono», di ciò che è «vero» in un senso più profondo ed essenziale di quanto non sia l'«effettivo». Le creazioni della fantasia, in tal senso, propiziano il compito di scoprire l'immagine del reale; mentre per un altro lato si alimentano alle suggestioni che il reale stesso propone a chi sappia considerarlo con animo generoso.

5. Possiamo a questo punto accennare alle forme più appariscenti del deperimento della fantasia nel nostro tempo.
La prima forma è quella connessa all'illusione dell'«obiettività», di cui si diceva sopra. Quell'illusione a sua volta - che in qualche misura è di tutti i tempi - è alimentata nel nostro tempo dall'arroganza del pregiudizio scientista. L'uomo «maggiorenne», che coltiva l'ideale dell'illuminazione mediante le risorse del sapere sobrio e spassionato della «scienza», s'immagina (anche lui infatti non può fare a meno dell'immaginazione) che la verità possa essere scoperta a furia di esperimenti, e considera dunque la voce della fantasia come risibile voce infantile.
La seconda forma del deperimento della fantasia è quella dovuta all'inflazione dell'immaginario.
Pensiamo in particolare alla televisione, ma anche al cinema, al rotocalco, al libro: gli strumenti di diffusione delle «immagini» rovesciano sull'individuo un'abbondanza tale di rappresentazioni già confezionate del reale, che insensibilmente questi si rassegna al ruolo di puro fruitore o «consumatore» di esse. All'invenzione e all'affinamento dell'immagine, che avrebbero bisogno di memoria e di comunicazione orale, si sostituisce l'uso di immagini sempre mute-
voli. Come dice il Qoèlet infatti, «non si sazia l'occhio di guardare, nè mai l'orecchio è sazio di udire»; lo stesso autore dell'amara sapienza che nasce dall'esperienza subito però aggiunge: «Ciò che è stato sarà, e ciò che si è fatto si rifarà; non c'è niente di nuovo sotto il sole» (Qo. 1 , 8b-9). La conclusione scettica è frutto di un fraintendimento: la fame dell'occhio e dell'orecchio non può essere saziata trascorrendo da un'immagine ad un'altra, così come scorrono i fotogrammi di un film. Quella fame non può essere saziata altro che da immagini che l'occhio e l'orecchio non possono registrare, ma che invece l'invenzione e la fede dell'uomo possono intuire ed eleggere quale senso della vita.
È vero che l'età infantile ha un privilegio sotto il profilo della fantasia: senza lasciarsi scoraggiare dall'obiezione grossolana che è solo «finta», il bambino crea e ricrea il senso e la bellezza della vita con poco; gioca anche senza giocattoli.
Ma anche nei suoi confronti si esercita la minaccia greve di una civiltà senza fantasia: egli è riempito assai presto di giocattoli inutili, e soprattutto è saturato di immagini tanto sfacciate e concluse quali quelle di tanti cartoons, immagini che passano e si spengono senza residui. Mentre le immagini dei racconti di un tempo non cessavano tanto in fretta di attirare la sua fantasia creatrice, e di plasmare quindi in lui addirittura un'immagine del mondo intero, o per dir meglio: un'immagine intera del mondo.

RUBRICA: Voci per un dizionario dell'umano